giovedì 30 aprile 2009

E' il pomodoro il vero amico dell' uomo


Viva la pappa col pomodoro, cantava diversi anni fa Rita Pavone, non potendo certo immaginare che il prezioso ortaggio sarebbe entrato di diritto nella dieta prescritta dai cardiologi per combattere l'infarto. Il licopene, l'antiossidante contenuto nella buccia del pomodoro, fino ad ora considerato prezioso alleato contro il tumore della prostata, diventa una vera e propria terapia anti infarto e ictus. I dati presentati a Taormina per il Mediterranean Cardiology Meetingdimostrano come sia capace di bloccare l'ossidazione dei lipidi, in modo da ridurre il rischio della formazione di placche causa di problemi cardiovascolari. 
Un etto di salsa al giorno. Unico incoveniente sembrerebbero le dosi. Il licopene è biodisponibile, e quindi utilizzabile dall'organismo, solo se cotto: per permettere al corpo di beneficiare di questo antiossidante sarebbe necessario in teoria consumare ogni giorno un chilo di pomodori che in forma concentrata si trasformano in 100 grammi. Questa quantità riuscirebbe a ridurre consistentemente, in modo variabile a seconda delle condizioni di partenza della persona, il rischio di incidenti cardiovascolari. 
Si calcola che utilizzando il pomodoro come elemento cardine della dieta mediterranea si possa infatti ridurre il rischio, ha spiegato Michele Gulizia, presidente dell'associazione italiana di aritmologia e cardiostimolazione, fino al 30%. I cardiologi, in proposito sono concordi nel considerare l'opportunità di tradurre queste indicazioni in un vero e protocollo di prevenzione alimentare.

FONTE: ilmessaggero.it

mercoledì 29 aprile 2009

In Italia il primo robot spazzino


Utile per la raccolta di spazzatura «porta a porta» nei centri storici e nei grandi commerciali

Nel metro e mezzo di altezza e 77 centimetri di larghezza si nasconde un mix di tecnologie: un sistema di navigazione satellitare, un altro basato su ultrasuoni e ancora sistemi laser e una miriade di sensori e meccanismi elettronici e meccanici. Il tutto costruito e assemblato con uno scopo: raccogliere la spazzatura. Il primo robot spazzino sarà sperimentato in Italia da sabato 9 maggio a Pontedera, in provincia di Pisa. L’automa si chiama DustCart ed è stato realizzato dall’Atr (Advanced Telecommunications Research Institute International), uno dei più prestigiosi laboratori di ricerca giapponesi e dalla Scuola superiore Sant’Anna di Pisa. Il robot spazzino per ora ha un’autonomia di 24 chilometri e una velocità di 16 ed è utile per la raccolta di spazzatura «porta a porta» soprattutto nei piccoli centri storici e nei centri commerciali. Il funzionamento è semplicissimo. L’utente forma un numero al cellulare, inserisce via e numero civico, e il robottino raggiunge l’appuntamento. A questo punto si inserisce il sacco della spazzatura nel ventre dell’automa che può ospitare sino a 30 chili di materiale. Una delle peculiarità della macchina è la possibilità di fare raccolta differenziata: sfiorando lo schermo sensibile al tocco, infatti, si può selezionare la tipologia di rifiuti (vetro, plastica, carta e altro) e dare la possibilità al robot di raggiungere appositi contenitori. La sperimentazione di DustCart si svolgerà nelle zone pedonali dei Comuni di Pontedera, Peccioli e Massa (Massa Carrara) e all’estero a Örebro (Svezia) e a Bilbao (Spagna). I primi risultati di laboratori hanno dato un esito positivo. Tecnicamente il robot funziona bene e individua con accuratezza ostacoli e indirizzi. Questo avviene grazie a un innovativo sistema di ultrasuoni e di segnalatori che debbono essere istallati nelle zone operative. Anche il Gps e gli altri sensori compiono il loro dovere egregiamente. Non mancano però i problemi. Perché passare da un ambiente tutto sommato «protetto» (laboratori, zone di sperimentazione) a quello di una città può trasformarsi per l’automa in una giungla. Per una corretta raccolta di rifiuti è dunque indispensabile avere una rete di robot che, se pur efficienti, hanno bisogno di manutenzione e soprattutto di controllo. E questo vale soprattutto nei Paesi occidentali dove gli episodi di vandalismo sono purtroppo all’ordine del giorno. Anche i costi di produzione avranno un peso. L’impressione è che i netturbini in carne e ossa potranno dormire sonni tranquilli almeno per qualche altro anno. Wall-e, l’automa spazzino della Disney e della Pixar premiato con l’Oscar, resterà ancora un'icona dell’immaginario cinematografico.

FONTE: Marco Gasperetti (corriere.it)

martedì 28 aprile 2009

Individuata la ricetta per rigenerare le cellule del cuore


Due ricercatori del Gladstone Institute of Cardiovascular Disease di San Francisco hanno individuato il mix di proteine in grado di innescare il processo per riprogrammare qualsiasi cellula in cardiomiociti (quelle del cuore). Queste sarebbero in grado di rigenerare i settori necrotizzati di un cuore colpito da infarto. La scoperta, riportata da Nature, rappresenta un primo passo verso lo sviluppo di una nuova tecnica terapeutica attraverso la riprogrammazione cellulare che superi i deludenti risultati fin qui ottenuti con le staminali. Jan Takeuchi e Benoit Bruneau hanno identificato tre proteine che insieme hanno portato alla mutazione di cellule del mesoderma di un topo in cellule cardiache.  Si tratta di due “fattori di trascrizione” (Gata4 e Tbx5) e della proteina cardiaca Baf60c. Considerato che i problemi cardiaci sono la prima causa di mortalità al mondo e che il cuore ha una ridottissima capacità rigenerativa se il meccanismo si dimostrasse efficace anche nell’uomo in teoria sarebbe possibile usare qualsiasi cellula per riprogrammarla per arare il muscolo più importante del corpo. 

FONTE: lastampa.it

domenica 26 aprile 2009

INFLUENZA SUINA. 81 MORTI IN MESSICO. FARNESINA: NON ANDATE


UE, NESSUN CONTAGIO IN EUROPA

Aumentano i casi di influenza suina nel mondo - che in Messico sinora avrebbe causato la morte di 81 persone - ma da Bruxelles arriva una rassicurazione: "In Europa nessun caso di contagio". In Italia il ministero al Welfare assicura che il maiale e' "assolutamente sicuro" e che, all'evenienza, "abbiamo farmaci antivirali in quantita' piu' che sufficiente". "Fino a questo momento non abbiamo registrato alcun caso in Europa" ha spiegato un portavoce della Commissione, che ha aggiunto: "Seguiamo molto da vicino l'evoluzione del quadro e siamo in contatto con il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie, gli Stati Uniti, il Messico, l'Organizzazione mondiale della Sanita' e gli Stati Membri per valutare le informazioni gia' in nostro possesso". In Italia parla il sottosegretario al Welfare Ferruccio Fazio, ai microfoni del Gr1: "Il nostro maiale e' assolutamente sicuro. Questo lo diciamo con assoluta certezza. Non esiste alcun pericolo". "L'nfluenza suina - spiega Fazio - si prende prima da contaggio dal maiale, e poi da uomo a uomo. E' un virus nuovo, quindi non e' che si conosce moltissimo, ma sicuramente non si prende mangiando carne cotta di maiale. Poi noi non importiamo carne dal Messico e quindi non esiste nessuno spazio per pensare che i nostri maiali non siano sicuri. Per quanto riguarda i farmaci - prosegue fazio - noi abbiamo farmaci antivirali in quantita' piu' che sufficiente, in stoccaggio che avevano accantonato tempo addietro, stiamo valutando adeguate strategie vaccinali e contiamo di avere la situazione sotto controllo. Poi - conclude - in collaborazione con l'Oms stiamo agendo in sintonia con tutti i paesi europei". Intanto saltano fuori casi di possibile contrazione del virus: in Nuova Zelanda dieci studenti neozelandesi avrebbero "probabilmente" contratto il virus dell'influenza suina, dopo essere rientrati sabato da un viaggio di tre settimane in Messico. Ci sarebbero due casi sospetti anche in Francia e uno in Israele.

FONTE: agi.it

sabato 25 aprile 2009

Estratto di té verde: un concentrato di virtù


Consumato fin dal 2700 a.C, il tè è diventato nel tempo un rituale che caratterizza gli usi e i costumi di molti popoli. Una bevanda antichissima che deriva dall’infusione delle foglie del tè, una pianta arbustiva della famiglia delle teacee originariamente coltivata in Cina e Giappone fra il IV e il VII secolo d.C, che nel tempo si è diffusa in India, Indonesia e Ceylon. Una pianta che, grazie alla ricca concentrazione di catechine, polifenoli contenuti nelle foglie, sta oggi riscuotendo grande attenzione da parte della comunità scientifica per i suoi effetti benefici sulla salute. Le catechine del tè, già molto conosciute per le loro proprietà antiossidanti, hanno mostrato infatti, negli ultimi anni, conseguenze positive anche sui livelli di concentrazione dei lipidi nel sangue.  In quest’ambito l’Osservatorio AIIPA (Associazione Italiana Industrie prodotti Alimentari – Area Integratori Alimentari) segnala uno studio scientifico, pubblicato sul Journal of American College of Nutrition, che evidenzierebbe una correlazione fra l’estratto del tè verde e i livelli di concentrazione dei lipidi nel sangue.  Lo studio* è stato condotto su un campione di 14 persone valutate dopo 7 giorni di somministrazione con placebo e dopo 5 settimane di integrazione giornaliera con un estratto di tè verde che aveva un contenuto medio di 375 mg di catecolo e 150 mg di caffeina. L’obiettivo era quello di indagare l’effetto a breve/medio termine dell’estratto di tè verde sulla funzione vascolare e sui livelli di colesterolo LDL in donne sane di età media di 35 anni.  Dall’analisi dei risultati è emerso che, rispetto al placebo, l’estratto di tè verde ha determinato, nelle persone coinvolte nello studio, una riduzione significativa, pari al 37,4%, della concentrazione del colesterolo LDL, un abbassamento dei trigliceridi nel sangue e un miglioramento della funzionalità vascolare.  Questo conferma quindi l’effetto positivo delle catechine del tè verde, per il benessere dell’organismo. 

*Tinahones FJ Rubio MA, Garrido-Sanchez L, Ruiz C, Gordillo E, Cabrerizo L, Cadorna F, “Green tea reduces LDL oxidability and improve vascular function”, Journal of American College of Nutrition, 2008 Apr; 2 (2):209-13.

Sul corretto utilizzo degli integratori alimentari si può consultare il sitowww.integratoriebenessere.it realizzato da AIIPA.

Fonte: comunicato stampa AIIPA

venerdì 24 aprile 2009

Il chewin-gum aguzza l'ingegno e favorisce lo studio


Che dire, ripensando al caso di qualche settimana fa dove un professore di una scuola di Tarzo, in provincia di Treviso, ha multato di 50 centesimi uno studente per aver masticato del chewingum in classe: avrà forse limitato le facoltà cognitive dello studente anziché dare un esempio di educazione? Senza entrare nella polemica e nel merito della questione, quello che hanno scoperto ricercatori americani potrebbe offrire il motivo per accampare una scusa per godersi una bella “masticata” in classe. Infatti, secondo una scoperta fatta dai ricercatori del Baylor College of Medicine di Houston (Texas), la gomma da masticare può aumentare le prestazioni scolastiche degli adolescenti. Potrà sembrare strano, ma sulla base dei risultati di uno studio condotto su di un gruppo di studenti a cui è stato fatto masticare per 14 settimane un chewin-gum senza zucchero, si è scoperto che questi hanno mostrato un aumento dei punteggi conseguiti nei test standard di matematica e la qualità finale totale è stata migliore rispetto a quelli che non hanno masticato la gomma. In percentuale, l’aumento delle prestazioni logiche è stato del 3% che, secondo i ricercatori, anche se è una percentuale piccola è comunque segno di un cambiamento statisticamente significativo. Già precedenti ricerche hanno dimostrato che la gomma da masticare può aiutare a ridurre lo stress, alleviare l'ansia e migliorare l’attenzione. Questo nuovo studio, pur basandosi sulle ricerche precedenti, per la prima volta prevede un possibile ruolo per la gomma da masticare nel contribuire a migliorare la performance scolastica. Lo studio è stato presentato nella "Late Breaking" Poster Session presso l'American Society for Nutrition (ASN) e all’Annual Meeting at Experimental Biology.

FONTE: lastampa.it

giovedì 23 aprile 2009

Scoperto un oggetto gigantesco risalente allálba dell' Universo


Immensa bolla di gas, o galassia super-gigante


Un gruppo di astronomi ha riferito la scoperta di un gigantesco e misterioso oggetto celeste che risale all’alba dell’universo e potrebbe essere l’antenato di una galassia. È stato battezzato Himiko, dal nome di una leggendaria regina del Giappone.Basandosi sulle osservazioni compiute da una serie di telescopi, gli astronomi hanno calcolato che l’oggetto esisteva quando l’universo aveva «soltanto» 800 milioni di anni. L’età dell’universo, nato dalla gigantesca esplosione nota come «big bang» è di 13,7 miliardi di anni, secondo le osservazioni più recenti. Himiko, che sembra una immensa bolla di gas, si estende per 55mila anni luce, una misura pari al raggio del disco che forma la nostra galassia, la Via Lattea. La sua esatta natura non è chiara agli astronomi. Potrebbe trattarsi di una nube gassosa, che emette radiazioni in conseguenza della presenza al suo interno di un grande «buco nero», oppure, secondo un’altra ipotesi, del risultato della collisione di due grandi galassie. Una terza ipotesi parla di una sola galassia super-gigante contenente 40 miliardi di stelle.Masami Ouchi, della Carnegie Institution, che guida il gruppo internazionale autore della scoperta, ha detto di essere molto sorpreso, perchè gli astronomi «non avrebbero mai immaginato che un oggetto così grande potesse esistere in un’epoca corrispondente a soltanto il sei per cento della vita dell’universo». Secondo la teoria del big bang, dalla grande esplosione sarebbero nati oggetti più piccoli, poi raggruppatisi in formazioni più grandi. Lo studio relativo verrà pubblicato sul prossimo numero dell’Astrophysical Journal.


FONTE: lastampa.it

mercoledì 22 aprile 2009

34.7°N, 85.7°E: è il luogo più inaccessibile


Realizzata la mappa delle aree più e meno raggiungibili del mondo. Per l'Italia in cima alla lista c'è il Monte Rosa

Il luogo più inaccessibile del mondo si trova sull'altipiano del Tibet. Non ha un nome ma, se proprio volete raggiungerlo, potete inserire le seguenti coordinate sul vostro navigatore satellitare: 34.7°N, 85.7°E. Dopodiché preparatevi a un lungo viaggio. Da Lhasa o Korla, gli agglomerati più vicini sufficientemente abitati da meritarsi il nome di città, ci vogliono tre settimane. Per la precisione, un giorno di macchina e venti a piedi in un percorso che l'altitudine (5.200 metri) e un terreno non propriamente liscio sconsigliano ai viaggiatori inesperti o poco in forma. Nel caso siate temerari, buona fortuna. Se invece non avete velleità da turisti estremi, potete divertirvi a trovare altri luoghi egualmente difficili da raggiungeresulle mappe messe a punto dai ricercatori del Joint Research Center dell'Unione europea che valutano, appunto, l'accessibilità delle varie aree della terra.

ADDIO ISOLAMENTO - Gli scienziati del centro (che ha sede in Italia, a Ispra in provincia di Varese) hanno infatti elaborato una serie di cartine geografiche che danno un'idea di quanto siano remoti i differenti luoghi del globo sulla base di un concetto molto semplice: quanto ci vuole ad arrivarci a partire dalla più vicina città di almeno 50 mila abitanti? Pubblicate sul World Development Report 2009 della Banca Mondiale e riprese dal «New Scientist», queste rappresentazioni visuali offrono una prospettiva che non stupisce: nel nostro mondo globalizzato di selvaggio e misterioso resta poco. Per esempio, ci dicono le cartine, meno del 10 per cento delle aree del mondo si trova a più di 48 ore di viaggio via terra dalla città più prossima. Due giorni, insomma e addio sudato isolamento. Ma per gli amanti della solitudine le brutte notizie non sono finite qui. Anche i luoghi solitamente ritenuti più inaccessibili non lo sono più così tanto. In Amazzonia, per esempio, l'estesa rete fluviale e il crescente numero di strade ha ridotto al 20 per cento la superficie che dista più di due giornate dal centro urbano più vicino. Tanto vale, se progettate un viaggio lontano dalla civiltà, andare in Quebec, il cui territorio, dal punto di vista dell'accessibilità, offre una proporzione simile e anche meno zanzare. Nel complesso, più di metà della popolazione mondiale vive a meno di un'ora da una città. «L'aspetto più drammatico di questa mappa è che rivela quante poche zone del mondo possono ancora essere considerate remote» ci racconta Andrew Nelson, uno degli autori delle mappe.

INACCESSIBILITÀ TRICOLORE - E l'Italia? Secondo la metodologia impiegata, il luogo più inaccessibile sarebbe il Monte Rosa, seguito dal Monte Cevedale nel Parco nazionale dello Stelvio e il Cozzo del Pelegrino montagna del Parco nazionale del Pollino in Calabria. Tuttavia, spiega ancora Nelson: «La cartina è stata fatta per un'analisi globale e questa top 3 italiana deve essere presa con un po' di cautela. Probabilmente il Club alpino italiano ha informazioni migliori per trovare le zone più remote dell'Italia!».

UNO SGUARDO D'INSIEME – Un'occhiata veloce alla cartina generale rivela che le grandi aree con una più spiccata tendenza a essere inaccessibili sono l'Africa sahariana, le regioni artiche, le zone himalayane e l'Amazzonia. Ma come è stata calcolato l'accessibilità di un luogo? I ricercatori hanno costruito un modello che calcola il tempo necessario a partire da un determinato luogo per raggiungere, via terra o via acqua, la più vicina città di almeno 50mila abitanti. Gli scienziati hanno stabilito che per percorrere un chilometro di strada in auto ci vogliano in media da 30 secondi a 6 minuti a seconda delle condizioni del suolo), in treno 1 minuto e mezzo, esattamente come via mare; i minuti diventano 3 se si sceglie la navigazione via fiume. Per quanto riguarda il tempo di percorrenza a piedi, dipende dal tipo di superficie. Si va dai 60 minuti a chilometro per le foreste ai 24 minuti di aree desertiche fino ai 48 minuti di neve e ghiaccio. Tra i fattori tenuti in conto per determinare l'accessibilità di un luogo ci sono anche l'altitudine, la presenza di un confine e la pendenza.

FONTE: Raffaele Mastrolonardo (corriere.it)

martedì 21 aprile 2009

Cellulari: da Kyocera arriva il telefono che si carica con il movimento

Un cellulare che si piega e sta in tasca come un portafogli. E per di piu' si ricarica con il solo movimento cinetico. Lo ha presentato la societa' giapponese Kyocera durante il CTIA Wireless 2009 di Las Vegas. Per ora si tratta di un prototipo, ma potrebbe diventare veramente il telefono del futuro. Si chiama EOS ed e' caratterizzato dal basso consumo energetico e da un rivestimento di pelle semirigida che avvolge lo schermo OLED in polimeri flessibili. Puo' essere utilizzato per semplici chiamate anche mentre rimane chiuso, mentre aperto rivela un ampio schermo. L'energia usata per il funzionamento viene accumulata grazie ai nanogeneratori piezoelettrici in grado di ricavarla dal piegamento di alcuni fili metallici all'interno del prodotto.





FONTE: corriere.it

lunedì 20 aprile 2009

Atomi sottozero ecco l'orologio più preciso del mondo


Perde un secondo ogni 300 milioni di anni. Aiuterà a prevedere anche i terremoti


Qualunque sia la nostra meta, ci arriveremo in tempo. Non contento di aver realizzato un orologio che perde un secondo ogni 150 milioni di anni, il genere umano ne ha realizzato un altro due volte più preciso. Per vederlo uscire dai binari, i nostri eredi remoti se ancora esisteranno dovranno aspettare 300 milioni di anni. A questi livelli di precisione l'università del Colorado e quella di Copenaghen sono arrivati usando le competenze della fisica quantistica più moderna: confinando, quasi immobilizzando e maneggiando singoli atomi di un elemento chiamato stronzio con l'utilizzo di campi magnetici e raggi laser. Quel che hanno ottenuto però conserva ancora un po' del sapore antico. Perché se prima misurare il tempo voleva dire contare le oscillazioni di un pendolo, l'orologio atomico descritto oggi su Science funziona sempre contando delle oscillazioni: quelle di un atomo di stronzio, talmente regolari da sfiorare la precisione assoluta.  Il compito di rallentare questi atomi per "addomesticarli" è affidato al freddo. La temperatura dell'orologio viene abbassata fin quasi a lambire i meno 273 gradi: la temperatura dello zero assoluto, raggiunta la quale la materia diventerebbe in teoria completamente immobile. "Un atomo è formato da un nucleo e alcuni elettroni che gli ruotano intorno seguendo orbite ben precise" spiega Jan Thomsen dell'università di Copenaghen, uno dei padri del nuovo orologio. "Usando un raggio laser, riusciamo a far muovere gli elettroni avanti e indietro tra le orbite. Questo è il concetto di pendolo in un orologio atomico".  Era il 1949 quando la Bbc abbandonò il pendolo tradizionale per battere i suoi rintocchi via radio, e negli ultimi 50 anni gli orologi atomici hanno accresciuto la loro precisione di 100mila volte. Così nel 1967 per misurare il suo tempo l'uomo abbandonò il ciclo del sole per affidarsi esclusivamente a un atomo di cesio e ai suoi rapidi "tic". La conferenza universale per i pesi e le misure definì allora un secondo come il tempo che quest'atomo impiega a compiere 9,2 miliardi di oscillazioni.  Oggi il nostro tempo personale si affida a orologi da polso al quarzo che perdono circa un secondo ogni tre mesi, ma il "coordinated universal time" che sincronizza tutte le attività umane sul pianeta si avvale di 260 orologi atomici - grossi apparecchi alti un paio di metri - distribuiti in una quarantina di laboratori del mondo e capaci di mantenere il passo con diligenza per tre milioni di anni.  Sembrerebbe più che sufficiente per la nostra specie. Eppure da orologi così precisi sono molte le attività che non possono prescindere: la trasmissione di dati via internet o attraverso i telefoni cellulari tra zone distanti del pianeta ha bisogno di coordinazione assoluta. Così le transazioni bancarie o il sistema di posizionamento Gps, in cui i satelliti e gli apparecchi a terra si parlano misurando continuamente la loro distanza. Perfino i geologi grazie a sistemi di misura tanto precisi riescono a rilevare i spostamenti minimi fra le placche terrestri, aggiornando di continuo le mappe di rischio dei terremoti. 

FONTE: ELENA DUSI (repubblica.it)

domenica 19 aprile 2009

Scoperto il significato della «materia oscura» del genoma


Un team di ricercatori internazionale spiega la funzione del misterioso «Dna-spazzatura»

Lo chiamavano «Dna spazzatura» pensando fosse un residuo di codice genetico di cui l'evoluzione non ha saputo che fare. Ma ora sarà ben difficile che il cosiddetto «junk- Dna» , o almeno una parte di esso, venga ancora «apostrofato» in questo modo. Una ricerca pubblicata sulla prestigiosa rivista scientifica Nature Genetics, frutto anche di una robusta partecipazione italiana, getta infatti nuova luce sulla«materia oscura» del genoma.

DNA «INUTILE» - Una porzione del nostro Dna (quasi la metà) è costituita da sequenze di «basi» ripetute centinaia di migliaia di volte, che, per il solo fatto di sembrare prive di significato in base alle conoscenze acquisite finora, era stata classificata come «inutile residuo evolutivo». Un team di ricercatori internazionali (di cui fanno parte il gruppo di lavoro del Laboratorio di epigenetica del Dulbecco Telethon Institute, guidato da Valerio Orlando e ospitato dall'Irccs Fondazione Santa Lucia e dall'Ebri e il gruppo di Piero Carninci dell'Omics Centre del Riken di Yokohama in Giappone). hanno scoperto che in realtà queste sequenze rispondono a un preciso programma genetico. E contribuisce in maniera decisiva a dare un'identità alle diverse cellule dell'organismo umano.

TAPPA STORICA - Il lavoro - sottolineano i ricercatori - segna una «tappa storica» nella ricerca genetica, svelando come il lato «oscuro» del genoma si comporti esattamente come i geni, che invece rappresentano soltanto il 2% dell'intero genoma. Non solo: quelle sequenze ripetute sono essenziali per il corretto funzionamento dei geni stessi. La scoperta potrà contribuire all'analisi di tutti quei meccanismi che agiscono al di sopra dei geni (detti epigenetici) e che potrebbero influenzare, tra l'altro, la diversa manifestazione delle malattie tra singoli individui, la risposta individuale ai farmaci o, in casi particolari, l'applicabilità della terapia genica.

COME FUNZIONA - L'equipe ha dimostrato che alcune di queste sequenze vengono trascritte in precisi momenti della vita cellulare, per esempio durante le prime fasi dello sviluppo e del differenziamento. Altre sono in grado di inserirsi in prossimità dei geni e di regolarne l'attività: in alcuni casi, questo può avere anche effetti patologici importanti, come la trasformazione della cellula sana in una tumorale. Per la prima volta si dimostra, in pratica, come tali sequenze si comportino secondo un programma definito e in grado di influenzare la vita delle cellule. L'origine evolutiva delle sequenze ripetute - che rappresentano ben il 45% dell'intero genoma - va ricercato nei trasposoni, particolari segmenti di Dna che hanno la capacità di spostarsi da una parte all'altra di un cromosoma, oppure da uno all'altro. Svolgono un ruolo importante dal punto di vista evolutivo, perchè data la loro natura mobile sono in grado di creare variabilità e, potenzialmente, di far acquisire o perdere funzioni biologiche.

TELETHON - Già sessant'anni fa la biologa americana Barbara McClintock lo aveva intuito. Oggi, grazie soprattutto alle sofisticate tecnologie disponibili e alle competenze multidisciplinari, il gruppo di lavoro internazionale è riuscito a verificare tale ipotesi, riabilitando questa grossa porzione del nostro Dna.In Italia la ricerca è stata finanziata da Telethon, dall'Associazione italiana per la ricerca sul cancro (Airc) e dalla Compagnia di San Paolo.

FONTE: coriere.it

sabato 18 aprile 2009

Champissage, il massaggio indiano della testa che promuove il benessere di tutto il corpo


Si chiama Champissage ed è un particolare massaggio eseguito alla testa, ma riflette la sua azione benefica a tutto il corpo. È particolarmente indicato in situazioni di stress, ma offre i suoi benefici in molte altre situazioni. Basato sulle antiche tecniche di guarigione ayurvediche, il massaggio champissage si pratica in India da più di mille anni. Inizialmente era particolarmente utilizzato dalle donne per rendere bella e fluente la propria chioma, ma le proprietà eccezionalmente rilassanti ne hanno esteso la pratica al benessere totale della persona e non solo alla cura della bellezza.  Il massaggio si può praticare comodamente seduti su di una sedia, e quindi si può eseguire anche in ufficio, in casa o altri luoghi senza doversi necessariamente recarsi in un centro benessere. Il massaggio offre sollievo da tutta una serie di affezioni, informano gli esperti e responsabili del sito indianchampissage.com, tra cui: 

tensioni,
mal di testa,
stanchezza agli occhi,
dolori nella zona del collo e della spalla,
dolori in genere,
insonnia,
stress da lavoro e sintomi correlati,
infonde un profondo senso di pace e tranquillità,
favorisce la crescita dei capelli. 

Una sessione di norma dura tra i 20 ei 30 minuti. Ma esiste una versione ridotta appositamente adattata per chi lavora in ufficio.


FONTE: Luigi Mondo & Stefania Del Principe

venerdì 17 aprile 2009

Scienziati Usa identificano la proteina della longevità

Identificata la proteina della longevità. Questa consente alle cellule di rimanere in vita in carenza di ossigeno e, oltre a svolgere un importante ruolo nel determinare la longevità, contribuisce alla resistenza alle malattie nella terza età. Almeno questo è quanto emerso da uno studio condotto da un gruppo di ricercatori dell’Università di Washington e pubblicato sulla rivista “Science”.  La reazione protettiva delle cellule in condizioni di scarsità di ossigeno, denominata “risposta Ipossica”, è stata studiata approfonditamente in un verme nematode. È stato così possibile scoprire che la cavia è in grado di vivere più a lungo se il suo corredo genetico permette alle cellule di avviare la “risposta ipossica” anche in condizioni di ossigenazione normali. Inoltre, non solo il verme vive più a lungo, ma è anche relativamente meno esposto all’accumulo di proteine tossiche che potrebbe verificarsi quando invecchia. L’aggregazione di proteine tossiche viene riscontrata anche negli esseri umani, nel cervello di persone affette dalla malattia di Alzheimer o dalla Corea di Huntington e in numerose altre patologie degenerative che colpiscono in particolare nella vecchiaia. Per questo motivo, la definizione dei meccanismi cellulari in grado di prevenire l’accumulo di tali proteine in un organismo semplice può consentire di individuare, anche nel caso dell’essere umano, nuovi bersagli terapeutici per patologie devastanti. La scoperta è stata possibile grazie all’analisi dei meccanismi con i quali la restrizione dietetica è in grado di rallentare l’invecchiamento dei vermi nematodi, come già dimostrato in molte altre specie quali le mosche o i topi.  Lo stesso gruppo di ricerca aveva dimostrato in passato una correlazione inversa tra la restrizione calorica e l’aggregazione di proteine tossiche proprio nel nematode. Tuttavia, gli esperimenti di genetica hanno mostrato che la “risposta ipossica” è correlata alla longevità secondo meccanismi fisiologici differenti i sia rispetto alla restrizione dietetica sia rispetto alla risposta insulinica.  «Resta in piedi l’ipotesi - hanno commentato i ricercatori - che i meccanismi che ora vediamo come distinti possano rivelarsi il frutto di un unico processo fisiologico più profondo, ma per questo dobbiamo attendere i risultati degli studi futuri».  Il fattore chiave che controlla la risposta ipossica è denominato “HIF”, a sua volta regolato da una proteina nota come “VHL-1”, che “etichetta” le “HIF” che devono essere distrutte dai meccanismi cellulari. Questo sistema mantiene spento il processo della “risposta ipossica” in condizioni normali. Ibridando questi vermi con quelli incapaci di produrre la “VHL-1”, i ricercatori sono riusciti a indurre la persistenza dell’HIF anche in presenza di sufficienti livelli di ossigeno, constatando come questa condizione determinasse una sopravvivenza maggiore del 30 per cento rispetto al normale.  Gli autori sperano ora di poter estendere le loro conclusioni dai nematodi all’uomo con lo scopo di poter in futuro rallentare l’invecchiamento anche nell’essere umano. 


FONTE: lastampa.it

giovedì 16 aprile 2009

Fornello solare, lavatrice a noci così la casa diventa "verde"

Ecco le sette idee più ingegnose per coniugare utilità domestiche e minimo impatto ambientale

Casa pulita vuol dire anche risparmio e produzione di energia. In tutto il mondo, è un fiorire di concorsi, e quindi di idee. Ne abbiamo scelte sette molto innovative. 
Il fornello solare. A infilare il sole in una scatola non ci aveva mai pensato nessuno. C'è riuscito Jon Bohmer inventando Kyoto Box, il fornello a energia solare che gli è valso il primo premio del Climate Change Challenge 2009, il concorso per l'invenzione più "eco" organizzato dal Forum for the future. Il fornello (costo di realizzazione: 5 dollari) è di piccole dimensioni, produce calore grazie all'energia solare e sarà utilissimo a quei due miliardi di persone che vivono al limite della sopravvivenza e hanno il sole come unico patrimonio. Permetterà loro di disinfettare l'acqua e renderla potabile, riscaldarsi di notte e cucinare. 
Il tessuto-luce. Energia rinnovabile protagonista anche nel progetto Portable Light, realizzato dal MIT (Massachusetts Institute of Technology) grazie a un'idea della scienziata Sheila Kennedy. Anche stavolta il principio è semplice, basato sull'integrazione di pannelli solari flessibili in stoffe e tendaggi in modo da creare energia gratuita e libera. Il progetto pilota, sviluppato con il contributo di architetti, antropologi, ingegneri e medici, è nato per risolvere le esigenze della popolazione indigena dell'area messicana della Sierra Madre, che non ha accesso all'elettricità. Il "tessuto solare" viene realizzato con semiconduttori che assorbendo la luce del sole la convertono in energia elettrica. Il risultato finale è un materiale leggero, portatile e morbido, capace di immagazzinare i raggi del sole e restituire luce, trasformandosi in una sorta di lampada nomade. 
Le bici ricaricabili. E dopo l'energia solare tra i fornelli e nei tessuti, non poteva mancare quella per i mezzi di trasporto. Il sistema su due ruote Ubicycle, creato dall'agenzia di design Continuum, darà ai viaggiatori di Montreal (prima città in cui verranno distribuite le bici) un nuovo modo di percorrere la città, usando bici che all'occorrenza, grazie all'energia solare, diventano motorini ecologici. Per ricaricarle basterà appoggiarle alla rastrelliera. Bella invenzione: ma quante catene dovremmo mettere in Italia per evitare che qualcuno le rubi? 
Le barche a energia termica. Scienziati dell'università di Berkeley hanno anche messo a punto delle macchine acquatiche, dalle ridotte dimensioni, a propulsione solare "diretta", capaci di sfruttare la tensione superficiale dei liquidi. Queste minuscole "barche" sono realizzate in plastica e strisce di carbonio nanostrutturato: quando i raggi del sole vengono concentrati sul dispositivo, i nanotubi si riscaldano rilasciando energia termica anche alle molecole d'acqua che li circondano e provocando così una diminuzione della tensione superficiale. In assenza di ostacoli, l'oggetto riscaldato si dirige verso una zona a maggior tensione spostandosi sulla superficie del liquido. In poche parole, la barca naviga senza gettare una goccia di inquinamento nel mare. 
La stampante a caffè. Tra le materie prime rinnovabili però non c'è soltanto il sole. Anche gli avanzi di caffè possono essere riciclati e diventare ad esempio inchiostro per stampare documenti: questa la futuristica idea alla base della RITI Printer, una stampante ecologica dotata di una specie di bicchierino in cui versare gli avanzi di bevande scure (tè o caffè). E' stata ideata dal coreano Jeon Hwan Ju, che l'ha iscritta all'ultima edizione della Greener Gadget Competition. Il bicchierino va mosso a destra e sinistra manualmente e la bevanda viene depositata sul foglio, risparmiando all'ambiente, in una prospettiva di lungo periodo, tonnellate di agenti chimici non biodegradabili. 
La lavatrice a noci. Stesso discorso per la lavatrice E-Wash, creata dall'ungherese Levente Szabo, vincitore della quinta edizione dell'Electrolux Design Lab 07. Questo elettrodomestico piccolo e compatto ha capacità di carico e centrifughe uguali a quelle dei moderni apparecchi, solo che invece dei classici detersivi in polvere utilizza le "noci lavanti" dell'albero Sapindus mukorossi, il cui potere detergente è noto da millenni in India e Nepal. Il merito è tutto dei gusci, ricchi di saponina, una sostanza presente in percentuale minima anche nei prodotti industriali ma che in questo caso viene usata pura, si scioglie a contatto con l'acqua e funziona come un normale detersivo, per giunta anche disinfettante. 
Acqua potabile eolica. Grazie alle energie rinnovabili è anche possibile ottenere acqua potabile dagli oceani senza dover ricorrere all'elettricità. Il progetto sviluppato dalla University of Technology di Delft, in Olanda, è riuscito nell'impresa sviluppando un mulino a vento a osmosi inversa, che pompa l'acqua salata utilizzando l'energia eolica e la porta dal mare alla membrana a osmosi, a una pressione di circa 60 bar. Il sale contenuto nella soluzione viene così rilasciato, rendendo possibile ricavare acqua dolce. Il mulino è in grado di produrre dai cinque ai 10 metri cubi di acqua al giorno, a seconda della capacità e della velocità del vento a disposizione, e i serbatoi permettono di conservare l'acqua anche per cinque giorni in situazioni di siccità estrema o di scarsità di vento. Le alternative per aiutare il pianeta dunque non mancano: basta avere la voglia di andarle a cercare. 

FONTE: repubblica.it

mercoledì 15 aprile 2009

Dire addio alle cicatrici con il farmaco salva-pelle

Progettato in Gran Bretagna grazie al principio attivo che aiuta i bambini a non ferirsi in placenta. Non ancora chiusa la sperimentazione. I risultati sono incoraggianti ma l'efficacia dipende dalla gravità


C'è chi le trova sexy e chi proprio non le sopporta: fatto sta che le cicatrici non sono mai una cosa desiderabile, tanto che il termine è sinonimo di traumi non superati. La scienza è però capace di tutto, persino di farle diventare quasi invisibili. Questo almeno sembra aver fatto un tema di ricerca inglese dell'università di Manchester, che ha sviluppato un farmaco iniettabile localmente, l'avotermin, dimostratosi subito molto efficace allo scopo. Tanto che la prestigiosa rivista Lancet ha dedicato al progetto coordinato dal professor Mark Ferguson un articolo incoraggiante; se la sperimentazione dimostrerà di non avere effetti collaterali, potrebbe aprirsi una nuova era sul fronte della chirurgia estetica. Il farmaco infatti potrebbe essere utilizzato dai chirurghi prima di operare il paziente per minimizzare il danno: sebbene gel al silicone e derivati siano già stati ampiamente utilizzati per ridurre gli inestetismi delle cicatrici, questa cura potrebbe essere la prima veramente efficace in questo campo. "E' un'ottima notizia senz'altro", spiega il professor Tonino Di Pietro, presidente dell'Isplad - Società Internazionale di Dermatologia Plastica. "L'importante è che si rimanga nell'ambito della terapia localizzata e dell'uso topico. Attualmente, prima di arrivare alla chirurgia plastica, si ricorre a due terapie, una che utilizza gel a compressione e l'altra con infiltrazioni di silicone. Ma si tratta di metodi che mostrano la loro efficacia più o meno nel 10% dei casi". L'avotermin è stato invece sperimentato con successo su volontari sani che avevano delle cicatrici, seguiti dai ricercatori inglesi per un anno. I risultati incoraggianti hanno spinto l'equipe ad avviare trial in numerosi Paesi europei, dando vita ad una società biotecnologica, la Renovo, dedicata proprio allo sviluppo del farmaco. Alla sperimentazione hanno preso parte circa 200 individui, tutti con segni di ferite della profondità di circa un centimetro su entrambe le braccia. Una ferita è stata curata con l'avotermin, l'altra col placebo e quella trattata con il nuovo farmaco ha riacquistato quasi l'aspetto di una pelle normale. La realizzazione dell'avotermin è dovuta essenzialmente all'identificazione di una proteina che ha forti proprietà cicatrizzanti ed è la sostanza che permette al feto di non ferirsi quando si trova nel ventre materno. Il professor Ferguson, docente della University of Manchester e co-fondatore e ceo della Renovo, precisa però che la fase di sperimentazione non è ancora conclusa: "Stiamo cercando altri 350 pazienti con cicatrici molto evidenti che necessitino di interventi estetici. Taglieremo la ferita e la tratteremo da un lato con avotermin, dall'altro con placebo per confrontare i risultati. Bisogna somministrare il farmaco quando si chiude la ferita, entro le 48 ore dal trauma". Non tutte le cicatrici infatti sono uguali e nel processo di rimarginazione si possono presentare alterazioni per eccesso (cicatrice ipertrofica) o per difetto (cicatrice atrofica). "Con questo farmaco chi ha la tendenza a cicatrizzare male, formerà una cicatrice meno evidente, mentre chi ha la fortuna di cicatrizzare bene, avrà una pelle quasi priva di tracce" ha assicurato il professore. Fino a questo momento l'unica terapia conosciuta per ridurre le cicatrici è stata quella estetica, variabile in rapporto al tipo di danno subito. I chirurghi distinguono la cicatrice ipertrofica dal cheloide, perché nel secondo caso è bene evitare l'asportazione chirurgica. Gli effetti dell'avotermin sui vari tipi di segni che il tempo lascia sulla pelle non sono stati ancora del tutto sperimentati ma, se anche solo dovesse riuscire a ridurre qualche inestetismo senza ricorrere al bisturi, sarebbe di certo una buona notizia.

FONTE: SARA FICOCELLI (repubblica.it)

martedì 14 aprile 2009

Scoperti i nervi del tatto. Così il tocco diventa piacere

Gli scienziati hanno individuato come si trasmette l'impulso delle carezze. La velocità ottimale è 4-5 centimetri al secondo


Una mano sfiora morbida la pelle. E il tocco diventa un brivido piacevole che risale fino al cervello. Sensazioni, provate da tutti, che viaggiano su treni di fibre, battezzati nervi C-tattili del piacere. La scoperta è di un gruppo di neuroscienziati capeggiato da Francis McGlone dell'azienda britannica Unilever, in collaborazione con l'Università svedese di Gothenburg e l'Università Usa del Nord Carolina. Ebbene i neuroscienziati hanno ora scoperto cosa c'è alla base del misterioso potere di una carezza: studiando le reazioni nervose di un gruppo di 20 volontari, gli scienziati hanno trovato i nervi C-tattili, uno speciale gruppo di fibre nervose disposte su parti del corpo che siamo soliti sfiorarci o lasciarci carezzare e che consentono al cervello di sentire il piacere, carico di affetto, delle carezze. La loro esistenza spiega la propensione per coccole, carezze e massaggi. E spiega perché la nostra indole, innata, ci chiede e 'gioisce' di questo tipo di esperienze tattili. Le fibre C sono di fatto importantissime, spiega il neuroscienziato sulla rivista Nature Neuroscience, per mediare le relazioni affettive mamma-figlio o tra i partner, ma spiegano anche perché ci piace molto prenderci cura di noi, magari con un massaggio, o stendendo sulla pelle una lozione idratante dopo la doccia. I ricercatori hanno sfiorato la pelle dell'avambraccio dei volontari con tocco via via di velocità diversa ed hanno scoperto il nuovo gruppo di fibre nervose, osservando che queste si attivano solo quando lo sfioramento sulla cute corre a una velocità tale da essere avvertito come piacevole. La velocità ottimale delle carezze è 4-5 centimetri al secondo, spiega McGlone. Importantissima linea di confine tra noi e il mondo, la cute è cosparsa di innervazioni di vario tipo che permettono al corpo di sentire ciò che è fuori di noi e di proteggersi dal pericolo. Fondamentali, e molto studiate dai neuroscienziati, sono le fibre che percepiscono gli stimoli dolorosi: è grazie a loro, per esempio, che sappiamo ritrarre immediatamente la mano da un corpo caldo per non scottarci. Ma non c'è solo il dolore, anche l'affetto, provato sulla nostra pelle, è fondamentale. Non per niente già i nostri cugini scimpanzè usano 'carezzarsi' tra loro per 'pulirsi' il pelo. Non a caso stiamo ore a massaggiarci e l'affetto di una mamma per il proprio neonato passa anche per le carezze del corpo. Non solo, i neuroscienziati hanno scoperto che l"occhio attento di 'Madre Natura'", in assoluto rispetto delle regole darwiniane dell'evoluzione, ha disposto queste fibre non su tutto il corpo, ma solo sulle parti adatte a ricevere carezze: è impensabile che simili fibre del piacere tattile siano sul palmo della mano perché questa ne risulterebbe sempre 'distratta' e non riuscirebbe a svolgere i suoi importantissimi compiti di afferrare, muovere, spostare. Le fibre tattili del piacere, dunque, sono solo dove servono e dove non creano interferenze percettive. E sono indispensabili perché mediano l'affetto di cui sono gravide le carezze ma servono anche a 'invogliarci' alla cura di noi stessi. "La scoperta di queste fibre - conclude McGlone - getta infatti un'affascinante luce sul perché trascorriamo così tanto tempo prendendoci cura del nostro corpo con massaggi, lozioni e creme da stendere sulla cute. Oltre all'indubbio beneficio fisico, la verità è che proviamo piacere da quest'azione".

FONTE: larepubblica.it

giovedì 9 aprile 2009

AGLIO E TISANE FANNO BENE AI METEOROPATICI

Uno spicchio d'aglio, un ginseng, o magari una bella tisana. Sono i 'farmaci' che gli esperti consigliano ai meteoropatici per sconfiggere i disturbi causati dai cambiamenti climatici. Lo rivela uno studio del mensile "Airone" che ha sentito sul tema una serie di esperti e ricercatori. Secondo il Cnr di Firenze ormai un italiano su quattro soffre di quella che gli esperti non considerano una "malattia immaginaria". Per gli scienziati non si tratta semplicemente di malesseri di natura psicologica o psicosomatica, ma di disturbi fisici. Cause certe ancora non si conoscono. Una delle ipotesi piu' accreditate, come riporta Vincenzo Condemi, responsabile del BioMeteoLab dell'Universita' degli studi di Milano, "e' legata all'attivita' dell'ipofisi, una ghiandola situata nel nostro cervello, che produce l'ormone, l'Acth. L'arrivo delle perturbazioni atmosferiche - spiega - soprattutto se caratterizzate da un abbassamento della temperatura, parrebbe stimolarne la produzione, con conseguente aumento delle sindromi ansiose. Diminuisce invece la produzione di endorfine e si abbassa cosi' la nostra soglia del dolore (si riacutizzano mialgie, dolori alle ossa, cefalee)". Ma e' ancora solo una teoria, anche perche', come spiega Martina Petralli, ricercatrice del Centro di bioclimatologia dell'Universita' di Firenze, "indagare sulle cause precise delle meteoropatie e' molto difficile perche' chi ne soffre quasi mai si rivolge agli ospedali e mancano quindi dati certi sui disturbi". Sui rimedi per i meteoropatici, invece, gli esperti concordano. Per il mal di testa "da temporale", ad esempio, vanno evitati il vino, la cioccolata e i superalcolici. La soluzione migliore e' costituita dall'assunzione di aglio, che favorisce la circolazione e attenua il mal di testa. Contro gli sbalzi di temperatura, umidita' o pressione, che generano cambiamenti d'umore o crisi d'ansia si puo' ricorrere alla fitoterapia: tisane e infusi di camomilla, malva, biancospino, ulivo e melissa sono efficaci soprattutto nel pomeriggio. Ai soggetti depressi sono consigliati i preparati a base di Ipericum perforatum, ovvero ginseng, pappa reale, propoli e miele, talvolta associati a sedativi vegetali oppure a balsamici come eucaliptolo e olio di mugo.

FONTE: agi.it