domenica 27 giugno 2010

Sahara, 80 oasi rinascono grazie a un'antica tecnica


Il progetto recupera le foggara, gallerie che catturano l'umidità notturna e la trasformano in acqua. Si salveranno anche i graffiti paleolitici che dimostrano che quella zona non era desertica


Ottanta oasi rinascono nel Sahara per festeggiare la giornata mondiale della lotta contro la desertificazione. L'iniziativa è stata finanziata dal governo regionale dell'Adrar, in Algeria, e promossa dall'Itki, l'Istituto per le conoscenze tradizionali che l'Unesco ha voluto collocare a Firenze. Si salveranno anche i graffiti paleolitici che con le loro immagini di elefanti testimoniano l'epoca in cui la zona non era deserto.

L'Algeria ha stanziato cinque milioni di euro per recuperare le foggara, vere e proprie "miniere" di acqua. E' una tecnica molto antica che si basa sulla capacità di estrarre acqua dall'umidità notturna: una rete di gallerie orizzontali corre sotto la superficie del deserto e cattura la condensazione che si forma sulle pietre. Questo metodo, in alternativa a pozzi sempre più profondi, evita di intaccare il capitale idrico delle falde di acqua fossile, quella che non si ricarica con le piogge. Inoltre l'opera di restauro sarà condotta, usando materiale tradizionale, da associazioni locali, le stesse che nel futuro continueranno a mantenerle in attività con consistenti vantaggi in termini economici, ambientali e di gas serra evitati.

Le 80 foggara recuperate serviranno a rivitalizzare altrettante oasi, circa un terzo di quelle esistenti nella regione. "Tra queste", spiega Pietro Laureano, presidente dell'Itki ed esperto di conservazione delle oasi, "ci sono oasi disposte come un nastro verde all'interno del Sahara, ma anche oasi isolate. La piùimportante è situata in un'area senza centri abitati o strade per circa 150 chilometri quadrati. Gli abitanti, 50 famiglie, hanno rifiutato di abbandonarla per andare a vivere in città: il restauro della foggara permetterà il mantenimento del palmeto che dà da vivere all'intero villaggio. In quest'area, tra l'altro, abbiamo trovato un graffito paleolitico in cui si vede una mandria di elefanti, a ulteriore dimostrazione del fatto che il Sahara 15 mila anni fa era una grande area verde".

La desertificazione è arrivata ormai a minacciare un quarto delle terre del pianeta e oltre un miliardo di abitanti nei 100 Paesi maggiormente interessati. La situazione più drammatica è quella africana, dove è a rischio il 73 per cento delle terre aride coltivate. Il Sahara, insomma, avanza e per fermarlo è spesso più conveniente ricorrere alle tecniche tradizionali che ai metodi che comportano alti costi economici ed energetici.

FONTE: Antonio Cianciullo (repubblica.it)

sabato 26 giugno 2010

FECONDAZIONE: ARRIVANO I SUPERSPERMATOZOI


DIMEZZANO IL RISCHIO DI MALFORMAZIONI


Sono veri e propri 'superspermatozoi', o meglio spermatozoi 'superselezionati', e utilizzando solo loro nella fecondazione assistita, oltre alla sostanziale certezza del buon esito (99% di efficacia) si dimezza il rischio di malformazioni del nascituro rispetto alle nascite naturali. E' il frutto della nuova tecnica IMSI (Intra morfologic sperm injection), che Severino Antinori, presidente della Warm, presentera' oggi al Congresso mondiale sull'infertilita' maschile in corso a Roma. Il segreto e' in un ingrandimento-record al microscopio, che consente di scovare i piu' piccoli difetti degli spermatozoi in esame e selezionare solo il meglio del meglio. "Con questa tecnica - spiega Antinori - riusciamo a ingrandire lo spermatozoo di 10.000 volte, e scegliamo quello con le migliori condizioni morfologiche, sia nella testa che nella coda". La tecnica, di cui Antinori e il suo team sono gli inziatori nel mondo insieme agli israeliani dell'universita' di Tel Aviv, funziona: "In Italia ho gia' fatto nascere 300 bambini cosi' - spiega Antinori - e a livello internazionale, su 1.000 casi in tutto, le malformazioni sono state appena l'1% del totale, contro il 2% che esiste in natura e il 4% delle tradizionali tecniche di fecondazione assistita". Unico problema, le accuse di "eugenetica", che pero' non sfiorano Antinori: "Alcuni media internazionali, ovviamente di matrice cattolica, ci accusano di fare selezione genetica. Ma noi non scegliamo gli spermatozoi per creare bambini biondi e con gli occhi azzurri, ma solo per utilizzare quelli piu' idonei alla fecondazione assistita. Poi se il bambino e' bello o brutto, lo decide la natura". -

FONTE: agi.it

venerdì 25 giugno 2010

Funziona il polmone in vitro il futuro delle cure biotech


L'organo ricostruito in laboratorio da un team dell'università Usa di Yale. La ricerca per ora condotta su cavie da laboratorio. E' il primo passo verso la coltivazione in provetta di tessuto polmonare, anche umano, a partire da un piccolo nucleo di cellule


DOPO la prima cellula ricreata in laboratorio, arriva anche il primo polmone in provetta. L'organo è stato ricostruito in vitro da un'equipe di medici dell'università americana di Yale. E una volta impiantato ha iniziato a funzionare, regolando lo scambio fra ossigeno e anidride carbonica. La ricerca per ora è stata condotta su cavie da laboratorio. Ma i risultati, pubblicati sulla rivista Science, rappresentano il primo passo verso la coltivazione in provetta di tessuto polmonare, anche umano, a partire da un piccolo nucleo di cellule.

Non si parla, naturalmente, di reimpiantare un polmone umano su un altro individuo. I medici, coordinati da Laura Niklason, hanno coltivato in vitro le cellule che compongono il tessuto polmonare e le hanno fissate sulle cavie. Ogni volta che il tessuto veniva impiantato, per un tempo tra i 45 e i 120 minuti, i polmoni biotech funzionavano esattamente come quelli umani. Perché il nuovo tessuto polmonare, quella membrana elastica che si contrae su se stessa e permette la respirazione, ha mantenuto la stessa funzione: garantire la comunicazione tra aria e sangue.

Secondo la Niklason, lo studio rappresenta un primo passo verso la rigenerazione dei polmoni per animali di dimensioni più grandi e, eventualmente, per l'uomo. In tal modo potrebbe essere possibile rigenerare in laboratorio i polmoni di pazienti colpiti da malattie che ne hanno compromesso la funzionalità. Una soluzione che eviterebbe molti trapianti, con conseguenti problemi di rigetto e infezioni che riducono la possibiltà di sopravvivenza.

"E' una tappa straordinariamente importante nella medicina rigenerativa", commenta il genetista Giuseppe Novelli, dell'università di Roma Tor Vergata il cui gruppo, con Federica Sangiuolo, ha appena presentato dati importanti sulla rigenerazione del tessuto dei polmoni al Convegno internazionale sulle cellule staminali, a San Francisco. Polmoni di ratto lesionati dall'esposizione a sostanze tossiche sono stati rigenerati trasferendo, nelle aree danneggiate, delle cellule staminali embrionali. "La scoperta - spiega Novelli - è un risultato che va al di là di quanto è stato fatto: finora ci siamo limitati a inoculare cellule staminali, lo studio di Yale invece ha dimostrato di poter costruire un organo complesso". Ci vorranno ancora anni di lavoro per arrivare ad applicare questa tecnologia nei pazienti, conclude Novelli, ma è indubbiamente la "prima esperienza di applicazione reale dell'ingegneria dei tessuti".

"Una ricerca che fa ben sperare" aggiunge Adriana Albini, responsabile della ricerca oncologica all'Irccs Policlinico MultiMedica di Milano. "Avere cellule che, una volta reimpiantate, possono rigenerare il tessuto malato significa evitare di costringere un uomo a vivere con elemento extracorporeo. Se la ricerca dovesse proseguire si potranno raggiungere risultati importanti anche nella cura di malattie come la fibrosi cistica, il cancro, l'insufficienza polmonare".

Ma lo studio di Yale non è l'unica novità che riguarda i polmoni. Nello stesso numero di Science un altro team dell'università di Harvard ha pubblicato il proprio studio: la realizzazione di un polmone grande come un microchip. Un dispositivo unico al mondo, delle dimensioni di una gomma per cancellare, che riproduce fedelmente il funzionamento dei polmoni. Ma questo è un'altro genere di ricerca, che tuttavia permette di compiere esperimenti impossibili, come simulare gli effetti di tossine ambientali sui polmoni, l'assorbimento di farmaci sotto forma di aerosol e di sperimentare in modo non invasivo nuovi farmaci per curare malattie respiratorie.

FONTE: Adele Sarno (repubblica.it)

giovedì 24 giugno 2010

Ritrovata Avaris, città egizia di oltre 3.500 anni fa


Sotto al delta del Nilo un team di archeologi austriaci ha scoperto i resti di una città che fu la capitale della popolazione Hyksos, una popolazione nomade asiatica

Avaris fu, circa 1.500 anni prima di Cristo, la capitale egiziana del popolo Hyksos (il cui nome significa «sovrani dei Paesi stranieri»), stirpe nomade asiatica che discese in Egitto al termine del Medio Regno, per governarvi dal 1664 al 1569 a.C.. Ora una missione archeologica austriaca ha localizzato alcuni resti di questa città nei pressi del villaggio di Tell El-Dab'a, nella regione nord orientale del delta del Nilo.

LA SCOPERTA – È una scoperta importante per gli archeologi di tutto il mondo. Il team austriaco è presente nell’area già da 35 anni: i primi studi per ritrovare Avartis furono avviati nel 1975. Come ha raccontato l’archeologa a capo della cordata Irene Mueller, grazie all’uso del radar il suo gruppo di studiosi ha potuto identificare la struttura urbanistica di Avaris, e riconoscere diverse vie, costruzioni, abitazioni, templi, un porto affacciato sul Nilo, due isole sommerse, pozzi di diverse dimensioni. Il tutto sotto a una zona particolarmente ricca di verde e coltivazioni, come è possibile vedere nelle immagini da satellite in cui viene sovrapposta l’attuale conformazione fisica del territorio all’estensione della vecchia capitale egizia. Proprio per via delle molte abitazioni e aree agricole presenti oggi nella zona, è difficile fare scavi per portare alla luce gli antichi resti.

GLI HYKSOS – A governare questa capitale egizia fu una popolazione che arrivò sul delta del Nilo dall’Asia, gli Hyksos. Veneratori del dio Seth, cui edificarono un tempio ad Avartis, erano composti da semiti e cananei. Da questa città questi nomadi si spostarono poi verso Menfi, ma non governarono mai oltre il Medio Egitto. Furono molti gli scambi con altre popolazioni, negli scritti si trovano infatti tracce dei loro rapporti con Creta, l’Anatolia, le isole dell’Egeo. Come già facevano i faraoni, anche gli Hyksos usavano incidere i propri nomi sugli scarabei (considerati animali sacri) poi collocati tra i bendaggi delle mummie. È grazie a loro che in Egitto si iniziarono a usare i cavalli come animali da traino, e i carri per combattere in guerra.

FONTE: Eva Perasso

lunedì 21 giugno 2010

Yoga, ipnosi, attività fisica boom di cure senza farmaci


Il 20% degli italiani ha fiducia nelle terapie che fanno a meno delle medicine. La prevenzione è diventata un cardine anche della pratica occidentale


"Dottore ho un mal di testa terribile. Quale posizione yoga mi suggerisce?". La cura senza medicine è la nuova frontiera del benessere di massa. Basta farmaci, l'obiettivo oggi è di stare bene facendo attività che riducono lo stress, cambiano il nostro modo di vivere, e in certi casi intervengono per guarire nel vero senso del termine. L'attività fisica mirata che toglie il mal di schiena, l'ipnosi che fa dimagrire, lo yoga che allontana i problemi circolatori o la meditazione che sconfigge il dolore: è boom di una serie di pratiche, che ora finiscono al centro di ricerche scientifiche. A sceglierle sono persone che, ovviamente solo per certi problemi, non vogliono andare dal medico. Questi rimedi in buona parte sono figli della cultura introdotta dalle medicine non convenzionali. "Dopo aver insegnato a noi occidentali a riscoprire il rapporto tra dottore e paziente, ci hanno trasferito un nuovo concetto: quello dello stile di vita sano". A parlare è Guido Giarelli, professore di sociologia alla facoltà di Medicina dell'Università della Magna Grecia. "Discipline orientali come l'Ayurveda da sempre puntano su un approccio olistico, cioè globale, alla persona, non solo legato alla malattia del momento". Ma quanti sono a curarsi con pratiche che non richiedono l'uso dei farmaci? Non è facile avere un dato. "Secondo l'ultima relazione Istat circa il 19% degli italiani usano medicine non convenzionali, soprattutto fitoterapia e omeopatia, che però, ciascuna a suo modo, impiegano farmaci - dice sempre Giarelli - Per avere un'idea di quanti si rivolgono a cure senza medicine bisogna fare riferimento anche a una ricerca di Harvard, e si ricava un dato del 20% di italiani dediti a yoga, massaggi, ipnosi e quant'altro. È un numero significativo, ma stiamo attenti a non creare una società basata sulla cultura della performance fisica. Sennò finiamo come gli Usa che non vogliono curare gli obesi".

L'attenzione allo stile di vita, la cosiddetta prevenzione primaria, è diventata un cardine anche della medicina occidentale. Ad esempio esistono liste di cose da fare per evitare i problemi cardiovascolari. Ma oggi ci si spinge anche oltre, come avviene in Toscana. La Regione ha creato l'Afa (attività fisica adattata): il progetto coinvolge persone colpite da malattie croniche, come il mal di schiena ma anche l'ictus e il parkinson. "Vogliamo evitare che con la sedentarietà a queste malattie ne aggiungano altre", dice Francesco Benvenuti, responsabile dell'Afa a Empoli. La soluzione? Una convenzione della Asl con le palestre private, dove il medico di famiglia o lo specialista inviano il malato a fare attività fisica mirata. Il costo dei corsi è 2 euro all'ora. Fino ad oggi in Toscana circa 15mila persone sono state coinvolte e l'esperienza si sta allargando a Piemonte, Friuli e Liguria. La rivista scientifica Usa "Journal of Rehabilitation Research & Development", ha fatto uno studio sull'esperienza toscana, definendola "Il più grande programma di esercizio al mondo finalizzato in modo specifico alla prevenzione e gestione delle malattie croniche".

Giovanni Calloni è uno psicoterapeuta, dirigente della Asl di Magenta, che pratica l'ipnosi. "La domanda è in costante aumento", spiega. Si sceglie per varie ragioni: "Permette di moderare le proprie pulsioni, come quella di mangiare. Viene anche usata nella terapia del dolore o in per abbassare lo stress e come modalità di rifunzionalizzazione della persona. Possono bastare una ventina di sedute per ottenere buoni risultati".
Uno dei sintomi del successo dello yoga anche da noi sta nella diffusione di tipologie assai poco tradizionali di questa disciplina: c'è quello acrobatico con gli elastici, quello da fare davanti alla tv o mentre si va in autobus. "I festival si moltiplicano in tutta Italia, e spesso sono dei carrozzoni", dice Carmen Tosto, che da 30 anni pratica la disciplina indiana e la insegna all'Ayurvedic point di Milano. "Può servire a migliorare il sistema circolatorio o la digestione - spiega - Agendo sulla postura risolve dolori osteoarticolari, e riduce lo stress".

Allo yoga può essere legata la meditazione. Quest'anno un gruppo di Montreal, attraverso la risonanza magnetica ha visto che nel cervello di chi medita in modo intensivo, come i monaci tibetani, si ispessisce l'area che controlla la sensibilità al dolore, sviluppando una maggiore resistenza alla sofferenza fisica.

FONTE: Michele Bocci (repubblica.it)

venerdì 18 giugno 2010

IMPRESE EUROPEE SVILUPPANO CORNEA ARTIFICIALE

SI POTREBBERO RISPARMIARE LE GRAVI COMPLICAZIONI DEL TRAPIANTO TRADIZIONALE



Un gruppo di piccole e medie imprese europee insieme ad alcuni scienziati hanno sviluppato una cornea artificiale che potrebbe permettere ai ciechi di vedere e potrebbe risparmiare ai pazienti le gravi complicazioni del metodo di trapianto tradizionale attualmente in uso. Fino a questo momento i chirurghi hanno trapiantato cornee provenienti da donatori umani. Le imprese in questione si sono unite agli istituti di ricerca pubblici per costruire una cornea protesica perfetta e high-tech. Il progetto Cornea ('Development of an artificial cornea for the human eye') e' stato finanziato con ben 1,78 milioni di euro nell'ambito della linea d'azione per le Pmi del Sesto programma quadro (6/o PQ). A riportare la notizia e' stato il notiziario Cordis. Ogni anno in Europa 40 mila non vendenti si aggiungono alla lista d'attesa per il trapianto della cornea, perche' soffrono di un disturbo ereditario o perche' hanno perso la vista in seguito a un incidente o a una malattia. Sfortunatamente, questo metodo tradizionale e' lungi dall'essere perfetto; la percentuale di successo puo' superare il 90 per cento o puo' essere inferiore al 50 per cento. Tra i pazienti che hanno la fortuna di trovare un donatore compatibile, molti non sopportano bene la nuova cornea. Gli effetti collaterali piu' comuni sono secchezza oculare, ustioni da acidi e altri gravi problemi agli occhi. Un altro problema e' costituito dal fatto che spesso nei paesi in via di sviluppo non ci sono cornee disponibili. Una protesi della cornea e' l'alternativa perfetta. Ma progettare e produrre una cornea artificiale ben fatta non e' facile. Gli altri gruppi di ricerca che ci hanno provato in precedenza non sono riusciti a soddisfare le complesse esigenze dell'occhio umano. Ci sono voluti 3 anni di sviluppo, insieme alle competenze di 12 team di ricerca europei, per ottenere le giuste proprieta' fisiche, chimiche e biologiche. In primo luogo, il materiale si deve innestare in modo saldo all'occhio; deve costituire una buona base sulla quale possa crescere il circostante tessuto dell'occhio. Ma non deve crescere tessuto al centro della protesi, altrimenti il paziente non potra' vedere. In secondo luogo, la parte piu' interna della cornea deve rimanere completamente libera, mentre la parte esterna della protesi deve essere liscia e deve potersi bagnare con le lacrime, in modo che la palpebra possa scivolarvi sopra con facilita'. Per ottenere tutte queste caratteristiche, il consorzio Cornea ha usato un polimero e ha testato diversi tipi di rivestimenti. In particolare, hanno scelto una speciale proteina - un fattore di crescita che le cellule del tessuto oculare naturale possono rilevare e riconoscere. Messe in moto da questo fattore di crescita, le cellule cominciano a crescere sulla superficie dei bordi della protesi, proprio come e' necessario. I team hanno inoltre sviluppato metodi specifici per la sterilizzazione e hanno testato l'impianto, sia in vitro (su colture di cellule di tessuti dissezionati di maiali) che su conigli di laboratorio vivi. Coordinato dall'Istituto Fraunhofer di ricerca applicata sui polimeri, Postdam, Germania, e con la partecipazione di esperti provenienti da Germania, Francia, Paesi Bassi e Polonia, il progetto Cornea ha ottenuto il suo scopo grazie al know-how offerto. Le Pmi hanno contribuito con le risorse tecniche e di sviluppo, nonche' con la capacita' di produzione e soprattutto con l'accesso al mercato. La Pmi IOI, con sede nel Regno Unito, ha apportato al progetto il suo innovativo disegno brevettato di cheratoprotesi 'flexicornea'. La cornea artificiale e' basata su questo disegno. Il gruppo tedesco Coronis, insieme all'Istituto Fraunhofer, ha sviluppato e testato un polimero ottico flessibile e idrofobico che imita la cornea umana. Inoltre, due Pmi tedesche hanno sviluppato la tecnologia di produzione meccanica (Schmidt) mentre la Rhine Tec ha adattato il suo analizzatore di cellule e commercializzera' questo strumento. L'impianto di cornea e' stato adesso approvato come un dispositivo medico personalizzato sicuro. Puo' essere usato su non vedenti se le altre cure non funzionano, dando ai pazienti la liberta' di godersi piu' pienamente il mondo intorno a loro.

FONTE: agi.it

giovedì 17 giugno 2010

Bioelettricità «verde» prodotta dall’alga


Una quantità infinitesima, ma è stato messo a punto un metodo che potrebbe avere interessanti sviluppi

Immaginate che un giorno le foglie possano produrre energia elettrica per le nostre necessità. Immaginate che gli elettroni che circolano nelle loro cellule, attivati dalla luce solare, non servano solo a produrre zucchero, come di fatto accade, ma che una parte di essi venga dirottata e incanalata in un filo per accendere ad esempio una lampadina. Siamo ancora lontanissimi da tutto questo. Però gli scienziati dell'Università di Stanford (Usa), per la prima volta sono riusciti a «rubare» corrente da un'alga. Una quantità infinitesima, e vero, ma hanno messo a punto un metodo che potrebbe avere interessanti sviluppi. Può essere il primo passo verso la produzione di bioelettricità ad alto rendimento.

PRIMI PASSI - «Siamo i primi a estrarre elettroni dalle cellule vegetali viventi», dice Won Hyoung Ryu, a capo della ricerca pubblicata sulla rivista Nano Letters. Gli scienziati hanno costruito un piccolissimo e appuntito nano elettrodo d'oro, appositamente progettato per essere introdotto all'interno delle cellule. Quindi lo hanno delicatamente spinto attraverso la membrana di una cellula algale di Chlamydomonas. È questo piccolo elettrodo lo strumento per catturare gli elettroni che la luce ha stimolato. Le piante infatti, attraverso organuli specifici contenuti nelle cellule, i cloroplasti, con la fotosintesi convertono l'energia luminosa in energia chimica immagazzinandola negli zuccheri. La luce penetra negli organuli e fa «saltare» gli elettroni a un livello energetico più elevato. Gli scienziati di Stanford hanno «intercettato» questi elettroni proprio dopo che sono stati eccitati dalla luce, quindi nel momento in cui possedevano la loro massima energia. E attraverso il piccolissimo elettrodo d'oro infilato nel cloroplasto li hanno dirottati fuori dalla cellula per generare una minuscola corrente elettrica.

RISULTATO - «Il risultato è la produzione di energia senza rilascio di carbonio in atmosfera. Questa è una delle fonti più pulite per produrla», afferma Ryu. Ora la domanda è se questa metodologia sia economicamente conveniente. «Siamo in grado di estrarre da ogni cellula un solo picoampere», continua, «una quantità così piccola che servirebbe un trilione di cellule che funzionassero per un'ora per produrre una quantità di energia pari a quella immagazzinata in una batteria alcalina. Inoltre le cellule muoiono dopo un'ora. I prossimi passi potrebbero essere quelli di ottimizzare il design dell'elettrodo per allungare la vita delle cellule e di utilizzare piante con cloroplasti più grandi per poter catturare più elettroni».

FONTE: Massimo Spampani (corriere.it)

martedì 15 giugno 2010

ECCO I MICRO ROBOT NUOTATORI


'NAVIGANO' NELLE VENE PER CURARE TUMORI E ICTUS


Nuotare all'interno del corpo umano per curare tumori e rimuovere l'ostruzione di piccole arterie. E' una delle sfide dei micro robot nuotatori che verranno illustrati giovedi' 17 giugno a Trieste da Luca Heltai, ricercatore della Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati di Trieste, di 'professione' personal trainer per micro nuotatori artificiali. Quali sono le forze necessarie da mettere in gioco per nuotare? E perche' nel miele e' piu' difficile nuotare che nell'acqua? Cosa consente ai microrganismi naturali di nuotare a lungo consumando meno energia possibile? Per programmare il nuoto di un micro robot, e' necessario conoscere cio' che governa la dinamica del moto nei fluidi nel mondo naturale. Conoscere le strategie utilizzate dai micro-organismi per il nuoto puo' essere di lezione per progettare micro nuotatori artificiali. ''Riuscite a immaginare di nuotare nelle sabbie mobili? L'impresa e' decisamente ardua. Per un organismo microscopico, nuotare ha lo stesso grado di difficolta''' commenta Heltai. L'appuntamento scientifico sara' occasione per discutere gli elementi fondamentali della fluido-dinamica biologica, la struttura geometrica che governa la matematica del nuoto e presentare le principali difficolta' insite nel nuoto per i robot in miniatura. ''Noi nuotiamo soprattutto grazie agli effetti della massa di acqua che spostiamo - spiega - Ma per nuotatori molto molto piccoli, l'inerzia diventa un effetto trascurabile. Su tutto infatti governa la viscosita' del liquido''. Prendendo spunto dai nuotatori biologici e riformulando il problema del nuoto nel linguaggio matematico del controllo ottimo, Luca Heltai e colleghi della Sissa hanno elaborato un software in grado di individuare le bracciate ottimali per una vasta classe di robot artificiali. ''Cercare di ottimizzare il nuoto di micro robot - spiega il ricercatore romano, da tre anni a Trieste per i suoi studi, dopo essersi formato tra Pavia e New York - puo' essere molto importante. Basti pensare alle applicazioni in campo biomedico. Micro nuotatori, infatti, potrebbero trasportare medicinali all'interno del corpo umano, in maniera non invasiva e mirata. Oppure provvedere alla pulizia di arterie piccolissime''. -

FONTE: agi.it

lunedì 14 giugno 2010

Medicina, check up in remoto con i biosensori negli slip


Un paio di slip può rivoluzionare i sistemi di monitoraggio della salute. Le rivoluzionarie mutande, normalissime all’apparenza, sono in grado grazie a un sofisticato biosensore elettronico di misurare costantemente pressione arteriosa, frequenza cardiaca e altri parametri vitali attraverso il costante contatto con la pelle.

La nuova tecnologia è stata sviluppata dal professore di nano-ingegneria Joseph Wang dell’Università della California a San Diego, che ha pubblicato i risultati dei suoi studi sul The Royal Society of Chemistry journal. Gli slip, spiega l’esperto, consentiranno ai pazienti e a tutte le persone a rischio di essere monitorati a casa anzichè in ospedale, e sono comodi e resistenti: l’uso quotidiano, compresa corsa e stretching, non ha infatti influenzato le prestazioni del sensore.

Il progetto è stato finanziato dall’esercito americano: «Questo specifico progetto - spiega Wang - è stato elaborato per il ferimento di soldati nel campo di battaglia e l’obiettivo è creare sensori sempre meno invasivi, da applicare localmente, per aiutare i medici a individuare subito il tipo di ferita subita». In futuro, il biosensore che rileva una lesione sarà anche in grado di dirigere il rilascio di farmaci per alleviare il dolore e anche curare la ferita. Ma la gamma delle applicazioni va oltre il campo militare.

«Possiamo immaginare una svolta importante per il monitoraggio remoto degli anziani in casa, il monitoraggio di un’ampia gamma di indicatori biomedici, come marcatori cardiaci, allarmi ictus, scompensi dovuti al diabete e altri cambiamenti di parametri che possono essere analizzati come previsori di rischi». Gli slip intelligenti potranno anche essere usati nello sport per misurare i livelli di alcol nel sangue degli atleti.

FONTE: lastampa.it

domenica 13 giugno 2010

CAROTE SPINACI E ALBICOCCHE ABBRONZANTI NATURALI


FRUTTA E VERDURA PER ESSERE BELLI 'DENTRO E FUORI'


Carote, spinaci e albicocche salgono sul podio degli abbronzanti naturali in grado di "catturare" i raggi del sole e garantire una tintarella della salute che rende "belli dentro e fuori". E' la Coldiretti a stilare la speciale classifica del cibo che abbronza nell'ambito di "BIO sotto casa" dove sono scesi in campo contro i colpi di calore anche gli assaggiatori della frutta, a Roma all'Auditorium Parco della Musica per un weekend dedicato ai temi dell'agricoltura biologica con la presenza di quasi cento produttori di Campagna Amica grazie all'iniziativa promossa da Aiab, Amab e Coldiretti con il contributo dell'Unione Europea e dell'Italia - Ministero delle Politiche Alimentari e Forestali.
Anche chi e' ancora costretto a rimanere in citta' puo' difendersi dal caldo e prepararsi la tintarella estiva con una dieta adeguata che si fonda sul consumo di cibi ricchi in Vitamina A che - sottolinea la Coldiretti - favorisce la produzione nell'epidermide del pigmento melanina per donare il classico colore ambrato alla pelle. Con il grande caldo, consumare carote, insalate, cicoria, lattughe, meloni, peperoni, pomodori, albicocche, fragole o ciliegie serve a difendersi dai colpi di calore, ma anche - sottolinea la Coldiretti - a preparare l'abbronzatura estiva. Il primo posto e' conquistato indiscutibilmente dalle carote che contengono ben 1200 microgrammi di Vitamina A o quantita' equivalenti di caroteni per 100 grammi di parte edibile. Al posto d'onore - continua la Coldiretti - salgono gli spinaci che ne hanno circa la meta', a pari merito con il radicchio mentre al terzo si posizionano le albicocche seguite da cicoria, lattuga, melone giallo e sedano, peperoni, pomodori, pesche gialle, cocomeri, fragole e ciliege che presentano comunque contenuti elevati di vitamina A o caroteni.Con l'arrivo del caldo estivo e' importante consumare frutta e verdura fresca, fonte di vitamine, sali minerali e liquidi preziosi per mantenere l'organismo in efficienza e per combattere i radicali liberi prodotti come conseguenza dell'esposizione solare.
Antiossidanti "naturali" sono infatti le vitamine A, C ed E che - sottolinea la Coldiretti - sono contenute in abbondanza in frutta e verdura fresca. Questi vegetali - conclude la Coldiretti - sono dunque alimenti che soddisfano molteplici esigenze del corpo: nutrono, dissetano, reintegrano i sali minerali persi con il sudore, riforniscono di vitamine, mantengono in efficienza l'apparato intestinale con il loro apporto di fibre e si oppongono all'azione dei radicali liberi prodotti nell'organismo dall'esposizione al sole, nel modo piu' naturale ed appetitoso possibile. Per consentire a tutti di poter acquistare frutta e verdura italiana al giusto prezzo la Coldiretti ha aperto in tutta Italia quasi 600 mercati di Campagna amica dove e' possibile acquistare direttamente dagli agricoltori, tagliando intermediazioni e speculazioni. Peraltro in vista dell'estate il Ministero della Salute ha pienamente promosso l'ortofrutta italiana con addirittura il record del 98,8 per cento dei controlli regolari, con una presenza di residui chimici al di sotto dei limiti di legge, secondo le anticipazioni dei risultati dell'ultimo rapporto ufficiale annuale del Ministero della Salute sul "Controllo ufficiale dei residui di prodotti fitosanitari negli alimenti di origine vegetale" in via di definizione per essere trasmesso all'Autorita' Europea per la sicurezza alimentare (Efsa). Un rapporto che - conclude la Coldiretti - certifica il primato italiano nella qualita' e sicurezza alimentare con una percentuale di regolarita' del 98,85 per cento per la frutta, dello 98,76 per cento per le verdure, e 99,4 per cento per cereali, vino e olio. Ecco la top ten della salute: 1- Carote 1200 in microgrammi di Vitamina A o in quantita' equivalenti di caroteni per 100 grammi di parte edibile 2 - Spinaci e radicchi 500-600; 3 - Albicocche 350-500; 4- Cicorie e lattughe 220-260 ; 5 - Meloni gialli 200; 6-Sedano 200; 7- Peperoni 100-150; 8- Pomodori 50-100; 9- Pesche 100; 10 - Cocomeri e ciliegie 20-40.

FONTE: agi.it

venerdì 11 giugno 2010

DIABETE, LA CURA VIENE DAGLI OCCHI


VI SI TROVANO CELLULE STAMINA-

LI MOLTO SIMILI A QUELLE PANCREATICHE

Le cure del futuro per il diabete potrebbero trovarsi nei nostri occhi. Proprio li' infatti sono "nascoste" cellule staminali molto adatte a essere riprogrammate per diventare beta-cellule, le cellule del pancreas che producono insulina e che smettono di funzionare in chi soffre di diabete di tipo uno ma anche, a lungo andare, nei pazienti con il diabete di tipo due. Lo dimostrano gli studi sperimentali presentati da un gruppo di ricercatori coordinati da Carla Giordano, Professore Associato di Endocrinologia all'Universita' di Palermo, durante il XXIII Congresso Nazionale della Societa' Italiana di Diabetologia, a Padova dal 9 al 12 giugno. La procedura per ottenere le beta-cellule dalle staminali oculari, molto promettente, e' anche oggetto della richiesta di un brevetto. "Utilizziamo una particolare popolazione di cellule staminali adulte che si trova nel limbus, una zona dell'occhio fra congiuntiva e cornea - spiega Carla Giordano - L'area e' facilmente accessibile con un piccolo intervento oculistico, per cui queste cellule possono essere facilmente prelevate dal paziente stesso. Abbiamo verificato che le staminali del limbus hanno una notevole capacita' di crescita in vitro, per cui rappresentano una buona sorgente da cui ottenere beta-cellule. Inoltre, le cellule limbali non creano i problemi etici e tecnici relativi all'uso di staminali embrionali. Le cellule del limbus sono anche poco immunogeniche: questo rappresenta un notevole vantaggio perche' se, in futuro, si dovesse confermare la possibilita' di trapiantare le beta-cellule cosi' ottenute nei pazienti avremo un bassissimo rischio di rigetto". Gli studi sulle cellule staminali per la produzione di beta-cellule prendono le mosse dalla constatazione della difficolta' al largo impiego dei trapianti di isole pancreatiche. Da qui l'idea di cercare fonti alternative di beta-cellule. Per il momento le uniche esperienze su pazienti diabetici sono relative all'impiego del trapianto autologo non mieloablativo di cellule staminali: in Brasile, in uno studio pilota, sono state prelevate dal midollo osseo cellule staminali, a pazienti diabetici di tipo 1, successivamente trattati per azzerare il midollo osseo; infine gli stessi soggetti hanno ricevuto le proprie cellule midollari prelevate in precedenza. Sebbene lo studio non abbia incluso un gruppo di controllo, alcuni pazienti non hanno avuto bisogno di terapia insulinica per un periodo medio di 31 mesi. "Il procedimento pare che possa portare alle beta-cellule dell'organismo del paziente una sorta di messaggio di rigenerazione: le cellule cioe' "reimparano" a produrre insulina - chiarisce Giordano - Si tratta pero' di esperienze isolate, con risultati ancora in corso di valutazione, attraverso un metodo indubbiamente pesante per il paziente".

FONTE: agi.it

giovedì 10 giugno 2010

Malaria, una nuova cura blocca l'infezione all'origine


Un anticoagulante impedisce al virus di entrare nelle cellule del sangue


Nuova arma contro la malaria. Gli scienziati dell'Istituto di ricerca medica Walter and Eliza Hall di Melbourne hanno, infatti, scoperto che una molecola contenuta nell'eparina, un comune farmaco anticoagulante, blocca all'origine l'infezione delle cellule del sangue. I farmaci attuali contro la malaria agiscono contrastando lo sviluppo del parassita nei globuli rossi del sangue. Il nuovo metodo, invece, si è dimostrato capace di impedire al parassita di entrare nelle cellule, privandolo del rifugio sicuro di cui necessita per moltiplicarsi mentre si nasconde dalle difese dell'organismo, scrive James Beeson della Divisione infezioni e immunità dell'Istituto, sulla rivista internazionaleBlood.

I ricercatori hanno dimostrato che l'eparina, usata per trattare gli emboli, è efficace nell'impedire al parassita Plasmodium falciparum di attaccare i globuli rossi. Hanno quindi sviluppato simili molecole che potenziano tale effetto contro il parassita ma senza azione anticoagulante. «Sarebbe ideale usare questo approccio in combinazione con farmaci esistenti contro la malaria creando un attacco a forbice», scrive ancora Beeson. «Un farmaco cercherebbe di impedire al parassita di entrare mentre l'altro cercherebbe di fermare il suo sviluppo dentro i globuli rossi».

Secondo lo studioso, un simile trattamento combinato potrebbe essere disponibile globalmente entro 5-10 anni. Non solo: si aumenterebbe anche la protezione per chi viaggia in paesi in via di sviluppo dove la malaria è presente, oltre ad offrire un trattamento più efficace in caso di infezione da una malattia che uccide nel mondo circa un milione di persone l'anno, di cui in massima parte bambini.

FONTE: ilmessaggero.it

mercoledì 9 giugno 2010

Tumori, diagnosi dall'analisi del sangue: buoni risultati dai primi test


Novità per i tumori al seno: unica dose di radioterapia durante l'intervento


Stanno dando risultati positivi i primi test che permettono di fare la diagnosi di un tumore semplicemente con l'analisi del sangue. I dati preliminari, sui tumori di seno e prostata, sono stati presentati nel congresso della Società Americana di Oncologia Clinica (Asco) in corso a Chicago.

I test, messi a punto dall'azienda californiana Chronix Biomedical, riescono a riconoscere il tumore ad uno stadio precoce e si basano sulla possibilità di identificare delle «etichette molecolari» tipiche dei tumori sui frammenti di Dna rilasciati nel flusso sanguigno da cellule danneggiate o morenti. La sperimentazione è stata condotta su 575 persone (178 delle quali con il tumore del seno allo stadio iniziale, 197 con tumore della prostata avanzato e 200 individui sani) e sembra dimostrare una sensibilità molto elevata, superiore al 90% e confrontabile con gli attuali strumenti di diagnosi: la mammografia per il tumore del seno e il test del Psa (antigene specifico della prostata) per quello della prostata. Secondo i ricercatori che hanno messo a punto il test, i frammenti di materiale genetico spia del cancro provengono da poche zone critiche del Dna, specifiche per ogni forma di tumore: di questi «punti caldi» del genoma ne sono stati identificati 29 per il tumore del seno e 32 per quello della prostata.

Se i risultati presentati oggi saranno verificati da studi ulteriori, i test avranno tutte le carte in regola per diventare in futuro strumenti al servizio della diagnosi precoce e permetteranno di verificare l'andamento della terapia, di modulare i farmaci e di ridurre i costi sanitari.

Novità incoraggianti anche per la terapia del tumore al seno. Un'unica dose di radioterapia durante l'intervento chirurgico per asportare il tumore può evitare il trattamento radioterapico che solitamente segue l'intervento e dura alcune settimane. A dare avallo a questa tecnica sono i risultati del primo studio internazionale sulla radioterapia intraoperatoria mirata (TARGIT), sono i risultati dello studio condotto da Jayant Vaidya della University College London, presentati a Chicago e anticipati dalla rivista Lancet.

Partito nel 2000, allo studio hanno aderito 28 centri in 9 paesi tra cui l'Italia che vi partecipa dal 2004 con il Centro di Riferimento Oncologico (Cro) di Aviano, terzo per numero di pazienti arruolate (239 pazienti su un totale di 2.232). La dose di radio si somministra nella cavità chirurgica “immergendovi” un applicatore sferico. Quindi si spara solo sull'area tumorale, cioè il punto in cui si verifica il 90% delle recidive. In tal modo, la dose radioterapica, seppur alta, resta localizzata, minimizzandone gli effetti avversi. A parità di risultati clinici, la paziente ci guadagna: non deve fare radioterapia e quindi ne evita gli effetti collaterali fisici e psicologici accorciando il percorso di cura.

FONTE: ilmessaggero.it

martedì 8 giugno 2010

Una flotta di velieri per «raccogliere» energia eolica in mare


Generatori trasformano la forza del vento in idrogeno, accumulato e scaricato a terra per produrre elettricità

Una flotta di navi a vela dotate di appositi generatori potrebbero trasformare l'energia eolica in idrogeno che, accumulato e scaricato a terra, verrebbe poi trasformato in energia elettrica. In questo modo si potrebbe sfruttare la forza del vento anche in alto mare, là dove non è possibile o conveniente installare un campo di pale eoliche. L'idea dei due studiosi dell'Università di California-Davis, Max Platzer e Nesrin Sarigul-Klijn, è stata pubblicata recentemente sulla rivista specializzata New Scientist, dopo essere stata presentata il 19 maggio a Phoenix (Arizona) a un convegno della Società americana di ingegneria meccanica.

SOTTO IL MARE - L'idrogeneratore a due ali oscillanti produrrebbe energia sfruttando il movimento stesso dell'acqua solcata dal veliero sotto cui è montato. L'energia così ottenuta - tre volte maggiore di quella che si otterrebbe con un generatore a pale tradizionale - verrebbe usata per ricavare idrogeno dall'acqua marina. Secondo Platzer e Sarigul-Klijn un veliero dotato di 400 metri quadri di vele, spinto da un vento forza 7 da 15 metri al secondo, potrebbe generare 100 kW. Aumentando la velatura si potrebbe arrivare a 1 MW per ogni nave. Buona parte di questa energia verrebbe perduta nella doppia trasformazione elettricità-idrogeno-elettricità ma, stimano i due scienziati, il sistema avrebbe comunque un'efficienza intorno al 30% e si otterrebbero risultati straordinari se si costruisse una flotta adeguatamente grande.

ENERGIA - Platzer afferma che ricavare energia dal movimento dell'acqua è molto più efficiente rispetto all'aria (turbine eoliche) a causa della maggiore densità dell'acqua. Un flusso d'acqua attraverso un generatore sottomarino possiede una densità di potenza di 36 kW/mq rispetto a 1,2 kW/mq tipico dell'aria che soffia in un rotore eolico. Ne risulta inoltre che, a parità di energia, la struttura sottomarina può essere notevolmente più piccola.

FONTE: corriere.it

lunedì 7 giugno 2010

Nasa: cinque missioni per svelare i segreti del pianeta


L’obiettivo è indagare alcuni aspetti fondamentali legati in particolare al cambiamento climatico

Cinque missioni per esplorare meglio la Terra e i suoi ambienti, volando con aeroplani zeppi di strumenti capaci di cogliere persino i segreti del sottosuolo, ma anche con satelliti. Sono le missioni Earth Venture scelte fra 35 proposte e inserite nel programma Earth System Science Pathfinder che prevede pure spedizioni molto più complesse utilizzando mezzi spaziali. L’operazione è finanziata per i prossimi cinque anni con 30 milioni di dollari per ciascun progetto coinvolgendo sei centri della Nasa, nove agenzie governative, varie università e tre gruppi industriali.

OBIETTIVO - L’obiettivo è indagare alcuni aspetti fondamentali legati in particolare al cambiamento climatico. Si vuole, per esempio, capire come l’area artica assorbe e rilascia anidride carbonica oppure con un radar ad apertura sintetica si scandaglieranno i primi strati del suolo al fine di capire come la natura diversa dei terreni contribuisce allo scambio gassoso con l’atmosfera. Altri aspetti importanti investigati riguardano la quantità di vapore acqueo presente nella stratosfera, le condizioni dello strato di ozono e quanta energia solare trattiene la Terra. Sia dalle quote di volo che dallo spazio, inoltre, si misurerà la qualità dell’aria, i gas e le particelle contenute per tutta l’altezza dell’atmosfera e si inseguiranno le condizioni dalle quali possono nascere gli uragani in modo da seguirli fin dall’inizio ed aiutare la protezione civile. Le direttive del presidente Obama che chiedevano un maggior impegno sulle ricerche ambientali cominciano a diventare rapidamente programmi reali. I problemi del pianeta aspettano risposte urgenti.

FONTE: Giovanni Caprara (corriere.it)

domenica 6 giugno 2010

Tumore al polmone, si' a nuove cure


Approvata in Italia la prima terapia personalizzata per la forma di tumore del polmone chiamata 'non a piccole cellule' e in fase avanzata. Il bersaglio molecolare e' la mutazione di un gene, Egfr-Tk, che produce il 'carburante' che permette al tumore di svilupparsi. La molecola capace di contrastarne l'azione, 'gefitinib', rappresenta una concreta alternativa alla chemioterapia. Il tumore del polmone e' uno dei killer piu' diffusi nel mondo con 1,3 milioni di casi l'anno.






FONTE: ansa.it