venerdì 31 ottobre 2008

IRE: INDIVIDUATE NUOVE MOLECOLE NELLA TERAPIA PERSONALIZZATA DEI TUMORI UMANI

Cell Cycle pubblica uno studio svolto dal Regina Elena con il Weizman e finanziato dall’AIRC


Il cancro è una patologia che si sviluppa a causa di molti fattori, di certo origina dall’aberrante attivazione di geni, gli oncogeni. L’insorgenza e la progressione tumorale è il risultato di attività di geni modificati che in condizioni normali presiedono alle funzioni fisiologiche di una cellula e dal blocco di attività di geni, gli oncosoppressori, la cui funzione principale è il controllo della proliferazione cellulare e dell’integrità del patrimonio genetico. Obiettivo dei ricercatori è trovare “l’interruttore” che accende e spegne il funzionamento corretto delle nostre cellule. L’Istituto Nazionale Tumori Regina Elena insieme all’Istituto Weizman di Israele pubblica su Cell Cycle un lavoro che ha portato ad individuare nuove molecole per la terapia personalizzata dei tumori e a interrompere il legame pericoloso di due proteine, che legate insieme compiono seri danni, mentre separate hanno funzioni fondamentali di protezione e di risposta terapeutica.
L’ aberrante produzione di proteine oncogeniche e la ridotta presenza o l’assenza di quelle oncosoppressorie determina l’attivazione dei processi di trasformazione neoplastica di una cellula normale. Le attuali conoscenze nel campo della oncologia molecolare, la scienza che studia la formazione e lo sviluppo dei tumori, hanno dimostrato che l’anomala attività di complessi proteici contribuisce significativamente all’insorgenza di un tumore. Uno dei principali “focus” oggi della ricerca in campo oncologico dell’Istituto Nazionale Tumori Regina Elena, e non solo, è rappresentato dall’individuare tali complessi proteici e nuove molecole sintetiche in grado di inibire tali attività incontrollate. I risultati di uno studio finanziato interamente da AIRC è pubblicato sulla rivista Cell Cycle vol. 7, 21 del 1 Novembre, 2008 e nasce dalla collaborazione fra l’Istituto Regina Elena e l’Istituto Weizmann di Israele. Sono due le importanti conclusioni raggiunte: è stata identificato il complesso proteico fra una proteina ad attività tumorale, p53 mutata, e la proteina oncosprressoria p73, il cui risultato ha rivelato una forte attività oncogenica; l’inattivazione di questo complesso pro tumorale mediante l’uso di piccole molecole rende le cellule tumorali più responsive a vari trattamenti farmacologici. Le nuove molecole peptidiche sono state disegnate, prodotte e brevettate dall’IRE, e si sono confermate capaci di rompere il complesso p53mutata/p73 e di attivare le funzioni anti-tumorali della proteina p73.




FONTE: Lorella Salce (Capo Ufficio Stampa IFO)

giovedì 30 ottobre 2008

Energia del mare, il progetto italiano parte da Scilla e Cariddi


L'idea arriva dalla cima dello Stivale, più precisamente da Bolzano. La ricerca è stata sviluppata dall'università Federico II di Napoli. Il primo prototipo è stato messo nelle acque tra Scilla e Cariddi lunedì 27 ottobre, con grande soddisfazione dei politici locali che vogliono fare di quel tratto di mare «un laboratorio a cielo aperto». La nuova tecnologia per produrre energia elettrica sfruttando le correnti marine attraversa tutta Italia e promette di valicarne i confini nazionali. «Quella di oggi è la prima sperimentazione - spiega Josef Gostner, presidente di Fri-El Seapower, controllata di Fri-El Green Power, azienda di Bolzano attiva nelle rinnovabili (idroelettrico, eolico e biomasse) da quindici anni - entro fine novembre installeremo nelle acque dello Stretto di Messina il primo impianto connesso dalla rete con una potenza di 20 kw. L'estate prossima arriveremo a 500 kw». L'azienda altoatesina è la numeo due in Italia per l'eolico con una produzione di 1Twh. Circa un anno fa stava per quotarsi in Borsa, ma la crisi dei mutui subprime americani ha suggerito al management di aspettare. Da qualche mese è diventata partner di Rwe Innogy Italia, distaccamento italiano di Rwe Innogy, uno dei leader mondiale nelle rinnovabili.La potenza del mare. La ricerca - durata due anni e mezzo - è stata realizzata dal team di Domenico Coiro, ingegnere e coordinatore del gruppo di ricerca Adag del Dipartimento di Ingegneria Aerospaziale dell'Università «Federico II» di Napoli che non è nuovo ad attività del genere. Già dal 2001 ha lavorato al progetto Kobold, la prima turbina marina installata nello Stretto (attualmente in uso) che ora ha ricevuto commissioni nelle Filippine e Indonesia. «L'energia del mare ha potenzialità enormi - spiega Coiro - soltanto in Europa può arrivare a 50 Twh e fornire corrente a 12 milioni di case». Per adesso le applicazioni di questo tipo di fonte rinnovabile sono ancora a cavallo tra ricerca, prototipo e applicazione commerciale: poche settimane fa, con un ritardo di un anno causato da problemi tecnici, è stato avviato un grosso progetto a cinque chilometri dalle coste di Aguçadoura, nel nord del Portogallo. Ne esistono anche in Scozia e in Galles.


FONTE: ilsole24ore.it

mercoledì 29 ottobre 2008

ICTUS: SCOPERTE CAUSE EMINEGLIGENZA SPAZIALE

DIVULGATI I RISULTATI DI UNA RICERCA CONDOTTA DALL' IRCCS FONDAZIONE S. LUCIA ROMA



Rivelate le cause della sindrome da eminegligenza spaziale post ictus (neglect), che comporta nei pazienti che ne sono colpiti una difficolta' a prestare attenzione o a compiere azioni nello spazio a sinistra del loro corpo. Una ricerca dell'IRCCS Fondazione Santa Lucia di Roma, che sara' pubblicata sulla rivista internazionale "Brain", ha dimostrato che le connessioni tra le aree cerebrali dell'emisfero sano sono alterate nei pazienti con neglect. Lo studio ha mostrato che nel caso dell'eminegligenza spaziale vi sono delle specifiche modificazioni neurofisiologiche che rivestono un ruolo chiave nell'insorgenza del deficit. Inoltre si e' visto che l'utilizzo di metodiche non invasive come la stimolazione magnetica transcranica (TMS) possono essere mirate a rimodellare tali alterazioni e rappresentare un nuovo promettente approccio funzionale nel campo della riabilitazione dell'ictus. La ricerca, i cui risultati sono gia' disponibili on line, ha preso in esame gruppi di pazienti con ictus dell'emisfero destro con e senza evidenza di eminegligenza spaziale: sottoposti a stimolazione magnetica transcranica si e' visto che quelli con neglect presentano delle connessioni tra la corteccia parietale e l'area motoria dell'emisfero cerebrale sinistro che funzionano in maniera anomala, risultando piu' attive del normale. Secondo i ricercatori, tale fenomeno dipenderebbe dalla perdita del normale controllo inibitorio esercitato su queste connessioni dall'altro emisfero. Sembra, pertanto, che la sindrome sia dovuta a fenomeni di squilibrio tra i due emisferi cerebrali che portano ad una modificazione delle connessioni originanti dalla corteccia parietale sinistra. Inoltre, e' stato dimostrato che proprio attraverso la TMS e' possibile ripristinare il normale equilibrio di queste connessioni, inducendo cosi' un sensibile miglioramento sul piano clinico. A questo proposito e' stato utilizzato un particolare tipo di stimolazione magnetica transcranica, quella ripetitiva (rTMS), capace di indurre una persistente riduzione dell'attivita' dei neuroni della regione stimolata. Attraverso tale tecnica e' possibile inibire le aree parietali dell'emisfero sano e riportare a livelli normali la forza delle connessioni responsabili della sindrome: si' e' cosi' potuto osservare un eclatante miglioramento clinico nei pazienti affetti da eminegligenza spaziale. La ricerca e' stata condotta dal dott. Giacomo Koch in collaborazione con Massimiliano Oliveri, Emanuele Lo Gerfo, Silvia Salerno e Barbara Marconi del gruppo di ricerca diretto dal prof. Carlo Caltagirone e con il contributo del prof. John Rothwell dello University College of London.




FONTE: agi.it

martedì 28 ottobre 2008

Aids, italiani scoprono molecola

Ricerca Cnr, farmaco diretto contro un enzima cellulare anziché virale

Nuove speranze per combattere il virus dell’Hiv da una piccola molecola scoperta da ricercatori italiani. Gli studiosi del laboratorio di virologia molecolare diretto da Giovanni Maga, all’Istituto di genetica molecolare del Consiglio nazionale delle ricerche di Pavia (Igm-Cnr), in collaborazione con il laboratorio di chimica farmaceutica dell’università di Siena, diretto da Maurizio Botta, hanno stanato una molecola farmacologicamente attiva, in grado di bloccare l’infezione. Il suo bersaglio infatti è un enzima cellulare, a differenza della terapia attuale che si basa invece su molecole dirette contro enzimi virali. «Il virus Hiv è un parassita delle cellule umane, non essendo in grado di riprodursi al di fuori dell’organismo infetto - spiega Maga in una nota - Come un vero predatore, il virus si introduce nella cellula colpita dall’infezione (solitamente un linfocita del sangue) e la spoglia delle sue risorse nutritive ed energetiche per duplicare il proprio genoma e costruire nuovi virioni. Al termine di questo processo di spoliazione, i nuovi virus escono dalla cellula, la quale, esaurite le sue energie, muore». All’interno della cellula infetta il virus Hiv prende il controllo di numerosi enzimi cellulari, distogliendoli dalle loro normali funzioni e obbligandoli a lavorare per produrre nuove particelle virali. «Uno di questi enzimi è la proteina cellulare DDX3 - spiega ancora lo studioso - che normalmente interviene nella produzione delle proteine cellulari, facilitando il flusso di informazione genetica tra il nucleo (dove l’informazione viene custodita) e il citoplasma (dove l’informazione viene tradotta in nuove proteine). Il virus Hiv si inserisce in questo circuito e fa sì che DDX3 trasporti solo l’informazione genetica virale, per massimizzare la produzione di proteine virali a scapito di quelle cellulari. Quindi DDX3 è un cofattore essenziale per la riproduzione del virus all’interno delle cellule umane». Partendo da queste premesse, i ricercatori hanno utilizzato tecniche computerizzate per disegnare una molecola “su misura” per la proteina DDX3, che, successivamente sintetizzata e provata nei test biologici, si è dimostrata in grado di interferire con l’azione di DDX3, bloccandola. I risultati, pubblicati sulla rivista Journal of Medicinal Chemistry dell’American Chemical Society, dimostrano come il blocco dell’azione di DDX3 causi l’interruzione della replicazione virale nelle cellule infette dal virus Hiv, senza danneggiare le cellule non infette che, al contrario del virus, posseggono meccanismi in grado di compensare la perdita di DDX3. «Questi risultati dimostrano, per la prima volta - aggiunge il ricercatore - che un farmaco diretto contro un enzima cellulare è in grado di bloccare l’infezione da Hiv. La terapia attuale anti-Aids - ribadisce dunque Maga - si basa su farmaci diretti contro enzimi virali». Ma gli enzimi virali hanno la tendenza a modificare la loro struttura durante la terapia, diventando resistenti ai farmaci utilizzati. «Gli enzimi cellulari, invece, hanno una capacità di gran lunga inferiore di mutare - conclude Maga - perciò un farmaco diretto contro un enzima della cellula avrebbe più probabilità di conservare la sua efficacia anche per tempi lunghi di terapia».




FONTE: lastampa.it

Arriva l'eco-sacchetto

L’ultimo media sul mercato è il «sacchetto di plastica ecologico»: da oggi infatti le aziende possono sostenere l’ambiente semplicemente facendo pubblicità sui nuovi sacchetti biodegradabili al 100%. Un’iniziativa che consente al consumatore di sostenere l’ambiente senza dover pagare di più, per coprire i maggiori costi dei sacchetti biodegradabili, e alle aziende di raggiungere milioni di consumatori.A lanciare l’idea Arcadia Media (http://www.ecosacchetto.it/), giovane start-up nel mondo della pubblicità eco sostenibile, che ha già messo a disposizione della Grande Distribuzione italiana, ovvero Supermercati, Grandi Magazzini e Centri commerciali, l’opportunità di poter sostituire i sacchetti inquinanti con l’eco-sacchetto completamente biodegradabile e compostabile.Una soluzione concreta per mettere un freno alla vera e propria valanga di sacchetti di plastica che «invadono» l’ambiente, basti infatti pensare che in Italia ogni mese vengono consumati ben 2 miliardi di sacchetti della spesa. Una incredibile quantità di plastica, tanto che se fossero distesi uno al fianco dell’altro si ricoprirebbe una superficie di oltre 500.000 chilometri quadrati. Insomma con i sacchetti consumati dagli italiani in soli 30 giorni si potrebbe ricoprire la superficie della Spagna (quasi 506.000 chilometri quadri), sommergere quasi completamente la Francia (544.000 chilometri quadri di superficie) o addirittura una volta e mezzo l’Italia, la cui superficie arriva a malapena a 301.000 chilometri quadrati.Una quantità incredibile di plastica che richiede anni, se non secoli, per essere smaltita e che rappresenta una vera emergenza per l’ambiente. Fino al 2010, infatti, quelli in polietilene potranno essere venduti ed utilizzati, anche se questo comporterà una vera e propria «inondazione» di circa 30 miliardi di sacchetti, che per essere smaltiti in natura richiedono ben 400 anni. Ed è per porre un freno a questo disastro ecologico che Arcadia Media ha deciso di lanciare l’eco-sacchetto. Per farlo ha deciso di sfruttare i sacchetti biodegradabili che pur essendo già disponibili per la grande distribuzione, fino ad oggi sono stati poco utilizzati, soprattutto a causa del loro alto costo per il cliente finale (in media costa tra le 3 e le 4 volte di più di un sacchetto «tradizionale»). Ed è per ovviare a questo ostacolo che Arcadia Media ha deciso di trasformare il sacchetto ecologico in un vero e proprio media, dove poter stampare messaggi pubblicitari che «pagheranno» la differenza di prezzo tra la produzione di un sacchetto di plastica e un eco-sacchetto. «L’attenzione alle tematiche ambientali è in costante crescita, tanto che 4 italiani su dieci sono preoccupati della difesa dell’ambiente e sono convinti di dover fare qualcosa per l’ecosistema in cui viviamo - sottolinea Luca Latino, di Arcadia Media -I sacchetti rappresentano un oggetto di uso talmente quotidiano da passare troppo spesso inosservati per quanto riguarda i rischi per l’ambiente. Grazie alla sua trasformazione in un vero e proprio media i consumatori potranno avere l’eco-sacchetto al medesimo prezzo di un sacchetto in plastica, con le stesse caratteristiche funzionali. L’unica differenza è che su uno dei due lati ci sarà una campagna pubblicitaria». Attraverso Arcadia Media, infatti, per le aziende sarà possibile sostenere la tutela dell’ambiente inserendo la loro pubblicità sugli eco-sacchetti. Il vantaggio per le azienda sarà quello di riuscire a raggiungere con i propri messaggi un pubblico estremamente interessante (i decisori d’acquisto) e ben targettizzato (in base a tipologia di catena, area geografica, ecc) e conseguentemente a poter misurare l’efficacia della campagna pubblicitaria.Ma i vantaggi ci saranno anche per il consumatore finale: gli eco-sacchetti grazie alla presenza su uno dei due lati del messaggio pubblicitario, costeranno al cliente finale, esattamente come i super inquinanti sacchetti di plastica con l’ulteriore vantaggio che saranno utilizzabili per la raccolta differenziata dell’umido. Gli eco-sacchetti sono prodotti con un biopolimero che utilizza componenti vegetali e rende gli eco-sacchetti completamente bio degradabili. Il tutto garantendo le stesse caratteristiche di resistenza e di funzionalità data dai tradizionali, ma dannosissimi per l’ambiente, sacchetti in plastica.

FONTE: lastampa.it

lunedì 27 ottobre 2008

I pomodori ogm anticancro

Sono di colore viola e sono stati già usati con successo sulle cavie: allungano la vita

Pomodori viola per combattere i tumori. La frontiera dei cibi-farmaco anticancro segna un nuovo risultato, grazie a uno studio europeo (il progetto Flora) a cui partecipa l'Istituto europeo di oncologia (Ieo) di Umberto Veronesi. Creati da Cathie Martin, presente anche a Venezia al «Futuro della scienza», che da anni studia le proprietà dei pomodori, contengono i geni di un fiore e producono una quantità importante di antocianine, antiossidanti del gruppo dei flavonoidi, di cui i pomodori normali (pur ricchi di anticancro come i licopeni) sono privi. La combinazione triplica lo scudo. Così almeno si è visto sui topi di laboratorio. Lo studio viene pubblicato oggi su Nature Biotechnology. Cathie Martin e la sua équipe lavorano nei laboratori britannici del John Innes Centre di Norwich. Lì sono stati creati i pomodori viola. Inseriti nella dieta di topi mutanti (senza il gene p53) particolarmente suscettibili ai tumori sono riusciti ad allungare la sopravvivenza dei topi. O meglio a posticipare la comparsa scontata del tumore. E lo Ieo ora punta molto sullo studio di questi cibi «arricchiti» per prevenire i tumori, se non per bloccare lo sviluppo di cellule neoplastiche. La strada è aperta. Verdura e frutta migliorata geneticamente per farci arrivare sani ai 120 anni di vita media programmata dai nostri geni. In un futuro non molto lontano potrebbe essere l'ortolano sotto casa il neofarmacista, consigliando un'insalata al pomodoro viola, banane al vaccino, riso alla vitamina A, aglio viola, patate lilla, broccoli o cime di rapa modificate con i geni dell'uva rossa, arance blu dagli effetti anti-ossidanti moltiplicati. Tutto è salutarmente modificabile. Insomma, la nocciolina che trasforma in supereroe il Pippo disneyano non è proprio fantascienza.
«Senza esagerare con la fantasia, si tratta di un importante passo avanti — dice Pier Giuseppe Pelicci, direttore della ricerca dello Ieo — nello studio degli antiossidanti, dei flavonoidi (le antocianine) in particolare, ormai largamente considerati una valida arma di prevenzione nei confronti di una vasta gamma di patologie, dalle malattie cardiovascolari ad alcuni tipi di cancro. La dieta seguita dalla maggioranza della popolazione nel mondo occidentale non sembra essere sufficiente a garantire un apporto adeguato di queste sostanze, presenti nelle verdure e nella frutta (soprattutto frutti di bosco, uva, arance rosse). Per questo il progetto Flora punta a capire meglio i loro meccanismi di azione e a trovare nuove strade per aumentarne il consumo».
Per ottenere una particolare ricchezza in antocianine nei pomodori che non ne hanno, i ricercatori inglesi hanno fatto ricorso a due geni presenti nella comune pianta bocca di leone (un fiore): conferendo così un colore viola (blu-rosso) ai nuovi pomodori. «I due geni che abbiamo isolato dalla bocca di leone — spiega Eugenio Butelli che lavora nel centro di Cathie Martin ed è primo autore della ricerca — sono responsabili dei colori dei fiori e, se introdotti in altre piante, sono la combinazione vincente per produrre antocianine». Una polvere ottenuta dai pomodori viola è stata somministrata a topi di laboratorio mutanti privi del gene della proteina p53 (comunemente conosciuta come «guardiana del genoma»). È una proteina fondamentale nel processo di sviluppo dei tumori. I topi che ne sono privi sviluppano, e precocemente, diversi tipi di tumore, soprattutto linfomi.
Gli animali usati per i test sono stati divisi in tre gruppi, a dieta diversa: al primo gruppo è toccato cibo comune, al secondo è stato aggiunto un 10% di estratto di pomodoro rosso normale, al terzo mangime con estratto di pomodoro viola. «Tra i primi due gruppi non sono state riscontrate differenze — spiega Marco Giorgio, dello Ieo, che ha condotto la sperimentazione sui topi —. Mentre l'ultimo gruppo, che ha mangiato pomodori viola, ha mostrato un allungamento della vita significativo: è sopravvissuto in media 182 giorni rispetto ai 142 dei topi a dieta comune». Anche se i risultati sono molto promettenti, i ricercatori però invitano alla cautela. I pomodori scuri, comunque, non sono una novità. Esistono già il Kumato, un ogm, e il Nero di Crimea, anch'esso con una colorazione scura. Queste varietà non hanno antociani. Infine, c'è il pomodoro Sun Black (progetto italiano Tom-Anto finanziato dal ministero dell'Università e della Ricerca): non è un Ogm, ma gli antociani sono accumulati nella sola buccia.


FONTE: Mario Pappagallo (corriere.it)

domenica 26 ottobre 2008

In orbita il satellite-radar italiano

E' decollato in perfetto orario il Cosmo-Skymed: scandaglierà con le sue onde la superficie terrestre

Il terzo satellite ambientale italiano Cosmo-Skymed ruota intorno alla Terra. E’ decollato in perfetto orario alle 19.28 locali di ieri sera (le 4.28 di questa mattina in Italia) dalla base spaziale militare americana sulla costa pacifica. Il primo era stato lanciato nel giugno dell’anno scorso e l’ultimo partirà agli inizi del 2010. A quel punto la costellazione dei quattro veicoli spaziali sarà completa e potrà svolgere appieno il lavoro per cui è stata realizzata da Thales Alenia Space su un programma dell’agenzia spaziale italiana Asi assieme alla Difesa. La costellazione è nata con uno scopo ambizioso: tenere sotto controllo in continuazione la superficie della Terra facendo ricorso invece che ai normali obiettivi ottici ad un radar. Lo strumento scandaglia con le sue onde la superficie e costruisce delle immagini ricche di informazioni con un grande vantaggio, quello di scrutare in continuazione il territorio nonostante la presenza delle nuvole e durante la notte; due condizioni gravose che limitano e riducono il lavoro dei normali satelliti con obiettivi ottici. Inoltre il programma nasce da un accordo e dalla partecipazione della Difesa e in questo modo è nata la prima costellazione a livello internazionale con una caratteristica «duale», cioè che serve le necessità degli impieghi civili e militari legati alla sicurezza. Già i primi due satelliti sono stati intensamente adoperati in varie circostanze nei mesi passati aiutando ad esempio il tempestivo censimento dei danni causati dall’uragano in Birmania e dal terremoto in Cina. «E i nostri militari – nota il generale Pietro Finocchio alla guida di Teledife che sovrintende la partecipazione della Difesa - lo utilizzando correntemente nei territori in cui agiscono come in Afghanistan e Iraq – raggiungendo una miglior sicurezza nelle operazioni». Con i primi due satelliti si raccoglievano 900 immagini al giorno della Terra. Ora con il terzo si arriverà a 1300 per toccare il tetto delle 1800 riprese quotidiane quando sarà disponibile anche il terzo satellite, tutti rotanti su un’orbita che attraversa anche le aree polari a 630 chilometri d’altezza. La costellazione sarà attiva per quindici anni ma già l’Asi sta pensando a come garantirne in futuro la continuità con una nuova generazione di veicoli ancora più avanzati. Ma intanto c’è lo sfruttamento dei satelliti ora disponibili le cui mappe mostrano oggetti più piccoli di un metro. «Ma con tre veicoli in orbita – precisa Enrico Saggese, commissario dell’Asi – potremo iniziare la sperimentazione di una tecnica di rilevazione che realizzerà addirittura immagini tridimensionali che saranno la pratica normale della futura generazione. Ora per stimolare applicazioni praticate stiamo costituendo alla stazione dell’ASI di Matera dove si ricevono le trasmissioni dei Cosmo-Skymed, un centro di eccellenza nel quale i tecnici di piccole e medie aziende e delle università possono sviluppare le tutte le innovazioni possibili». «Intanto si sta definendo la nascita della società e-geos formata da Telespazio e Asi – precisa Giuseppe Veredice, amministratore delegato di Telespazio – per commercializzare a livello internazionale questi prodotti spaziali italiani che oggi non hanno eguali nel mercato. Naturalmente dobbiamo procedere rapidamente perché arrivare tardi significherebbe perdere una preziosa occasione». «I futuri satelliti Cosmo-Skymed a cui stiamo lavorando avranno una taglia analoga ma saranno più evoluti nelle capacità» precisa Luigi Pasquale, amministratore delegato di Thales Alenia Space. «E per la concretizzazione di questo futuro vediamo importante un più stretto rapporto di collaborazione tra l’Asi e il Ministero della Difesa» conclude Giorgio Zappa, direttore generale di Finmeccanica.




FONTE: Giovanni Caprara (corriere.it)

sabato 25 ottobre 2008

Italia paese più cliccato al mondo

L’Italia è al primo posto tra i Paesi più richiesti dai turisti della Rete. Rappresenta, ad esempio, il 24% delle preferenze dei tedeschi (Die Welt) e il 77% delle intenzioni di partenza dei francesi (Ipsos). Il turismo via web, o meglio, il Travel 2.0 (il termine fu coniato dalla società di ricerca americana PhoCusWright) rappresenta la nuova frontiera del turismo, segno della trasformazione dell’industria più grande del mondo. Lo rivela la ricerca pubblicata in esclusiva domani sul settimanale L’Espresso, dal titolo «Il turismo 2.0 conquista il mondo», curata da BitLab, il primo Osservatorio permanente sull’immagine del settore turistico italiano all’estero (oltre 100 testate internazionali monitorate), e commissionata da ExpoCts, società partecipata da Fiera Milano e Unione del Commercio, in vista di Bit 2009 (Borsa Internazionale del Turismo), in programma a Milano dal 19 al 22 febbraio 2009. La ricerca evidenzia, infatti, come negli ultimi due anni sia aumentato il numero di siti social network turistici che permettono a turisti da ogni parte del mondo d’incontrarsi virtualmente per avere consigli, scambiarsi pareri e scegliere così la propria destinazione di viaggio. Si tratta di community molto attive, che mettono online diari, appunti, reportage veri e propri, corredati da video, fotografie, cartine e mappe che offrono risposte esaustive, perchè testate in prima persona, con tanto di sconsigli e cose da evitare che nessuna guida o catalogo di viaggio oserebbe mai confessare. Così il quotidiano svizzero «Le Temps»: «C’è un rapporto direttamente proporzionale tra la circolazione sfrenata di foto, video, consigli sul web e l’aumento dei turisti». Il risultato? Un enorme giro d’affari, pari in totale, tra il 2006 e il 2007, a 57 miliardi di euro solo in Europa (Focus, 19/10/07). Negli Usa, invece, sono 86 i miliardi di dollari spesi in Rete per il turismo nel 2007, con una previsione di crescita fino ai 90 miliardi di dollari nel 2009 (Forrester Research, 08/01/08) pari, su scala mondiale, al 26% di un mercato che rappresenta il 30% del volume mondiale di acquisti realizzati su Internet nel 2007. Una tendenza che sta obbligando l’industria del turismo, anche in Italia, a rivedere le proprie strategie di promozione, mettendosi al passo con i tempi. Il Bel Paese conquista un buon sesto posto tra le nazioni più sviluppate, per quanto riguarda il turismo 2.0, preceduto da Stati Uniti, Inghilterra, Germania, Canada e Australia. La Bit, ad esempio, è sbarcata sul Web 2.0 con Bit Channel, un moderno canale di videosharing linkato a YouTube, che raccoglie prodotti turistici, news del settore e video-diari di viaggio e che ha lanciato proprio di recente un concorso che premia i migliori video delle vacanze realizzate dagli internauti. Corrado Peraboni, Amministratore Delegato di ExpoCts, spiega: «Il turismo 2.0 è uno strumento ineludibile per chi lavora in questo settore. O ci si integra o si rischia di essere scavalcati». I siti più cliccati? Innanzi tutto l’americano Tripadvisor, con i suoi 24 milioni di visitatori annui, poi il britannico Whereareyounow (13 milioni) e il francese Cityzeum (2 milioni). Non mancano le più disparate curiosità. Il sito Flight-club.org che aiuta a cercare il vicino di posto ideale per il proprio volo aereo.

FONTE: lastampa.it

venerdì 24 ottobre 2008

IRE: UNA PROTEINA SI CONFERMA OTTIMO FATTORE PROGNOSTICO PER LE CURE DEL MESOTELIOMA

Il mesotelioma è una neoplasia maligna che origina dalle cellule mesoteliali che rivestono le cavità del nostro corpo, in particolare pleura e peritoneo. Circa il 90-95% di questi tumori origina dalla pleura e il 5-10% dalla seriosa peritoneale, è raro che insorgano nel pericardio e nella tunica vaginale. L’incidenza “naturale” di questa neoplasia è sempre stata molto bassa (meno di un caso per milione di persone per anno), ma tale peso aumenta in maniera molto significativa nelle popolazioni esposte all’asbesto con circa 6 casi ogni 100.000 persone. L’ampio uso di questo metallo comunemente detto amianto in un certo periodo storico, la stretta correlazione tra la popolazione esposta e l’insorgenza del mesotelioma, insieme alla lunga fase di latenza prima che la malattia si manifesti e alla diagnosi spesso tardiva, fanno porre l’attenzione dei ricercatori su quella che presto potrebbe esplodere come catastrofe post-industriale. Ricercatori dell’Istituto Regina Elena (IRE) e dell’Università di Napoli hanno di recente pubblicato su “Pharmacogenomics” uno studio in cui dimostrano la validità della proteina HtrA1 quale mediatore endogeno in grado di predire la risposta alle attuali terapie chemioterapiche. I risultati aprono ad ulteriori studi in vitro e in vivo per modificare prima possibile la storia naturale del tumore del mesotelioma. Nel mondo occidentale l’asbesto o amianto, durante il 20° secolo, è stato ampiamente utilizzato durante i processi di industrializzazione. Si calcola che a partire dal 1900 e fino al 2003 siano state estratte circa 182 milioni di tonnellate di asbesto, con un picco di 5 milioni solo negli anni settanta. “Il periodo di latenza è in genere molto lungo (25-45 anni) – spiega il Dott. Alfonso Baldi, del dipartimento di biochimica e biofisica della seconda Università di Napoli, che ha condotto lo studio insieme a numerosi specialisti dell’Istituto Regina Elena.- La correlazione tra esposizione all’asbesto e insorgenza di mesotelioma è così stretta, che è possibile definire coorti di individui ad alto rischio “ex-esposti”. La diagnosi di mesotelioma nella maggior parte dei casi viene posta già in fase avanzata del tumore, i sintomi clinici quali tosse, dispnea, dolore toracico, versamento di liquido pleurico portano a successivi esami strumentali del torace e all’analisi istologica del tessuto tumorale, utile per confermare la diagnosi. L’approccio multidisciplinare, metodologia da tempo in uso presso l’Istituto Nazionale Tumori Regina Elena di Roma risulta ottimale, in particolare quando la malattia è allo stadio iniziale e si può prevedere anche un intervento chirurgico. La chemioterapia recentemente ha ottenuto risultati interessanti, grazie allo sviluppo di nuovi farmaci, in particolare il pemetrexed appartenente alla classe degli antimetaboliti. Da solo o in associazione con il cisplatino, pemetrexed è diventato il farmaco standard nel caso di mesoteliomi in stadi avanzati, ma nonostante ciò rimane bassa la percentuale di sopravvivenza a dodici mesi dalla diagnosi. “Individuare marker di diagnosi precoce e potenziali bersagli di terapie biologiche – sottolinea la Prof.ssa Paola Muti Direttore Scientifico IRE - è l’obiettivo che si sono posti i ricercatori nell’estrema necessità di meglio definire i meccanismi molecolari alla base dei fenomeni di patogenesi e progressione neoplastica del mesotelioma.” L’Istituto Regina Elena da diversi anni, anche in collaborazione con il gruppo di ricerca del prof. Alfonso Baldi, studia il ruolo nella biologia del cancro di una proteina essenziale alla vita: la serina proteasi umana HtrA1, presente sia nei batteri che negli uomini. I pochi dati in letteratura sulle funzioni di questa proteina negli organismi superiori indicano che i suoi livelli trascrizionali vengono modificati in situazioni patologiche sia di natura infiammatoria-degenerativa che neoplastica. Il gruppo di ricerca del prof. Baldi in collaborazione con l’Istituto dei tumori Regina Elena, è stato il primo a caratterizzare il ruolo di HtrA1 come oncosoppressore, in quanto l’elevata espressione di HtrA1 nelle cellule neoplastiche riduce la proliferazione e le capacità migratorie di tali cellule. Questa osservazione è stata poi confermata da diversi altri studi internazionali. In collaborazione con il Cancer Center della Mayo Clinical di Rochester (USA), il prof. Baldi ha dimostrato in precedenza che HtrA1 agisce come mediatore endogeno dell’azione del cisplatino nelle cellule neoplastiche e che i livelli della sua espressione sono in grado di predire la risposta al trattamento con cisplatino nei tumori dell’ovaio e dello stomaco. Si è pertanto deciso di analizzare l’espressione di HtrA1 in un vasto gruppo di mesoteliomi trattati presso l’Istituto dei Tumori Regina Elena e la Seconda Università di Napoli e lo studio ha dimostrato che l’espressione di HtrA1 coincide in maniera significativa con la sopravvivenza dei pazienti: maggiore era l’espressione di HtrA1, maggiore era la sopravvivenza dei pazienti. Questa osservazione permette di annoverare HtrA1 tra i pochi marker prognostici molecolari del mesotelioma. E’ possibile ipotizzare che modificando i livelli di espressione di HtrA1 nelle cellule neoplastiche, si possa rendere tali cellule meno aggressive e più sensibili al trattamento con cisplatino. Studi in vitro e in vivo su animali di laboratorio sono attualmente in corso presso l’Istituto Regina Elena per definire le procedure molecolari più idonee per determinare un aumento di espressione di HtraA1 nelle cellule neoplastiche e per analizzare gli effetti di tale iper-espressione sulla storia naturale di questo tumore maligno.


FONTE: Lorella Salce (Capo Ufficio Stampa IFO)

giovedì 23 ottobre 2008

Creata la mappa genetica del tumore ai polmoni

Studio americano su Nature: su 623 sequenziati, identificati 26 geni e oltremille alterazioni legate all'adenocarcinoma, la forma più comune della malattia


Ventisei geni e oltre mille mutazioni legate alla genesi di uno dei tumori del polmone più diffusi e aggressivi, l'adenocarcinoma. La scienza ha ora a disposizione un quadro completo della malattia sotto il profilo genetico, che ne cambia la visione d'insieme e schiude la via a una diagnostica più precisa, facendo intravedere la possibilità di cure mirate. Grazie al lavoro di diverse équipe di scienziati negli Stati Uniti, si è arrivati a tracciare l'intera mappa genetica di questo tumore, come descrive l'ultimo numero di Nature. Nel quadro del "Progetto di sequenziamento del tumore" i ricercatori coordinati da Richard Wilson della scuola di medicina della University of Washington a Saint Louis, in Missouri, hanno esaminato in 188 pazienti le alterazioni associate a questo tipo di cancro, che rappresenta il 60 per cento dei tumori al polmone; malattie che ogni anno provocano la morte di un milione di persone al mondo. Oltre a essere uno dei più diffusi è anche uno dei più difficili da trattare, con una percentuale di sopravvivenza del 15 per cento a cinque anni dalla diagnosi. Partendo dall'analisi comparativa dei tessuti dei pazienti, i ricercatori sono risaliti ai meccanismi molecolari alla base del tumore. E quella che emerge è una complessità finora non sospettata, con ben 26 geni - su 623 sequenziati - coinvolti nella genesi, sviluppo e proliferazione del cancro, contro i 12 finora sospettati di giocare un ruolo nella malattia. Non solo: molti dei geni coinvolti sono legati anche ad altri tipi di tumore, suggerendo l'ipotesi di "una terapia strutturata che può essere efficace contro diverse forme di cancro", come ha spiegato Matthew Meyerson, del Mit-Dana Farber Cancer Institute, uno dei gruppi che hanno lavorato al progetto insieme ai colleghi del Broad Institute di Harvard. "E' uno studio importante perché le mille mutazioni genetiche individuate rappresentano un numero di possibili target altissimo" commenta il professor Lorenzo Spaggiari, direttore del dipartimento di chirurgia toracica dell'Istituto europeo di oncologia di Milano. "E' però fondamentale ricordare che da questo tumore si guarisce smettendo di fumare in primo luogo, e poi grazie alla diagnosi precoce, tramite screening; purtroppo solo una percentuale minima di chi arriva dal medico è in uno stadio precoce della malattia, curabile più facilmente" spiega il professore. Tra i geni alterati identificati ora dagli scienziati ci sono NF1, che è anche all'origine della fibromatosi, una malattia genetica rara che colpisce le cellule nervose, ATM, implicato in certi tipi di leucemia, RB1, legato al retinoblastoma, APC, associato al cancro al colon: fino ad ora non si sapeva che fossero coinvolti anche nel tumore al polmone. "Questo è un altro punto importante dello studio - continua Spaggiari - perché suggerisce che ci sia un meccanismo di base di carcinogenesi, comune a diversi tipi di tumore". Grazie a un approccio su larga scala i ricercatori hanno ora una visione completamente diversa di questo tipo di malattia, che permetterà di classificare i tumori in modo più preciso e di mettere a punto terapie più mirate. "Ora abbiamo a disposizione 26 nuovi bersagli per identificare 26 molecole che potrebbero portare a cure specifiche", conclude Spaggiari, indicando anche una nuova ipotesi di lavoro: "Visto che il tumore ha molteplici implicazioni, si può pensare a un cocktail farmacologico per bloccarle tutte".




FONTE: larepubblica.it

mercoledì 22 ottobre 2008

Svelato il mistero di Phobos

Le ultime foto ravvicinate del satellite di Marte smentiscono tutte le ipotesi fantascientifiche


Gli hanno dato il nome greco della paura, Phobos, perché fin dall’inizio è apparso un oggetto inquietante, anomalo. E’ il maggiore dei due satelliti di Marte, ma per noi terrestri, abituati ad avere una Luna grande e splendente, sembra piuttosto un pezzo di roccia cosmica finito lì per caso. Di piccolissimo diametro, appena una ventina di chilometri, leggerissimo pur se rapportato alle sue modeste dimensioni, caratterizzato da un moto di rotazione frenetico, tanto che gira strettissimo attorno a Marte in appena 7 ore e 39 minuti, Phobos, più che il satellite della paura è quello del mistero.Alcuni astronomi si sono sbizzarriti a descriverlo come una sfera cava all’interno, altri addirittura come un satellite artificiale costruito dai marziani. Ora il mistero sembra svelato: Phobos sarebbe un «mucchio di ghiaia e di sabbia». Lo ipotizzano gli scienziati che stanno analizzando i dati raccolti da Mars Express, una sonda spaziale automatica dell’Agenzia spaziale europea in orbita attorno a Marte, di cui sta riprendendo foto ravvicinate della superficie e dei suoi due satelliti. Grazie alle immagini in tre dimensioni di Phobos (le possiamo ammirare sul sito http://photojournal.jpl.nasa.gov/target/Phobos), gli scienziati hanno potuto calcolare, con una precisione mai raggiunta prima, la massa e il volume dell’enigmatica luna di Marte e ricavarne la densità media, che è risultata di 1,85 grammi per centimetro cubo, cioè di gran lunga inferiore a quella della nostra Luna che è di 3,5 grammi per centimetro cubo.
MUCCHIO DI GHIAIA - La notevole leggerezza di Phobos avvalora l’ipotesi che il satellite, sotto una superficie di polveri dello spessore di circa 100 metri , del tutto simile a quella lunare, disseminata di crateri grandi e piccoli, non nasconda un nucleo compatto, ma aggregati di sassi tenuti insieme dalla forza di gravità e separati da cavità: insomma, una struttura a rubble pile (mucchio di ghiaia) , come dicono gli esperti. Tale struttura, secondo gli studiosi dei corpi minori del sistema solare, sarebbe propria a molti asteroidi con densità altrettanto bassa. Degli asteroidi a mucchio di ghiaia, gli specialisti stanno tentando di realizzare un archivio computerizzato con lo scopo di escluderli da esperimenti spaziali che ne potrebbero compromettere l’integrità. Infatti, se si frammentassero in miliardi di corpi, in seguito a qualche impatto provocato da sonde spaziali, rappresenterebbero, per la Terra, uno sciame potenzialmente distruttivo.
LE IPOTESI FANTASCIENTIFICHE - All’inizio degli anni ’60, l’astrofisico russo Iosif Shklovsky, che è stato un amico e collaboratore del più noto Carl Sagan, sbalordì la comunità scientifica avanzando l’ipotesi che Phobos fosse un satellite artificiale messo in orbita da civiltà marziane, arrivando ad azzardare che la sua superficie potesse essere una sfera metallica. Il fisico Fred Singer, a quei tempi consulente scientifico del presidente Eisenhwer (e oggi uno dei più noti negazionisti delle responsabilità umane sul cambiamento climatico), gli andò dietro aggiungendo che il satellite serviva alla sopravvivenza dei marziani. Anni dopo, le prime foto ravvicinate del satellite di Marte, irregolare e butterato come una patata, smentirono entrambi. Ma il mistero di Phobos è rimasto, alimentato anche da enormi striature che lo cingono per intero e che sono difficili a spiegarsi come raggiere provocate dagli ejecta dei crateri. Chissà se ora, con l’ipotesi del ‘rubble pile’, sia arrivato il momento di affrancare Phobos dalla immotivata «paura» suscitata dal suo nome.



FrancoForesta Martin

martedì 21 ottobre 2008

Tutti pazzi per facebook: in Italia + 961% di iscritti


E' esplosa la Facebook-mania in Italia. Tutti pazzi per il social network che aiuta a ritrovare gli ex compagni di scuola. A parlare sono i dati. Secondo ComScore ad agosto Facebook ha fatto registrare 1.369.000 visitatori, segnando un incremento annuo del 961%. Resta MySpace.com il social network più diffuso nel nostro paese in Italia con i suoi 2.180.000 visitatori unici ad agosto. Ma la comunità virtuale creata da Anderson e Chris DeWolfe ha ottenuto un incremento di appena il 62%.Nel terzo trimestre del 2008 la diffusione di Facebook è stata così veloce che ha portato l'Italia alla guida della classifica mondiale dell'incremento del numero di utenti: +135%. Seguono l'Argentina con +114% e l'Uruguay (+102%). Nel mondo la percentuale maggiore di iscritti ha tra i 15 e i 24 anni. Amano di più Facebook gli uomini (53,6%) che le donne (46,4%).E recentemente Roma ha festeggiato il social network con un mega raduno di appassionati. Mercoledì 22 si replica a Milano. Ma intanto c'è chi avverte: attenzione ai falsi di identità, pratica esportata dagli Usa. E da Strasburgo arrivano le prime regole a tutela della privacy. Il sorpasso di MySpace. E l'ascesa del social network creato nel 2004 da Mark Zuckerberg - all'epoca studente di Harvard - per mantenere i contatti tra ex compagni di classe non stupisce. Foto, video e gruppi da condividere. Piace la ricerca di vecchi amici e colleghi. Ognuno ha una propria pagina e sceglie a chi renderla visibile, anche se sull'effettiva tutela della privacy vengono sollevati dubbi da più parti. Ma in poco tempo Facebook è diventato uno dei 10 siti più cliccati al mondo, conquistando il primato assoluto tra i social network. Secondo i dati ComScore a giugno Fb con 132.105.000 utenti unici ha superato MySpace (117.582.000). Tra le ragioni del successo la traduzione del sito in lingue diverse dall'inglese, maggiore facilità di utilizzo rispetto a MySpace e integrazione della messaggistica istantanea. I gruppi. «Sono comunità interne a Facebook, veri e propri microcosmi creati dagli stessi utenti - spiega Gianluca Tuniz, appassionato di Fb della prima ora -. Se ne trovano di tutti i tipi dai più surreali, come quello che vuole salvare i nani da giardino, a quelli più impegnati legati a temi di economia, politica e lavoro». Curiosando tra i gruppi si ha un'idea degli interessi del popolo di Facebook. «Ci sono oltre 110 mila iscritti a un gruppo contro Gigi D'Alessio - aggiunge Tuniz -, in 25 mila si sono riuniti per donare simbolicamente un neurone a Flavia Vento, oltre 5 mila persone chiedono poi di rimettere in commercio il Soldino, una merenda degli anni Ottanta».


FONTE: ilmessaggero.it

lunedì 20 ottobre 2008

Il cancro alla prostata potrà essere sconfitto, lo spiega uno studio su Nature


Scoperto il meccanismo con cui il cancro alla prostata diventa aggressivo. Lo studio clinico, coordinato da Ruggero De Maria dell’Istituto Superiore di Sanità, è stato pubblicato oggi su Nature. Garaci: “Molto vicini alla terapia contro gli stadi avanzati del cancro alla prostata” .E’ stato individuato il meccanismo attraverso cui il tumore alla prostata diventa sempre più aggressivo e maligno tanto da divenire refrattario alla terapia. La scoperta, pubblicata oggi su Nature Medicine, è il frutto di una ricerca coordinata dall’Istituto Superiore di Sanità, in collaborazione con l’equipe del prof. Giovanni Muto, primario di Urologia dell’Ospedale San Giovanni Bosco di Torino e con l’Istituto Oncologico del Mediterraneo di Catania, finanziata grazie ai fondi dell’accordo Italia-Usa e dall’Associazione Italiana per la Ricerca sul Cancro.
“Capire perché un cancro diventa più aggressivo ci porta molto vicini a guarire gli stadi avanzati del cancro alla prostata – ha dichiarato Enrico Garaci, Presidente dell’ISS - L’analisi del tessuto neoplastico di 40 pazienti ha dimostrato che l’aggressività del carcinoma prostatico è causata dalla perdita di un frammento di DNA del cromosoma 13 che contiene due piccoli geni, chiamati microRNA-15a e microRNA -16, che agiscono bloccando la progressione maligna del tumore. E’ per questo che le implicazioni cliniche di questa ricerca sono notevoli – continua il Presidente – Oltre a permetterci in tempi brevi di capire come curare i tumori più avanzati già oggi siamo in grado di identificare subito i tumori ad elevata aggressività e selezionare terapie più mirate. Si tratta di un altro successo del Programma Italia-Usa – aggiunge Garaci- che premia anche la direzione della ricerca inaugurata dallo studio dei Micro-Rna in cui l’Istituto ha investito e sta investendo molte delle sue risorse dedicate alla lotta contro il cancro”. Il tumore alla prostata viene trattato attualmente con la terapia ormonale e la chirurgia, che però si rivela efficace solo negli stadi iniziali, in quanto non esiste alcuna cura valida per il tumore allo stadio avanzato che ancora provoca la morte di oltre il 20% dei pazienti affetti da cancro alla prostata. “Quello che abbiamo scoperto – ha spiegato Ruggero De Maria, Direttore del Dipartimento di Ematologia, Oncologia e Medicina Molecolare dell’ISS che ha guidato l’indagine – è che se i microRNA-15a e microRNA -16 vengono reintrodotti nelle cellule tumorali che li hanno perduti, queste cellule smettono di crescere e vengono distrutte. La possibilità di curare i tumori aggressivi della prostata tramite la somministrazione di questi microRNA è stata confermata dalla terapia sperimentale effettuata in animali da laboratorio. Ciò significa che col bagaglio di conoscenze che ci offrono i risultati di questo studio il cancro alla prostata potrà essere sconfitto”.
Il cancro della prostata è uno dei tumori riscontrati con maggiore frequenza nei paesi occidentali. In Italia ogni anno vengono diagnosticati circa 44.000 nuovi casi che sono destinati ad aumentare, considerando il progressivo invecchiamento della popolazione. Sebbene negli ultimi quindici anni il dosaggio dell’antigene prostatico specifico (PSA) abbia aumentato considerevolmente le diagnosi precoci e le possibilità di guarigione, il cancro alla prostata rappresenta ancora oggi la seconda causa di morte da tumore nell’uomo dopo il carcinoma del polmone.

sabato 18 ottobre 2008

Ricercatori Eurohear scoprono proteina fondamentale per l'udito

La stereocilina, proteina di giunzione presente all'apice delle cilia dei recettori uditivi, è fondamentale nel processo di mascheramento dei suoni ambientali

Ricercatori britannici e francesi hanno scoperto che la stereolicina, una proteina presente nelle cellule cigliate dell'orecchio, è fondamentale per distinguere i suoni importanti dal rumore di sottofondo. Le loro scoperte sono il risultato del progetto Eurohear, finanziato nell'ambito dell'area tematica "Scienze della vita, genomica e biotecnologie per la salute" del Sesto programma quadro (6°PQ). La coclea è la parte dell'orecchio preposta a raccogliere, amplificare e filtrare i suoni prima di trasmetterli al cervello per essere interpretati. Il "mascheramento" ("masking"), attraverso cui i suoni rilevanti sono percepiti nonostante i suoni di sottofondo, è cruciale nel processo uditivo perché rende possibile la comprensione delle conversazioni. Il fenomeno del mascheramento è causato dalle distorsioni prodotte nella coclea che permettono ad un determinato suono di sopprimerne un altro. Le distorsioni generate dalla coclea sono percepibili dal canale uditivo e le emissioni possono essere facilmente individuate usando un microfono delle dimensioni di un apparecchio uditivo; ecco perché i medici riescono a individuare una perdita dell'udito alla nascita.

FONTE: molecularlab.it

venerdì 17 ottobre 2008

CUORE: ARRIVA LA BIRRA OGM CHE FA BENE

SCOPERTA DA UN GRUPPO DI STUDENTI USA

Un gruppo di giovani studenti della Rice University ha creato, al solo scopo di partecipare ad un concorso internazionale, una birra che contiene al suo interno il resveratrolo. E' la sostanza contenuta nel vino rosso e nel cacao che, secondo molti, per le sue qualita' antiossidanti, e' in grado di proteggere contro il rischio di malattie cardiovascolari, tumore e invecchiamento. Gli studenti dell'ateneo americano hanno deciso di creare questa particolare qualita' di birra arricchita per poter partecipare e vincere l'International Genetically Engineered Machine (iGEM) competition che si terra' il prossimo 8 e 9 novembre a Cambridge (Boston). Per riuscire ad inserire nella birra il resveratrolo gli studenti americani hanno dovuto creare in laboratorio un tipo di lievito capace allo stesso tempo di fermentare e di produrre resveratrolo. Paradossalmente molti degli studenti che hanno partecipato al progetto di ricerca non avevano l'eta' legale per poter bere birra.

FONTE: agi.it

giovedì 16 ottobre 2008

Problemi di cuore… la vita di coppia come nuova frontiera della medicina preventiva

L’American Journal of Epidemiology, il più autorevole giornale internazionale di epidemiologia, pubblica questa settimana una ricerca italiana che propone un modello di prevenzione all’interno del nucleo familiare

La saggezza popolare ci ha sempre detto che marito e moglie, dopo tanti anni vissuti assieme, finiscono per assomigliarsi. Ma la ricerca scientifica ci dice ora che questo non avviene solo nei modi di fare, magari nel carattere. I membri di una coppia, invece, finiscono per somigliarsi anche per cose molto più importanti: i fattori di rischio per le malattie cardiovascolari. E si apre una nuova prospettiva per la prevenzione: curare la coppia e la famiglia anziché le singole persone. Queste conclusioni sono il risultato di uno studio condotto dal Laboratorio di Epidemiologia Genetica e Ambientale dei Laboratori di Ricerca dell’Università Cattolica di Campobasso, appena pubblicato sull’American Journal of Epidemiology. I ricercatori molisani hanno preso in esame 70 ricerche scientifiche condotte negli ultimi anni in tutto il mondo e le hanno aggregate attraverso la metodologia statistica della meta-analisi, che permette di unire studi diversi ponendoli in un’unica visione complessiva, come se si trattasse di una ricerca unica. In questo modo è stato possibile esaminare i dati su oltre centomila coppie. I risultati hanno permesso di osservare come i maggiori fattori di rischio per le malattie cardiovascolari siano effettivamente correlati tra i due componenti di una coppia. In altri termini, se uno dei due ha, ad esempio, il colesterolo alto, anche il partner tenderà ad avere una condizione analoga. “Dobbiamo considerare – dice Augusto Di Castelnuovo, principale autore dello studio – che le malattie cardiovascolari non hanno una causa unica, ma sono dovute a molti fattori diversi, ognuno dei quali contribuisce in una certa misura a disegnare il rischio di ammalarci. Alcuni sono genetici, scritti nel DNA e quindi impossibili da modificare. Altri sono ambientali: l’abitudine al fumo, l’alimentazione, l’attività fisica, per citarne alcuni. Le coppie sono un modello eccellente per studiare il dualismo tra genetica e ambiente. Due persone sposate non hanno legami genetici, ma finiscono invece per condividere gli stessi stili di vita”. E proprio questi stili di vita condivisi arrivano a far sentire il loro peso. “Abbiamo chiarito – spiega Di Castelnuovo – che esiste una correlazione tra i due membri di una coppia per i più importanti fattori di rischio, come l’indice di massa corporea, un dato logico se consideriamo che condividono la stessa cucina. Oppure il fumo, un’abitudine che spesso i due sposi condividono. Ma anche la pressione sanguigna, il colesterolo, i trigliceridi, sono tutti elementi che abbiamo trovato correlati”. Naturalmente, di fronte a questi risultati, c’è una domanda che viene subito in mente: quelle correlazioni sono veramente dovute alla vita in comune? Oppure semplicemente le persone tendono a scegliere partner con le loro stesse abitudini? Insomma, il vecchio detto “chi si somiglia si piglia”? “E’ un’ipotesi che abbiamo preso seriamente in considerazione – dice l’autore della ricerca – Per cercare una risposta, abbiamo analizzato se le correlazioni aumentano man mano che passano gli anni di convivenza. Se ciò avviene, allora i due partner, più che essere simili in partenza, lo sono diventati con la vita in comune. La nostra ricerca ha permesso di dimostrare che effettivamente esiste una certa influenza delle proprie abitudini nella scelta iniziale del partner. Possiamo ipotizzare che un non fumatore non sopporti una fumatrice, oppure che una ragazza un po’in sovrappeso vedrà con occhi più benevoli un ragazzo non proprio in forma. Però queste influenze iniziali non spiegano tutto ciò che abbiamo osservato. In altre parole, le abitudini che si acquisiscono con la vita in comune esercitano un effetto misurabile e reale, al di là delle somiglianze iniziali”. Non c’è solo una pura curiosità scientifica dietro questo lavoro. La correlazione dei fattori di rischio tra i due componenti di una coppia può infatti avere importanti ripercussioni sul piano della prevenzione. Migliorare l’alimentazione, usare meno sale, aumentare l’attività fisica, smettere di fumare, sono tutte decisioni che vengono meglio se prese in due. “Studi condotti in precedenza – dice Giovanni de Gaetano, Direttore dei laboratori di ricerca dell’Università Cattolica di Campobasso - hanno dimostrato che se si interviene su una persona riuscendo a farle cambiare stile di vita, anche il suo partner ne trarrà benefici. Le correlazioni da noi osservate rafforzano l’idea secondo la quale dietro ad un singolo paziente con pressione alta o colesterolo elevato, c’è un intero nucleo familiare, dove qualcun altro potrà sviluppare lo stesso problema. Se il medico saprà trattare e consigliare tutti i componenti della famiglia, i vantaggi verranno allora moltiplicati. E non solo per i pazienti, ma anche per il già troppo stressato Sistema sanitario nazionale.”

FONTE: Marialaura Bonaccio ( Università Cattolica del Sacro Cuore di Campobasso), Americo Bonanni e Nicola Cerbino - Università Cattolica (Campobasso - Roma)

Allergie, al via i nuovi vaccini

Un kit salvavita, da installare sui mezzi di trasporto, per interventi d’emergenza sui pazienti, sarà una delle novità protagoniste al 25esimo Congresso nazionale della Siaic

L'evento, promosso dalla Società italiana di allergologia e immunologia clinica, vedrà riuniti, fino a sabato, al Palaffari di Firenze, oltre 500 esperti, impegnati nello studio di malattie in costante aumento in tutto il mondo e in particolare nei Paesi industrializzati. Il Congresso sarà presieduto dal fiorentino Angelo Passaleva, che però a conclusione della “4 giorni” lascerà il timone della Siaic. Al centro dei lavori, le allergie dovute a malattie professionali, ad alimenti, quali il lattosio ed il carciofo, ad otturazioni dentali ed ai pollini, dato che solo in Italia, infatti, quasi una persona su 4, il 20-25%, soffre o ha sofferto di una manifestazione allergica. Si discuterà, quindi, di prevenzione ambientale ed assistenza allergologica a livello regionale, nonché delle cure per l’asma bronchiale ed il prurito cronico. Oltre al kit salvavita sui mezzi di trasporto, sarà illustrato un progetto comune Italia-Spagna-Portogallo per lo studio delle malattie allergiche anche nell'anziano, facendo il punto della situazione pure sull'allergia al lattice, che affligge chi lavora professionalmente. Novità dell’evento, però, saranno i nuovi vaccini in compresse da sciogliere in bocca, anche se, per il momento, questa terapia è limitata agli allergici ai pollini di graminacee: gli specialisti, però, assicurano che presto si potrà disporre di analoghi vaccini “in pillola” pure per l'allergia alla polvere di casa. Ulteriore argomento saranno, poi, i farmaci biologici, come gli anticorpi monoclonali anti IgE: medicinali recenti e molto importanti contro l'asma allergica grave, potenzialmente letale. La Siac farà, dunque, il punto sulla situazione delle allergie: ogni anno almeno 8-10 italiani muoiono per shock anafilattico da punture di insetti; altrettanti connazionali, stimano gli allergologi, perdono la vita per reazioni fatali ad alimenti o farmaci, precisando però che da alcuni anni, in quasi tutte le regioni della Penisola, è a carico del Servizio sanitario nazionale l'adrenalina autoiniettabile salvavita. L’Associazione, però, ha proposto anche l'utilizzo di “bollini” da applicare sui documenti di riconoscimento, per individuare immediatamente i pazienti a rischio, pure in stato di incoscienza, oltre ad aver prodotto una brochure, inviata agli assessori all'urbanistica di tutte le Regioni e dei principali Comuni italiani, in cui sono indicate le piante che non producono pollini allergizzanti e che andrebbero quindi scelte come arredo urbano per viali, parchi e giardini pubblici, segnalando anche le piante che producono pollini fortemente pericolosi per le persone allergiche.


FONTE: agoranews.it

mercoledì 15 ottobre 2008

Malattie genetiche: scoperte le porte del DNA

Il risultato di una studio italiano, due proteine funzionano come chiavi

Trovate le porte del Dna. Una ricerca tutta italiana ha scoperto un meccanismo di accesso che potrebbe rivelarsi importante nella strategia di cura di diverse malattie genetiche, fra cui la sindrome di Williams. Molti dei nostri geni, infatti, non vengono letti e interpretati dalla cellula per il semplice fatto che è come se fossero bloccati dietro una porta chiusa. E il complesso macchinario cellulare addetto a trasformarli in proteine non ha la chiave per entrare. A trovare una soluzione è il recente studio pubblicato su “Plos Biology” da Davide Corona, ricercatore dell’Istituto Telethon Dulbecco (DTI), grazie ai finanziamenti di Telethon e della Fondazione Giovanni Armenise-Harvard. Protagoniste del lavoro sono due proteine “chiavi”, che potrebbero aprire prospettive interessanti anche nel disegno di nuove strategie terapeutiche per alcune malattie genetiche. La prima si chiama Iswi ed è stata scoperta proprio dal gruppo di Corona nel 2007: la sua peculiarità è la capacità di determinare la forma dei cromosomi, indicando al Dna come e quanto deve “impacchettarsi” (non è come un gomitolo disordinato all’interno del nucleo, ma è condensato secondo regole ben precise). L’importanza di questa proteina è confermata dal fatto che nel corso dell’evoluzione si è conservata quasi del tutto intatta: basti pensare che quella della Drosophyla melanogaster (il moscerino della frutta su cui Corona ha condotto i suoi esperimenti) è uguale per il 90% a quella umana e svolge praticamente la stessa funzione. Questa osservazione ha fermamente convinto i ricercatori a studiare quanti e quali fossero i geni che regolassero Iswi. Ed è proprio qui che entra in gioco la seconda proteina: Parp. Degli oltre 100 geni capaci di interagire con Iswi, questo è quello che si è imposto all’attenzione del gruppo di Corona. «Noto fino a quel momento per lo più per il suo ruolo nella riparazione dei danni al Dna, Parp ha rivelato una stretta relazione con Iswi: è infatti in grado - spiega in una nota Anna Sala, una delle collaboratrici di Corona e autrice di questo studio - di mettere una sorta di bandierina chimica su questa proteina e di bloccarne l’attività. Il risultato è che il Dna risulta meno “impacchettato” e i geni fino a quel momento inaccessibili possono essere espressi». In altre parole, si aprono le porte che prima erano sprangate. Questo risultato, oltre a rappresentare un importante passo avanti delle conoscenze sui quei meccanismi che i ricercatori definiscono epigenetici (che sono cioè al di sopra dei geni), potrebbe dare un contributo importante anche in termini di strategie di cura. Esistono infatti delle forme tumorali e diverse malattie genetiche, come la sindrome di Williams, che potrebbero essere dovute anche a un problema di accesso al Dna. Non a caso, caratteristica comune di queste patologie così diverse è quella di essere multisintomatiche: questo perché alla base non c’è l’alterazione di un singolo gene, ma di un meccanismo che regola più geni. Inoltre, già esistono dei farmaci in grado di bloccare l’attività di Parp. Si potrebbe quindi pensare a una sorta di effetto domino: Iswi si spegne e così si apre la porta di geni prima inaccessibili.

FONTE: lastampa.it

martedì 14 ottobre 2008

Gli effetti del cambiamento climatico sulla salute


L'importante argomento è nell’agenda della Giornata Mondiale dell’Alimentazione


Gli effetti sanitari del cambiamento climatico su cibo, acqua e nutrizione sono il tema di un seminario pubblico che si tiene oggi a Roma, organizzato congiuntamente dall’Organizzazione Mondiale della Sanità Ufficio Europeo (OMS Europa), dall’Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare (EFSA), e dall’Organizzazione delle Nazioni Unite per gli Alimenti e l’Agricoltura (FAO) in collaborazione con il Ministero del Lavoro, Salute e Affari Sociali. Il seminario rientra nell’agenda della Giornata Mondiale dell’Alimentazione, dedicata al tema le sfide del cambiamento climatico e della bioenergia. Recenti proiezioni indicano che la malnutrizione e la mancanza di sicurezza alimentare ed idrica aumenteranno con il cambiamento climatico. Anche se in Europa tutti saranno colpiti, non tutti lo saranno nello stesso modo. Come riporta la recente pubblicazione OMS Proteggere la salute dal cambiamento climatico in Europa[1], già ora, oltre 60 milioni di persone nei paesi dell’Europa dell’est vivono in assoluta povertà. Il cambiamento climatico può peggiorare significativamente le disuguaglianze nello stato di salute all’interno dei singoli paesi e tra di essi, e creare ulteriore pressione sui più poveri. Si stima che il costo globale del cambiamento climatico possa ammontare fino al 5% del prodotto interno lordo (PIL) entro la fine di questo secolo. Il cambiamento climatico minaccia dunque di erodere i progressi ottenuti verso il raggiungimento degli obiettivi di sviluppo del millennio: la povertà non può essere eliminata, mentre il degrado ambientale inasprisce la malnutrizione e le malattie trasmesse da acqua e cibo. Aumenta il consenso sulla necessità di implementare efficaci misure per la riduzione dei rischi e dell’esposizione, insieme a forti misure di adattamento al cambiamento climatico per ridurne gli effetti ed aiutare i cittadini a proteggersi dalle nuove minacce. Tuttavia, è necessario che la salute e l’equità siano al centro delle scelte politiche relative al cambiamento climatico. Molte delle azioni che provocano il cambiamento climatico sono originate dai paesi sviluppati, ma è la parte di mondo in via di sviluppo che ne sopporta il peso maggiore. Come sostiene l’OMS, le azioni intraprese oggi e nel corso delle due prossime decadi nel campo dell’energia, dell’agricoltura e dell’uso del territorio sono essenziali per ridurre il problema, ma dovranno tenere in considerazione gli impatti sulla salute umana ed i bisogni delle popolazioni più vulnerabili. Il cambiamento climatico avrà implicazioni considerevoli per gli organismi che si occupano della valutazione del rischio come i comitati congiunti di esperti FAO/OMS sugli additivi alimentari (JECFA)[2] e sulla valutazione del rischio microbiologico (JEMRA)[3], e l’EFSA, a cui potrebbe essere richiesto di fornire consulenza scientifica sui rischi alimentari emergenti legati ai cambiamenti climatici. Il cambiamento nei sistemi di produzione delle colture potrebbe condurre ad un uso maggiore di sostanze chimiche, che potrebbe presentare nuove problematiche per la misurazione dei rischi. Anche la distribuzione delle patologie delle piante e degli animali potrebbe subire delle variazioni: i recenti focolai epidemici di “lingua blu” in Europa settentrionale – un’area precedentemente non colpita dalla malattia - potrebbero essere un indicatore di quello che accadrà in futuro. Inoltre, il cambiamento climatico potrà avere anche importanti conseguenze sulla nutrizione e sulla sicurezza alimentare.

Dichiarazioni di intento

Marc Danzon, Direttore Regionale OMS per l’Europa – “Di fronte a quello che sappiamo sulle serie minacce poste dal cambiamento climatico alla salute, la questione oggi non è se un’azione di sanità pubblica sia necessaria ma quale azione intraprendere e come. I sistemi sanitari dovrebbero rispondere contribuendo a rafforzare il controllo delle malattie e la protezione della salute. Le azioni includono: assicurare acqua pulita e igiene, alimenti sicuri e in quantità adeguate, sorveglianza delle malattie e risposta, e preparazione alle emergenze; sensibilizzare gli operatori sanitari sulle malattie legate al cambiamento climatico; fornire un’informazione accurata e tempestiva ai cittadini; stimolare all’azione i settori in cui la riduzione delle emissioni può produrre effetti benefici per la salute. E’ importante che le conoscenze disponibili e l’esperienza siano usate per l’adattamento al cambiamento climatico e per il sostegno delle popolazioni che affrontano i rischi maggiori. Prima agiremo, maggiori saranno i benefici e minori i costi”. Catherine Geslain-Lanéelle, Direttore Esecutivo EFSA– “Il cambiamento climatico potrà presentare una serie di nuove sfide sia nell’area della sicurezza alimentare e del mangime per gli animali, sia in ambiti correlati quali la salute delle piante e degli animali. L’EFSA è pronta a valutare i rischi futuri nella catena alimentare al fine di contribuire a proteggere la salute dei consumatori, ed ha già fatto numerosi passi in avanti in questo senso – ad esempio creando un dipartimento dedicato ai rischi emergenti. Data la portata della sfida che dobbiamo affrontare, l’EFSA ed altri organismi di valutazione del rischio dovranno lavorare a stretto contatto non solo tra di loro ma anche con le organizzazioni internazionali, gli stati membri e gli altri partner in maniera da condividere informazioni rilevanti e sviluppare adeguati sistemi per identificare, analizzare e rispondere ai rischi emergenti portati dal cambiamento climatico”. Ezzeddine Boutrif, Direttore della Divisione Nutrizione e Protezione dei Consumatori, FAO – “I cambiamenti associati al clima hanno importanti implicazioni per la produzione e l’approvvigionamento di cibo, la sicurezza alimentare e di conseguenza per la nutrizione. Un’efficace protezione della salute dai rischi alimentari richiede una gestione della sicurezza alimentare basata su una crescente comprensione degli impatti del cambiamento climatico su di essa ad ogni anello della catena alimentare. Data l’interazione tra salute umana, vegetale ed animale, l’ambiente e l’igiene alimentare, riconoscere, capire e prepararsi agli impatti del cambiamento climatico sull’approvvigionamento di cibo, sulla sicurezza alimentare e sulla nutrizione, richiede un approccio interdisciplinare rafforzato. Per far fronte a queste sfide, la FAO ha esteso il programma EMPRES[4] alla sicurezza alimentare. EMPRES sicurezza alimentare aumenterà la capacità dell’agenzia di raccogliere e analizzare informazioni per l’individuazione precoce di problemi di sicurezza alimentare e di sviluppare linee guida per gestire rischi emergenti. All’inizio di quest’anno la FAO ha pubblicato gli studi Cambiamento climatico: Implicazioni di sicurezza alimentare[5] e Impatto del cambiamento climatico su bioenergia e nutrizione[6], per sensibilizzare sul tema e facilitare la cooperazione internazionale per l’implementazione di strategie relative”. Silvio Borrello, Direttore del Dipartimento di Sicurezza Alimentare e Nutrizione, Ministero del Lavoro, Salute e Affari Sociali, Italia – “Il Ministero attribuisce grande importanza alla questione del cambiamento climatico ed i suoi impatti sanitari su cibo, acqua e nutrizione. Più in particolare, vorremmo attirare l’attenzione sulle possibili conseguenze sulla salute umana dell’ingresso o presenza nei nostri paesi di vettori di malattie e sul possibile manifestarsi di malattie tipiche di altri climi. Inoltre vorremmo porre l’accento sui potenziali rischi per la salute animale con possibili ripercussioni sulla produzione e sulla sicurezza alimentare”. Corrado Clini, Direttore, Dipartimento per la Ricerca Ambientale e lo Sviluppo, Ministero dell’Ambiente, del Territorio e del Mare, Italia – “Gli effetti del cambiamento climatico sull’ambiente comportano dei rischi emergenti per la salute umana. Il Ministero dell’Ambiente italiano gioca un ruolo importante nella riduzione di questi effetti attraverso politiche di mitigazione e adattamento che richiedono approcci ed interventi globali. Allo scopo di ridurre gli impatti ambientali, sociali e sanitari del cambiamento climatico, il Ministero dell’Ambiente continuerà a lavorare insieme al Ministero della Salute non solo su nuove azioni preventive ma anche sulle politiche di altri settori rilevanti (energia, trasporto, sviluppo tecnologico, agricoltura). In questo contesto, il Ministero dell’Ambiente ha proposto il cambiamento climatico quale uno dei temi principali in agenda nella prossima Conferenza Ministeriale Ambiente e Salute in Italia nel 2009”.

I fatti e le cifre degli impatti sanitari

Il Quarto Rapporto dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC 2007)[7] conclude che la nostra salute è a rischio in conseguenza dell’aumento della temperatura media della superficie terrestre che, a livello globale, è stato di circa 0.74 °C negli ultimi 100 anni. La proiezione per l’Europa fra la fine del 20mo e la fine del 21mo secolo è di un incremento che varia dai 2.3 ai 6 °C. La popolazione è esposta ai cambiamenti climatici attraverso le alterazioni delle stagioni e attraverso i cambiamenti nella qualità e quantità di acqua, aria e alimenti, negli ecosistemi, nell’agricoltura, nei mezzi di sostentamento e nelle infrastrutture. La produzione delle culture è estremamente suscettibile al cambiamento climatico. Nella Regione Europea si prevede una diminuzione della produttività agricola nell’area Mediterranea, nell’Europa sud-orientale e in Asia centrale. I raccolti potrebbero ridursi fino al 30% in Asia centrale entro la metà del 21mo secolo e minacciare le quantità degli approvvigionamenti. Ciò potrebbe causare un aggravamento della malnutrizione specialmente fra le popolazioni rurali più povere, il cui reddito familiare è strettamente legato alla produzione di alimenti. La perdita di fonti di sostentamento influenza molto gli spostamenti delle popolazioni, in particolare la migrazione dalle campagne alle città che può causare un aumento dei casi di diarrea ed di altre malattie trasmissibili e della malnutrizione. Il cambiamento climatico pone anche delle questioni di sicurezza alimentare. Temperature più alte favoriscono la crescita di batteri negli alimenti. Le infezioni da Salmonella spp. aumentano del 5–10% per ogni grado di aumento della temperatura settimanale, per temperature ambiente al di sopra dei 5 ºC. Il caldo favorisce anche problemi nella refrigerazione e la comparsa di mosche ed altri insetti. Le zoonosi (malattie che si trasmettono dagli animali vertebrati all’uomo) potrebbero subire l’effetto del cambiamento climatico: in alcune aree questo potrà causare l’insorgere di nuove malattie. La scarsità di acqua aumenterà al centro e al sud d’Europa e in Asia centrale, colpendo un numero variabile tra 16 e 44 milioni di persone in più entro il 2080. In estate la diminuzione fino all’80% della portata dei corsi d’acqua determinerà una riduzione delle acque dolci ed un potenziale incremento della contaminazione. La qualità delle acque costiere è compromessa, mettendo a rischio di infezione sia i bagnanti che i consumatori di pesce e molluschi. L’accesso all’acqua potabile e ai servizi igienici, non equamente distribuito in Europa, potrebbe peggiorare. In Asia centrale, circa il 70% della popolazione ha accesso alla fornitura di acqua, ma questo scende al 25% per la popolazione rurale. Questa disparità contribuisce, ogni anno, alla morte di 13.500 bambini per malattie diarroiche. Su base geografica, le popolazioni più a rischio sono i poveri che vivono in zone rurali e i residenti delle grandi città e delle aree montane, soggette a scarsità d’acqua e costiere. Il Mediterraneo è riconosciuto come “zona calda” per il cambiamento climatico. La regione è già caratterizzata da scarse risorse idriche che sono per di più non equamente distribuite all’interno dei paesi. Il cambiamento climatico potrebbe ridurre del 25% le piogge invernali in quest’area. In particolare, l’intero territorio italiano è stato colpito da una diminuzione del 14% delle precipitazioni nelle ultime cinque decadi. L'approvvigionamento di acqua potrebbe diventare ancora piu’ problematico di quanto non sia oggi in Puglia, in Basilicata, in Sicilia ed in Sardegna, a causa sia della progressiva e crescente scarsità di acqua che del malfunzionamento dei sistemi di gestione. L'ulteriore diminuzione delle precipitazioni medie potrebbe richiedere il riutilizzo delle acque di scarico e la desalinizzazione delle acque marine. D’altro canto, l’aumento del livello del mare implicherà rischi per le aree costiere italiane. Uno studio NASA-Goddard Institute for Space Studies (GISS) ha evidenziato che circa 4.500 chilometri quadrati di aree costiere sono a rischio di inondazione. Lo stress idrico potrebbe aumentare del 25% durante questo secolo.


FONTE: Ufficio Stampa EFSA - FAO - WHO (comunicato congiunto)