mercoledì 21 marzo 2012

Creata la prima stampante che cancella


L'hanno realizzata alcuni ricercatori dell'università di Cambridge: ecologica ma per ora è solo un prototipo

L'avvento del pc doveva liberarci dalla carta. Sappiamo tutti invece come è andata a finire. Si stampa come e più di prima. Con gravi danni per l'ambiente. Ma se lo stesso foglio potesse essere utilizzato più volte? Il miglioramento per l'ecologia sarebbe immediato. È questo l'obiettivo raggiunto da alcuni ricercatori dell'Università di Cambridge che hanno realizzato la prima stampante laser in grado di cancellare oltre che scrivere.

COME FUNZIONA - Mentre una normale stampante laser fornisce una carica positiva a ogni singolo pixel su carta a cui poi aderiranno singole particelle del toner, una stampante che cancella funziona in maniera del tutto diversa. In questo caso infatti brevissime pulsazioni laser dell'ordine dei picosecondi (un millesimo di secondo è composto da un miliardo di picosecondi) sono usate per vaporizzare il toner presente sul foglio senza danneggiare la carta in quanto il particolare tipo di luce viene assorbito dal toner ma passa attraverso le fibre di cellulosa di cui è composta la carta.

MENO CO2 - Questa procedura permetterebbe di effettuare passi da gigante nella riduzione della CO2 che si produce sia per realizzare la carta che per riciclarla. I ricercatori di Cambridge stimano che nel migliore dei casi un foglio potrebbe essere riscritto e cancellato per venti volte prima di non essere più impiegabile. Nella peggiore una volta sola: un procedimento che taglierebbe le emissioni di anidride carbonica rispetto al riciclo della carta del 50%. Purtroppo però i laser che emettono pulsazioni nell'ordine dei picosecondi non sono ancora patrimonio delle normali stampanti commerciali e prima che lo diventino dovremo aspettare un bel pezzo.

FONTE: Marco Letizia (corriere.it)

lunedì 19 marzo 2012

Schermo del futuro si arrotola come un foglio: miracolo del grafene


Uno schermo che si arrotola come un foglio di carta. Dopo alcuni propotipi realizzati da alcuni produttori, i display del futuro si avvicinano a grandi passi, grazie a una nuova tecnica, che con la comune tecnologia laser per scrivere i dvd, realizza fogli di grafene capaci di immagazzinare grandi quantità di energia.

Le capacità. Il risultato, descritto su Science, si deve a un gruppo di ricerca coordinato da Maher El-Kady dell'Università della California a Los Angeles. I fogli di grafene ottenuti dai ricercatori sono flessibili, robusti e altamente conduttivi, tanto da essere utilizzati come dispositivi capaci di immagazzinare grandi quantità di energia.

Le possibili applicazioni sono moltissime e sanno di futuro: dagli schermi arrotolabili alla carta da parati elettronica, fino all'elettronica indossabile che raccoglie e immagazzina energia grazie al movimento del corpo. I nuovi dispositivi, chiamati capacitori elettrochimici, possono essere usati come elettrodi e tendono ad aver un ciclo di vita più lungo rispetto alle batterie. A differenza delle tecniche tradizionali che realizzano sottili elettrodi di grafene con tecniche di stampa, come quella a getto di inchiostro, il nuovo processo concentra un laser a bassa potenza su un deposito di ossido di grafene per assottigliarlo e convertirlo in grafene, uno strato di singoli atomi di carbonio. La larga area di superficie dei fogli di grafene aumenta la loro capacità di immagazzinare energia.

FONTE: ilmessaggero.it

mercoledì 14 marzo 2012

Nuvole gonfiate e aerosol salveranno la Terra?


Geoingegneria, la (buona) scienza che manipola il clima

Un tramonto rosso fuoco perenne e specchi giganti nello spazio per riflettere la luce solare. Orizzonti alla Blade Runner, ma non è fantascienza. È il futuro (forse) del nostro pianeta: ipotesi di ingegneria climatica che sono già al vaglio degli esperti. La geoingegneria è una realtà - complessa - che sta mobilitando la comunità scientifica internazionale. E che fa discutere. Il suo scopo è quello di combattere il surriscaldamento globale. Ma gli interventi e i tempi prospettati sono molto diversi tra loro: c'è chi studia l'immagazzinamento e lo smaltimento di anidride carbonica e c'è un ramo più radicale che propone esperimenti «solari», che mutino o catturino le radiazioni a livello della stratosfera.

INTERVENTI - «A mio parere, mentre ha senso la rimozione di CO2, sono ancora inopportuni interventi di altro tipo», spiega Antonello Provenzale, ricercatore dell'Istituto di scienze dell'atmosfera e del clima (Isac) del Cnr di Torino. «Prima di agire ci sono dei fattori che vanno presi in considerazione: la sostenibilità nel tempo di azione del genere, la loro effettiva efficacia e la nascita di ampie alleanze geopolitiche in grado di sostenerle». Le teorie al vaglio degli scienziati spaziano per cieli, terra, aria e mari: si va dalla «semina» di ferro negli oceani, per aumentare la presenza dei microrganismi che intercettino la CO2 all'adozione di specie di piante ad alto potere riflettente, alla messa in orbita di giganteschi parasole. Ma l'idea più discussa riguarda l'uso di gas aerosol come l'anidride solforosa da immettere con costanza nella stratosfera per riflettere la luce solare. Controindicazioni del caso: secondo alcuni studiosi (e detrattori della teoria), le emissioni assottiglierebbero lo strato di ozono. In realtà i gas aerosol sono già presenti nell'atmosfera. Non solo. «Negli ultimi anni», chiarisce Provenzale, «sono state individuate altre due cause oltre all'effetto serra che hanno provocato l'innalzamento delle temperature: la massiccia deforestazione e l'uso di gas aerosol di origine antropica, specie in Cina e nel Sudest asiatico». Una differenza però c'è: «Rispetto all'anidride carbonica, questi gas stanno meno tempo nell'atmosfera, circa 10-15 giorni».

MANIPOLARE IL CLIMA - Intanto l'idea di manipolare il clima ha già catturato l'attenzione di plurimiliardari come Bill Gates, Richard Branson e il fondatore di Skype Niklas Zennstrom. La politica, per ora, punta su studi o interventi mirati. Lo scorso autunno il Bipartisan Policy Center (un'organizzazione non profit fondata da quattro ex senatori Usa, due repubblicani e due democratici) ha invitato la Casa Bianca a creare «un programma di ricerca federale». Scienziati delle università inglesi hanno organizzato un test per pompare nella stratosfera particelle chimiche. Esperimento abortito. Anzi, rimandato.

RISCHI - Anche perché è stata proprio la Royal Society britannica, alla conferenza sul clima di Durban nel 2011, a presentare un rapporto sugli scenari della geoingegneria: «Giocare con la natura in questo modo deve essere solo una soluzione estrema», scrivono gli scienziati inglesi, «ed è comunque una soluzione pericolosa». Sulla stessa linea anche un report commissionato dal ministero dell'Educazione e della Ricerca tedesco, che auspica «ulteriori ricerche» e sostiene che «le conseguenze dell'utilizzo di queste tecniche non possono essere stimate con la precisione necessaria». Nessun allarmismo in Cina, invece, dove si ipotizzano nuove frontiere. E dove gli effetti della geoingegneria sono già tangibili. Mentre in altri Paesi sono state sperimentate solo occasionalmente, a Pechino e nella regione di Jilin le piogge artificiali - grazie a nuvole «gonfiate» con ioduro d'argento - sono una realtà. E il governo sta pianificando di estendere l'esperimento ad altre cinque zone.

FONTE: Emanuele Buzzi (corriere.it)

mercoledì 7 marzo 2012

Arriva la pillola della dieta dice al cervello di dimagrire


Dopo la bocciatura di due anni fa l'azienda farmaceutica che produce il Qnexa ha accettato che sia somministrata solo su ricetta medica. Presto il sì della Food and Drug Administration


Ci abbiamo messo milioni di anni per allenare il nostro corpo a non soccombere alla fame. Ma abbiamo impiegato l'ultimo secolo per abbattere quella difesa che l'evoluzione - troppa grazia - ci aveva regalato: il grasso. L'attesa è finita: arriva la prima pillola che ci renderà più leggeri. Addio obesità. L'annuncio è più che storico. Il mondo aveva davvero bisogno di quest'attesissima pasticca dimagrante. Non solo perché soltanto in America gli obesi sono il 35 per cento e i sovrappeso il 33. Ma anche perché l'unica pillola finora approvata dalla sanità Usa ha il poco simpatico effetto collaterale di stimolare i rumori di fondo. E qualcosa di più: vi sembra così strano che Xenical, l'unica pillola finora autorizzata, non sia riuscita a fare breccia nei tormentati dalla ciccia?

Intendiamoci: gli scaffali di farmacie e perfino supermercati sono pieni di pasticche che in realtà non sono altro che aiutini per la dieta. Ma qui parliamo invece della pillola anti-obesità vera e propria. Che per la prima volta in un decennio - Xenical fu approvata nel 2007 - sembra a portata di mano. I saggi della Food and Drug Administration hanno dato in questi giorni il via libera all'attesissima Qnexa. Il sì definitivo è atteso per metà aprile. Ma l'istituto ha quasi sempre vidimato il parere dei suoi saggi. Che appena due anni fa avevano peraltro bocciato la stessa pillola. Accusata di provocare pensieri suicidi, pericolosissime palpitazioni al cuore, perdita della memoria e perfino rischi di deformazione per i neonati. Com'è riuscita Vivus, la piccola compagnia di Mountain View, la città nella Silicon Valley dove è di casa Google, a fare cambiare idea ai saggi? Si è impegnata a fare nuove ricerche, ad accettare che la pillola sia somministrata solo su ricetta medica, a sconsigliarla alle donne incinta o che pensano di restarci. Ma soprattutto ha colto l'attimo: la giuria degli esperti ha giustificato il cambiamento di opinione sostenendo che l'obesità, con tutti i disturbi che comporta dal diabete al cuore, è un pericolo peggiore dei rischi della pillola. Non è neppure un caso che Qnexa sia solo la prima di altre due pasticche in attesa di giudizio: l'emergenza grasso è ormai troppo grossa, la pasticca non può più attendere. Ma come funziona?

David Katz della Yale University ricorda all'Associated Press che l'uomo "non ha difese naturali contro l'ingrassamento perché nella nostra storia evolutiva non ne avevamo mai avuto bisogno: avevamo dovuto lottare invece col problema opposto - la difficoltà di trovare da nutrirsi - ed è per questo che abbiamo sviluppato difese naturali contro la fame". Per milioni di anni, insomma, il corpo umano è stato programmato per immagazzinare l'energia preziosa delle calorie nei grassi: è solo nell'ultimo secolo e mezzo che l'Occidente ha scoperto il problema contrario.

Le prime pillole per dimagrire hanno così cercato di velocizzare il metabolismo: cioè la capacità di bruciare le calorie e quindi il peso. Il dinitrophenol era un ritrovato chimico utilizzato negli anni '30, ma causava febbre ed era anche tossico, e proprio il suo boom portò gli Usa a inventare la Food and drug administration. Gli anni '50 hanno visto l'esplosione delle anfetamine, che acceleravano il metabolismo e toglievano l'appetito, però aumentavano pericolosamente la pressione e in più producevano dipendenza: per questo oggi sono usate solo per periodi non più lunghi di 12 settimane.

La rumorosissima Xenical, invece, è basata sull'orlistat, un farmaco ottenuto dal lipstatin, che è un potente inibitore naturale: la pillola infatti agisce bloccando l'assorbimento del grasso. Ma la nuova frontiera della medicina punta dritto al nostro centro di comando: il cervello.

La nuova Qnexa è la combinazione di due vecchi farmaci. Proprio un'anfetamina, il phentermine, che è già approvata per la perdita di peso per brevi periodi, e il topiramato, che viene usato come antiepilettico: l'anfetamina sopprime l'appetito mentre l'antiepilettico agirebbe sul cervello dando un senso di sazietà. Domanda: ma se tutto dipende dal cervello, non basterebbe un po' più di volontà? Assolutamente sì. Peccato che il grasso, in tutti noi, è solo lì che non cola.

FONTE: Angelo AQUARO (repubblica.it)

lunedì 5 marzo 2012

Nuova tecnica: energia con batteri e acqua salata


Una nuova tecnica per produrre energia è stata messa a punto combinando due tecnologie già esistenti basate sull'uso dei batteri nella degradazione delle acque di scarico e sullo sfruttamento della differenza tra l'acqua salata e quella dolce. Il risultato, pubblicato su Science, si deve a un gruppo di ricerca coordinato dall'americano Bruce Logan, della Pennsylvania State University.
La nuova tecnologia si chiama cella micobiotica a elettrodialisi inversa (Mrc) e con essa i ricercatori sono riusciti a produrre 5,6 Watt di energia per metro quadrato, usandola senza sfruttare l'apporto dei batteri per esempio si producono solo 60 gigawatt di energia per metro quadrato. La tecnologia combina le celle a combustibile microbiotico (Mfc) e l'elettrodialisi inversa (Red). Il primo metodo, sottolineano i ricercatori, è poco efficiente e sfrutta i batteri presenti nelle acque di scarico che consumano i materiali organici presenti producendo elettroni che vengono trasformati in corrente elettrica da una cella a combustibile.
Nell'elettrodialisi inversa soluzioni di acqua salata e acqua dolce vengono pompate attraverso membrane che funzionano come i poli positivo e negativo di una batteria e lo scambio di ioni fra i poli produce energia. Ma questa tecnologia, sottolineano i ricercatori, richiede tipicamente molte membrane ed è costosa. L'uso combinato invece riduce il numero di membrane richieste.
Inoltre, invece di acqua di mare, i ricercatori hanno usato un sale chiamato bicarbonato di ammonio. Hanno notato infatti che usando le due tecniche in combinazione con l'acqua di mare la materia organica presente nelle acque reflue incrosta le membrane. Invece il bicarbonato di ammonio disciolto in acqua funziona in modo simile all'acqua di mare ed evita che le membrane si incrostino.

FONTE: giornale di sicilia (gds.it)

mercoledì 29 febbraio 2012

Lokomat, il robot che insegna a camminare


Inaugurato all’Unità Spinale dell’ospedale Niguarda di Milano un nuovo sistema per la riabilitazione

È stato inaugurato all’Unità Spinale dell’ospedale Niguarda Ca’ Granda di Milano un nuovo sistema per la riabilitazione «Si tratta di un’offerta tecnologicamente avanzata per l’addestramento al cammino presente nei più importanti centri riabilitativi internazionali», ha spiegato Tiziana Redaelli, direttore dell’Unità Spinale. «Lokomat è utile al paziente con una lesione midollare incompleta. In questo caso gli obiettivi riabilitativi sono la stazione eretta e il cammino, Lokomat facilita il loro raggiungimento».

PAZIENTI GIOVANI - La lesione midollare è una delle cause d’invalidità permanente più frequenti, oltre l’80%, nella popolazione italiana compresa fra i 10 e i 40 anni. Gli italiani con para e tetraplegia sono circa 70mia e i nuovi casi all’anno sono circa 1.400 (4-5 persone al giorno). Il 65% delle lesioni midollari sono di origine traumatica: fra queste le più frequenti sono gli incidenti d’auto (36%), le cadute (22%), gli incidenti motociclistici (12%) e gli incidenti sportivi (11%). Le lesioni non traumatiche sono prevalentemente di origine neoplastica (28%), vascolare (27%), infiammatoria (16%) e degenerativa (14%).

ROBOT LOKOMAT V6 - Tecnicamente è un esoscheletro robotizzato controllato elettronicamente con un sistema di allevio del peso e un tapis roulant. I supporti si applicano agli arti inferiori e forniscono un’assistenza diversificata alle gambe. Velocità, frequenza, lunghezza del passo, escursione delle articolazioni di ginocchio e anca sono fra i parametri del cammino modificabili nell’arco della riabilitazione. Il paziente è coinvolto in maniera attiva. Grazie alla realtà virtuale visibile su di uno schermo, un avatar procede in una distesa verde “guidato” dal paziente che, imbragato con il Lokomat, cammina sul tapis roulant. Compatibilmente alle condizioni di mobilità, il paziente può anche dirigere il suo avatar a destra o a sinistra muovendo le anche.

360MILA EURO - È il costo del Robot Lokomat V6 coperto da donazioni. Nel 2010, infatti, l’Unità Spinale aveva avviato una raccolta fondi per il suo acquisto. All’appello hanno risposto in tanti. A cominciare da: Fondazione Luigi Berlusconi, una Fondazione che desidera l’anonimato che ha sede in Emilia Romagna, Pubblitalia 80, Fix Design, H3G, Imperia & Monferrina spa, Amaro Lucano, a circle spa di Bologna che è la ditta che distribuisce in Italia l’apparecchio costruito dalla svizzera Hocoma. A questi si aggiungono singoli cittadini, scuole, studi professionali.

SUPERLUCA - È il sopranome di Luca Barisonzi, 21 anni, caporal maggiore degli Alpini, rimasto paraplegico a seguito di un attentato in Afghanistan nel gennaio del 2011 e riabilitato per diversi mesi all’Unità Spinale del Niguarda. È lui, insieme alla sua famiglia, ad aver dato una svolta alla raccolta fondi. «Scelsi di sfruttare la notorietà del mio caso per far conoscere la necessità di acquistare il Lokomat», racconta. Il robot non serviva alla sua riabilitazione, ma Luca si è impegnato pensando agli altri. Una scelta sorprendente solo per chi non conosce l’alpino che, a 18 anni, decise «di fare il soldato e di partecipare alle missioni all’estero per aiutare le popolazioni».

SPAZIO VITA - «È il nome del nuovo progetto per il quale stiamo raccogliendo le donazioni - spiega Giovanna Oliva presidente dell’Associazione Unità Spinale -. Si tratta di un centro polifunzionale per ospitare le attività socio-ricreative del percorso di riabilitazione permettendo di ampliare e diversificare le attività e i servizi già in essere in risposta alle crescenti richieste. Perché i lavori possano partire sono necessari 350mila euro». Nel centro le persone potranno trovare stimoli e iniziative per tornare a inserirsi nel mercato del lavoro, nella vita di relazione, nello sport».

FONTE: Carmen Morrone (corriere.it)

sabato 25 febbraio 2012

Circolazione del sangue analizzata nei minimi dettagli con un supersoftware


Rappresentazione completa e in quattro dimensioni grazie a 600 mila miliardi di operazioni al secondo

Simulare il sangue umano è oggi possibile. O meglio: mimare alla perfezione l’armonia del movimento dei globuli rossi, dei globuli bianchi e delle piastrine che interagiscono tra loro e con il plasma, è diventata un’impresa abbordabile. Grazie a un supersoftware si riesce a ricostruire nei minimi dettagli la circolazione sanguigna e a darne una rappresentazione multiscala, completa e in quattro dimensioni (tre nello spazio più il tempo) nonché reale perché presa da un vero paziente. E la prevenzione dei disturbi cardiovascolari ci guadagna, poiché è possibile circoscrivere le zone delle coronarie dove si accumulano i grassi e stimare pertanto il rischio di avere l’aterosclerosi o l’infarto.

«LAVORO IMMANE» - Quale tecnologia ha permesso simili traguardi? Metodi computazionali estremamente avanzati. Per ognuno delle centinaia di milioni di particelle che rappresentano la parte corpuscolare del sangue è stato eseguito un calcolo, come pure per il miliardo di nodi che rappresentano la parte fluida (plasma). E oltre 600 mila miliardi di operazioni aritmetiche al secondo, tra somme, sottrazioni, radici quadrate, algoritmi, moltiplicazioni e divisioni, sono state necessarie per simulare un battito cardiaco. «Un lavoro immane», ammette Massimo Bernaschi, dirigente tecnologo dell’Istituto per le applicazioni del calcolo Mauro Picone di Roma, che ha contribuito alla messa a punto del supersoftware insieme all’Istituto per i processi chimico-fisici del Cnr, «ma ce l’abbiamo fatta e abbiamo vinto la sfida che ci ha portato per due volte a partecipare come finalisti alla Conferenza mondiale del supercalcolo che si svolge negli Stati Uniti. A Seattle, nell’ambito dei Gordon Bell Awards, abbiamo ricevuto una menzione speciale per il lavoro svolto a cui hanno contributo tra gli altri i miei colleghi Sauro Succi e Mauro Bisson».

LO SPUNTO DAI VIDEOGIOCHI - Questa applicazione, la prima in assoluto nel suo genere, è frutto della combinazione tra la modellistica, che ha la capacità di rappresentare problematiche con diversi punti di vista, e la tecnologia computazionale di ultima frontiera. Per metterla a punto sono infatti state necessarie ben 4 mila schede Gpu (Graphics Processing Unit) assai potenti in grado di comunicare tra loro alla velocità di centinaia di megabyte al secondo. «Queste schede sono state originariamente realizzate per la grafica, soprattutto per rappresentazioni realistiche all’interno divideogame. Successivamente si è capito che potevano essere usate per calcoli ad altissime prestazioni», spiega Bernaschi. «Da tre o quattro anni esiste una comunità che le sfrutta in vari campi: dalla crittografia alla trattazione in genere di una grande mole di dati a cui devono essere applicati calcoli onerosi. La Guardia di finanza le impiega per mettere a punto scenari di evoluzione di grandezze, indici azionari o movimenti dei prezzi delle opzioni. Il loro utilizzo si è andato ampliando sempre più, tanto che oggi vi si ricorre anche per l’analisi di segnali radar o per la simulazione di fenomeni atmosferici o di bacini idrogeologici».

CONVENIENZA - Queste schede con altissime prestazioni sono state installate in una piattaforma di calcolo, prestata alle due realtà italiane dal Tokyo Institute of Techology e contenente una rete che metteva in comunicazione le schede tra loro e con un sistema adibito a leggere e a scrivere i dati basati su dischi a stato solido. In altre parole, le simulazioni del sangue umano sono state eseguite su un computer, che è il terzo al mondo per prestazioni assolute. «L’utilizzo delle schede dà in genere molteplici vantaggi», sostiene Bernaschi. «Il consumo di energia elettrica di una singola scheda è di un ordine di grandezza in meno rispetto a una piattaforma tradizionale che offre le stesse possibilità di calcolo e il costo per prestazione è estremamente conveniente. Una scheda adibita, per esempio, alla crittografia ha un prezzo di circa 500 euro e permette di controllare 2 milioni di password al secondo: in pratica ciò che farebbe un cluster di sedici e più computer tradizionali».

A FAVORE DEI PAZIENTI - Il prossimo passo sarà quello di poter eseguire la simulazione del sangue umano anche sui computer degli ambulatori medici per scopi clinici. Già è partita una sperimentazione presso l’ospedale Fondazione Toscana Gabriele Monasterio di Massa Carrara. «Qui si stanno studiando con il supersoftware le coronarie e le carotidi di un ampio numero di pazienti al fine di capire l’incidenza di disturbi silenti del flusso sanguigno che quando diventa turbolento, e perde la sua linearità, può danneggiare l’epitelio di rivestimento dei vasi sanguigni favorendo la formazione di placche aterosclerotiche», aggiorna Simone Melchionna, ricercatore all’Istituto processi chimico-fisici del Cnr. Lo studio, che durerà tre anni, sarà un esempio di medicina predittiva basata su calcoli ad alta prestazione.

FONTE: Manuela Campanelli (corriere.it)

mercoledì 8 febbraio 2012

Identificate delle super-cellule per rigenerare il cuore


"Ringiovanite" cellule mature con geni fetali

Dalle cellule del cuore si possono ottenere staminali multipotenti, in grado di rigenerare a loro volta cellule cardiache funzionali utili a riparare l’organo danneggiato, per esempio dall’infarto.

La nuova speranza sul fronte delle terapie cellulari arriva da uno studio italiano, frutto della collaborazione tra l’Istituto di biologia cellulare e neurobiologia del Consiglio nazionale delle ricerche (Ibcn-Cnr) di Roma e l’Irccs MultiMedica di Milano. Il lavoro, pubblicato sulla rivista Cell Death and Differentiation, è firmato da Roberto Rizzi e Claudia Bearzi, “cervelli” rientrati in Italia dopo un lungo periodo negli Usa alla Harvard Medical School.

Gli scienziati hanno dimostrato per la prima volta che i cardiomiociti possono essere una fonte di “supercellule” dotate di caratteristiche più vantaggiose rispetto ad altre staminali.

«I cardiomiociti hanno capacità proliferative minime, se non assenti - spiega Rizzi - e ciò significa che a seguito di danno ischemico cardiaco, come per esempio nell’infarto, si crea una cicatrice riducendo la capacità funzionale del cuore, situazione nota come scompenso cardiaco. Il nostro lavoro ha dimostrato che, attraverso l’introduzione di geni fetali all’interno del genoma di cardiomiociti post-natali, è possibile ricondurre queste cellule già differenziate a uno stato embrionale. Una volta ottenute le staminali dai cardiomiciti, queste sono state indotte a differenziare nuovamente in cellule cardiache battenti. La ricerca ha messo in evidenza che le cellule multipotenti indotte ottenute dai cardiomiociti hanno una capacità maggiore di ridiventare nuovamente cellule cardiache contrattili, rispetto ad altre cellule staminali, e ne ha definito le basi molecolari stabilendo che questa “memoria” dipende da pochi geni».

Lo studio apre alla possibilità di utilizzare i cardiomiociti come staminali cardiache, passando per lo stadio embrionale. «Grazie alle loro capacità differenziative - sottolinea Bearzi - queste cellule potranno essere utilizzate per la riparazione del miocardio danneggiato».

«La capacità di generare qualsiasi tipo di tessuto è esclusiva delle cellule staminali embrionali - continua Bearzi - ma è noto che restrizioni etiche limitano l’utilizzo delle stesse».

«Nel 2006 - ricorda la scienziata - un ricercatore giapponese, Shinya Yamanaka, ha dimostrato la possibilità di riportare cellule neonatali e adulte, quindi già differenziate, ad una condizione di “staminalità”, con la capacità di generare tessuti pari a quella delle cellule staminali embrionali con l’introduzione di pochi geni fetali. Queste staminali ottenute da cellule mature erano state definite multipotenti indotte».

FONTE: lastampa.it