domenica 31 agosto 2008

SOPRA I 70 BATTITI CUORE PIU' A RISCHIO

Occhio al polso: se i battiti sono più di 70 al minuto cresce il rischio di infarto. E' questo il nuovo messaggio lanciato oggi dai cardiologi riuniti a Monaco di Baviera, dove è in corso l'annuale Congresso della Società Europea di Cardiologia (Esc). A indicare la strada di una "maggiore attenzione alla frequenza del battito cardiaco" sono due studi pubblicati dalla rivista The Lancet sul numero di fine agosto: 'Europa' e 'Beautiful', entrambi legati a un nome italiano, quello di Roberto Ferrari, direttore della Clinica Cardiologica dell' Università di Ferrara, che proprio durante il congresso di Monaco assume la presidenza dell'Esc, che terrà fino al 2010. "Il numero dei battiti del cuore - afferma Ferrari - è il più semplice, preciso e meno costoso indice prognostico. E' il modo, o meglio il linguaggio con cui il corpo comunica che qualcosa non va". E questo concetto è valido non solo per i cardiopatici a cui si riferiscono i due studi, ma anche per la popolazione sana. Anzi: da oggi, l'alta frequenza del polso deve essere considerata come un fattore di rischio, come il colesterolo o l'ipertensione. E misurare il numero dei battiti dovrà divenire routine per tutti. Se poi una persona sana ha qualche battito in più non si allarmi: il modo migliore per ridurli in modo fisiologico è l'esercizio fisico leggero ma costante, perché abbassa i battiti nell'arco della giornata. Lo studio Europa, di cui Ferrari è il coordinatore, ha considerato 12 mila pazienti cardiopatici senza scompenso cardiaco, quindi non gravi. E ha permesso di dimostrare che per loro la linea di confine è a 75 battiti al minuto. "Oltre questo limite - spiega il cardiologo italiano - il rischio di mortalità cardiovascolare aumenta del 24% e quello dello scompenso cardiaco del 54%". L'altra conferma della necessità di portare attenzione al numero dei battiti viene dagli 11 mila pazienti cardiopatici con iniziale scompenso cardiaco seguiti per quattro anni nello studio Beautiful in 781 centri di 33 Paesi, sempre coordinato da Ferrari. In questo caso la linea di confine scende a 70 battiti al minuto. "Oltre questo limite - aggiunge Ferrari - il rischio di mortalità cardiovascolare aumenta del 34%, quello dello scompenso del 56%, quello di infarto cresce del 46% e quello di dover subire una rivascolarizzazione coronarica del 38%". Ma a Monaco si è andati oltre il riconoscimento della frequenza cardiaca come indice prognostico. Lo studio Beautiful ha infatti dimostrato che la sola ed esclusiva riduzione della frequenza cardiaca effettuata con ivabradina, un farmaco che non ha effetto su altri parametri cardiovascolari, fa diminuire del 36% l' incidenza di infarto e del 30% la necessità di un' angioplastica o di un by-pass. Ma qual è la spiegazione logica che la frequenza cardiaca elevata fa male? "E' una questione di consumi e di energia", risponde Ferrari, che spiega: "E' incredibile il lavoro che il nostro cuore fa ogni giorno: 100 mila battiti (35 milioni in un anno), 9000 litri di sangue pompati nel sistema cardiovascolare che copre ben 120 mila chilometri, che vengono percorsi dal sangue in soli 20 secondi". Per far fronte a tutto ciò il cuore necessita di circa 30 kg di energia al giorno, prodotta con l'ossigeno che arriva insieme al sangue attraverso le arterie coronariche. "Ma quando le coronarie sono malate (per arteriosclerosi), arriva meno ossigeno al muscolo cardiaco, che quindi produce meno energia e si deteriora". Ora, ridurre la frequenza di 10 battiti/minuto al giorno, significa ridurre di ben 5 chili le necessità energetiche del cuore, che quindi non si deteriora anche se ci sono placche nelle coronarie. "In altre parole - conclude Ferrari - se riduciamo i giri del motore, la 'macchina' ha bisogno di minor quantità di carburante e anche se i tubi della benzina sono incrostati, il motore continua a funzionare e non si ferma".

FONTE: ansa.it

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