domenica 26 dicembre 2010

Energia: Francia e GB puntano su eolico offshore e microgenerazione diffusa

Londra: promozione di piccoli impianti, anche casalinghi, fino a 50 kW elettrici e 300 kW termici

Anche la Francia, tra i principali Paesi al mondo produttori di energia nucleare in percentuale sul totale energetico nazionale, investe sull'eolico offshore. A gennaio, infatti, è previsto il primo bando per la concessione di aree destinate alla realizzazione dei primi parchi eolici marini per una potenza complessiva di circa 3 mila MW. Il governo francese si è posto l'obiettivo entro il 2020 di produrre da fonti rinnovabili il 23% della domanda energetica nazionale. Il che vuol dire che solo con l'eolico occorreranno impianti per un totale di 25 mila MW, di cui 6 mila MW in mare. L’investimento previsto è di circa 20 miliardi di euro. Attualmente sono circa trenta i progetti eolici offshore già proposti in Francia, per una capacità complessiva di circa 8 mila MW. «Non vogliamo ripetere con l'eolico gli stessi errori che abbiano fatto nel settore dell’energia solare», ha dichiarato un portavoce del governo, riferendosi al ritardo dell’industria francese nel settore del fotovoltaico, che costringe a importare quasi tutti i componenti necessari.

GRAN BRETAGNA - La Gran Bretagna ha annunciato il prossimo avvio di un ampio programma di promozione della microgenerazione diffusa di energia. Le tecnologie che si intende promuovere riguardano impianti fino a una potenza di 50 kW elettrici e 300 kW termici, relativi a pompe di calore innovative, fotovoltaico, solare termico, biomassa, microgenerazione in generale ed eolica in particolare, mini-idroeletrica, celle a combustibile, recupero del calore dai fumi. Il ministro dell’Energia, Greg Barker, ha diffuso il 22 dicembre un documento sulla strategia da seguire. Il documento si propone di aumentare la fiducia dei consumatori verso la sostenibilità energetica e garantire le migliori condizioni per il più ampio accesso alle informazioni sulle tecnologie della microgenerazione. «Vogliamo piantare i semi per far fiorire la piccola generazione nelle case, nelle aziende e nelle comunità», ha detto il ministro. «Abbiamo già promesso sostegni finanziari per incoraggiare la gente a installare pannelli solari e pompe di calore. Il documento servirà a dare all’industria e ai consumatori la fiducia necessaria a investire».

FONTE: corriere.it

venerdì 24 dicembre 2010

Da Marte alla vita artificiale, ecco le scoperte del decennio



In dieci anni abbiamo imparato a vedere meglio. I nostri occhi si sono posati sui singoli neuroni che "si accendono" nel cervello, hanno spiato la vita interiore della cellula e seguito in diretta lo sviluppo di un embrione. Hanno raggiunto pianeti simili alla Terra, annusato l'acqua su Marte e "fotografato" l'universo bambino nei primi istanti dopo il Big Bang.

È ricco di figurine, l'album delle scoperte del decennio della rivista Science. Come quella della livrea colorata di alcuni dinosauri del Giurassico, frutto della scoperta che il Dna può conservare dopo decine di migliaia di anni le sue informazioni e far rivivere di fronte ai nostri occhi il volto di un uomo di Neanderthal di 40mila anni fa (pelle chiara e i fulvi) o il sangue di un mammuth, che conteneva un antigelo per sopravvivere agli inverni.
Dal freddo al caldo, la galleria delle scoperte ci ricorda che un decennio fa non parlavamo di riscaldamento climatico se non in termini molto dubitativi. Oggi, scrive la rivista americana, "il riscaldamento è inequivocabile, il fatto che sia causato dall'uomo è molto verosimile e altrettanto improbabile è la capacità della natura di ristabilire l'equilibrio autonomamente".

In compenso, l'orizzonte del nostro sguardo si è allargato. E lo scritto che 410 anni fa contribuì a mandare Giordano Bruno al rogo ("Ci sono innumerevoli soli e innumerevoli terre che ruotano attorno ai loro soli") oggi è più di una certezza: è un'applicazione per l'iPhone che permette di seguire la scoperta di nuovi esopianeti potenzialmente abitabili. Attualmente sono oltre 500.

Analoga alla scoperta che non è il Sole a ruotare attorno alla Terra è - secondo Science - l'osservazione che nel corpo umano solo una cellula su dieci ci appartiene. Tali e tanti sono i batteri che abitano pacificamente il nostro organismo che se ragionassimo in termini numerici avrebbero la netta maggioranza. Contarli è stato un compito possibile grazie alla rapidità che il sequenziamento del Dna ha raggiunto. Dieci anni fa la lettura del primo genoma umano venne annunciata con grande fanfara, dopo un decennio di lavoro da parte di centinaia di scienziati e altrettanti computer. Oggi un singolo calcolatore snocciola il Dna di tre individui in una settimana.

Nella classifica del 2010, a vincere è la "macchina quantica" dei ricercatori dell'università della California. Per la prima volta, spiega Science, "un oggetto costruito da un uomo non si muove secondo le leggi della meccanica classica ma secondo la meccanica quantistica", in cui atomi e particelle non stanno mai fermi e possono trovarsi in due luoghi contemporaneamente.

Nel decennio passato abbiamo imparato a vedere meglio, ma nel prossimo forse non vedremo più nulla. Se andranno in porto gli studi sui metamateriali che deflettono la luce, gli scienziati ci stupiranno con il mantello dell'invisibilità. I suoi primi frammenti stanno prendendo forma nei laboratori. Arrivederci al prossimo decennio potrebbe non essere l'augurio migliore.

FONTE: Elena Dusi (repubblica.it)

giovedì 16 dicembre 2010

STUDIO SVEDESE, IL SONNO E' UNA CURA DI BELLEZZA

PIU' BELLO CHI DORME OTTO ORE, ASPETTO MENO SALUBRE PER CHI NE DORME CINQUE



L'idea che dormire sia una cura di bellezza non e' una diceria. Uno studio di scienziati svedesi ha infatti confermato che dormire bene rende piu' attraenti. All'esperimento, che e' stato condotto da John Axelsson, del Karolinska Institute di Stoccolma, hanno partecipato 23 persone tra i 18 e i 31 anni: tutti sono stati fotografati in due occasioni, alle 14:00 e alle 15.00, una prima volta dopo una normale notte di sonno di otto ore; una seconda dopo che avevano dormito appena 5 nell'arco di 31. Le foto sono state scattate tutte con una stessa macchina fotografica, in una stanza illuminata, alla stessa distanza dal soggetto. Nessuno era truccato, tutti avevano i capelli sciolti, erano ben lavati e rasati; e avevano un volto che, su indicazione dei ricercatori, doveva essere il piu' possibile rilassato e e neutro. Sessantacinque osservatori, che non sapevano nulla di quanto ognuno avesse dormito, hanno classificato le immagini per bellezza e giudicato se avessero un'espressione sana (o meno) stanca o tirata. Ebbene gli osservatori hanno sempre giudicato i partecipanti privati del sonno come meno sani e meno attraenti. "La nostra ricerca mostra che chi e' privato del sonno ha un'espressione meno salubre, meno attraente e meno riposata", si legge nella ricerca. "Il che suggerisce che gli esseri umani sono sensibili ai segni facciali legati al sonno, con potenziali implicazioni sui comportamenti e le decisioni sociali". (AGI) .

FONTE: agi.it

venerdì 10 dicembre 2010

Tumori, un'aspirina al giorno riduce le morti del 20%. Ma effetto dopo anni

La ricerca pubblicata on line su The Lancet. Garattini: «Ottimo risultato, ma no alla corsa all'acquisto»


Basse dosi di aspirina possono diventare uno scudo capace di ridurre del 20% le morti per molte forme comuni di tumore, ma gli esperti accolgono la notizia con prudenza. I nuovi dati, pubblicati online su The Lancet, sono importanti, ma non spiegano perché l'aspirina sia uno scudo anticancro. Inoltre perché sia efficace il farmaco va preso quotidianamente per anni (5,10 perfino 15), con costi in termini di controindicazioni che non possono essere ignorati.

Il risultato era nell'aria da tempo, considerando che già nell'ottobre scorso uno studio aveva dimostrato che basse dosi di aspirina (75 milligrammi al giorno) riducono di oltre un terzo le morti per tumore del colon retto. Ora il gruppo di Peter Rothwell, dell'università britannica di Oxford, ha preso in considerazione otto studi, per un totale si 25.570 pazienti che prendevano quotidianamente basse dosi di aspirina come prevenzione cardiovascolare. È emerso che l'aspirina riduce le morti per tumore in generale del 21% (del 35% quelle per i tumori gastrointestinali) con benefici apparenti per 5 anni, dopo i quali le morti per tutte le forme di tumore salgono al 34% e quelle per i tumori gastrointestinali al 54%. Gli effetti sono inoltre più evidenti nelle persone di oltre 65 anni.

L'effetto protettivo dell'aspirina è di 5 anni per i tumori di esofago, pancreas, cervello e polmoni; di 10 anni per stomaco e colon retto; di 15 per il tumore della prostata. Di conseguenza l'aspirina sembrerebbe essere un candidato alla chemioprofilassi, come il tamoxifene per tumore del seno e le vitamine A ed E per il tumore del polmone. «Il ruolo protettivo dell'aspirina contro i tumori è un tema ancora dibattuto», osserva l'oncologo Marco Venturini, presidente eletto dell'Associazione Italiana di Oncologia Medica (Aiom). «L'unica ipotesi è che possa accadere per l'azione che il farmaco esercita sui meccanismi infiammatori legati ai tumori». Quello che è certo, aggiunge, «è che non ci sono ancora elementi sufficienti per raccomandare l'aspirina a tutti».

Lo studio pubblicato su The Lancet è comunque un punto di partenza importante per orientare nuove ricerche: «per esempio, si potrebbero individuare i pazienti che possono avere un beneficio effettivo dall'uso di piccole dosi di aspirina». È sulla stessa linea il cardiologo Aldo Maggioni, direttore del Centro studi dell'Associazione Nazionale Medici Cardiologi ospedalieri (Anmco), ma - afferma «la ricerca non spiega il meccanismo per cui questo accade» e «quando si considerano le cause si entra nel mondo delle ipotesi».

Aspirina scudo contro i tumori? «Un dato che non sorprende: anche una ricerca del 2006 dell'Istituto Mario Negri l'aveva constatato». Ma la ricerca dell'università di Oxford «ci affida un risultato importante: ci indica che coloro che assumono questo farmaco per prevenire le malattie cardiovascolari, usufruiscono anche di un altro vantaggio, ovvero prevenire il cancro». A plaudere ai risultati della ricerca è Silvio Garattini, direttore dell'Istituto Mario Negri di Milano. A fare del farmaco più noto al mondo uno scudo contro le neoplasie «l'azione su un enzima, noto come ciclossigenasi - precisa il farmacologo - che accende le infiammazioni, aprendo dunque la porta anche allo sviluppo di tumori. L'aspirina ne inibisce l'attività, proteggendo in questo modo dal rischio di ammalarsi». Aspirina promossa, dunque, ma attenzione: Garattini mette in guardia dalla corsa all'acquisto. «Bisogna ricordare - raccomanda - che questo farmaco ha anche effetti collaterali, tra cui sanguinamenti e forme emorragiche. Deve continuare ad essere assunta quotidianamente - sottolinea dunque - solo da coloro che la prendono già per prevenire problemi cardiovascolari, soprattutto quando si è più avanti con gli anni».


«Lo studio inglese dimostra il principio che il cancro si può prevenire con molecole semplici, come l'aspirina. È la conferma di una mia intuizione di 35 anni fa»: le possibili virtù della farmacoprevenzione. E' il commento dell'oncologo Umberto Veronesi. Da quella prima intuizione sulle potenzialità della farmacoprevenzione, ricorda il direttore scientifico dell'Istituto europeo di oncologia (Ieo) di Milano, «sono nate ricerche pionieristiche come quelle sul tamoxifen, che come abbiamo dimostrato anche con un studio italiano è in grado di prevenire l'insorgenza del cancro del seno fino al 30% dei casi».

FONTE: ilmessaggero.it

giovedì 9 dicembre 2010

Un nuovo test per la salute cardiovascolare

I livelli di troponina rivelabili con la nuova metodica sono associati a un rischio sette volte maggiore di morte cardiovascolare entro sei anni

Il test dei livelli di troponina T cardiaca (cTnT) viene comunemente utilizzato per diagnosticare un eventuale infarto cardiaco. Ora una versione più sofisticata può rivelare patologie cardiache ancora a livello subclinico che potrebbero sfociare in eventi cardiovascolari futuri, secondo una nuova ricerca dello UT Southwestern Medical Center coordinata da James de Lemos, professore associato di medicina interna della UT Southwestern.

Il lavoro è basato sui risultati del Dallas Heart Study in cui de Lemos e colleghi hanno preso in considerazione 6100 residenti della contea di Dallas. In tale progetto, si è verificato in particolare come il livello di cTnT potrebbe essere rivelato con una tecnologia standard nell'1 per cento della popolazione.

Per determinare se una tecnologia più accurata potesse rivelare il cTnT a più bassi livelli, i ricercatori hanno utilizzato la stessa popolazione di residenti. A partire dall'anno 2000, circa 3500 soggetti di età compresa tra 30 e 65 anni hanno fornito campioni ematici e sono stati sottoposti a scansioni a risonanza magnetica e a tomografia computerizzata per evidenziare eventuali patologie al cuore e agli altri organi. Gli stessi soggetti sono poi stati seguiti fino al 2007.

Secondo quanto riferito nell'articolo di resoconto pubblicato sulla versione onlinedel Journal of the American Medical Association (JAMA), i ricercatori hanno mostrato che il test può rivelare la proteina in circa il 25 per cento dei campioni di sangue. I livelli rivelabili di troponina sono associati a un rischio sette volte maggiore di morte cardiovascolare entro sei anni.

“Questo test è tra i più potenti predittori di mortalità individuati finora”, ha spiegato James de Lemos, professore associato di medicina interna della UT Southwestern e primo autore dello studio. “Sembra che quanto più sono alti i livelli di troponina T, tanto più è alto il rischio di avere problemi cardiaci, indipendentemente dagli altri fattori di rischio.”

FONTE: lescienze.espresso.repubblica.it

lunedì 6 dicembre 2010

Scoperto batterio che si nutre di arsenico

RINVENUTO NEL MONO LAKE IN CALIFORNIA E NUTRITO CON LA SOSTANZA VELENOSA


È stato scoperto un batterio «alieno» che si nutre di arsenico. Alieno non nel senso che proviene dallo spazio, ma che basa il suo metabolismo non su ossigeno, idrogeno, azoto, fosforo, carbonio e zolfo come tutti gli altri esseri viventi di questo pianeta, ma su un elemento che è velenoso per la vita nel suo complesso. Il batterio è il ceppo GFAJ-1 della famiglia Halomonadaceae della classe Gamma Proteobacteria che vive sui fondali del Mono Lake, un lago in California ai confine del Parco Yosemite, noto per le sue acque estremamente alcaline (pH 10) che contengono alte percentuali di arsenico e sali che si depositano formando affascinanti concrezioni di travertino che localmente sono chiamati tufi, anche se geologicamente non lo sono.

MODIFICATO - Il batterio è stato modificato in un laboratorio dell'Istituto di astrobiologia della Arizona State University ordinato da Felisa Wolfe-Simon, grazie a una ricerca finanziata dalla Nasa e pubblicata giovedì su Science. Ora la vita del batterio dipende completamente da un veleno come l'arsenico. L'esistenza di un simile microrganismo è la dimostrazione che la vita può esistere in forme molto diverse da quelle che conosciamo: un dato del quale non potranno non tenere conto tutti i programmi spaziali impegnati nella ricerca di esseri viventi in altri pianeti. «La grande novità è che l'arsenico è utililzzato come blocco di costruzione per un organismo», ha sottolineato il professor Ariel Anbar, co-autore dello studio. I ricercatori hanno coltivato in laboratorio alcuni batteri rinvenuti nel fango del Mono Lake con alti livelli di arsenico. Un po' per volta i biologi hanno aumentato la quantità di arsenico nel terreno di coltura dei batteri, fino a rendere i microrganismi completamente dipendenti da quell'elemento. Che i batteri siano riusciti a sopravvivere è stata una sorpresa per gli stessi ricercatori. I batteri del ceppo GFAJ-1 sono oggi l'unica forma di vita finora nota nella quale una sostanza tossica come l'arsenico sostituisce completamente il fosfato, indispensabile alle funzioni vitali di tutte le forme di vita conosciute. Il fosfato è infatti alla base delle molecole di tutte le cellule.

FONTE: corriere.it

mercoledì 1 dicembre 2010

DEPRESSIONE: SCOPERTA PROTEINA CHIAVE PER CURARLA

Scoperta una proteina che potrebbe essere la chiave per un nuovo trattamento contro la depressione, altamente mirato e con pochi effetti collaterali.
I neuroscienziati del Centre for Addiction and Mental Health (CAMH) di Toronto hanno scoperto che l'accoppiamento tra due recettori della dopamina e' significativamente piu' elevato nei cervelli di persone cui era stata diagnosticata la forma piu' grave di depressione. "Abbiamo identificato un potenziale bersaglio terapeutico per lo sviluppo di nuovi agenti anti-depressivi" ha detto il dottor Liu Fang, Principal Investigator e Senior Scientist nel CAMH e professore associato di Psichiatria presso l'Universita' di Toronto. Lavorando su questa scoperta, i ricercatori hanno cercato un modo per disturbare questo "accoppiamento" tra i due recettori nella speranza di ottenere un effetto anti-depressivo. Hanno cominciato analizzando uno specifico meccanismo di segnalazione della dopamina, il complesso di recettori D1 e D2, per individuare i siti in cui si legano i due recettori insieme.
Con queste informazioni, sono stati in grado di generare una proteina che riesce a interrompere il legame dei due recettori.
La proteina e' stata poi testata in modelli animali per confrontare gli effetti con gli attuali farmaci anti-depressivi. "Dopo aver somministrato il peptide, abbiamo visto un netto miglioramento nei comportamenti depressivi. Il miglioramento osservato nel gruppo del peptide e' stato equivalente al miglioramento con i tradizionali farmaci anti-depressivi". Questa nuova proteina costituisce un approccio completamente nuovo al trattamento della depressione, trattamento che fino ad oggi si fonda soprattutto su farmaci che bloccano i trasportatori della serotonina o noradrenalina.
Questi farmaci antidepressivi convenzionali non funzionano per tutti i pazienti, e possono causare vari effetti collaterali.
"Siamo fiduciosi che la nostra ricerca portera' a nuove opzioni di trattamento che potrebbero ridurre gli effetti collaterali per i pazienti con depressione", ha dichiarato il dottor Liu.

FONTE: agi.it

martedì 30 novembre 2010

La molecola che fa ringiovanire

La telomerasi ripara i cappucci protettivi dei cromosomi: riattivandola gli organi degenerati si riprendono

MILANO - È possibile rimandare indietro le lancette dell'orologio e ringiovanire il corpo, o anche solo alcuni dei suoi organi o tessuti colpiti da malattie che ne determinano la degenerazione? Uno studio su topolini che invecchiano precocemente a causa di un difetto genetico dimostra che, riattivando un enzima importante per mantenere intatto il Dna, gli animali ringiovaniscono a tutti gli effetti; testicoli, milza e intestino che erano in via di degenerazione riprendono vita, così pure il cervello, e gli animali possono anche tornare fertili. L'importante risultato è del team di Ronald DePinho del Dana-Farber Cancer Institute di Boston.

TELOMERASI - «Stiamo pianificando studi su topolini sani ma anziani per vedere se il nostro metodo funziona anche su di loro» spiega DePinho. Ovvero per vedere se, riaccendendo l'enzima, si può arrestare o rallentare il fisiologico processo di invecchiamento cui tutti andiamo incontro. L'enzima clou di questo processo di "ringiovanimento pilotato" è la telomerasi, riparatore delle estremità dei cromosomi (telomeri). Lo stesso metodo, di cui parla l'ultimo numero della rivista Nature, potrebbe essere usato per riparare organi malati e con degenerazione, riattivando in modo mirato l'enzima telomerasi, per esempio, solo nel fegato colpito da cirrosi. I telomeri sono dei cappucci protettivi che si trovano alle estremità di ciascun cromosoma; in ogni cellula l'enzima telomerasi si preoccupa di riparare continuamente i telomeri. Tuttavia, man mano che invecchiamo i telomeri si "sfrangiano", come le estremità di lacci di scarpe cui si è rotto il cappuccio di plastica che li protegge. Quando ciò avviene l'informazione genetica viene via via intaccata e a ciò corrisponde un progressivo invecchiamento e malfunzionamento delle cellule. L'idea di DePinho è stata di vedere se, riattivando la telomerasi, questo naturale processo di deterioramento si può arrestare. Così gli esperti hanno creato in laboratorio topolini con un difetto nel gene della telomerasi, caratterizzati da atrofia di organi e tessuti, difficoltà di guarigione di ferite e perdita di cellule staminali.

FUTURI STUDI - «Questi topi mostrano gravi segni e sintomi di invecchiamento avanzato già in età adulta e vivono meno degli altri - spiega DePinho -. A questi topolini abbiamo acceso la telomerasi e osservato una sorprendente reversione del loro stato di invecchiamento: le cellule staminali si sono risvegliate, i loro organi sono ringiovaniti, il cervello è cresciuto, sono tornati fertili e molto altro. Sebbene per ora questi risultati non ci dicano che anche il naturale processo di invecchiamento può essere rimandato indietro in questo modo, e la risposta a questa domanda sarà oggetto di futuri studi - sottolinea DePinho -, questo lavoro ci suggerisce che, se rimuoviamo la causa dell'invecchiamento, i tessuti invecchiati possono ringiovanire». Inoltre, dato che i telomeri giocano un ruolo primario nell'invecchiamento, lo studio suggerisce che strategie farmacologiche volte a riaccendere transitoriamente la telomerasi in tessuti in cui non funziona o funziona poco potrebbero funzionare per ringiovanirli. Anche se è presto per dire che simili applicazioni cliniche potrebbero essere usate per rallentare il naturale declino dell'età di un individuo, ci sono ormai prove solide che il ripristino dei telomeri in malattie degenerative causa di invecchiamento precoce come l'Ataxia Telangiectasia, o malattie di organi come la cirrosi epatica, abbia un impatto significativo.

(Fonte: Ansa)

venerdì 19 novembre 2010

Le baby cellule ci guariranno

Yamanaka: vi svelo imiei esperimenti con le staminali pluripotenti


Cellule staminali? Dubbi e controversie proseguiranno, almeno per un po’. Le questioni bioetiche legate a questo fondamentale campo della ricerca, infatti, sono tutt’altro che risolte. Ad ammetterlo è Shinya Yamanaka, lo scienziato giapponese famoso per avere intuito e poi scoperto che per produrre cellule staminali pluripotenti non è necessario distruggere embrioni umani. Si può arrivare allo stesso risultato con cellule adulte, come quelle della pelle.

Eppure le cellule che si ottengono – le «staminali pluripotenti indotte», le iPS - non sono esattamente uguali a quelle ricavate dagli embrioni umani - le «embryonic stem cells» o «esc» – e, soprattutto, non è pensabile, per ora, di usarle per sperimentazioni sull’uomo (come avviene per quelle embrionali).

Nel 2007, quando venne annunciata, la scoperta di Yamanka suscitò enorme attesa, perché prometteva di risolvere ogni questione bioetica. Lo scienziato dell’«Institute for Frontier Medical Sciences» della Kyoto University aveva fatto tornare indietro le lancette biologiche delle singole cellule, facendole ringiovanire al punto da ridiventare come quelle dell’embrione, ma senza distruggerne nessuno. Non solo, ma Yamanaka è poi stato in grado di riprogrammare le cellule e far loro assumere la forma desiderata, per esempio come quelle cardiache. Il suo, quindi, è stato un capolavoro di ingegneria genetica. Ora, dopo tre anni, le aspettative generate da quella scoperta si sono realizzate solo in parte. Le staminali indotte sono instabili e il processo di «reset» è ancora poco chiaro per utilizzarle nell’organismo umano, per esempio per un trapianto.

E’ una strada lunga, ma ricca di promesse. E non a caso Yamanaka sarà dopodomani a Roma e ritirerà dal presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, il Premio Balzan 2010 per la biologia. E a confermare che le prospettive sono tutte aperte c’è il fatto che un ulteriore contributo alla ricerca arriverà dallo stesso riconoscimento. Yamanaka dovrà devolvere metà della cifra - un milione di franchi svizzeri - a studiosi impegnati nel settore.

FONTE: Emanuele Perugini (lastampa.it)

lunedì 15 novembre 2010

Raffreddore addio. Uno spray lo sconfiggerà


Il risultato ottenuto dagli studiosi di Cambridge, il laboratorio inglese dei Nobel. "Gli anticorpi tendono un'imboscata all'interno della cellula". Il meccanismo sarà utile anche nella lotta a molti altri virus più pericolosi, come quelli che causano la gastroenterite


Addio naso chiuso, gola in fiamme, tosse e starnuti. Scienziati della Cambridge University hanno scoperto la cura per far scomparire il raffreddore. La malattia più comune del mondo, che colpisce ogni anno, più volte all'anno, milioni di persone di ogni età, potrà essere sconfitta.

Potrà essere debellata grazie agli anticorpi presenti nel nostro sistema immunitario e a una proteina che si attacca al virus distruggendolo. Entro un decennio dovrebbe essere pronto un medicinale, probabilmente uno spray, in grado di liberarci dal disturbo che scandisce gli autunni, gli inverni e qualche volta anche le altre stagioni. Per l'industria farmaceutica si profila una miniera d'oro di nuovi guadagni. Per gli autori della scoperta si intravede la possibilità del premio Nobel. E per tutti i sofferenti del raffreddore si avvicina la fine del naso che cola e degli starnuti in serie.

L'eccezionale passo avanti è frutto di studiosi di un centro famoso in tutto il pianeta: il Laboratory of Molecular Biology dell'università di Cambridge, ribattezzato "la fabbrica dei Nobel" per il numero di premi che ha vinto (14). È possibile che diventino 15, quando l'impatto di questa nuova scoperta comincerà a farsi sentire. Merito di una piccola squadra di giovani studiosi, guidati dal dottor Leo James. Un team di cui fa parte anche un ricercatore 26enne, William McEwan, con un cognome ben noto: suo padre è Ian McEwan, uno degli scrittori più affermati del Regno Unito, autore di romanzi diventati best-seller in tutto il globo. "Sono enormemente orgoglioso e felice per mio figlio", dice a "Repubblica" il romanziere. "Era innamorato della scienza fin da piccolo, a tre anni andava a letto con un atlante o un enciclopedia". Il Nobel, nella famiglia McEwan, potrebbe vincerlo prima il figlio del padre, per la biologia anziché per la letteratura.

La novità della scoperta realizzata dagli scienziati inglesi è questa: per la prima volta hanno verificato che le difese immunitarie del corpo umano possono distruggere il virus del raffreddore "dopo" che questo ha invaso l'interno di una cellula umana, un'impresa fino ad ora ritenuta impossibile. Il dottor James e i suoi collaboratori hanno dimostrato che gli anticorpi del sistema immunitario possono entrare nella cellula insieme al virus invasore e lì, all'interno della cellula stessa, riescono poi a distruggerlo con estrema rapidità. "È come un'imboscata che gli anticorpi tendono al virus", scrive il dottor James sulla rivistaProceedings of the National Academy of Sciences. "Una volta che il meccanismo immunitario entra in funzione, il virus viene eliminato nello spazio di un'ora o due. È un processo veloce".

L'agente che fa fuori il raffreddore è una proteina chiamata Trim 21, situata nelle cellule. Lavorando su questa proteina, in futuro dovrebbe essere possibile produrre uno spray nasale capace di debellare il raffreddore. Ma non solo. La medesima scoperta, l'idea che gli anticorpi possano distruggere un virus anche dopo il suo ingresso nelle cellule umane, potrebbe eliminarne molti altri, da quello che provoca il vomito a quello che causa diarrea e gastroenterite: virus che uccidono migliaia di bambini ogni anno nei paesi in via di sviluppo. In tal senso, il valore della scoperta fatta a Cambridge è storico. I virus sono i peggiori killer dell'umanità: fanno il doppio delle vittime dei tumori. Avere trovato il modo di metterli fuori uso è una pietra miliare per la medicina. Non a caso è successo nella "fabbrica dei Nobel", lo stesso laboratorio in cui nel 1953 Jim Watson e Francis Crick scoprirono i segreti del Dna. La notizia era ieri sulle prima pagine di tutti i giornali inglesi. È al dottor James, al figlio di McEwan e ai loro colleghi che dovremo dire grazie, se entro dieci anni non ci lamenteremo più del raffreddore.

FONTE: Enrico Franceschini (repubblica.it)

domenica 14 novembre 2010

Aids, il vaccino italiano rigenera il sistema immunitario


Il vaccino terapeutico italiano anti-Aids, in fase di sperimentazione, riporta verso la normalità le funzioni immunitarie dei malati. Un risultato più che promettente, “entusiasmante” lo definisce Barbara Ensoli, del Centro nazionale AIDS dell’Istituto superiore di Sanità, che sta sviluppando il vaccino.

Uno studio pubblicato sulla rivista PlosOne, che riporta i risultati dell’analisi ad interim della sperimentazione clinica di fase II, dimostra infatti che in 87 pazienti trattati dopo 48 settimane migliora notevolmente il sistema immunitario già compromesso dal virus, grazie all’azione del vaccino Tat combinato con la terapia antiretrovirale.

«Migliora la loro qualità della vita - spiega Ensoli - perché anche se le terapie bloccano il virus non riescono a bloccare una serie di altre disfunzioni che continuano a esserci, da quelle cardiovascolari a quelle cerebrali, fino all’invecchiamento precoce, con gente di 40 anni che ne dimostra 70». Un effetto perverso della proteina Tat, vero “motore” del virus Hiv, che continua ad agire anche durante la terapia con antiretrovirali e a compromettere il sistema immunitario. Proprio contro la Tat agisce il vaccino, scatenando una risposta immune duratura, di fatto rendendo il virus una macchina senza più motore, e depotenziandone l’azione distruttiva.

«Questo vaccino - sottolinea Ensoli - arriva dove i farmaci non arrivano. Blocca l’immunoattivazione, aumenta le cellule B, le cellule immunitarie ritrovano funzionalità, c’è insomma un ritorno verso l’equilibrio in pazienti che sono già sottoposti a una terapia farmacologia efficace».

«Questi risultati - sottolinea il presidente dell’Iss Enrico Garaci - dimostrano che valeva la pena di esplorare le potenzialità del vaccino Tat. Il miglioramento dei parametri immunologici nei pazienti vaccinati trattati con terapia antiretrovirale rappresenta una tappa importante, e non ci fermiamo qui». I passi successivi sono ancora più ambiziosi: valutare l’effetto del vaccino in pazienti sintomatici, per bloccare la malattia, e poi valutare l’effetto preventivo del vaccino, ossia su pazienti sani. «Il meccanismo della Tat è sempre quello - conferma Ensoli - e noi speriamo che il vaccino funzioni anche per le altre indicazioni. Finora abbiamo ottenuto risultati superiori alle nostre aspettative, e molto rapidi».

L’iter di sperimentazione del vaccino terapeutico italiano è partito 15 anni fa; la fase clinica I è iniziata nel 2003, la fase II nel 2008 e deve ancora terminare. Il problema però, sottolinea Ensoli, ora sono i soldi: «Non abbiamo più fondi per completare la fase II».

Dall’inizio della sperimentazione sono stati spesi circa 20 milioni di euro, a carico di ministero della Salute e Iss, «ma la cifra sarebbe stata 20 volte più elevata», evidenzia Garaci, se a sperimentare il vaccino fosse stata un’azienda privata invece che un ente pubblico. Ora invece l’Iss detiene 10 brevetti che, quando si tratterà di produrre il vaccino, potranno essere venduti anche ad aziende private. «Il nostro obiettivo è curare i pazienti e non abbiamo nessun preclusione per collaborazioni trasparenti con il privato», conclude Ensoli.

FONTE lastampa.it

mercoledì 10 novembre 2010

Scienziati americani ricavano sangue da cellule della pelle


Produrre sangue umano dalle cellule staminali della pelle, sangue, ovviamente, identico a quello del paziente. Potrebbe essere una svolta rivoluzionaria per le trasfusioni di sangue la scoperta degli scienziati della McMaster University di Hamilton, Ontario, che hanno scoperto come produrre sangue umano da pelle umana adulta.

La scoperta, pubblicata sulla prestigiosa rivista scientifica Nature, potrebbe significare che in futuro ai pazienti bisognosi di sangue (durante un intervento chirurgico, un trattamento antitumorale, un trapianto o moltissime altre applicazioni) potrebbe essere trasfuso il sangue composto da cellule con il loro stesso DNA.

I tempi? Secondo gli scienziati, gli studi clinici sull’uomo potrebbero partire nel 2012. Mick Bhatia, direttore scientifico della McMaster’s Stem Cell e Cancer Research Institute della G. Michael Degroote School of Medicine, e il suo team di ricercatori, hanno inoltre dimostrato che la “conversione” da cellule della pelle a cellule del sangue è diretta, non richiede il passaggio intermedio di trasformare le staminali della pelle in staminali pluripotenti per poi trasformarle in cellule del sangue.

«Abbiamo dimostrato che questo funziona con la pelle umana. Sappiamo come funziona e credo si possa anche migliorare il processo», ha detto Bhatia. «Siamo al lavoro - ha aggiunto - per ricavare altri tipi di cellule dalle staminali della pelle».

La scoperta è stata replicata più volte nell’arco di due anni con pelle umana sia da giovani che meno giovani per dimostrare che funziona per qualsiasi età. I ricercatori hanno prelevato campioni di pelle per poi coltivare in laboratorio le staminali ricavate. Poi è stato sufficiente aggiungere alle staminali un fattore di trascrizione, cioè una proteina che induce i geni ad “accendersi”, per riprogrammare le cellule direttamente e trasformarle in cellule del sangue.

FONTE: lastampa.it

mercoledì 27 ottobre 2010

Un gel spalmabile sostituirà la pillola contraccettiva


La pillola contraccettiva del futuro potrebbe essere un gel che si spalma sulla pelle e che non ha effetti collaterali. Lo afferma uno studio presentato al meeting della American Society for Reproductive Medicine, secondo cui i primi risultati dei test sul farmaco sono stati molto positivi.

La crema ha come principio attivo il Nestorone, un ormone progestinico, e può essere spalmata su diverse parti del corpo, dalle braccia all’addome ai fianchi. Il primo test ha riguardato 18 donne tra i 20 e i 30 anni, che dopo sette mesi di sperimentazione con 30 milligrammi di gel al giorno non hanno avuto né gravidanze né gli effetti collaterali comuni legati alla pillola, come nausea e aumento di peso.

«Ovviamente i soggetti sono pochi, ma i risultati sono ottimi - spiega Ruth Merkatz dell’organizzazione no profit Population Council che ha condotto il test - ora proveremo il gel su un numero maggiore di persone».
Uno dei vantaggi di questa formulazione, aggiungono gli esperti, che funziona in modo molto simile ai cerotti cutanei, è che potrà essere usata anche dalle donne che stanno allattando, che ora non possono prendere la pillola perchè interferisce con il latte.
«Questo metodo di somministrazione è nuovo per la pillola, ma è già ben conosciuto ad esempio per le terapie ormonali sostitutive in menopausa - spiega Giorgio Vittori, presidente della società italiana di Ginecologia e Ostetricia (Sigo) - di solito questi gel sono ben tollerati, l’unico problema che può emergere è che le persone hanno un diverso assorbimento, quindi in qualche caso potrebbe essere necessaria una maggiore quantità».

Secondo l’esperto questa nuova formulazione probabilmente non sostituirà le altre presenti sul mercato: «Quello che abbiamo visto è che ogni donna ha una preferenza diversa - spiega Vittori - qualcuna preferisce la pillola, altre i dispositivi vaginali a rilascio controllato, altre ancora il cerotto. Quando arriverà questa nuova formulazione sarà una scelta in più che le donne avranno a loro disposizione. In questo momento per chi sceglie questo metodo contraccettivo ci sono molte diverse opzioni che possono essere prese in considerazione, e questa è una di quelle».

mercoledì 20 ottobre 2010

Lo specchio che ci dice se stiamo bene


PERCEPISCE L'ONDA DI FLUSSO DEL SANGUE POMPATO DAL CUORE VALUTANDO A DISTANZA LA LUCE RIFLESSA DALLA PELLE DEL VOLTO

«Sei bianco come un cencio! Ti senti bene?». A quanti è capitato di sentirselo chiedere? Finora per avere la certezza di non avere problemi occorrerebbe consultare un medico, ovviamente dotato disfigmomanometro per misurare la pressione, stetoscopio per sentire il cuore, e magari anche elettrocardiografo portatile. Fra non molto, invece, tutti questi strumenti, potrebbero finire in soffitta, sostituiti da uno "specchio" che legge a distanza i principali parametri vitali, dal ritmo cardiaco alla concentrazione di ossigeno nel sangue. Alcuni ricercatori del Mit, il Massachusetts Institute of Technology di Boston, hanno sviluppato, infatti, una tecnologia che percepisce l' onda di flusso del sangue pompato dal cuore nel circolo sanguigno, valutando a distanza la luce riflessa dalla pelle del volto, luce che si muove in sincronia con le variazioni trasmessele dall' onda pressoria.

ANALISI DELLA CUTE- Facilmente "accessibile" e riccamente irrorata da vasi provenienti dalla via maestra che porta il sangue dal cuore al cervello, la pelle del viso era stata già usata per valutare a distanza il circolo ematico da Jannis Pavlidis dell' Università di Houston. Pavlidis nel 2007 aveva sviluppato un metodo di analisi termica della cute facciale a raggi infrarossi per pazienti psicologicamente disturbati che rifiutavano il contatto con strumenti anche minimamente invasivi come l’elettrocardiogramma. Quel sistema ha dato buoni risultati, ma era costoso e complesso. Il nuovo metodo sviluppato al Mit è più economico, più pratico e ugualmente attendibile. Lo studio che lo presenta, pubblicato sulla rivista Optics Express, è stato condotto su 12 soggetti che si sono "rispecchiati" nello schermo di un computer trasformato in specchio virtuale tramite una web-cam. La nuova metodica ha retto il confronto con un ossimetro, lo strumento normalmente usato per misurare l' ossigeno nel sangue. «Se veramente gli sviluppi dello strumento lo renderanno un giorno un' alternativa all' elettrocardiogramma sarà un grande vantaggio, per esempio, per i bambini irrequieti, o per i parkinsoniani che tremano» commenta il cardiologo Leopoldo Ravizza, della Casa di Cura Dezza del Policlinico di Milano. Il software della web-cam messo a punto dai ricercatori del Mit minimizza gli artefatti legati a movimenti involontari della testa o a problemi di rifrazione luminosa, cosicché su 10.800 "diagnosi specchiate" i falsi negativi sono stati solo lo 0,01 per cento e i falsi positivi lo 0,47 per cento.

RISCHIO DI FOBIE- Il costo della web cam (meno di 30 euro) e la possibilità di collegarla a un normale computer portatile rendono questa apparecchiatura alla portata di tutti. «Un' idea intrigante dal punto di vista della prevenzione, - dice lo psichiatra Costanzo Gala, dell' ospedale San Paolo di Milano - ma che espone al rischio di scatenare fobie latenti in soggetti predisposti: nei dismorfofobici, ad esempio, può alimentare la loro sindrome da bruttezza immaginaria, la cosiddetta dismorfofobia. Questi soggetti continuano a guardarsi allo specchio alla ricerca di difetti immaginari e lo specchio virtuale potrebbe diventare un' irresistibile calamita, mentre qualsiasi errore tecnico di rilevamento si trasformerebbe in un boomerang: non arriva abbastanza sangue in testa, ecco perché mi stanno cadendo i capelli... Anche ipocondriaci, eritrofobici (chi teme di arrossire) e ansiosi troverebbero conferma alle loro ossessioni diventando specchio-dipendenti e assediando poi il medico con dati che in realtà avrebbero mal interpretato».

FONTE: Cesare Peccarisi (corriere.it)

venerdì 15 ottobre 2010

Addio rètina e impronte per l'identità basta l'orecchio


Un software sarebbe in grado di scannerizzare e catalogare gli orecchi in un database, che diventa archivio delle identità personali dei soggetti fotografati. Verrà sperimentato negli aeroporti inglesi


LE IMPRONTE digitali e il colore degli occhi tra non molto potrebbero diventare elementi di controllo obsoleti. Il nuovo obiettivo dei sistemi di identificazione personale sono le orecchie. Diverse, secondo uno studio dell'università di Southampton, per ogni essere umano e quindi utilizzabili per risalire all'identità personale. I recettori cartilaginosi sarebbero più affidabili delle impronte digitali, che spesso si usurano o vengono volontariamente compromesse (ad esempio ustionandole), e dei sistemi di riconoscimento facciale, che devono fare i conti con i segni del tempo.

Il professor Mark Nixon ha condotto uno studio con l'equipe della Scuola di computer ed elettronica dell'Università inglese di Southampton e ha creato un software capace di scannerizzarle e catalogarle in un database, che diventa archivio delle identità personali dei soggetti fotografati. Alla base di tutto, una tecnologia innovativa chiamata "Image Ray Transform", che mette in evidenza nel dettaglio tutte le complesse strutture tubolari del padiglione auricolare e le misura. Perfezionato fotografando 252 orecchie di persone diverse, il sistema si è dimostrato affidabile nel 99% dei casi ed è stato presentato poche settimane fa alla IV Conferenza Internazionale di Biometrica.

L'idea è ora quella di sperimentarlo negli aeroporti inglesi, immortalando le orecchie dei viaggiatori quando attraversano il controllo passaporti. La Gran Bretagna compie dunque un altro passo avanti in un settore, quello dell'identificazione personale a fini di sicurezza, nel quale da sempre è all'avanguardia: l'aeroporto londinese di Standsted ha adottato il sistema di riconoscimento facciale nel 2008 e in questi anni ha avuto la possibilità di verificarne i punti deboli. La scansione della retina, ad esempio, crea problemi perché chiede ai soggetti di fissare con sguardo fermo e direttamente una piccola telecamera, mettendo il volto molto vicino all'obiettivo. Una cosa semplice per una persona giovane ma un po' meno per gli anziani o per chi è diversamente abile.

Anche le stesse fotografie spesso non sono attendibili. Le immagini facciali permettono alle persone di essere identificate rapidamente e con precisione, ragione per cui vengono inserite nei documenti ufficiali in tutto il mondo. Il nuovo passaporto elettronico internazionale include anche una foto digitale per l'identificazione del soggetto e le immagini usate per il processo di riconoscimento biometrico devono rispettare specifici standard di qualità. Le foto, però, perdono la loro attendibilità quando i soggetti invecchiano.

"Rughe e segni del tempo rendono difficile l'identificazione - spiega Nixon - mentre l'orecchio resta più o meno il solito dalla nascita alla morte. Spesso, poi, davanti all'obiettivo le persone fanno facce strane, che distorcono la loro reale fisionomia. E chi fa lavori che usurano le mani, come il panettiere o il piastrellista, spesso ha le impronte digitali irriconoscibili". Insomma, le nostre orecchie sono comode da fotografare e affidabili, lo strumento ideale per farci riconoscere.

FONTE: Sara Ficocelli (repubblica.it)

giovedì 14 ottobre 2010

Eccezionale intervento a Monza. Doppio trapianto di mani


Intervento di 6 ore su una donna di 52 anni: le erano stati amputati mani e piedi per una grave forma di sepsi

Eccezionale intervento chirurgico all'ospedale San Gerardo di Monza: a una donna di 52 anni sono state trapiantate entrambe la mani. L'operazione, durata sei ore, è stata effettuata nella notte tra lunedì e martedì dall'equipe di Massimo Del Bene, primario di chirurgia plastica e della mano: è uan delle prime di questo genere nel mondo. Carla Mari, casalinga di Busto Arsizio, è ricoverata in rianimazione, ma è cosciente e in buone condizioni. Ci vorranno però sette giorni per sciogliere la prognosi sulla completa riuscita dell'intervento.

CELLULE STAMINALI - A causa di una gravissima forma di sepsi (infezione generalizzata dell'organismo), originata da una semplice cistite, tre anni fa alla 52enne erano stati amputati, oltre alle mani, anche i piedi. La donatrice è una donna di 58 anni e l’espianto è stato eseguito presso l’ospedale di Cremona. Al San Gerardo è stata usata una tecnica anti-rigetto basata sulle cellule staminali, un principio già noto in teoria ma mai applicato prima. Vengono prelevate le staminali dal midollo della stessa paziente, poi re-iniettate nelle prime 24 ore successive al trapianto. «Si tratta di cellule che, per motivi che ancora non sappiamo, hanno una potente azione immunosoppressiva» spiega Andrea Biondi, direttore della Cell Factory del San Gerardo, una delle tre "officine cellulari" attive in Italia. Oltre all'uso di queste staminali mesenchimali alla paziente verrà praticato in seguito un trapianto di tessuti adiposi, anche questi nella mano e prelevati dalla donna stessa, e successivamente un trapianto di epidermide sul dorso. «Questo inserimento di elementi cellulari propri negli arti estranei ha la funzione di "depistare" gli anticorpi che tendono ad aggredirli - spiega Biondi -. In questo modo viene depotenziata l'azione di rigetto dell'organismo». Questa tecnica consente di ridurre la quantità di farmaci antirigetto da somministrare alla paziente. Le staminali mesenchimali sono già usate in funzione antirigetto nel trapianto di midollo, ma è la prima volta che vengono utilizzate per il trapianto di un organo.

LA PROTAGONISTA - Carla Mari potrà dunque tornare ad abbracciare i suoi due figli e il marito. Le protesi proprio non le sopportava: già dal 2008 aveva chiesto di essere messa in lista per un trapianto e ora ha visto realizzarsi il suo desiderio. «Una decisione, quella del doppio trapianto, che abbiamo preso senza esitazione - spiega Del Bene -. Una persona senza mani né piedi non può alzarsi dal letto se non arriva qualcuno ad applicarle le protesi; ora Carla potrà provvedere da sola, con un miglioramento incredibile della qualità della propria vita». È stata seguita dall'equipe di psicologia clinica e ad aprile tutto era pronto; mancavano solo le mani e l'11 ottobre è arrivata la notizia che all'ospedale di Cremona erano disponibili gli arti di una donna di 58 anni appena deceduta. Meno di due ore dopo è cominciato il trapianto e il giorno dopo la donna ha mostrato i primi segni di mobilità alle dita. Ora verrà trasferita nelle camere sterili del reparto di ematologia e trapianto di midollo osseo, dove dovrà restare per altri 30-40 giorni prima di essere dimessa.

I PRECEDENTI - «Si tratta di un nuovo, grande successo per la sanità lombarda - ha commentato il governatore lombardo Roberto Formigoni -. La forza del nostro sistema è la rete degli ospedali e delle strutture, alla quale concorrono i singoli nodi di eccellenza con le proprie caratteristiche». «In Italia è la prima operazione del genere, nel mondo sono già stati fatti 22 trapianti bilaterali - dice Del Bene -. La paziente sta bene, la profusione delle mani è ottimale e non ci sono problemi di natura vascolare che sono sempre la nostra paura nel primo periodo. Poi ci sarà il problema funzionale e del recupero psicologico. È una donna fortissima che ha espresso da subito la volontà del trapianto». Una donna che quando ha visto le sue nuove mani «si è commossa, anche se è una persona di poche parole». Tra l'altro è lei stessa una donatrice, essendo iscritta da 20 anni all'Aido (Associazione italiana donatori organi). «Sono venuta qui per ricevere, ma anche per dare» ha detto Carla prima di entrare in sala operatoria. «Con quelle parole voleva significare che, se qualcosa non fosse andato per il verso giusto, metteva a disposizione i suoi organi da donare a chi ne avesse bisogno» spiega Del Bene.

«INTERVENTO STRAORDINARIO» - Per Alessandro Nanni Costa, direttore del Centro nazionale trapianti (Cnt), si tratta di un «intervento straordinario per la sua complessità e di un grande risultato della rete delle donazioni in Italia». Da un punto di vista tecnico, ha rilevato Costa, «le potenzialità perché l'intervento riesca e porti a buon esito ci sono. Dietro c'è il grande sforzo della rete dei trapianti nel nostro Paese: un'operazione del genere presuppone infatti una complessa organizzazione ed era da tempo che si cercava un donatore adatto per questo caso». È critico invece il direttore dell'Istituto italiano di chirurgia della mano Marco Lanzetta, secondo cui l'età della paziente «è troppo avanzata sulla base dei criteri internazionali stabiliti per questo tipo di intervento. A cinquant'anni le possibilità di recupero a livello di rigenerazione nervosa sono inferiori». Costa ritiene invece che «le valutazioni toccano al chirurgo che ha fatto il trapianto». Per Cinzia Caporale, membro del Comitato nazionale di bioetica, «la sperimentalità insita in questo tipo di interventi impone una grande cautela, sia da parte dei medici sia da parte dei potenziali pazienti». Il primo trapianto (singolo) di mano risale al 1998: a Lione, in Francia, è stato effettuato l'intervento su un neozelandese di 47 anni. Nell'equipe francese c'era anche Lanzetta. Nel 2001, a Londra, la stessa mano è stata però amputata su richiesta del paziente che rifiutava di assumere i farmaci antirigetto. Il primo doppio trapianto è del 2000: sempre a Lione, su un uomo di 34 anni. Sempre nel 2000 il primo intervento in Italia, effettuato da Lanzetta: a Monza, su un uomo di 43 anni.

FONTE: corriere.it