domenica 30 maggio 2010

Quei segnali del corpo che possono salvare la vita


In gran parte dei casi sfuggono i campanelli d'allarme. Tre studi ora rilanciano l’importanza della tempestività dell’intervento

Se chiedi a qualcuno di sorridere e all’improvviso non riesce a farlo, chiama subito il 118. Potresti salvargli la vita e il futuro, perché permetteresti ai medici di somministrargli in tempo utile, cioè entro tre ore, la cura che può cambiare il suo destino, sciogliendo il trombo che impedisce al sangue di irrorare una parte del cervello, prima che il danno sia irreversibile. Pochi purtroppo riconoscono i campanelli d'allarme dell’ictus quando non si manifesta in maniera eclatante e meno ancora sono quelli che in questi casi sanno esattamente che cosa fare: chiamare l'ambulanza. Lo hanno verificato due studi delle Università di Oxford e del Michigan appena pubblicati su Stroke. Un terzo studio, concluso nelle province di Lecco, Como, Sondrio e Varese, prova che un intervento mirato può migliorare in breve le cose. «È facile sottovalutare i sintomi di quelli che vengono chiamati mini ictus o TIA, attacchi ischemici transitori» spiega Peter Rothwell, dell'Università di Oxford. «Su mille pazienti registrati nell'Oxford Vascular Study per questi disturbi — aggiunge —, sette su dieci non si erano resi conto di quel che stava capitando loro; meno della metà ha cercato aiuto entro le prime tre ore dall'insorgenza dei sintomi e il 30% ha addirittura aspettato più di 24 ore. La maggior parte dei pazienti, poi, si è rivolta in prima battuta al proprio medico di famiglia, invece di chiamare un’ambulanza». Più spesso è chi sta vicino al malato a prendere sotto gamba l'episodio, o a fare la scelta sbagliata.

L'ERRORE PIÙ COMUNE - «La più comune è quella di caricare in macchina la persona e portarla in pronto soccorso, — dice Elio Agostoni, responsabile della Stroke unit all'Ospedale di Lecco — invece di chiamare il 118. Ma l'ambulanza impiega meno tempo per arrivare in ospedale, sa qual è il centro più vicino e attrezzato e può metterlo in allerta». Eppure la gente non lo sa. Un gruppo di ricercatori dell’Università del Michigan ha chiesto in un’intervista telefonica come si sarebbero comportati gli interlocutori davanti ad alcuni ipotetici scenari: un amico o un familiare che improvvisamente fa fatica a parlare o ha la vista annebbiata, perde la sensibilità o sente intorpidita una parte del corpo, ha la febbre alta o si fa male a una gamba. Degli oltre 4.800 cittadini che hanno risposto, poco più di uno su quattro (il 27,6%) ha riconosciuto tutti e tre i casi riconducibili a un possibile ictus (disturbi della parola, difficoltà motorie e visive) e solo il 17,6% di chi ha riconosciuto i sintomi avrebbe reagito nella maniera giusta, cioè chiamando subito l'ambulanza. «Un gravissimo errore non farlo, comune anche in Italia — commenta Agostoni —. Nelle province settentrionali della Lombardia, con oltre 2 milioni di abitanti e 22 strutture di pronto soccorso, un anno fa solo il 43% delle persone colpite da ictus arrivava con le ambulanze del 118». Grazie a un’intensa campagna di informazione e a una nuova organizzazione del servizio, con un percorso più rapido di assistenza, definito da uno specifico «codice ictus», la situazione è stata invertita. «Nei 1.500 casi successivi — prosegue il neurologo —, il 67% dei ricoveri è avvenuto tramite il 118». Ciò ha permesso a un maggior numero di persone di essere trattate con la cura adatta, la trombolisi. «L'obiettivo europeo è che la riceva almeno il 5% dei pazienti —, conclude Agostoni —. In Italia la media è di 1,2, ma col nostro intervento siamo arrivati a 5,6%».

FONTE: Roberta Villa (corriere.it)

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