giovedì 30 settembre 2010

Scoperto pianeta simile alla Terra


Gli astronomi: Gliese 581g è potenzialmente abitabile


Si chiama Gliese 581g, dista da noi soltanto 20 anni luce ed è il primo pianeta più simile alla Terra mai individuato. La scoperta, pubblicata sulla rivistaAstrophysical Journal, di deve a un gruppo di ricerca coordinato dall' Università della California a Santa Cruz e il Carnegie Institution di Washington.

Si tratta, sottolineano gli autori, del primo caso di un pianeta potenzialmente abitabile, in grado cioè di sostenere la vita, anche se diversa da quella che noi conosciamo. L’abitabilità dipende da molti fattori, spiegano gli esperti, ma l’acqua allo stato liquido e la presenza di un’atmosfera sono fra i più importanti. Scoperto grazie al Keck Observatory nelle Hawaii Gliese 581g orbita a una distanza dalla sua stella madre dove riceve la giusta energia per sostenere eventuale acqua allo stato liquido. Inoltre la sua forza di gravità, simile a quella terrestre, rende possibile anche la presenza di un’atmosfera.

Gliese 581g fa parte di una famiglia planetaria, Goldilocks zone, di sei pianeti (quattro dei quali già noti e il quinto scoperto in contemporanea a quello descritto sull’Astrophysical Journal) che orbitano intorno a una stella molto simile al Sole, la nana rossa Gliese 581 situata nella Via Lattea, nella costellazione della Libra. Ma il più interessante è proprio Gliese 581gche, con una massa compresa fra 3,1 e 4,3 masse della Terra e un raggio stimato fra 1,2 e 1,5 raggi terrestri, è probabilmente roccioso e molto simile al nostro pianeta.

Questo nuovo mondo extrasolare ha un’orbita circolare di 36,6 giorni e le sue temperature medie di superficie sono comprese fra -31 gradi e -12 gradi. Dal momento che il pianeta rivolge sempre la stessa faccia alla sua stella, un lato è perennemente illuminato e più caldo, l’altro sempre buio e più freddo.

FONTE: lastampa.it

lunedì 27 settembre 2010

Il petrolio del Duemila? La Cina se lo tiene stretto


Le "terre rare" sono una famiglia di materiali fondamentale per la creazione di schermi, dvd e motori elettrici. Il 97% della produzione mondiale arriva da Pechino, che ora ha deciso di tagliare le esportazioni


COSA c'è di più prezioso dell'oro? Oggi, non a torto si potrebbe rispondere: le "terre rare". Si parla pochissimo di loro, tant'è che pochi sanno realmente cosa sono, ma in questi ultimi anni la loro richiesta è così aumentata da diventare veri e propri minerali strategici.

Le "terre rare" sono dei minerali così chiamati verso la fine del XVIII secolo, quando alcuni di essi furono estratti da una miniera svedese. A oggi se ne conoscono 17 (scandio, ittrio, lantanio, cerio, praseodimio, neodimio, promezio, samario, europio, gadolinio, terbio, disprosio, olmio, erbio, tallio, itterbio, lutezio). Le applicazioni sono davvero innumerevoli soprattutto in elettronica: dai laser ai sistemi per produrre gli schermi a colori dei televisori (contengono europio), fino alla produzione di cd, dvd e carte di credito. E poi, ad esempio, oggi è possibile trasformare il movimento delle pale eoliche in elettricità grazie a dei magneti permanenti composti da una lega di neodimio (al 27% ), ferro e boro. E se si desidera un altro esempio, è sufficiente dare uno sguardo alle automobili ibride, quelle cioè a benzina ed elettriche. Anche in queste il neodimio è un elemento fondamentale, così come il lantanio, il disprosio e il terbio.

Il maggior produttore di "terre rare" è la Cina, che soddisfa il 97% delle domande. Il resto della produzione se la dividono il Sud Africa, il Brasile, gli Stati Uniti, l'India e pochi altri Paesi al mondo. Ma con l'aumento interno della domanda cinese il governo di Pechino ha deciso di tagliare in modo significativo l'esportazione di tali minerali. Negli ultimi anni, la quantità di "terre rare" uscita dalla Cina è passata da 50.000 tonnellate a 30.000 tonnellate e nel mese di luglio il Ministro del Commercio ha deciso che da agosto a dicembre 2010 non ne verranno esportate più di 8.000 tonnellate.

Spiega Marc Humphries, analista di politiche energetiche per il Congressional Research Service degli Stati Uniti: "Poiché la domanda mondiale sta crescendo, tant'è che l'anno scorso la richiesta è stata di 134.000 tonnellate contro le 124.000 tonnellate esportate dai vari Paesi produttori, la differenza è stata riempita dando fondo alle riserve che ogni Paese aveva in casa propria. Le previsioni per il 2012 sono di una richiesta di 180.000 tonnellate di 'terre rare' ma, stando così le cose, a questa cifra non si riuscirà certamente ad arrivare e dunque questo sta creando panico in molte industrie che ne fanno uso". Insomma, le "terre rare" stanno diventando preziose quanto l'oro o il petrolio, e i Paesi che detengono i principali depositi potrebbero monopolizzare le esportazioni.

La rarità di questi elementi dipende essenzialmente dal fatto che, sebbene i minerali siano abbastanza diffusi nella crosta terrestre, difficilmente si sono concentrati in quantità tali da rendere appetibile l'apertura di una miniera. Spesso poi, per le loro caratteristiche atomiche, tendono a raggrupparsi in concentrazioni con il torio, un elemento radioattivo. Questo rende costosa l'estrazione e la separazione perché durante la lavorazione e come scarto si devono manipolare materiali pericolosi che radiazioni. Un insieme di condizioni che si tradurrà in sempre maggiore richiesta, sempre minore disponibilità e crescita esponenziale dei costi.

FONTE: repubblica.it

lunedì 20 settembre 2010

Una piccolissima mezza-noce trasporterà i farmaci


LE MEDICINE IN FUTURO SARANNO VEICOLATE NELL'ORGANISMO DA SPECIALI NAVICELLE CHE LE PORTERANNO A DESTINAZIONE

Dimenticatevi "Viaggio allucinante" e la navicella di chirurghi miniaturizzati che percorrono le arterie di un paziente fino al suo cervello, per operarlo, come aveva immaginato il regista Richard Fleischer nel 1966. Dimenticatevi anche le "naniti", le macchine auto-replicanti del mondo fantastico di Star Trek. E dimenticatevi persino le invenzioni romanzesche di Michael Crichton in "Preda" e i suoi sciami di nanorobot che minacciano il futuro del mondo. Non c'è niente di fantascientifico nelle nanotecnologie: sono già tra noi e pochi se ne sono accorti. Guardatevi attorno: telefonini, computer, apparecchi elettronici (per non parlare di cosmetici, tessuti, vernici…) funzionano grazie alle nanotecnologie, grazie, cioè, a materiali le cui dimensioni sono inferiori a un milionesimo di millimetro. È la tecnologia dei chip. Pensate adesso alla medicina: i liposomi, piccole strutture in grado di trasportare farmaci nell'organismo, esistono già da alcuni anni. La nanomedicina, però, è rimasta un passo indietro rispetto all’elettronica: quando si parla di malati e malattie occorre andare con i piedi di piombo e rispettare, nella ricerca, regole molto severe. Ma le attese sono enormi, soprattutto quando si parla di cura del cancro. La situazione, oggi, è quella del "Re nudo" e Mauro Ferrari, una star mondiale del settore nanotech, lo dice chiaro e tondo: «La realtà è che abbiamo farmaci molto potenti, ma la quantità necessaria per uccidere il tumore, alla fine, ci fa perdere anche il paziente. Il problema è far arrivare il farmaco al posto giusto e la soluzione sta nell'ingegneria e nella fisica: per questo non possiamo fare a meno della nanomedicina. Non dimentichiamoci che stiamo ancora usando, per combattere il cancro, farmaci derivati dal gas-mostarda utilizzato nella Prima Guerra Mondiale per uccidere le persone».

NON SOLO PICCOLISSIMI - Ferrari che è appena stato nominato Presidente e Ceo (Amministratore Delegato) del Methodist Hospital Research Institute a Houston e dirige il Department of Nanotechnology and Biomedical Engineering alla University of Texas Science Center, spiega così il significato delle nanotecnologie: «Non è soltanto una questione di dimensioni: la nanotecnologia fa riferimento a qualcosa, un dispositivo per esempio, che proprio in quanto così "piccolo" assume nuove proprietà». Nel nano-mondo non ci sono più confini fra chimica, fisica, ingegneria, matematica e biologia: la nanotecnologia è multidisciplinare. Per questo è molto difficile costruire nano-dispositivi ed è ancora più difficile sperimentarli. «Le proprietà emergenti — continua Ferrari — che la materia assume a dimensioni nanometriche vanno previste con carta e penna, con equazioni matematiche e leggi fisiche. Non farlo, sarebbe come costruire un aereo e verificare poi se riesce a volare». La progettazione matematica è la chiave della ricerca, secondo il "modello" Ferrari, e con questo criterio lo scienziato e il suo gruppo di lavoro hanno costruito sistemi di somministrazione dei farmaci di nuovissima generazione. «La forma peggiore per il trasporto di molecole è la sfera. E anche il classico sistema formato da una particella ellissoidale, contenente il farmaco e capace di riconoscere gli antigeni del tumore grazie ad anticorpi, sistemati sulla sua superficie — dice Ferrari — non funziona. Le particelle sono troppo grosse e pesanti e non riescono a raggiungere l'obiettivo». A tavolino, i ricercatori di Houston hanno trovato un veicolo migliore, con una forma a semi-noce di cocco e con un modulo "a più stadi" come quello usato dalla Nasa per le missioni spaziali. «L'idea — spiega Ferrari — è quella di costruire una particella che trasporti al suo interno molecole diverse (è il nano nel micro) con compiti ben precisi: il codice del loro funzionamento è scritto nella chimica e nella fisica di questi sistemi e l'obiettivo è fare arrivare il farmaco giusto nel posto giusto». In altre parole, le semi-noci di cocco sono costruite in modo tale da viaggiare con facilità nel circolo sanguigno, superare le barriere che possono incontrare sul loro percorso per arrivare al tumore (per esempio la parete dei vasi sanguigni), legarsi alle membrane cellulari, entrare nelle cellule tumorali e liberare sostanze con effetti terapeutici in una catena di eventi il cui obiettivo finale (nel caso della terapia anti-cancro) è la morte della cellula tumorale.

COME ANDARE SULLA LUNA - Questi sistemi sono, dunque, paragonabili alle navicelle spaziali per le missioni sulla Luna, come l’Apollo, che erano composte da più moduli: quello di comando, quello di servizio, e quello lunare, ognuno con funzioni diverse. «Ma andare sulla Luna — commenta Ferrari — è più facile che arrivare al cuore delle cellule tumorali» Ferrari ha firmato un articolo appena pubblicato sulla prestigiosa rivista scientifica Nature, in cui descrive la possibilità di far arrivare all’interno della cellula tumorale particelle contenenti molecole, chiamate siRna, in quantità sufficiente per avere un effetto terapeutico. La sigla siRna sta per small interfering Rna o silencing Rna (Rna silenziatore): si tratta di molecole di Rna (acido ribonucleico) che interferiscono con l’espressione dei geni e, quindi, con la produzione di proteine (la scoperta del fenomeno dell’interferenza dell’Rna è stato premiato con il Nobel per la medicina del 2006, assegnato a Andrew Z.Fire e Craig C. Mello). Potenzialmente i siRna offrono prospettive eccezionali nella cura dei tumori proprio perché possono interferire con tutte le proteine patologiche prodotte da geni alterati. In un esperimento, condotto su un paziente con melanoma alcuni ricercatori americani sono riusciti a dimostrare, per la prima volta, che specifici siRna, trasportati da nanovettori, raggiungono il tumore e sono in grado di sopprimere l’attività di geni specifici. «Il più importante problema che resta da risolvere — spiega Ferrari — è però proprio il trasporto di queste molecole di Rna fino al tumore in quantità sufficienti perché siano efficaci, evitando la loro distruzione. Le nostre nanoparticelle multifunzionali possono rappresentare una soluzione». E la sicurezza delle semi-noci di cocco? «Non ci sono problemi, — conclude Ferrari — si degradano facilmente e non hanno effetti dannosi sull’organismo».

FONTE: corriere.it

mercoledì 15 settembre 2010

Sfida «made in Italy» per l'auto elettrica


DUE I PROGETTI: IN CAMPO IL MEGLIO DELLE UNIVERSITÀ E DELLE IMPRESE

Una grande alleanza per l'auto elettrica. Per la prima volta industria automobilistica, imprese di componentistica, Università e centri di ricerca si mettono insieme per «fare sistema» e vincere la sfida della mobilità sostenibile. Un piano ambizioso che vede schierate le eccellenze del Made in Italy nell'innovazione e nella ricerca: da Fiat a Ferrari, da Brembo a Piaggio a Pininfarina a Dallara, fino a Eni ed Enel. Il punto di partenza sono due piattaforme, una per la mobilità elettrica e l'altra per l'innovazione, che vedranno la luce domani al Ministero dell'Università e della Ricerca. «Le piattaforme tecnologiche rappresentano il punto di incontro dove contenuto scientifico e industriale possono trovare la convergenza» spiega Alessandro Sciolari, direttore di Assoknowledge, l'associazione di Confindustria che insieme all'Ata, l'Associazione Tecnica dell'Automobile, ha promosso l'iniziativa a cui hanno aderito quasi 70 imprese e 17 tra Università e centri di ricerca, con il supporto dei ministeri dell'Ambiente, dell'Università e della Ricerca e dello Sviluppo Economico.

L'idea è venuta a un gruppo di aziende, tra cui il Centro Ricerche Fiat, Pininfarina, Dallara, che hanno trovato in Assoknowledge la sponda giusta per accelerare la realizzazione del loro progetto. Strada facendo si sono aggiunte Brembo, Piaggio, Enel, Elettrolux, Indesit, le Università di Roma, Padova, Palermo, Napoli, il Politecnico di Milano e quello di Torino, solo per citarne alcune. Le «bandiere» dell'innovazione made in Italy, insomma, che hanno deciso di stabilire insieme degli obiettivi di ricerca, condividere il lavoro e «fare sistema» per raggiungerli. E per conquistare la leadership in un settore di mercato che sta crescendo rapidamente e che nel 2015 dovrebbe rappresentare il 10% del mercato mondiale dell'auto. «Abbiamo ribaltato l'approccio alla questione: gli obiettivi non vengono più calati dall'alto nelle aziende, senza che queste li abbiano condivisi, ma saranno le imprese stesse a stabilirli insieme, pochi ma chiari, e a perseguirli con il sostegno delle istituzioni». Perché avventurarsi in ordine sparso in un mercato che sta diventando sempre più competitivo non solo non conviene ma può avere come effetto quello di disperdere energie e risorse importanti. E soprattutto di non riuscire ad avere accesso ai finanziamenti europei destinati ai progetti per la mobilità sostenibile. Che è poi ciò che sta più a cuore ai promotori dell'iniziativa. In Italia ce ne sono diversi in stato avanzato: Pininfarina ha già sviluppato un prototipo di auto elettrica, il Centro ricerche Fiat studia da tempo la mobilità urbana sostenibile e a Milano la municipalizzata A2A ha siglato un accordo con Renault per promuovere le vetture a impatto zero che prevede l'installazione di 270 colonnine per la ricarica. L'idea adesso è quella di trovare un punto di incontro tra le diverse iniziative, stabilire le priorità e presentare a Bruxelles progetti concreti per avere più facile accesso ai fondi. A farlo saranno le aziende, a cui poi spetterà il compito di sviluppare i progetti. Ai ministeri coinvolti toccherà invece il compito di assicurare il sostegno necessario in sede comunitaria. L'iniziativa coinvolge anche 17 tra Università e centri di ricerca: «Vogliamo creare una cornice di riferimento affinché i corsi universitari e la ricerca si orientino verso obiettivi condivisi dalle imprese. Credo che in questo modo il sistema possa prendere coscienza delle sue potenzialità» afferma Sciolari.

Vincere la sfida, tuttavia, non sarà semplice. «C'è poco tempo e l'Italia è in ritardo - ammette Nevio Di Giusto, amministratore delegato del Centro ricerche Fiat -. L'Europa chiede ai Paesi di avere un interfaccia con cui discutere i programmi ambientali e questa piattaforma mi sembra in tal senso un'iniziativa lodevole. Ma è fondamentale che si stabiliscano poche cose da fare, bene e fino in fondo. Noi abbiamo dato la nostra disponibilità». Il fatto che al tavolo siano stati invitati «i costruttori ma anche chi fa componentistica è importante - aggiunge l'amministratore delegato del Centro ricerche Fiat - per creare attorno alla filiera italiana dell'auto un polo aggregante».

Perché il progetto funzioni sarà importante però anche il monitoraggio di ciò che avviene negli altri paesi europei. Per non sovrapporsi e selezionare i filoni in cui si può più facilmente raggiungere l'eccellenza. «Se per esempio l'Italia è indietro nello sviluppo delle batterie elettriche - racconta il direttore di Assoknowledge - mentre la Germania è leader, è inutile presentare a Bruxelles un progetto focalizzato su questo prodotto. Meglio concentrarsi sull'aerodinamica e sul peso delle vetture oppure sulla mobilità urbana». Nessuno per ora scopre le carte, ma chissà che la prima piattaforma non parta proprio da qui.

FONTE: Federico De Rosa e Maurizio Donelli (corriere.it)

lunedì 13 settembre 2010

Scompenso cardiaco. La molecola salva-vita si chiama ivabradina


Porta firma italiana lo studio Shift, presentato al Congresso Europeo di Cardiologia, che con la scoperta della molecola prevede un qaurto di morti in meno ogni anno fra gli oltre un milione e 200mila pazienti del nostro Paese

L'Italia sul podio al Congresso europeo di Cardiologia (Esc) di Stoccolma che si è chiuso il primo 1 settembre. Porta firma italiana, infatti, lo studio Shift - presentato al Convegno e contemporaneamente pubblicato sul 'Lancet' - che rivoluziona la cura dello scompenso cardiaco, una malattia invalidante che colpisce il 2-3% della popolazione mondiale.

La molecola 'miracolosa' si chiama ivabradina, una potente arma salva-vita che agisce in maniera specifica per ridurre i battiti del cuore. "Questo farmaco modificherà le linee guida della cura dello scompenso - afferma Roberto Ferrari, presidente uscente dell'Esc, la Società europea di Cardiologia -. I risultati dello studio sono entusiasmanti. Ci permettono di prevedere che potremo avere un quarto di morti in meno ogni anno fra gli oltre un milione e 200mila pazienti del nostro Paese e una riduzione del 26% dei ricoveri ospedalieri".

Professor Ferrari, ci parli innanzitutto di questa molecola.

"Facendo diminuire l'ingresso di sodio e potassio nei canali ionici (proteine che si trovano nel cuore), l'ivabradina riesce a ridurre la frequenza cardiaca. In questo modo si vince lo scompenso, un fattore di rischio poco conosciuto ma insidioso al pari dell'ipertensione, del colesterolo alto, del sovrappeso e del fumo. Ma non solo. Il farmaco permette una migliore ossigenazione del cuore quando è sottoposto a uno sforzo. Il tutto ha un grande vantaggio: questa molecola è già disponibile anche in Italia poiché viene utilizzata come farmaco antischemico nella prevenzione dell'infarto dei pazienti con angina. E all'origine di tutto ciò, il merito della scoperta del rallentamento dei battiti cardiaci va a un elettrofisiologo milanese: Dario Di Francesco".

Come è stato condotto lo studio Shift (Systolic Heart Failure Treatment with the Inhibitor Ivabradine Trial)?

"Iniziato a ottobre del 2006, si è concluso a maggio di quest'anno coinvolgendo 6.500 pazienti in 700 centri di 37 Paesi del mondo, Italia compresa. I malati soffrivano di scompenso cardiaco cronico da moderato a grave e presentavano una frequenza cardiaca superiore a 70 battiti al minuto, considerata valore di soglia. Per lo studio i pazienti sono stati divisi in due gruppi, randomizzati in doppio cieco. Tutti ricevevano le terapie adeguate per curare lo scompenso, in più, a un gruppo veniva somministrata anche ivabradina".

E il risultato?

"Ottimo. Il farmaco testato, risultato sicuro e ben tollerato, ha ridotto del 18% la mortalità e del 26% il rischio di morte e di ospedalizzazione".

Ma parliamo di scompenso, cosa significa?

"C'è scompenso quando il cuore perde la sua normale capacità di pompare sangue e lavora quindi con minore efficienza. Questo porta ad alterazioni nella circolazione arteriosa e venosa che aggravano ulteriormente lo stato dell'organo e lo danneggiano in modo irreversibile. Può comparire a qualunque età, ma il 30% dei casi riguarda gli over 65".

Le cause?

"Le più comuni sono di origine ischemica: derivano dal restringimento delle arterie che alimentano il muscolo cardiaco. Ma possono influire anche un'ipertensione non curata, i danni alle valvole cardiache, le cardiopatie idiopatiche dilatative di probabile origine infettiva (virus), il diabete, l'abuso di alcol o droghe".

Al congresso è stato presentato anche uno studio tedesco, coordinato da Bodo-Eckehard Strauer dell'università di Duesseldorf, sull'impiego delle cellule staminali per guarire pazienti colpiti da ischemia, cosa ne pensa?

"E' un argomento delicato. Il successo delle cellule staminali in cardiologia potrebbe essere molto utile, ma per il momento penso che sia meglio non alimentare false speranze. Noi a Ferrara e nei centri di ricerca del nostro Paese non siamo mai riusciti a trarre reali vantaggi clinici negli studi di queste applicazioni. I dati tedeschi mi paiono eccessivamente trionfalistici, inoltre, dobbiamo considerare che la valutazione si basa su solo 191 pazienti".

FONTE: Maurizio Maria Fossati (quotidiano.net)

sabato 11 settembre 2010

Ecco l'elmetto con i sensori Comanderà soldati "a distanza"


Il progetto della Difesa Usa: il dispositivo collegato al cervello dei militari permettera di infondere stimoli di regolazione dello stress, mantenimento della concentrazione, limitazione del dolore


L'dea è semplice: se ogni singolo aspetto delle sensazioni umane, dalla percezione alle emozioni fino al comportamento è regolato dall'attività del cervello, allora è sufficiente stimolare quest'ultimo per indirizzare al meglio un militare durante un'azione di guerra. Già ma cos'è il "meglio"? Una risposta l'ha data la Darpa (Defense Advanced Research Projects Agency), il dipartimento che si occupa dei progettazione e ricerca per la difesa degli Stati Uniti. Il "meglio", secondo gli alti comandi, consisterebbe nel poter infondere nei militari, quando necessario, un impulso al cervello per ridurre o aumentare gli stati d'ansia, lo stress, la miglior capacità possibile di osservare e trarre deduzioni durante un'attività, sentire meno dolore se feriti, rimanere svegli a lungo e intervenire sul militare in modo psichiatrico. Il mezzo sarebbe un elmetto, che, oltre che a proteggere la testa del soldato, abbia al suo interno queste potenzialità e faccia da interfaccia con un computer che posto a distanza adeguata possa interagire con il cervello. Una sorta di "controllo a distanza" delle menti degli uomini e delle donne inviati sui fronti più pericolosi, che pone non pochi interrogativi etici.

Fino ad oggi, al di fuori del mondo militare, molte sono le limitazione che rallentano le possibilità di stimolare il cervello per trattare malattie e controllare i processi di informazioni che passano per i circuiti dell'encefalo. La DBS, ad esempio, ossia la stimolazione profonda del cervello, viene utilizzata per limitare i problemi creati dal Parkinson, ma richiede un intervento chirurgico per impiantare elettrodi e batterie nel paziente. La TMS invece, che è utilizzata su chi, con problemi di depressione o allucinazioni, non reagisce alle medicine, non richiede interventi chirurgici, ma necessita di una stimolazione su una piccola area del cervello, circa un centimetro per lato, e da lì non si deve uscire per ottenere gli effetti e, oltretutto, non riesce a stimolare i circuiti profondi del cervello dove risiedono molti circuiti importanti per il problema (tant'è che alcuni ricercatori la considerano niente più che un placebo).

"Al fine di oltrepassare queste limitazioni, abbiamo messo a punto un nuovo sistema tecnologico che invia ultrasuoni al cervello che stimolano i suoi circuiti senza interventi chirurgici. Inoltre il sistema ha una capacità che è almeno 5 volte superiore come qualità di intervento rispetto alla TMS", spiega William Tyler, della School of Life Sciences all'Arizona State University e che lavora per la Darpa. I risultati di tali ricerche sono ormai così avanzati che la Darpa vuole applicarli ai militari americani impegnati in azioni di guerra.

L'idea è di inserire in un casco tutti gli strumenti necessari per stimolare il cervello del combattente a seconda delle esigenze. I prototipi di tali caschi sono già sul tavolo della Darpa. Essi presentano una miniaturizzazione del sistema di trasmissione degli ultrasuoni e mostrano la possibilità di colpire i centri nervosi del cervello del militare senza che questi debba rimanere immobile. "Con questo elmetto, il soldato potrà ricevere informazioni di qualunque genere, sarà protetto come nessun altro elmetto ha fatto finora, ma soprattutto potrà essere stimolato in modo neurologico affinché i suoi centri nervosi rimangano in allerta per tutto il tempo necessario di un'azione di guerra senza momenti di riposo, potrà riceve stimoli per avere un comportamento da "uomo senza paura" e se l'azione di guerra lo porterà ad avere stati d'ansia pericolosi, questi potranno essere cancellati. E in caso venga ferito, gli si potrà limitare il dolore.

FONTE: Luigi Bignami (repubblica.it)