martedì 30 marzo 2010

Microbi marini combattono l'inquinamento da plastica


I materiali sono tossici, ma alcuni organismi sono in grado di digerirli

Presentata ieri al "Society for general Microbiology’s spring meeting" di Edimburgo una nuova proposta per combattere l'inquinamento dovuto alla plastica, che minaccia la vita marina degli Oceani.

I "microplastics", piccoli frammenti di plastica grandi 5 mm o anche meno, sono particolarmente pericolosi per gli ecosistemi, ma, nonostante siano altamente tossici, possono essere digeriti da alcuni animali.

Per questo motivo i ricercatori dell’Università di Sheffield e del Centre for Environment, Fisheries and Aquaculture Science hanno cercato per la prima volta di analizzare come tali organismi marini interagiscano con questi materiali.

La nuova ricerca ha esaminato l’attacco dei microbi ai frammenti di polietilene, la resina termoplastica più comune tra le materie plastiche che viene utilizzata per esempio per creare contenitori di vario tipo, borse di plastica, tubazioni e cavi elettrici. È stato dimostrato che la plastica viene rapidamente colonizzata da diverse specie di batteri che si riuniscono insieme per formare un "biofilm" sulla superficie; in questo modo, creando un involucro polissaccaridico che agisce come un sistema di protezione, i battaglioni di microbi potrebbero offrire una soluzione intelligente per pulire gli Oceani dalla contaminazione di rifiuti di plastica.

FONTE: lastampa.it

lunedì 29 marzo 2010

Un pieno d'aria


Un team di ricercatori britannici è al lavoro su un progetto che ha l'obiettivo di estrarre l'anidride carbonica dall'aria e trasformarla in carburante per automobili

Produrre carburante e portare beneficio all'ambiente sembrerebbero due intenti in contraddizione, ma secondo un pool di studiosi inglesi le cose non stanno esattamente così.

IL PROGETTO - Ricercatori e ingegneri dell'Università di West of England, in collaborazione con colleghi delle Università di Bath e di Bristol, hanno promosso uno studio del valore di 1.4 milioni di sterline, con l'intento di mettere a punto dei materiali porosi in grado di assorbire l'anidride carbonica, principale imputato del riscaldamento globale. Si propongono di convertirla in sostanze chimiche utilizzabili per la produzione di carburante per auto o di materie plastiche, attraverso un processo alimentato da energia solare. La speranza è che, in un futuro non troppo lontano, sia possibile «foderare» le ciminiere delle fabbriche con materiali porosi in grado di trattenere la CO2, riducendo in questo modo l'inquinamento e i rischi di riscaldamento globale.

PRESENTE E FUTURO - Allo stato attuale vengono utilizzati procedimenti basati su differenti tecnologie per catturare e riutilizzare l'anidride carbonica e riuscire a combinare i due processi (di estrazione e riutilizzo) significherebbe aumentarne l'efficienza e contemporaneamente ridurne i costi. Secondo le parole di uno dei ricercatori che partecipano alla ricerca, Ioannis Ieropoulos dell'Università di Bristol, «uno dei grandi vantaggi di questo progetto sarà quello di sfruttare le capacità naturali dei microrganismi per ridurre l'immissione di CO2 nell'atmosfera e allo stesso tempo produrre elettricità o idrogeno». Certamente non si tratta di un'iniziativa che darà frutti a breve termine, ma l'ipotesi di riuscire a utilizzare l'aria che respiriamo come fonte di energia è affascinante.

FONTE: Emanuela Di Pasqua (corriere.it)

sabato 27 marzo 2010

Egitto, per 4mila euro scegli il sesso del bebè in vitro: scoppia la polemica


“Fra i pazienti - spiega il dottor Sabry - ci sono persone che hanno già molte figlie e vorrebbero avere figli di sesso differente. O famiglie che hanno assoluta necessità di un maschio per trasmettere nome e patrimonio”

La clinica del dottor Ashraf Sabry al Cairo è meta del pellegrinaggio di numerose famiglie, egiziane e non. Vi si pratica la fecondazione in vitro e, volendo, si può anche scegliere il sesso del nascituro grazie a una selezione degli embrioni prima dell’impianto.

“Fra i pazienti - spiega il dottor Sabry al quotidiano elvetico Le Matin - ci sono persone che hanno già molte figlie e vorrebbero avere figli di sesso differente”. Oppure “famiglie che hanno assoluta necessità di un figlio maschio per trasmettere nome e patrimonio”. Generalmente le famiglie che si rivolgono alla clinica sono molto agiate economicamente: l’intervento costa tra i 3.000 e i 4.000 euro, una somma inabbordabile per la maggior parte degli egiziani.

La pratica suscita dibattito: per alcuni medici, come il dottor Ehab Souleimane, la selezione degli embrioni non contravviene la volontà divina: “Non cambiamo l’equilibrio fra i sessi. E’ sempre Dio che fa riuscire o meno l’operazione”. Ma altri colleghi musulmani non sono d’accordo e si rifiutano di selezionare gli embrioni in base al sesso.

Queste cliniche profittano di un vuoto legislativo sulla delicata questione della fecondazione in vitro selettiva, vietata o molto limitata nella maggior parte dei paesi. Un gruppo di deputati egiziani ha presentato un progetto di legge per vietare la selezione “per convenienza” delle fecondazioni in vitro. In Egitto non esistono statistiche ufficiali ma si calcola che siano una decina l’anno le coppie che scelgono il sesso dei loro figli. Secondo un’inchiesta ufficiale pubblicata nel 2007, il 90% degli uomini egiziani afferma di preferire dei figli maschi o addirittura non avere affatto figli piuttosto che solo figlie femmine. Lo studio rivela inoltre che oltre 10mila egiziani hanno chiesto il divorzio perché le loro mogli “non hanno dato loro” figli maschi.

FONTE: quotidiano.net

giovedì 25 marzo 2010

Nuova tecnologia per la datazione delle opere


Non comporta l’asportazione di un campione, come nel caso del metodo del radiocarbonio.

Il metodo del carbonio 14 o radiocarbonio ha troppe controindicazioni e rischia di compromettere per sempre opere d’arte preziosissime. Per questo un professore di chimica archeologica del Texas ha studiato una metodologia alternativa, chiamata estrazione del plasma, consistente in una lenta e delicata ossidazione dell’oggetto da analizzare al fine di produrre anidride carbonica per l’analisi. In questo modo non è necessario danneggiare la superficie dei reperti.

NIENTE COMBUSTIONE - Il merito va al dottor Marvin Rowe e alla sua équipe della Texas A&M University: «Questa tecnica rivoluzionerà il radiocarbonio», promette il professore, spiegando che non sarà più necessario asportare porzioni di tessuti o materiali. In sostanza l’intero oggetto da analizzare verrà posto in una camera in cui è presente il plasma (lo stesso gas utilizzato per gli schermi televisivi) che produrrà anidride carbonica necessaria all’analisi C-14 senza compromettere la superficie e con molta delicatezza. L’equipe statunitense ha già testato con successo questa tecnica, chiamata anche non-destructive carbon dating (datazione al radiocarbonio non-distruttiva), su 20 reperti, tra cui una mummia egiziana.

IL RADIOCARBONIO – Il padre di questo metodo si chiamava Willard Frank Libby e questa invenzione gli valse un Nobel nel 1960. Si tratta di un sistema di datazione che permette di attribuire una data a ogni materiale di origine organica, ma presenta molte controindicazioni, come testimonia la stessa storia della Sacra Sindone. Innanzitutto presuppone che la concentrazione di C-14 nell’atmosfera sia immutata nel tempo. Infine viene fatta prelevando alcuni campioni, successivamente indotti a combustione in una piccola camera di vetro, con il conseguente pericolo che vengano danneggiati.

LA SACRA SINDONE - Nel 1978 fu costituito il Progetto di ricerca sulla Sindone di Torino (STURP), il cui gruppo di lavoro era composto da una trentina di scienziati, sia atei che di differenti fedi religiose. La più celebre datazione del telo è del 1988 e fa risalire il lenzuolo a un periodo compreso tra il 1260 e il 1390. Ma tutt’oggi la questione rimane aperta e le obiezioni sono molte.

FONTE: Emanuela Di Pasqua (corriere.it)

mercoledì 24 marzo 2010

Il pane che fa perdere peso


Un ingrediente dal mare per combattere i chili di troppo

Buone nuove per chi ama il pane ma teme che questo possa favorire l’accumulo di grasso. I ricercatori dell’Università di Newcastle (Uk) hanno scoperto che aggiungendo le alghe al pane – ma anche a biscotti, yogurt – si può ridurre la quantità di grasso assorbita di oltre il 75%.

Il magico ingrediente è un comune addensante già impiegato dall’industria alimentare. È un composto che si trova naturalmente nelle alghe marine e prende il nome di Alginato di fibra naturale.
Questo composto, a detta dei ricercatori, avrebbe una doppia funzione e offrirebbe un doppio vantaggio: può far perdere peso meglio di tanti altri integratori in commercio e fornire allo stesso tempo le fibre necessarie alla salute dell’intestino.
Se l’idea di aggiungere le alghe al pane o agli altri alimenti vi fa storcere il naso, gli scienziati ricordano che non solo questo ingrediente è già utilizzato in alimentazione, ma i primi test sul gusto hanno dato esiti positivi anche aggiungendone una maggiore quantità rispetto a quelle usata dall’industria alimentare.
«Abbiamo già aggiunto l’alginato al pane e le prove di assaggio iniziali sono state estremamente incoraggianti. Ora il passo successivo sarà eseguire sperimentazioni cliniche per scoprirne l’efficacia se consumato come parte di una dieta normale», ha dichiarato il coordinatore dello studio, dottor Iain Brownlee.
Gli scienziati britannici ritengono che l’alginato possa avere effetti maggiori sul controllo del grasso rispetto a molti prodotti per il dimagrimento da banco. A questo proposito il dottor Brownlee sottolinea che aggiungendo questo componente fibroso agli alimenti come pane, biscotti, yogurt e altri eventuali sarà possibile che fino a tre questi del grasso in essi contenuto possa passare semplicemente attraverso il corpo senza essere assorbito.

FONTE: lastampa.it

sabato 20 marzo 2010

Sono di acqua ghiacciata gli anelli di Saturno


Si tratta degli anelli principali "A" e "B"

Nuova scoperta sul pianeta Saturno, i suoi anelli principali sono fatti di acqua ghiacciata. A vederlo è stato il sofisticato strumento Vims a bordo della sonda Cassini. La scoperta verrà pubblicata da Science con i risultati principali ottenuti dagli strumenti di Cassini, una missione spaziale di Nasa/Jpl, Esa e Asi dedicata allo studio del sistema planetario di Saturno, durante i primi 6 anni della missione.
A renderlo noto sono l’Agenzia Spaziale Italiana e l’Istituto Nazionale di Astrofisica (Inaf) sottolineando che «grazie ai diversi strumenti, come camere, spettrometri Uv-Vis-Ir, detector di polveri e radio scienza, è stato possibile per il Cassini Rings Working Group, guidato da Jeff Cuzzi di Nasa-Ames tracciare un quadro esaustivo della struttura, composizione, evoluzione e dinamica degli anelli di Saturno».
Importante il contributo italiano derivante dall’analisi delle osservazioni dello spettrometro Vims (Visual and Infrared Mapping Spectrometer), di cui l’Asi ha fornito il canale Vis e di cui l’Istituto Nazionale di Astrofisica partecipa all’utilizzo scientifico dei dati prodotti.
«Da questi dati -spiegano Asi e Inaf- risulta che le particelle degli anelli principali denominati con le lettere “A” e “B” sono costituite per il 90-95% di ghiaccio d’acqua, mentre quelle dell’anello “C” e della Divisione di Cassini risultano essere più contaminate probabilmente da carbonio e silicati di origine meteoritica». «Uno dei principali misteri degli anelli di Saturno -sottolineano i due enti di ricerca- è la loro caratteristica spettrale: le analisi effettuate nella banda di radiazione infrarossa danno forti indicazioni che siano composti di ghiaccio d’acqua puro».
Per Inaf e Asi è «un risultato inatteso, che non rivela tracce della presenza di altri componenti in essi, come ad esempio anidride carbonica, ammoniaca o metano, che pure sono stati osservati in piccole percentuali sulle lune ghiacciate di Saturno». A infittire il mistero ci sono poi le analisi condotte nella luce visibile. «Gli anelli in questa banda di radiazione -proseguono Asi e Inaf- appaiono decisamente “arrossati” e quindi sensibilmente diversi dal caratteristico colore blu-bianco tipico del ghiaccio d’acqua».
Dall’ analisi condotta dallo scienziato italiano Gianrico Filacchione dell’Inaf-Iasf di Roma e coautore della pubblicazione sui dati di VIMS, risulta che «il grado di “arrossamento” degli spettri nel visibile degli anelli di Saturno sia strettamente legato con l’intensità delle bande del ghiaccio d’acqua osservate nell’infrarosso». «Poiché entrambi questi parametri aumentano con lo stesso andamento nelle regioni degli anelli più dense (anelli A e B) si può dedurre -prosegue lo studio- che la natura del materiale che assorbe la radiazione ultravioletta, e dunque il “responsabile” dell’arrossamento osservato, sia strettamente legata al ghiaccio d’acqua delle particelle».
Secondo gli scienziati, «un simile effetto si può ottenere mediante limitate quantità di atomi di carbonio (catene Pah) o nanofasi di ossido di ferro (Fe3+)». «Questi importanti risultati indicano che anche gli anelli di Saturno possono contenere particelle di elementi contaminanti, spiegando così in modo naturale un effetto altrimenti misterioso» commenta l’astrofisica Angioletta Coradini, direttrice dell’Inaf-Ifsi di Roma e membro del team scientifico di Vims. «Risultati come quelli descritti nell’articolo di Science - continua la Coradini - sono stati possibili grazie alle notevoli performances dello strumento Vims ed alla dedizione di giovani brillanti come Gianrico Filacchione, recentemente assunto come ricercatore dall’Inaf».
Con un diametro di circa 280.000 km ed uno spessore di circa 100 metri, il sistema degli anelli principali di Saturno è sicuramente l’oggetto piatto e sottile più esteso, oltre 44 miliardi di km quadrati, all’interno del Sistema solare. Fin dalla loro scoperta, avvenuta 400 anni fa, nel 1610 da parte di Galileo Galilei con il suo cannocchiale, gli anelli di Saturno hanno rivestito un ruolo fondamentale nello studio delle proprietà dinamiche, evolutive e della composizione chimica del Sistema solare esterno.
«Vims, così come gli altri strumenti realizzati dall’Asi in collaborazione con la Nasa/Jpl per la missione Cassini, -afferma Enrico Flamini, responsabile per l’Agenzia Spaziale Italiana della missione Cassini- continua a lavorare perfettamente. Questo dimostra sia la qualità costruttiva degli strumenti che il livello di innovazione dei loro progetti. Infatti, ad oltre 15 anni dalla loro realizzazione, sono sempre in grado di fornire dati di eccezionale valore scientifico contribuendo ad incrementare ancora il numero di scoperte e la conoscenza del Sistema di Saturno».
La sonda Cassini, frutto di una cooperazione internazionale Nasa-Asi-Esa, continuerà a compiere osservazioni dettagliate degli anelli di Saturno fino alla conclusione della missione, prolungata recentemente di due anni, prevista nel 2017.

FONTE: lastampa.it

venerdì 19 marzo 2010

Creato il mantello dell'invisibilità in 3D


REALIZZATA UNA STRUTTURA TRIDIMENSIONALE IN GRADO DI CONTROLLARE LA LUCE NASCONDENDO ALLA VISTA GLI OGGETTI

Arriva il primo mantello dell'invisibilità in 3D: non è il sottile velo che nei libri della Rowling Harry Potter usa per nascondersi, ma una struttura tridimensionale composta da una nuova classe di materiali capaci di controllare la luce rendendo così invisibili gli oggetti. La scoperta, pubblicata sulla rivista Science, si deve a un gruppo di ricerca tedesco e inglese coordinato da Tolga Ergin e Nicolas Stenger dell'Istituto di Tecnologia di Karlsruhe.

LA RICERCA - I ricercatori hanno utilizzato il mantello tridimensionale per rendere invisibile una protuberanza su una superficie d'oro, un po' come accade cercando di nascondere un piccolo oggetto sotto un tappeto ma facendo scomparire contemporaneamente anche il tappeto. Il mantello è composto da speciali lenti assemblate in una struttura polimerica che ricorda una catasta di legna. La loro caratteristica è di legarsi parzialmente alle onde luminose in modo da impedire alla luce di diffondersi. I primi test hanno avuto successo e hanno dimostrato che il nuovo materiale funziona, rendendo la parte schermata realmente invisibile. I mantelli dell'invisibilità finora ottenuti sono tutti bidimensionali ed anche questo era stato progettato inizialmente a due dimensioni, ha spiegato Ergin, ma poi ha dimostrato di poter funzionare anche nella terza dimensione. Che lavorino su un piano o su una struttura tridimensionale, i «materiali dell'invisibilità» appartengono al regno dell'infinitamente piccolo. Si tratta infatti di nanomateriali (delle dimensioni dell'ordine di milionesimi di metro). La loro caratteristica è la capacità di deviare le onde luminose, orientandole attorno a un oggetto fino ad avvolgerlo come un guscio che si comporta come un mantello dell'invisibilità. Il passo per trasformare queste ricerche avveniristiche in dispositivi di grandi dimensioni è ancora molto lungo, anche se la ricerca va avanti a grandi passi. Le prospettive sono comunque interessanti: secondo gli esperti si potrebbero rendere invisibili sonde da utilizzare in indagini di spionaggio, oppure componenti elettronici miniaturizzati più efficienti, lenti più efficaci, mantelli acustici per prevenire la penetrazione di vibrazioni, suoni o onde sismiche, e ancora si prospettano possibili applicazioni nella difesa e nelle telecomunicazioni. Con i futuri mantelli dell'invisibilità si potranno fare molte cose, ma fin da ora è chiaro che sarà molto difficile farne in tutto e per tutto l'equivalente del magico mantello di Harry Potter: è vero che, indossandoli, nessuno può vedere chi si nasconde all'interno, ma è anche vero che dall'interno non è possibile vedere nulla di quello che c'è all'esterno.

FONTE: corriere.it

martedì 16 marzo 2010

I carburanti del futuro? Tabacco e pioppo Ogm


BIOCOMBUSTIBILI: DA UN FUNGO ECCO IL MYCO-DIESEL

La nostra società necessita urgentemente di fonti rinnovabili di energia che siano ampiamente distribuite, poco costose e non inquinanti. Una risposta sta già venendo dall'utilizzo delle piante per produrre biocarburanti. Quelli di prima generazione sono tuttavia messi in discussione perché la loro produzione causa altri malanni sottraendo quantità sostanziose di cibo e di terreno, e facendo per giunta salire i prezzi degli alimenti. Ma ora una nuova scoperta sul modo in cui avviene la fotosintesi, il processo basilare attraverso il quale le piante captano l'energia luminosa proveniente dal Sole e la convertono in energia chimica per la produzione di carboidrati, potrebbe portare a interessanti prospettive in campo energetico.

Un gruppo di ricerca dell'Università dell'Arizona in collaborazione con il Max Planck Institute di Mülheim in Germania ha condotto uno studio su un'alga verde unicellulare (Chlamydomonas reinhardtii) che potrebbe avere un valore generale di grande portata. Kevin Redding e i suoi collaboratori hanno indagato il «centro di reazione del fotosistema 1», punto cruciale della fase luminosa della fotosintesi, individuando il momento in cui l'energia elettromagnetica della luce viene trasformata in energia chimica (alla fine della catena si produce glucosio). Cosa che solo le piante sanno fare. E' questo un evento nel processo fotosintetico che si avvia in un tempo rapidissimo, un picosecondo (un milionesimo di milionesimo di secondo). Gli scienziati hanno anche dimostrato che esistono due dispositivi per il trasferimento di elettroni al fine di migliorare la resa fotosintetica, e che possono essere attivati indipendentemente l'uno dall'altro.

In prospettiva c'è un progetto ambizioso: massimizzare l'efficienza di questi due sistemi separati ma che cooperano, per realizzare una fotosintesi artificiale, che utilizzando la luce, sottragga CO2 dall'atmosfera, produca un carburante pulito e facilmente disponibile. E' invece già una realtà la produzione di biocarburanti che superano quelli di prima generazione (come si è visto sotto accusa), attraverso nuove metodologie e nuove piante. Quelli di seconda generazione utilizzano infatti parti delle piante che andrebbero gettate, la biomassa di residui agricoli (mais) o erbe perenni non alimentari quali il Miscanthus o il Panicum virgatum o un arbusto, la Jatropha. Ma la risorsa più promettente sono le alghe, sia unicellulari (quali Chlorella, Botrycoccus) che pluricellulari (Gracilaria, Sargassum). Una terza generazione punta sulle modifiche genetiche di piante per renderle più produttive: è per esempio il caso degli alberi di pioppo ogm, ad alta resa, o del tabacco (le cui foglie sono ricche di olio). L'ultima generazione però utilizza microorganismi geneticamente modificati (come per esempio l'alga Chlamydomonas, di cui si conosce 'l'intero genoma). E recentemente è stato scoperto in Patagonia un fungo, Gliocladium roseum, per il cosidetto myco-diesel: è infatti in grado di convertire in idrocarburi la cellulosa.

FONTE: Massimo Spampani (corriere.it)

domenica 14 marzo 2010

Una nuova fonte di energia pulita grazie alle nanotecnologie


La scoperta del Mit porterebbe a batterie più piccole e «ecologiche»

Una nuova fonte di energia amica dell’ambiente è stata scoperta al Mit (il Massachussets Institute of Technology) grazie alle nanotecnologie. Come dichiarato alla Cnn da Michael Strano, professore associato di Chemical Engineering, gli scienziati sono arrivati alla scoperta lavorando su nanotubi di carbonio (gli atomi di questo materiale in particolari condizioni si posizionano in strutture cilindriche dette “nanotubi”). Dopo aver ricoperto questi minuscoli cilindri con uno strato di carburante naturale, il team di ricercatori ha ottenuto la generazione di onde di energia termica, che potrebbero essere utilizzate come fonte di energia in moltissimi campi. La scoperta potrebbe avere portata rivoluzionaria, i vantaggi che si possono ottenere sono molti. Innanzitutto, permetterebbe di ottenere batterie fino a 10 volte più piccole delle attuali, ma con la stessa potenza, sfruttando le onde termiche in modo da spostare gli elettroni da un polo all’altro della batteria. In secondo luogo, permetterebbe di abbandonare le attuali batterie - che sono tossiche e altamente inquinanti per l’ambiente in quanto contengono piombo, nichel e cadmio - a favore di batterie completamente pulite poiché costituite da sostanze organiche: «Non sono materiali che nascono naturalmente nell’ambiente ma sono a base di carbonio, perciò organici. Si possono eliminare con la combustione o lasciarle degradare col tempo, ma non rilasceranno mai residui tossici» aggiunge Strano. E infine, un ultimo vantaggio sarebbe il risparmio di energia: i nostri attuali dispositivi elettronici, come pc portatili e cellulari, consumano energia anche da spenti, eliminando le attuali batterie si può evitare anche questo ulteriore spreco.

FONTE: lastampa.it

venerdì 12 marzo 2010

Più vicina la batteria "eterna" che si ricarica col movimento


Nokia ha brevettato un sistema che sfrutta il movimento del telefonino per alimentarsi. Per ora è troppo voluminoso per pensare di andare in produzione. Ma in futuro...


MIKE Lazaridis, presidente della Research in Motion, ovvero il colosso che sta dietro BlackBerry, lo aveva detto chiaro e tondo: "Il futuro non sarà di chi lancerà lo smartphone più hi-tech, ma di chi riuscirà a produrne uno stabile e con batterie che finalmente durino davvero". Insomma, le magie dell'iPhone vanno bene, per carità, ora però bisogna trovare un sistema che eviti di doverlo collegare ad una presa elettrica ogni giorno. Cosa vera per tutti gli smartphone: sfruttarli davvero navigando sul Web, accendendo il wi-fi o il gps, o usandoli come lettori video o mp3, significa dover cercare una presa di corrente ogni sei ore. E così pare che alla Nokia stiano sviluppando un sistema - che ne frattempo hanno brevettato - per alimentare i cellulari con il movimento, un po' come accade con gli orologi cinetici che una volta indossati al polso non hanno più bisogno di ricarica. O almeno è questo che sostengono diversi blog, che online hanno pubblicato i primi, scarni, dettagli della nuova tecnologia made in Nokia. Peccato che dovendo sostenere il consumo dello schermo tattile, del wi-fi, bluetooth e gps, il dispositivo per ora sembra sia troppo voluminoso, complesso, caro da produrre. Ma è ovvio che si tratta di una frontiera importante, perché chiunque trovi una soluzione adeguata al consumo delle batterie degli smartphone avrà in mano l'intero settore dei cellulari di domani. Non a caso ci stanno lavorando in tanti affrontando il problema da diverse angolazioni, dalle batterie al metanolo della Toshiba alle nanobatterie della Sony. Finora però nessuno è riuscito a mettere in produzione qualcosa che funzioni davvero e abbia un prezzo accettabile. Nel frattempo alla Nokia non commentano. O quasi. In una nota della casa finlandese si legge infatti: "Registriamo ogni anno mille brevetti e il settore delle batterie è da sempre un aspetto cruciale per noi. Ma non possiamo discutere di invenzioni che non necessariamente diventeranno prodotto". E questo significa o che non hanno la più pallida idea di quel che i blog hanno scoperto, oppure che son cose così sperimentali che non sanno nemmeno loro se mai riusciranno a cavarne qualcosa di utile.

FONTE: Jaime D'Alessandro (repubblica.it)

giovedì 11 marzo 2010

Stats Monkey, il primo giornalista robot prende vita


The Machine, è un robot giornalista messo a punto dalla Infolab, il laboratorio di intelligenza artificiale della Northwestern University. Il robot, sfruttando l’applicazione Stats Monkey, è in grado di simulare un cronista di baseball, adottando un linguaggio simile a quello di un qualunque addetto stampa. Il progetto ha visto impegnati Larry Birnbaum, Kris Hammond, il giovane giornalista di 27 anni, John Templon, e il neo ingegnere informatico, Nick Allen di 25 anni. Per tirare fuori un pezzo a Stats Monkey bastano pochi elementi (il risultato della partita, le fasi salienti di gioco e i giocatori protagonisti dell’evento); il robot riuscirà così ad assemblare un articolo, con tanto di foto del miglior giocatore in campo. L’applicazione ora sarà ulteriormente sviluppata per poter essere adottata anche in altre discipline sportive e altri settori, come per esempio la borsa. In futuro il robot potrà anche essere programmato per adottare uno stile di scritture quanto più simile a quello di un determinato giornalista umano.

FONTE: hi-techlife.com

lunedì 8 marzo 2010

Brevettato l'osso sintetico: basta un'iniezione per riparare la frattura


Studiato dai ricercatori del Cnr e della Finceramica Faenza. Potrà essere usato anche nell'osteoporosi.


Un'iniezione per riparare un osso rotto. È un nuovo materiale, perfezionato e brevettato dall'Istituto per i materiali compositi e biomedici del Consiglio nazionale delle ricerche (Imcb-Cnr) di Napoli, che può essere utilizzato come sostituto osseo per riparare fratture da traumi e intervenire nelle patologie del sistema scheletrico e nella perdita di sostanza ossea all'osteoporosi. La novità è costituita da «un polimero sintetico e materiale bioceramico riassorbibile», spiega Luigi Ambrosio dell'Imcb-Cnr di Napoli, «iniettabile attraverso tecniche chirurgiche o vie d'accesso anatomiche mini invasive. La solidificazione avviene in pochi minuti, compatibilmente con i tempi della chirurgia, colmando il difetto osseo e stimolando la rigenerazione». Una volta riassorbito, infatti, il materiale attiva «il processo di rigenerazione del tessuto osseo, come dimostrato - precisa Ambrosio - da studi preclinici realizzati dagli Istituti ortopedici Rizzoli di Bologna, riparando così fratture che presentano tempi lunghi di recupero o riempiendo cavità dovute a interventi chirurgici particolarmente demolitivi». Inoltre, specifica il ricercatore, «questo materiale si differenzia dagli attuali cementi ossei perchè fornisce migliori proprietà meccaniche ed evita lo sviluppo di calore durante la fase di indurimento e i conseguenti danni ai tessuti circostanti». La similarità chimico-fisica con la fase minerale dell'osso, unita a un alto grado di purezza delle materie prime impiegate, «rende questo materiale altamente biocompatibile, evitando effetti collaterali come allergie, nonchè osteo-conduttivo e osteo-promozionale, cioè capace di integrarsi pienamente con il tessuto nativo». Si è arrivati a questo risultato grazie al lavoro d'equipe di chimici, fisici, ingegneri, biologi, medici e chirurghi che hanno collaborato per realizzare un materiale biomimetico, in grado di replicare sia la composizione chimica sia l'architettura tridimensionale dell'osso naturale, garantendo così il ripristino strutturale del difetto e il recupero funzionale degli apparati». Il campo di applicabilità, chiarisce Ambrosio, «riguarda tutte le patologie che coinvolgono il sistema scheletrico: dalle più comuni legate al fattore età, quali osteoporosi, artrosi e artriti, alle più gravi, quali sarcomi e cisti ossee». Con il materiale brevettato saranno ora realizzati dei prototipi e si proseguirà con le sperimentazioni pre-cliniche sui pazienti e con le realizzazioni industriali. Il nuovo materiale è stato brevettato dall'Imcb-Cnr di Napoli e Finceramica Faenza S.p.a., società spin-off dall'Istituto della scienza e tecnologia dei materiali ceramici del Cnr (Istec-Cnr) di Faenza, che si occuperà del potenziale sfruttamento industriale.

FONTE: ilmessaggero.it

venerdì 5 marzo 2010

A Fiumicino si sperimenta il primo body scanner


Arrivano i body scanner a Fiumicino. Parte oggi la sperimentazione, del primo macchinario al Terminal 5, utilizzato per i passeggeri in partenza verso gli Stati Uniti. La fase sperimentale, che durerà dalle 4 alle 6 settimane, sarà realizzata a partire da Fiumicino, poi anche da Milano Malpensa e Venezia. É un controllo aggiuntivo rispetto alle verifiche di security attualmente in atto. Si depositano, come di consueto gli oggetti nelle vaschette, si introduce il bagaglio a mano, eventuali borse o pc nel metal detector ordinario. Superato il primo controllo, si attende dietro la linea gialla il proprio turno. Si entra nella gabbia a vetri del macchinario, si posizionano i piedi sulle orme gialle e si sosta a braccia alzate per 3 secondi. Il controllo manuale avviene poi solo nell'eventuale punto segnalato dal body scanner. Si parte con la sperimentazione di una apparecchiatura di tipo "attivo" basata, ha spiegato al Sole24ore.com il presidente dell'Enac, Vito Riggio, «sull'emissione di onde millimetriche che penetrano per un millimetro sotto la pelle. Una emissione 50 volte inferiore ai massimi di emissioni consentite. In pratica meno di un cellulare. Poi si passerà anche alla sperimentazione della tecnologia di tipo "passivo", che rileva le onde millimetriche emanate dal corpo». Una volta terminata la sperimentazione, un comitato interministeriale sceglierà una delle due tecnologie e l'Enac procederà con l'acquisto, utilizzando 2 milioni di euro derivati da un proprio avanzo di amministrazione.
Presenti alla cerimonia di presentazione il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Altero Matteoli, il ministro della Salute Ferruccio Fazio. Proprio il ministro Fazio ha assicurato che non ci sono pericoli per la salute: «quello scelto é sicuro con livelli di esposizione limitati». Si tratta, ha spiegato il ministro, di «micro onde che non comportano alcun pericolo, queste onde creano un effetto contenuto di riscaldamento della pelle assolutamente non percepibile e non pericoloso». In questa prima fase non si sottoporranno al body scanner, aggiunge Fazio, le persone che hanno protesi esterne, tipo protesi acustiche, «per precauzione visto che le protesi non sono state ancora testate». Nessun nodo sul fronte della privacy perché, come spiega l'Enac, «esso evidenzia le eventuali aree di criticità senza riflettere la figura della persona». Il ministro delle Infrastrutture Matteoli ha detto che «una delle preoccupazioni che avevo é che comportasse perdita di tempo, mi pare - valuta dopo aver testato lo strumento - che non ci sia questo problema. Anzi, forse si potrà risparmiare qualche secondo». Il ministro dei Trasporti si dice quindi soddisfatto: «sulla sicurezza mi pare che sia garanzia ulteriore. L'efficienza mi sembra riscontrabile». A Fiumicino sarà diffuso sui monitor un video elaborato da Adr per illustrare le caratteristiche e il funzionamento dei body scanner.

FONTE: Nicoletta Cottone (ilsole24ore.it)

mercoledì 3 marzo 2010

Terremoti catastrofici e tsunami Perché la natura pare impazzita


La Terra trema ancora, da Haiti al Giappone fino al Cile. Che cosa sta succedendo sotto i nostri piedi? Le placche su cui poggia il mondo si scontrano di continuo. Con conseguenze disastrose. Ecco come interpretare i segnali che la natura ci invia.


LA TERRA trema, e non è la sola. A far paura è la sequenza in crescendo dei terremoti da Haiti (12 gennaio) al Cile (27 febbraio) passando per il Giappone (26 febbraio). L'impotenza di chi cerca di fare previsioni è ancora totale nonostante secoli di studi, tentativi e illusori momenti di successo. E le statistiche confermano: i terremoti oggi sono più letali che in passato. Nel 2009 l'attività sismica nel mondo ha ucciso 1.700 persone (trecento delle quali vivevano in Abruzzo) L'anno prima era andata molto peggio, con 88mila vittime quasi tutte concentrate nella regione cinese del Sichuan (scossa di magnitudo 7,9). Quest'anno invece, tra Haiti (magnitudo 7) e Cile (8,8), le vittime hanno già abbondantemente superato le 200mila.

Il terremoto in Cile è una sequenza esemplare di ciò che avviene quando un cataclisma si innesca sotto ai nostri piedi. Erano le 3,34 del 27 febbraio quando a Concepcion in pochi secondi si è liberata l'energia accumulata nella Terra nel corso di quasi due secoli. La potenza del terremoto cileno - superata solo altre quattro volte dall'inizio del Novecento - è stata paragonata all'esplosione simultanea di migliaia di bombe nucleari. Le onde sismiche hanno iniziato a viaggiare lungo la crosta a 5 chilometri al secondo. Tutti i 4mila sismografi piazzati sul pianeta hanno vibrato all'unisono. Il fondo marino si è alzato di un metro sollevando tonnellate di acqua. Le onde dello tsunami hanno iniziato a propagarsi lungo il Pacifico alla velocità di un jet: quasi novecento chilometri all'ora.

Per fortuna - e i motivi sono tutt'altro che chiari - i muri d'acqua non hanno raggiunto altezze elevate (due metri al massimo) e le coste sono state risparmiate da distruzioni. L'altra buona notizia (e non è stato così ad Haiti) è che il Cile è un paese tutt'altro che impreparato e ha una legislazione rigorosa per l'ingegneria antisismica.

La colpa dell'aumento delle vittime dei sismi non è necessariamente della Terra, che continua a tremare quanto e come ha sempre fatto nella sua storia. Sono l'aumento degli uomini sul pianeta e la loro concentrazione in megalopoli che hanno alzato la posta in gioco. A uccidere infatti non sono mai i terremoti, neanche i più violenti. Sono gli edifici, soprattutto i palazzi costruiti con cemento di bassa qualità e accatastati uno sull'altro nelle aree del mondo in via di sviluppo.

Il giorno precedente alla scossa cilena, il 26 febbraio, a Okinawa un sisma della stessa magnitudo dell'isola caraibica si era risolto senza una sola vittima, a dimostrazione che di fronte a una scossa violenta a fare la differenza fra vita e morte è la robustezza del cemento con cui la casa è costruita. Il terremoto giapponese si è risolto con un po' di vertigini per gli abitanti delle grandi città. Lo stesso non si può dire per quel che è avvenuto in Cile. Le due placche di Nazca e del Sudamerica hanno in corpo una tale potenza da aver contribuito al sollevamento delle Ande in passato. Da millenni si scontrano come due montoni caparbi, avanzando al ritmo lento ma incessante di 80 millimetri all'anno, con il "muso" di Nazca costretto a immergersi verso il basso scavando nel magma caldo e sollevando la zolla sudamericana. I geologi chiamano questo processo "subduzione" e il suo aspetto inquietante è che tanto più procede silenziosamente, sottotraccia - senza i piccoli tremori periodici che quotidianamente vengono registrati lungo le linee di faglia - tanto più rischia di accumulare rabbia, scatenando tutta la sua energia in un'unica grande scossa.

Sabato mattina alle 3,34 - nessuno determinerà perché quel giorno e quell'ora - le placche hanno ceduto alla tensione. Era dal 1835 che Concepcion viveva al riparo dai sismi violenti. Nell'area, poco dopo il terremoto di allora, arrivò Charles Darwin che navigava a bordo del Beagle per mettere a punto la sua teoria dell'evoluzione. Descrisse la città di Concepcion come un cumulo di mattoni e tronchi spezzati e annotò particolari importanti sulla deformazione che la linea della costa aveva subito a causa del sisma.

L'anno scorso un geologo francese e uno cileno ripresero i dati del naturalista britannico e pubblicarono uno studio in cui si prevedeva (in termini probabilistici e senza dare una data precisa) che un altro grande terremoto, di magnitudo superiore all'ottava, sarebbe avvenuto in tempi brevi lungo le coste del Cile. Il loro articolo fu pubblicato a giugno dell'anno scorso sulla rivista Physics of the earth and planetary interiors. Non ambiva a fare previsioni esatte, ma si limitava a un'osservazione statistica basata sulla legge dei grandi numeri: "L'area di Concepcion-Constitucion è molto matura dal punto di vista sismico, visto che nessun grande terremoto si è verificato dal 1835".

FONTE: Elena Dusi (repubblica.it)