martedì 31 marzo 2009

Un mix di farmaci può ridurre il rischio d'ictus del 50%

La scoperta arriva dall'India dove un team di ricercatori ha creato un mix di cinque farmaci riuniti in un'unica capsula che sarebbero in grado, lavorando in sinergia, diridurre del 50% il rischio di ictus e del 60% i rischi legati a problemi cardiovascolari.  Lo studio, sponsorizzato da una nota casa farmaceutica indiana, è stato condotto su oltre 2.000 persone in India a cui è stato somministrato il 'cocktail' formato dai cinque principi attivi. Di questi, tre sono antidiuretici, uno è un anticolesterolo e uno l'Aspirina.  Il portavoce dello studio, dr. Salim Yusuf del Population Health Research Institute presso la McMaster University, ha dichiarato che fino ad oggi s'ignorava se e come potesse essere possibile mescolare diversi tipi di farmaci in un'unica formulazione a causa degli effetti che possono dar luogo differenti principi attivi che, a volte, vanno in contrasto l'uno con l'altro annullandosi a vicenda o dando luogo a effetti collaterali. Oggi, con questa formulazione, invece, abbiamo dimostrato che è possibile combinare farmaci in modo da ottenere buoni risultati. 

FONTE: (Luigi Mondo e Stefania Del Principe)  lastampa.it

lunedì 30 marzo 2009

L'Università che laurea in Facebook

Il corso di Birmingham scandalizza i puristi. E gli studenti gelano i docenti: «Tutte cose che sappiamo benissimo»


Costerà circa 4000 sterline e inizierà ufficialmente solo dal prossimo anno accademico, ma il corso di laurea in social network fa già discutere. Promotrice dell’iniziativa è un’università di Birmingham, che, spiega, considera i nuovi media assolutamente indispensabili per insegnare marketing e comunicazione. Il ciclo di lezioni, che sarà curato dal professor Hickman, è stato lanciato in perfetto stile 2.0: sul sito dell’ateneo, infatti, è comparso da qualche giorno il video che ne illustra i vantaggi e le potenzialità. «Non è un corso per sfigati o maniaci del computer- spiega Hickman al Daily Telegraph- gli strumenti usati in questo corso saranno accessibili alla maggior parte della gente». Fra le lezioni previste, anche quelle dedicate alla costruzione dei podcast e al settaggio dei blog. «Durante il corso- prosegue il docente- prenderemo in considerazione ciò che la gente può fare usando Facebook e Twitter, e come questo possa essere usato nella comunicazione e nel marketing». I puristi dello stile inglese, ovviamente, storcono il naso. Ma il professor Hickman gongola. Soprattutto perché, sostiene, Facebook verrà insegnato con la stessa serietà applicata alle altre materie, e perché il corso ha ricevuto il via libera dalle autorità competenti. Insomma: rispetta gli standard. «Le lezioni comprenderanno ricerche ed approfondimenti, criteri fondamentali. E’ un corso nuovo, ma la sua importanza è fuori discussione».  In realtà, sostengono in molti, di un nuovo approfondimento sui social media non si sentiva la mancanza. Facebook e gli altri siti 2.0, in questi giorni, sono sulle pagine di tutti i giornali. E i media che sono più facilmente gestibili sono stati superati dai nuovi esperimenti dei no global che preparano le sfilate anti-G20. «Gli organizzatori delle proteste - ha detto Stephenson, capo della polizia londinese- non solo stanno usando social network tradizionali, come Facebook, per mobilitare i loro sostenitori, ma ne hanno creati altri ex novo». Il corso dell’università di Birmingham, quindi, potrebbe nascere già vecchio, sorpassato dal popolo dei duri e puri del Web. I vertici dell’ateneo non la pensano allo stesso modo. Ma gli studenti sono scettici. «Praticamente tutti i contenuti del corso sono così semplici da poterli imparare da soli» dice Jamie Waterman, 20 anni. «Nella realtà, tutte queste cose, la gente le conosce già. Penso che sia solo uno spreco di risorse». 

FONTE: lastampa.it

domenica 29 marzo 2009

Qimo, Linux per bambini

Facile da usare e divertente, Qimo è il sistema operativo open source ideato per avvicinare i bambini al di sopra dei 3 anni al computer. Insegnando da subito cos'è un sistema "libero"

Bisogna educarli da piccoli. Già, perché per non rischiare che un domani il proprio bambino, diventando grande, si trasformi in un irrecuperabile Windows o OSX addicted, trascurando di sviluppare un certo gusto e amore per l’open source, occorre abituarlo da subito. Ecco così fare la sua comparsa quello che potremmo definire il ‘Linux for babies’. Basato su Ubuntu, si chiama Qimo Linux  ed è un progetto indirizzato ai bimbi di età superiore ai 3 anni. Ideato per un uso domestico e non scolastico, le icone sono una sorta di grandi cartoon, integra un pacchetto di giochi educativi e può essere istallato o utilizzato direttamente da Cd. Qimo è una versione particolarmente adatta per i piccoli di Ubuntu, la distribuzione Linux più amata - e semplice da far funzionare - del mondo. Ecco un breve video di confronto tra Ubuntu e Windows Xp. Il vantaggio del sistema operativo è anche una certa ‘leggerezza’ che non appesantisce e rallenta il Pc. Richiede infatti un minimo di 256Mb di memoria se usato dal Cd e 192 Mb per il download completo, 6 Gb di spazio libero su disco fisso e una Cpu a partire da 400MHz. Per chi volesse provare Qimo, è possibile scaricarlo gratuitamente da qui, sia in formato torrent che in download diretto. Esiste anche una versione già impacchettata per essere usata con una macchina virtualizzata, per evitare eventuali capricci di avvio del proprio pc se non si ha un po' di mano con le installazioni di sistemi operativi.

FONTE: Francesca Tarissi (kataweb.it)

venerdì 27 marzo 2009

Pennelli solari nello spazio: la nuova frontiera dell'energia


La società Space Energy ha annunciato di voler lanciare in orbita satelliti che funzionino come centrali fotovoltaiche: l’impianto potrà essere irradiato dal sole 24 ore al giorno


La nuova frontiera dell’energia alternativa si sposta nello spazio. La società Space Energy ha annunciato di voler lanciare in orbita satelliti che funzionino come centrali fotovoltaiche. Un progetto che risale al 2003, pensato dal Pentagono per offrire una alternativa al petrolio. Si chiamava SBSP, Space Based Solar Power.

Il progetto è ambizioso ma può contare su due elementi chiave: l’impianto potrà essere irradiato dal sole 24 ore al giorno. E le consegne di energia avverranno su richiesta, senza necessità di operazioni complesse o di grandi infrastrutture terrestri.

Gli speciali satelliti geostazionaria saranno quindi in grado di generare e trasmettere energia elettrica ai ricevitori sulla superficie della terra, attraverso onde radio a bassissima frequenza.

FONTE: quotidiano.net

mercoledì 25 marzo 2009

Sangue artificiale da cellule staminali: ci sono riusciti ricercatori britannici

Entro tre anni trasfusioni sui volontari
Un gruppo di ricercatori britannici ritiene di poter arrivare in breve tempo alla produzione di quantità illimitate di sangue umano, ricavato in laboratorio da cellule staminali, libero da agenti patogeni da destinare alle trasfusioni. Lo scrive oggi l'Indipendentnella sua edizione online. Una ricerca su più vasta scala dovrebbe essere annunciata questa settimana - scrive il giornale - e dovrebbe portare entro tre anni alla trasfusione su volontari del primo “sangue sintetico” ricavato da cellule staminali di embrioni. Questo potrebbe aiutare a salvare la vita a molte persone, dalle vittime di incidenti stradali ai soldati sui campi di battaglia, rivoluzionando il settore fondamentale delle trasfusioni di sangue. Gli scienziati faranno test su embrioni umani rimasti inutilizzati da trattamenti di fecondazione in vitro, alla ricerca di quelli geneticamente predisposti per svilupparsi nel gruppo sanguigno “0-negativo”, il più raro, ma anche quello compatibile con ogni altro gruppo, che può cioè essere dato a chiunque senza pericolo di rigetto. 
L'obiettivo è quello di stimolare le cellule staminali dell'embrione a svilupparsi in globuli rossi portatori di ossigeno per trasfusioni d'emergenza. Il sangue artificiale così ottenuto sarebbe privo di qualsiasi rischio di presenza di virus come quello dell'Hiv o dell'epatite. Nella corsa a livello mondiale per la creazione di un sangue artificiale universalmente utilizzabile (un affare più che interessante anche dal punto di vista economico) l'uso di cellule staminali ricavate da embrioni non mancherà di suscitare perplessità e polemiche, prevede l'Indipendent.

FONTE: ilmessaggero.it

martedì 24 marzo 2009

Ritorna la fusione fredda, con tanti proiettili nucleari

«Stavolta non abbiamo dubbi e ci sono tante prove», sostiene una chimica californiana

E’ una coincidenza, oppure una strategia di comunicazione studiata apposta per dire al mondo: ci siamo ancora? Esattamente venti anni dopo la contestata scoperta della «fusione fredda» da parte di due chimici americani, gli eredi di questa linea di ricerca, riuniti a Salt Lake City, in un simposio dell’American Chemical Society dedicato a «New Energy Technology», sostengono non solo di avere ripetuto con successo gli esperimenti, ma anche di vedere le prove che si tratta di una reazione di fusione nucleare a bassa energia: cioè i neutroni, i piccoli proiettili nucleari che scaturirebbero, abbondanti, dal processo. Non è la prima volta che i fusionisti freddi tentano di tornare alla ribalta con annunci di risultati positivi. Ma poiché la storia della scienza è fatta anche di scoperte che stentano a decollare prima di affermarsi, ci pare corretto dare spazio anche a queste ultime rivendicazioni.

LA STORIA - Sarà utile riassumere come andò vent’anni fa, prima di passare alla cronaca. Il 23 marzo del 1989 due chimici dell'università dell' Utah, Martin Fleischmann e Stanley Pons, decidono di comunicare la loro scoperta in una conferenza stampa, prima di avere pubblicato l’articolo relativo su una rivista scientifica. Attirano subito l’attenzione di tutto il mondo perché, assicurano, si tratta di un fenomeno che promette energia pulita e a basso costo, anche attraverso impianti di piccole dimensioni. In una cella elettrolitica riempita di acqua pesante (con deuterio al posto dell' idrogeno), sostengono i due, basta immergere una barretta di palladio per vedere scaturire un eccesso di energia. Solo la fusione dei nuclei di deuterio penetrati nel reticolo cristallino del palladio, potrebbe spiegare il fenomeno e così si parla di «fusione fredda», per distinguerla da quella ad altissime temperature che viene sperimentata nelle grandi ciambelle magnetiche in alcuni laboratori mondiali della big science. Nelle loro numerose presentazioni in giro per il mondo (noi assistemmo a quelle del Cern di Ginevra e del Centro Majorana di Erice), i due chimici americani non forniscono tutti gli elementi necessari per ripetere l' esperimento e minimizzano le difficoltà di riproducibilità del fenomeno. Inoltre, Fleishmann e Pons scavalcano un loro collega, Steven Jones, che aveva lavorato alla stessa ricerca e con cui avevano concordato una contemporaneità di pubblicazioni. Il mondo scientifico è frastornato, i media sono impazziti. La possibilità di avere a portata di mano la soluzione dei problemi energetici suggerisce attenzione, al di là del comportamento irritante di Fleischmann e Pons. Mentre centinaia di ricercatori si affannano a ripetere gli esperimenti con risultati contraddittori, alcuni scienziati del prestigioso Caltech, l'Istituto di tecnologia della California, organizzano una severa istruttoria scientifica. In appena un mese la sentenza è pronta: il fenomeno non esiste, non è spiegabile, forse è pura illusione. Per altri è addirittura frode scientifica.

CONTRADDIZIONI - Ma nel frattempo altri gruppi di ricerca di provata professionalità, in diverse parti del mondo, fra i quali un gruppo di fisici e chimici dell’Enea guidati dal professor Franco Scaramuzzi, riescono a riprodurre il fenomeno. Il mondo della ricerca si divide così fra scettici e possibilisti. Negli anni successivi, pur essendo accertato che in certe circostanze si arriva alla liberazione di inspiegabili quantità di energia dalla cella elettrolitica, non si arriva a chiarire se si tratta di reazioni chimiche o nucleari. Soprattutto, risultano illusorie le promesse di quanti annunciano la fabbricazione di prototipi sperimentali che possano fornire elettricità e calore sulla base del nuovo fenomeno.

LE NUOVE PROVE - In questi giorni, al congresso di Salt Lake City, l’ultimo atto della tormentata ricerca. Pamela Mosier-Boss, chimica del U.S. Navy' s Space and Naval Warfare Systems Center (SPAWAR) di San Diego, California, annuncia, anche a nome di altri ricercatori, di avere ottenuto per la prima volta la prova che la fusione fredda esiste e che si tratta di un processo nucleare, come proverebbero le abbondanti tracce di neutroni registrate nel corso di vari esperimenti. Questa volta, spiega la ricercatrice, la cella elettrolitica contiene deuterio mescolato a cloruro di palladio e gli elettrodi sono fatti con fili di nikel o di oro. «Oltre ai neutroni, le cui tracce sono state evidenziate da una plastica speciale posta accanto alla cella -spiega la Mosier-Boss-, il fenomeno è accompagnato dall’eccesso di calore, dall’emissione di raggi X e dalla formazione di trizio. Tutti indizi a sostegno dell’avvenuta fusione del deuterio». Dal convegno di Salt Lake City, oltre alla speranza di un rilancio del fenomeno su più solide basi, è venuto però un avvertimento che suona come di rottura rispetto all’avventuroso passato di questa vicenda: non si parli più di fusione fredda, ora il termine giusto è l’impronunciabile LENR, acronimo di Low Energy Nuclear Reactions (reazioni nucleari a bassa energia). Basterà la nuova sigla a garantire un percorso meno accidentato a quanti ancora lavorano a queste ricerche?

FONTE: Franco Foresta Martin (corriere.it) 

lunedì 23 marzo 2009

Didattica digitale a scuola con le lavagne interattive

Sei milioni di insegnanti e mezzo miliardo di studenti (circa un terzo della popolazione scolastica mondiale) utilizzano tecnologie informatiche nel corso della loro lezione quotidiana. L'annuncio della Intel, il primo produttore di microchip, campeggia in questi giorni sulle pagine dei grandi quotidiani internazionali quasi come una sfida rassicurante alla recessione globale: il nostro programma di sviluppo dell'e-learning interattivo va avanti classe dopo classe. In Italia, dove neanche 2 famiglie su 10 usano internet, la scommessa per una didattica digitale si gioca in questi giorni sulle prime lavagne interattive multimediali (Lim) appena distribuite nelle scuole primarie. C'è un scuola elementare del 154° Circolo didattico di Casalpalocco, a Roma, dove una maestra di matematica a un passo dalla pensione è riuscita a far disegnare ai ragazzi di quinta la figura di un ottagono in sole due ore utilizzando il software opensource Geogebra: «perché con il compasso digitale della Lim - racconta Daniela Corallo, responsabile del progetto e della formazione degli insegnanti – è tutto un altro mondo, l'attenzione dei ragazzi è totale e il risultato è quasi immediato». Una settimana prima, per disegnare un esagono sulla carta con il compasso vero, i ragazzi ci avevano messo due giorni. La diffusione e il più completo utilizzo delle tecnologie digitali nelle scuole italiane dovrebbe raggiungere un punto d'equilibrio nel 2012, quando in ogni istituto saranno garantite almeno tre aule informatizzate, con le lim e pc collegati alla piattaforma Innovascuola, già sperimentata in 560 istituti superiori del Sud, con il suo portale pubblico di informazione e comunicazione, una libreria di testi didattici on line liberamente consultabili e scaricabili (o offerti in licensing dall'Associazione degli editori).  Ma il circolo di Casalpalocco, due istituti elementari, 30 classi e 800 ragazzi iscritti, è più avanti. Scuola pilota per la sperimentazione delle lim nelle primarie, entro un anno e mezzo, assicura Gaetano Cuiuli, il preside che s'è buttato anima e corpo su questo progetto, avrà una lavagna interattiva in ogni classe: «già nelle ultime vacanze i ragazzi hanno potuto inviare i compiti via mail alle maestre per la correzione – spiega ancora Daniela Corallo – e in prospettiva lo potranno fare utilizzando un proprio account sulla rete della scuola. Le potenzialità sono altissime e ovviamente i ragazzi utilizzano le tecnologie con molta maggior disinvoltura delle insegnanti».  Ne sanno qualcosa gli allievi della classe seconda B del Liceo scientifico Leonardo da Vincidi Noci, in provincia di Bari, dove con le Lim in dotazione dal 2007 - quando il ministero dell'Istruzione e il Dipartimento per l'Innovazione lanciarono il programma Digiscuola, di cui Innovascuola è la continuazione – seguono lezioni di geometria senza più passare per teoremi e dimostrazioni. Ieri i 17 studenti più bravi hanno partecipato a un campionato internazionale di matematica insieme con i colleghi di 42 Paesi (sono le gare Kangourou) e la loro insegnante, Erminia Paradiso, racconta la facilità con cui hanno potuto conoscere tutti i segreti dei rettangoli aurei: «perché grazie alle Lim, seguendo percorsi logici coinvolgenti e accattivanti, si scopre che questi rettangoli la cui base è la sezione aurea dell'altezza, il rapporto pari a 1,618, si trovano nel frontale del Partenone, in certi tipi di cristalli o di foglie, addirittura nelle forme del corpo umano».

FONTE: ilsole24ore.it

sabato 21 marzo 2009

Internet, basta la parola i comandi saranno vocali

L'Ibm sta progettando un nuovo protocollo di comunicazione, interamente vocale: invece di collegare ipertesti metterà insieme un nuovo tipo di oggetti, detti "ipervoci"

CON i telefonini destinati a diventare il mezzo di comunicazione di gran lunga più diffuso sulla faccia della Terra, molti si adoperano per portare internet sui cellulari. Qualcuno, invece, lavora per creare una nuova internet, fatta non più di ipertesti, ma di voci. I laboratori indiani del colosso dell'informatica Ibm stanno progettando un nuovo protocollo di comunicazione, interamente vocale, sul modello di quello (l'http) alla base dell'odierna internet. L'hanno chiamato "hstp", ovvero "hyper-speech transfer protocol", perché invece di collegare ipertesti metterà insieme un nuovo tipo di oggetti, detti "ipervoci". Non meraviglia che l'idea venga da Ibm, uno dei principali attori sul mercato del riconoscimento vocale. Lo scenario immaginato dai ricercatori è abbastanza semplice: usare il browser del proprio telefonino sarà un po' come chiamare uno di quei sistemi a risposta automatica che chiedono "Digitare 1 per l'opzione A, digitare 2 per l'opzione B". Le differenze fondamentali saranno due: la scelta delle opzioni non avverrà premendo i pulsanti del telefono, ma parlando nella cornetta. E questi comandi vocali permetteranno non solo di navigare nelle sezioni di un singolo numero telefonico, ma di saltare da un sito all'altro di questa nuova rete, proprio come avviene con le pagine di internet. Un esempio concreto: un utente di questa futura internet vocale che voglia regalare una pianta, potrà parlare con un motore di ricerca e chiedere che gli sia proposta una lista di fiorai nella sua zona. Per essere condotto al sito vocale dell'esercente prescelto, gli basterà pronunciarne il nome. Una volta effettuato l'ordine, sarà trasferito tramite una connessione protetta su un altro sito dove, sempre a voce, comunicherà gli estremi della sua carta di credito per completare la transizione. Un sistema del genere potrà sembrare rozzo e inefficiente per chi è abituato alle meraviglie multimediali della banda larga. Ma i telefonini si stanno diffondendo a velocità sorprendente in zone, come l'Africa povera e l'India rurale, dove i computer e l'internet veloce sono ancora molto di là da venire. Ed è proprio a queste realtà che si rivolge il progetto Ibm. I ricercatori sono convinti che l'adozione del nuovo protocollo, attualmente in sperimentazione in alcune regioni dell'India, sarà spinta dalla facilità d'accesso e dalla possibilità per chiunque di creare in pochi passi il proprio sito vocale. Eppure, le ricadute della ricerca potrebbero essere ben più ampie: si è da tempo diffusa la convinzione che le tastiere, così come sono configurate attualmente, non siano lo strumento adatto per comandare computer e telefonini in mobilità. L'idea che la voce possa un giorno sostituirsi ai tasti è un vecchio cavallo di battaglia, fra gli altri, del fondatore di Microsoft Bill Gates. Google ha recentemente introdotto la possibilità, per chi naviga con l'Apple iPhone, di effettuare ricerche parlando nel microfono del cellulare. Se l'hstp avrà la capacità, non di sostituirsi, ma di sovrapporsi alla rete come la conosciamo oggi, potrebbe aprirsi un nuovo scenario nell'interazione tra i navigatori e internet. 

FONTE: Alessio Balbi (repubblica.it)

venerdì 20 marzo 2009

Scoperta una molecola per combattere la tubercolosi

Colpisce la "macchina" che costruisce i tubercoli
Un gruppo internazionale di scienziati, tra cui italiani dell’Università degli Studi di Pavia (G. Manina; M.R. Pasca; S. Buroni; A.P. Lucarelli; A. Milano; E. De Rossi; G. Riccardi), ha scoperto una molecola in grado di bloccare il batterio della tubercolosi (Mycobacterium tuberculosis), prima che questi riesca a crearsi intorno quelle strutture solide o «tubercoli», noduli granulomatosi composti da tessuto connettivo, macrofagi e linfociti. Un principio attivo per un nuovo farmaco che potrà combattere efficacemente epidemie di tubercolosi, che si trasmette per contagio tra uomini e per via aerea. La tubercolosi è una malattia che attualmente sta interessando nuovamente la salute pubblica di molti paesi, soprattutto in Africa, per via della continua apparizione di nuovi ceppi resistenti agli antibiotici ed è strettamente associata alla povertà, alle condizioni igieniche e all’infezione dell’HIV. I ricercatori, coordinati da Vadim Makarov (e colleghi) del A.N. Bakh Institute of Biochemistry, RAS di Mosca, Russia hanno individuato un composto che uccide sia le cellule infettate dal batterio messe in coltura, sia quelle iniettate nei topolini. L’uso dello zolfo nei farmaci contro la tubercolosi, riferiscono su Science gli scienziati, è insolitamente comune, così hanno cominciato a sintetizzare una serie sostanze chimiche contenenti zolfo , chiamate eterocicli e a testare la loro efficacia contro batteri e funghi. Hanno, poi, ristretto la loro ricerca ad una classe di sostanze chiamate nitro-benzotiazinoni (BTZ), che si erano mostrati molto potenti contro i micobatteri e successivamente hanno isolato, in questa classe di sostanze, una molecola particolare, BTZ043, che si è rivelata particolarmente promettente per contrastare l’infezione. Infatti, in test di laboratorio la nuova molecola, quando è stata usata in concentrazioni comparabili a quelle contenute nei maggiori farmaci utilizzati contro la tubercolosi, è riuscita ad uccidere M.tuberculosis; e si è rivelata altrettanto efficace nel ridurre i livelli batterici nei polmoni e nella milza dei topolini infettati precedentemente. Dopo un mese, si è visto che gli effetti collaterali sono stati nulli. BTZ043 va a colpire un target preciso, dicono i ricercatori: un componente chiave della terribile macchina molecolare che serve al batterio per costruire la «capsula» di cellule di cui si circonda e che non aveva mai costituito un obiettivo negli altri farmaci sviluppati prima per combattere la malattia. 


FONTE: lastampa.it

giovedì 19 marzo 2009

FERTILITA': DA UN ORMONE NUOVA SPERANZA PER LE DONNE

Un team di scienziati britannici sostiene che un ormone, recentemente scoperto, potrebbe formare la base di un nuovo trattamento, piu' efficace e meno rischioso, contro l'infertilita' nelle donne. Si tratta della kisspeptina, in grado di ripristinare la funzionalita' riproduttiva nelle pazienti con bassi livelli di ormoni sessuali e il cui sistema riproduttivo si e' bloccato, dice il team dell'Imperial College London. La kisspeptina svolge infatti un ruolo fondamentale nello stimolare il rilascio degli ormoni che controllano il ciclo mestruale. Lo studio e' stato presentato all'ultima conferenza della Society for Endocrinology, in Uk. Le persone, come gli animali, senza la kisspeptina, restano sessualmente immature, perche' in loro non si innesca mai la puberta'. In uno studio precedente i ricercatori dell'Imperial College London avevano dimostrato che le cure con la kisspeptina portano alla produzione degli ormoni sessuali nelle donne fertili. Nel nuovo studio, gli scienziati hanno valutato gli effetti della kisspeptina nelle donne senza ciclo mestruale a causa di squilibri ormonali. Sono state prese come campione 10 donne prive di ciclo mestruale e sterili ed e' stata iniettata loro la kisspeptina, oppure una soluzione inattiva. Le donne che hanno ricevuto le iniezioni di kisspeptina hanno visto aumentare gli ormoni essenziali per l'ovulazione e la fertilita', LH e FSH, rispettivamente di 48 volte e di 16 volte. Il direttore della ricerca, Dr Waljit Dhillo, ha fatto notare che il trattamento con la kisspeptina ha stimolato una maggiore produzione di LH nelle donne prive di ciclo mestruale che nelle donne fertili dello studio precedente. "Sono risultati entusiasmanti, che suggeriscono che le cure con la kisspeptina potrebbero ripristinare la funzionalita' riproduttiva nelle donne con livelli di ormoni sessuali molto bassi. Le nostre prossime ricerche si concentreranno sul trovare il miglior protocollo di cura, con la speranza di mettere a punto una nuova terapia contro la sterilita'".

FONTE: agi.it

mercoledì 18 marzo 2009

Laser e fusione nucleare "Ecco l'energia del futuro"

Visita al "Nif" di Livermore a 80 km da San Francisco. Un impianto avveniristico: a portata di mano la rivoluzione energetica?

SE è da tempo che bazzicate l'ambiente di chi si occupa di energie rinnovabili, vi sarà capitato di sicuro di ascoltare storie inverosimili. Di sentir parlare, per esempio, di qualcuno che ha inventato e messo a punto nel proprio garage un processo col quale trasformare il carbone in carburante vegetale, e qualcun altro che in cantina tiene nascosta un'anatra che aziona nell'acqua una ruota che gonfia un pallone che alimenta una turbina che crea sufficiente elettricità per illuminare e riscaldare la cuccia del cane. Se bazzicate ancor più a lungo questo ambiente vi capiterà altresì di sentirvi raccontare che tra altri dieci o dodici anni inizieranno a essere una realtà commercializzabile le automobili alimentate a idrogeno e l'energia ottenuta da fusione termonucleare controllata. Se mi avessero dato dieci centesimi di dollaro ogni volta che ho ascoltato una di queste previsioni, avrei potuto acquistare uno space shuttle personale. Non deve pertanto stupire granché il fatto che gli scettici spesso affermino che l'energia ottenuta da fusione termonucleare controllata o le automobili alimentate a idrogeno sono lontane nel tempo "almeno altri 20 anni, e così continuerà a essere per sempre". E se questa volta le cose andassero differentemente? E se ci fossero dieci anni appena o poco più a separarci da un impianto energetico a fusione nucleare alimentata a laser, in grado di garantirci tutta l'affidabilità del carbone senza produrre tutto il diossido di carbonio, tutta la pulizia dell'energia eolica e solare senza doversi preoccupare che il Sole non splenda e che il vento scarseggi, e tutta la potenza del nucleare senza le scorie? Questo sì che sarebbe un cambiamento rivoluzionario. Ci siamo arrivati? Questo è l'interrogativo che mi affascina e mi ossessiona da quando ho visitato il National Ignition Facility - (Centrale nazionale di fusione nucleare a confinamento inerziale, in sigla Nif) - completato di recente presso il laboratorio nazionale di Lawrence Livermore, 80 chilometri da San Francisco. Il Nif è una struttura finanziata dal governo costituita da 192 laser giganteschi in grado di produrre 50 volte l'energia ottenuta dai precedenti sistemi di fusione laser. Si trova in un edificio alto dieci piani e delle dimensioni di tre campi da football, ed esternamente è poco appariscente, passa pressoché inosservata per essere la sede di un'immensa foresta interna di raggi laser, con ogni probabilità assai simile a quella che doveva essere la sala motori della navicella spaziale Enterprise di Star Trek. Ho iniziato la visita all'impianto in compagnia del direttore del Nif, Edward Moses, che mi ha mostrato una minuscola microcapsula delle dimensioni di una pillolina. All'interno di questa una pellet di plastica - non più grande di un grano di pepe - attendeva di essere riempita di idrogeno congelato. Il Nif funziona nel seguente modo: i 192 laser concentrano in contemporanea tutta la loro energia su una medesima camera-bersaglio che assomiglia vagamente a un gigantesco batiscafo sferico di acciaio, del tipo di quelli solitamente adoperati per esplorare gli abissi oceanici. Al centro di questa camera-bersaglio è collocata la capsula dorata con il suo pellet di idrogeno congelato. Una volta che una di queste pellet è riscaldata e compressa dai laser, raggiunge temperature superiori agli 800 milioni di gradi Fahrenheit, "molto più della temperatura interna del Sole" specifica Moses. Cosa ancora più importante, ciascuna pellet surriscaldata emana una vampata di energia che può essere incanalata per riscaldare sale liquido e produrre enormi quantità di vapore in grado di alimentare a loro volta una turbina e creare elettricità per le nostre abitazioni, proprio come fa oggi il carbone, con la differenza che questa energia sarebbe a emissioni zero di anidride carbonica, disponibile in tutto il globo, sicura, affidabile e integrabile senza soluzione di continuità alla rete elettrica esistente. Lunedì della settimana scorsa, alle 3 di notte, per la prima volta, tutti i 192 laser ad altissima energia sono stati diretti in contemporanea (cosa non da poco di per sé) verso il centro - vuoto - della camera-bersaglio. Si è trattato del primo passo decisivo verso "l'accensione", in grado di trasformare il pellet di idrogeno in un Sole in miniatura sulla Terra. La prossima fase - che il Nif prevede di portare a compimento entro i prossimi due-tre anni - consentirà di dimostrare che è effettivamente possibile, in laboratorio, rivolgere ripetutamente i suoi 192 laser verso molteplici pellet a idrogeno e produrre così più energia di quanta ne serva ad alimentare i laser stessi, ottenendo quello che si definisce un "guadagno energetico". "È a questo che si riferiva Einstein" mi spiega Moses "quando dichiarò che E è uguale a mc2: servendoci dei laser possiamo produrre enormi quantità di energia da minuscole quantità di materia". Quando nei laboratori si sarà dimostrato di poter ottenere un guadagno energetico da un sistema a laser di questo tipo, il passo successivo (se si potrà contare su finanziamenti governativi e privati) consisterà nel costruire un impianto energetico pilota a fusione controllata per poter dimostrare che ogni società energetica locale potrà munirsi di un proprio Sole in miniatura su base commerciale. Un impianto di questo tipo verrà a costare circa dieci miliardi di dollari, la medesima cifra necessaria alla costruzione di una nuova centrale nucleare. Non so se si riuscirà a portare a compimento una cosa del genere. Molti scienziati sono scettici, essendo davvero molto difficile arrivare alla fusione nucleare in laboratorio e a un guadagno energetico effettivo. So però che il pacchetto di stimoli del presidente Obama ha dato un impressionante impulso alle energie rinnovabili. Dobbiamo dunque continuare a lavorare a ogni forma possibile di energia, da quella solare a quella geotermica a quella eolica. Oltre a ciò, però, dovremo essere pronti a puntare su soluzioni innovative e potenzialmente rivoluzionarie. Al ritmo attuale delle nostre odierne tecnologie, senza soluzioni rivoluzionarie e innovative, il cambiamento del clima avrà la meglio su di noi. Ebbene sì: per qualche tempo ancora avremo bisogno del carbone, ma faremmo bene a non inseguire la chimera di poter utilizzare un giorno un "carbone pulito", nel momento stesso in cui il nostro futuro in realtà dipende già oggi dalla nostra capacità di creare tecnologie radicalmente nuove, in grado di rimpiazzarlo una volta per tutte. 

FONTE: repubblica.it

martedì 17 marzo 2009

DA ANTICORPI NATURALI NUOVO VACCINO ANTI-HIV

Dopo 25 anni di fallimento nella realizzazione di un vaccino contro il virus dell'Hiv, una nuova speranza arriva da un approccio innovativo che sfrutta un ampio spettro di anticorpi naturali posseduti da alcuni pazienti immuni al virus, anziche' utilizzare un solo 'super anticorpo'. Un gruppo di ricercatori della Rockefeller University ha identificato un diverso pool di anticorpi nei pazienti con Hiv a lenta progressione, che sono in grado di tenere sotto controllo il virus grazie a un'azione combinata, proprio come farebbe un singolo 'super-anticorpo'. Lo hanno annunciato sulle pagine della rivista Nature. I ceppi dell'Hiv hanno la capacita' di mutare rapidamente, rendendosi avversari particolarmente ostici per il sistema immunitario dell'ospite. Ma un elemento viene condiviso praticamente da tutti i ceppi: una proteina dell'involucro chiamata 'gp140', necessaria per infettare le cellule. Precedenti ricerche hanno mostrato che quattro anticorpi ingegnerizzati in modo casuale, capaci di bloccarre l'attivita' di tale proteina, sono in grado di prevenire l'infezione in cellule in coltura, ma tutti i tentativi per indurre l'organismo umano a produrli sono falliti. Cosi' Johannes Scheid, coordinatore dello studio, ha puntato l'attenzione sugli anticorpi prodotti da sei persone infettate dal virus, il cui sistema immunitario sembrava aver ingaggiato una strenua resistenza al virus. Il fenomeno si verifica nel 10-20 per cento di tutti i pazienti, e porta a un controllo della proliferazione virale e a una progressione molto lenta della malattia. Le loro cellule B memoria producono alti livelli di anticorpi virali, ma finora nessuno e' riuscito a comprendere appieno in che modo riescano a essere cosi' efficaci. In quest'ultima ricerca, da campioni di sangue di questi soggetti i ricercatori hanno isolato 433 anticorpi che hanno come bersaglio la proteina dell'involucro, e li hanno clonati e prodotti in grandi quantita' analizzando quanto ciascuno di essi fosse efficace nel neutralizzare il virus. Nel processo, e' stata identificata una nuova struttura all'interno di tale proteina, chiamata 'gp120 core', che non era mai stata riconosciuta come potenziale bersaglio degli anticorpi. Come ha spiegato lo stesso Scheid, questi anticorpi hanno in comune la capacita' di neutralizzare il virus, ma ciascuno di essi ha una limitata capacita' di combatterlo. Una strategia terapeutica basata su questa sinergia avrebbe anche il vantaggio di riconoscere un'ampia gamma di ceppi di Hiv, il che indica come la loro diversita' possa costituire un notevole vantaggio, tenuto conto della capacita' del virus di mutare.

FONTE: agi.it

lunedì 16 marzo 2009

Internet, rivoluzione Muziic trasforma YouTube in radio

Il software inventato da un quindicenne che rende possibile ascoltare tutti gli inediti musicali dal sito, senza caricare i videoclip

David Nelson ha quindici anni, ma tra poche settimane potrebbe diventare uno dei personaggi più famosi del mondo, perché sta rivoluzionando la musica in Internet. Ha realizzato un software, chiamato Muziic, che consente di ascoltare in streaming tutta la musica contenuta in YouTube. Muziic potrebbe avere lo stesso impatto rivoluzionario che ebbe dieci anni fa Napster. YouTube, nonostante sia un servizio video, contiene in realtà diversi milioni di brani musicali, molti dei quali dal vivo, perfomance introvabili su disco, registrazioni amatoriali, inedite. Il piccolo software consente agli utenti di creare delle proprie playlist ascoltando i brani presenti su YouTube senza dover caricare i video, in maniera molto simile a quella di iTunes, senza pubblicità e, soprattutto, potendo ascoltare anche singole canzoni a richiesta. E il tutto gratuitamente. Qualsiasi brano su YouTube può essere ascoltato, anche cose non reperibili altrove, come il concerto della reunion dei Pink Floyd al Live8, o l'esibizione dei Led Zeppelin di due anni fa, brani che fanno parte della storia del jazz come quelli di Louis Armstrong degli anni 30, o gli storici concerti punk dei Sex Pistols, il che trasforma Muziic nel più grande archivio musicale della rete. Napster è stata la prima pietra lanciata verso la demolizione dell'industria discografica così come la conoscevamo, Muziic può essere l'ultima, il software "definitivo" per chiunque ami la musica e la voglia ascoltare attraverso la rete. Ascoltare e non scaricare, perché Muziic non è un software per il download dei brani di YouTube, ma un semplice ed efficientissimo "media player". Era questo l'obbiettivo del quindicenne David Nelson, che vive con i suoi genitori a Bettendorf, in Iowa. "Volevo creare un software che potesse permettere alla gente di poter ascoltare la musica nella maniera migliore", dice David "e volevo sviluppare qualcosa che fosse legale". E' infatti la legalità di questo servizio ad essere in discussione, perché Muziic è stato creato senza alcuna forma di accordo con YouTube o con le case discografiche, e non si sa ancora se Google (proprietaria di YouTube) o le major contesteranno a Muziic l'infrazione delle leggi sul copyright o dei termini d'utilizzo del sito americano. YouTube ha già contattato il padre di David, Mark Nelson, socio con il figlio nella società che produce Muziic e le trattative sono già iniziate, mentre da parte delle case discografiche c'è per ora silenzio. "Noi incoraggiamo la gente a trovare nuovi modi di utilizzo di YouTube" ha detto un portavoce di Google, "purché non siano in contrasto con i nostri termini di utilizzo". Il giovanissimo David comunque ha le idee chiare: "Non abbiamo paura di Google" ha dichiarato a News. com, "Sanno riconoscere una buona idea quando la vedono e sono sicuro che sapranno riconoscere che il nostro servizio è un modo eccellente per ascoltare musica".

FONTE: ERNESTO ASSANTE (repubblica.it)

domenica 15 marzo 2009

Danimarca, trovato un meteorite di 4 miliardi di anni fa

I frammenti recuperati da un appassionato sull'isola di Lolland: la loro composizione è inusuale

Alcuni frammenti del meteorite caduto nel Mar Baltico al largo di Rostock a metà gennaio sono stati trovati ora nei pressi dell'isola Lolland, in Danimarca, da un "cacciatore amatoriale" di meteoriti. La loro composizione è inusuale e gli esperti parlano di scoperta «sensazionale». 
FRAMMENTI - Thomas Grau di Rostock, un cacciatore di meteoriti per hobby, sbalordisce gli specialisti danesi con il suo fiuto: in un campo sull'isola danese di Lolland ha ritrovato alcuni frammenti del meteorite caduto il 17 gennaio a largo di Rostock e che ha illuminato a giorno le coste tedesche del Baltico e parti della Scandinavia. E' stato identificato come coda di un meteorite. 
RARO - Gli esperti del Museo geologico di Copenhagen hanno spiegato al quotidiano «Politiken» che si tratta di uno dei rari meteoriti a disposizione della scienza. Secondo le prime analisi su alcuni frammenti messi a disposizione da Grau, si tratta di roccia primitiva dell'universo di almeno 4,5 miliardi anni. Resti di meteorite sono stati trovati in Danimarca l'ultima volta nel 1951. Secondo il geofisico Henning Haack questo tipo di meteorite è molto raro, finora ne sono stati trovati solo dieci nel mondo. Gli esperti del Museo geologico della capitale sperano ora che anche altri appassionati di meteoriti si mettano alla ricerca di resti caduti sull'isola di Lolland e che li consegnino alle autorità, come prevede per altro la legge danese.

FONTE: E.B. (corriere.it)

venerdì 13 marzo 2009

Tecnologia: scoperta vernice che si auto-ripara grazie al sole

Una vernice capace di riparare da sola i graffi, semplicemente con l'esposizione alla luce del sole. Sembra fantascienza, invece l'hanno progettata e sperimentata presso l'Universita' Southern Missisipi di Hattiesburg, negli Stati Uniti. L'esposizione ai raggi ultravioletti consente la formazione di nuovi legami tra le molecole danneggiate del polimero che compone la vernice. "Potrebbe diventare un buon materiale di protezione per la vernice della auto", ha detto Marek Urban, lo scienziato che ha diretto lo studio. Urban e il suo team di ricerca hanno combinato il poliuretano con una molecola di chitosano, un carboidrato che si trova nella corazza dei crostacei come granchi e aragoste. I ricercatori hanno poi modificato il chitosano con l'aggiunta delle strutture composte da quattro atomi di carbonio che si chiamano anelli di oxetano. Sono proprio questi a avere la proprieta' dall'auto-riparazione, anche se il procedimento chimico rimane fino a oggi sconosciuto. 

FONTE: corriere.it

giovedì 12 marzo 2009

La Cina si prepara a lanciare una mini stazione spaziale


Le autorità hanno confermato il piano per la messa in orbita nel 2011

Il 2011 sarà un’annata doc per lo spazio cinese. Pechino compirà un balzo notevole realizzando il primo passo per arrivare alla prima stazione spaziale del Celeste Impero. Numerose voci avevano anticipato il nuovo grande passo ma ora Ling Xiaohong, vicepresidente della China Academy of Launch Vehicle Technology e Wang Yongzhi membro della Political Consultative Conference hanno confermato il piano attualmente già in corso. Alla fine del 2010 sarà lanciato un veicolo automatico (quindi senza uomini a bordo), in pratica il modulo abitabile solitamente agganciato alla navicella Shenzhou che ospita i taikonauti. Una volta in orbita sarà lanciata nel 2011 la capsula Shenzhou-8 anch’essa senza passeggeri a bordo e i due veicoli si agganceranno assieme comandati da terra. Se l’aggancio riuscirà allora partirà , sempre nel 2011, la navicella Shenzhou-9 con tre taikonauti e che raggiungerà la coppia di veicoli disabitati già intorno alla Terra, unendosi a loro. In questo modo si collauderanno per la prima volta da parte cinese le tecniche di rendez-vous e aggancio orbitale e se tutto funzionerà a dovere Pechino assemblerà così un nucleo ristretto ma significativo di una base orbitale.

STAZIONE SPAZIALE - E sarà un esercizio importante perché Pechino, se il test non presenterà ostacoli, intende poi procedere con una vera stazione spaziale più grande e capace di restare intorno alla Terra per diversi anni, sfidando, in un certo senso, la stazione spaziale internazionale che entro il 2010 sarà completata da parte di Usa, Russia, Giappone, Europa e Canada. Per la missione si selezioneranno tre fortunati fra i 14 taikonauti che oggi compongono la squadra spaziale. Presto ci sarà anche un nuovo reclutamento che includerà pure una donna la quale, però, volerà nel cosmo dopo il 2011. Solo nel 2003 la Cina ha lanciato il suo primo taikonauta Yang Liwei a bordo di Shenzhou-5. Da allora la corsa si è accelerata con l’obiettivo di arrivare sulla Luna dopo il 2020. Giovanni Caprara

FONTE: Giovanni Caprara (corriere.it)

martedì 10 marzo 2009

Creato il polmone portatile, aiuterà a respirare

Dopo l'occhio bionico, arriva il polmone portatile: un gruppo di scienziati britannici ha messo a punto un apparecchio, non più grande di un porta-occhiali, in grado di ossigenare il sangue all'esterno dell'organismo prima che rientri nei polmoni. Anche se occorrerà ancora qualche anno prima che possa essere immesso in commercio, l'apparecchio potrebbe essere una valida alternativa ai trapianti. Sono decine le patologie che interessano i polmoni e che impediscono o limitano la capacità di respirare: il cancro, la tubercolosi, l'asma, la malattia polmonare cronica ostruttiva, la fibrosi cistica, l'apnea notturna, la branchiolite, l'influenza aviaria. Il polmone portatile -spiega il team della Swansea University- replica il funzionamento dei polmoni: fa entrare ossigeno e fa uscire anidride carbonica dal sangue. E potrebbe davvero cambiare la qualità della vita di milioni di persone in tutto il mondo. Il progetto è stato guidato dal professore Rhodri Williams, che partorì l'idea dopo aver visto morire un figlio a causa della fibrosi cistica: «È importante -ha osservato- fare qualcosa che aiuti concretamente le persone, che anzichè essere confinate su una sedia a rotelle con una bombola d'ossigeno, potranno a camminare e a muoversi autonomamente».

FONTE: lastampa.it

sabato 7 marzo 2009

Tumore al seno, italiani scoprono molecola che provoca la metastasi

Si chiama FOXP3 ed è una molecola la cui presenza nelle cellule del tumore al seno è legata allo sviluppo di metastasi. È stata scoperta da un gruppo di ricercatori italiani grazie alla collaborazione tra l'Unità Operativa Bersagli Molecolari dell'Istituto Tumori di Milano (Int), diretta da Elda Tagliabue e il gruppo che fa capo ad Andrea Balsari, docente di Immunologia all'Università Statale. La scoperta, che sarà utile per personalizzare sempre più le terapie, è stata fatta analizzando il tessuto neoplastico di pazienti operate di tumore al seno. Lo studio, finanziato dall'Airc, è stato pubblicato dal Journal of Clinical Oncology. L'analisi del tessuto neoplastico ottenuto da più di 300 pazienti - spiega una nota dell'Int - ha evidenziato come la presenza di FOXP3 nelle cellule tumorali mammarie si associa significativamente col rischio di sviluppare metastasi, quindi con una condizione di maggiore aggressività della malattia. In particolare, nelle pazienti che non presentavano cellule maligne nei linfonodi, la presenza di FOXP3 nelle cellule del tumore primario si correlava con un peggioramento della prognosi dovuto a metastasi, mentre nelle pazienti con coinvolgimento dei linfonodi, l'assenza di FOXP3 nelle cellule tumorali era in correlazione con una prognosi più favorevole. «Gli sforzi dei due gruppi di ricerca - sostiene Balsari - sono ora rivolti all'individuazione del meccanismo biologico attraverso cui la molecola FOXP3 spinge le cellule del tumore della mammella a diffondersi in altri organi». «E con le conoscenze acquisite - aggiunge Tagliabue - sarà possibile studiare il modo di usare FOXP3 per individuare i tumori più aggressivi contro cui indirizzare terapie mirate, oppure disegnare nuove molecole in grado di contrastare l'azione della stessa FOXP3».

FONTE: ilmessaggero.it

venerdì 6 marzo 2009

Microsoft sfida Google con il motore Kumo

Dopo il fallito tentativo di comprare Yahoo!, Ballmer e soci mettono a punto un nuovo strumento di ricerca in grado di comprendere frasi, domande e relazioni fra parole

Microsoft ci riprova: dopo il tentativo fallito di comprare Yahoo!, Steve Ballmer e soci stanno mettendo a punto un nuovo motore di ricerca per colpire Google dove fa più male. Battezzato Kumo, il nuovo servizio è attualmente accessibile soltanto ai dipendenti Microsoft ma la sua esistenza, e la possibilità che diventi presto il motore ufficiale di Redmond, sono state confermate dai vertici della compagnia. Secondo un documento interno diffuso dal blog "All Things Digital" delWall Street Journal, Kumo aspirerebbe a essere un motore di ricerca "semantico", in grado cioè di comprendere frasi, domande e relazioni tra le parole. "A dispetto dei progressi fatti in questi anni, il 40% delle richieste fatte ai motori di ricerca resta senza risposta", sostiene Microsoft. "Questo e altri dati ci dicono che gli utenti spesso non trovano ciò che cercano nei motori di oggi". Al momento non è possibile verificare se la tecnologia alla base di Kumo sia all'altezza di queste premesse. Di concreto finora da Microsoft sono trapelate solo alcune schermate che documentano la grafica estremamente semplificata (in stile Google, si direbbe) del motore. D'altra parte, non è la prima volta che la compagnia tenta di entrare, con tutta la sua potenza di fuoco, nel business delle ricerche: già nel 2006, il colosso di Redmond aveva lanciato il motore "Live". L'anno scorso aveva offerto 47,5 miliardi di dollari per comprare Yahoo!, il principale concorrente di Google. Kumo è solo l'ultimo atto della guerra a distanza tra i due colossi dell'informatica. Il mese scorso, Google si è unito all'indagine dell'Unione Europea contro Microsoft per abuso di posizione dominante nel mercato dei browser (Google è recentemente entrata in questo settore con un suo software, chiamato Chrome). Microsoft potrebbe rispondere per le rime se la giustizia americana darà seguito alla denuncia di un piccolo motore di ricerca che ha recentemente accusato Google di pratiche anticoncorrenziali. Il mercato dei motori di ricerca è nettamente dominato da Google, con una fetta del 63 per cento. Microsoft deve accontentarsi dell'8,5 per cento, preceduta da Yahoo! con il 21 per cento. 

FONTE: Alessio Balbi (repubblica.it)

 

giovedì 5 marzo 2009

Luci intelligenti in casa con Aladin


Messo a punto un sistema in grado di regolare automaticamente il livello di illuminazione domestica

Gli effetti di una buona (o cattiva) illuminazione sono noti da tempo. Tanto che esiste anche una disciplina, la foto-terapia, che studia come l’esposizione a fonti di luce influenza il nostro benessere psico-fisico. Proprio in questo filone si inserisce un innovativo progetto finanziato dall’Unione Europea. Si chiama Aladin Project e di recente ha divulgato i risultati della sua prima sperimentazione: una tecnologia in grado di regolare l’illuminazione domestica in base alle nostre attività quotidiane. Ad esempio, più focalizzata ed intensa mentre leggiamo, più soft mentre guardiamo la tv. Il tutto automaticamente, e senza bisogno di intervento umano.

BIOSENSORI – Il sistema utilizza biosensori impiantati sul nostro corpo (sotto forma di guanto) in grado di misurare il battito cardiaco e di rilevare la risposta elettro-dermica (che è più intensa nei momenti di attività e minore quando siamo rilassati). I dati raccolti vengono trasmessi in modalità wireless (senza fili) ad una centralina che regola il livello di illuminazione della stanza in cui ci si trova. E che percepisce anche la presenza o meno di fonti di luce esterne. In questo modo si riesce a calibrare il livello di luminosità in maniera più precisa rispetto alle nostre «sensazioni».

APPLICAZIONI – La prima sperimentazione di Aladin è stata condotta in Austria, Germania e Italia su un campione di cento persone anziane. «Una scarsa illuminazione può accentuare le difficoltà di lettura già presenti in molti individui anziani, ma può anche causare depressione e interrompere i cicli del sonno», spiega Edith Maier, coordinatrice del progetto. I ricercatori pensano anche a possibili applicazioni per migliorare la mobilità in casa, illuminando ad esempio gli ostacoli e i pericoli: «il che potrebbe essere molto utile per chi soffre di demenza e si ritrova facilmente disorientato». In futuro, la tecnologia potrà essere estesa anche ad altri ambiti. Primo fra tutti l’ufficio, dove una corretta regolazione della luce può favorire la concentrazione e la produttività.

COSTI – Dopo i buoni riscontri dei primi test, diversi produttori stanno pensando di integrare questa tecnologia nei sistemi già utilizzati negli ospedali e nelle case di cure. Al momento, comunque, i costi non sono alla portata del pensionato medio: installare il prototipo costa tra i 10 mila e i 12 mila euro. Ma in futuro, sfruttando le economie di scala, questa cifra potrebbe scendere anche a 5 mila euro.

FONTE: Nicola Bruno (corriere.it)

mercoledì 4 marzo 2009

Il costume che asciuga subito

È fatto di un tessuto nanotecnologico completamente idrorepellente. Asciutto all'istante fuori dall'acqua

Al mare o in piscina, il costume bagnato è l’incubo di tutti: genitori ansiosi per la salute dei piccoli nuotatori, adulti attenti a non bagnare i sedili dell’auto, giovani preoccupati dei terribili aloni che macchiano i vestiti. Per ciascuno, i residui di acqua sono uno spiacevole contrattempo che obbliga a lunghe attese sotto il sole o a scomodi cambi di abiti. Una possibile soluzione giunge dalla società statunitense Sun Dry Swim, che ha recentemente lanciato un nuovo tessuto completamente idrorepellente: basta uscire dall’acqua per vedere le gocce scivolare via e avere il costume di nuovo asciutto, come se mai si fosse bagnato.

NANOTECNOLOGIE – Dopo le innovazioni – più tecnologiche che tessili – dei recenti costumi olimpionici idrodinamici appositamente creati per ridurre l’attrito nell’acqua, questo materiale promette di cambiare anche le abitudini dei non professionisti, come riporta il Telegraph. Per ottenere un materiale idrorepellente, il classico tessuto sintetico è stato trattato con una nanotecnologia ecosostenibile, non tossica e adatta al contatto con la pelle che rende il costume impermeabile all’acqua in modo permanente e resistente alla maggior parte delle macchie.

A CIASCUNO IL SUO – Il tessuto della versione sportiva è inoltre resistente ad alti livelli di cloro, particolarmente utile per un uso costante in piscina, mentre la versione per i più piccoli garantisce una protezione solare completa; i costumi «sempre asciutti» sono perciò rivolti a sportivi e famiglie. Questo non è però il primo tentativo fatto per migliorare materiali e tessuti usati quotidianamente: negli ultimi anni, le nanotecnologie sono state utilizzate numerose volte per lo sviluppo di vernici, giacche e abiti idrorepellenti o resistenti allo sporco.

FONTE: Marina Rossi (corriere.it)