mercoledì 27 ottobre 2010

Un gel spalmabile sostituirà la pillola contraccettiva


La pillola contraccettiva del futuro potrebbe essere un gel che si spalma sulla pelle e che non ha effetti collaterali. Lo afferma uno studio presentato al meeting della American Society for Reproductive Medicine, secondo cui i primi risultati dei test sul farmaco sono stati molto positivi.

La crema ha come principio attivo il Nestorone, un ormone progestinico, e può essere spalmata su diverse parti del corpo, dalle braccia all’addome ai fianchi. Il primo test ha riguardato 18 donne tra i 20 e i 30 anni, che dopo sette mesi di sperimentazione con 30 milligrammi di gel al giorno non hanno avuto né gravidanze né gli effetti collaterali comuni legati alla pillola, come nausea e aumento di peso.

«Ovviamente i soggetti sono pochi, ma i risultati sono ottimi - spiega Ruth Merkatz dell’organizzazione no profit Population Council che ha condotto il test - ora proveremo il gel su un numero maggiore di persone».
Uno dei vantaggi di questa formulazione, aggiungono gli esperti, che funziona in modo molto simile ai cerotti cutanei, è che potrà essere usata anche dalle donne che stanno allattando, che ora non possono prendere la pillola perchè interferisce con il latte.
«Questo metodo di somministrazione è nuovo per la pillola, ma è già ben conosciuto ad esempio per le terapie ormonali sostitutive in menopausa - spiega Giorgio Vittori, presidente della società italiana di Ginecologia e Ostetricia (Sigo) - di solito questi gel sono ben tollerati, l’unico problema che può emergere è che le persone hanno un diverso assorbimento, quindi in qualche caso potrebbe essere necessaria una maggiore quantità».

Secondo l’esperto questa nuova formulazione probabilmente non sostituirà le altre presenti sul mercato: «Quello che abbiamo visto è che ogni donna ha una preferenza diversa - spiega Vittori - qualcuna preferisce la pillola, altre i dispositivi vaginali a rilascio controllato, altre ancora il cerotto. Quando arriverà questa nuova formulazione sarà una scelta in più che le donne avranno a loro disposizione. In questo momento per chi sceglie questo metodo contraccettivo ci sono molte diverse opzioni che possono essere prese in considerazione, e questa è una di quelle».

mercoledì 20 ottobre 2010

Lo specchio che ci dice se stiamo bene


PERCEPISCE L'ONDA DI FLUSSO DEL SANGUE POMPATO DAL CUORE VALUTANDO A DISTANZA LA LUCE RIFLESSA DALLA PELLE DEL VOLTO

«Sei bianco come un cencio! Ti senti bene?». A quanti è capitato di sentirselo chiedere? Finora per avere la certezza di non avere problemi occorrerebbe consultare un medico, ovviamente dotato disfigmomanometro per misurare la pressione, stetoscopio per sentire il cuore, e magari anche elettrocardiografo portatile. Fra non molto, invece, tutti questi strumenti, potrebbero finire in soffitta, sostituiti da uno "specchio" che legge a distanza i principali parametri vitali, dal ritmo cardiaco alla concentrazione di ossigeno nel sangue. Alcuni ricercatori del Mit, il Massachusetts Institute of Technology di Boston, hanno sviluppato, infatti, una tecnologia che percepisce l' onda di flusso del sangue pompato dal cuore nel circolo sanguigno, valutando a distanza la luce riflessa dalla pelle del volto, luce che si muove in sincronia con le variazioni trasmessele dall' onda pressoria.

ANALISI DELLA CUTE- Facilmente "accessibile" e riccamente irrorata da vasi provenienti dalla via maestra che porta il sangue dal cuore al cervello, la pelle del viso era stata già usata per valutare a distanza il circolo ematico da Jannis Pavlidis dell' Università di Houston. Pavlidis nel 2007 aveva sviluppato un metodo di analisi termica della cute facciale a raggi infrarossi per pazienti psicologicamente disturbati che rifiutavano il contatto con strumenti anche minimamente invasivi come l’elettrocardiogramma. Quel sistema ha dato buoni risultati, ma era costoso e complesso. Il nuovo metodo sviluppato al Mit è più economico, più pratico e ugualmente attendibile. Lo studio che lo presenta, pubblicato sulla rivista Optics Express, è stato condotto su 12 soggetti che si sono "rispecchiati" nello schermo di un computer trasformato in specchio virtuale tramite una web-cam. La nuova metodica ha retto il confronto con un ossimetro, lo strumento normalmente usato per misurare l' ossigeno nel sangue. «Se veramente gli sviluppi dello strumento lo renderanno un giorno un' alternativa all' elettrocardiogramma sarà un grande vantaggio, per esempio, per i bambini irrequieti, o per i parkinsoniani che tremano» commenta il cardiologo Leopoldo Ravizza, della Casa di Cura Dezza del Policlinico di Milano. Il software della web-cam messo a punto dai ricercatori del Mit minimizza gli artefatti legati a movimenti involontari della testa o a problemi di rifrazione luminosa, cosicché su 10.800 "diagnosi specchiate" i falsi negativi sono stati solo lo 0,01 per cento e i falsi positivi lo 0,47 per cento.

RISCHIO DI FOBIE- Il costo della web cam (meno di 30 euro) e la possibilità di collegarla a un normale computer portatile rendono questa apparecchiatura alla portata di tutti. «Un' idea intrigante dal punto di vista della prevenzione, - dice lo psichiatra Costanzo Gala, dell' ospedale San Paolo di Milano - ma che espone al rischio di scatenare fobie latenti in soggetti predisposti: nei dismorfofobici, ad esempio, può alimentare la loro sindrome da bruttezza immaginaria, la cosiddetta dismorfofobia. Questi soggetti continuano a guardarsi allo specchio alla ricerca di difetti immaginari e lo specchio virtuale potrebbe diventare un' irresistibile calamita, mentre qualsiasi errore tecnico di rilevamento si trasformerebbe in un boomerang: non arriva abbastanza sangue in testa, ecco perché mi stanno cadendo i capelli... Anche ipocondriaci, eritrofobici (chi teme di arrossire) e ansiosi troverebbero conferma alle loro ossessioni diventando specchio-dipendenti e assediando poi il medico con dati che in realtà avrebbero mal interpretato».

FONTE: Cesare Peccarisi (corriere.it)

venerdì 15 ottobre 2010

Addio rètina e impronte per l'identità basta l'orecchio


Un software sarebbe in grado di scannerizzare e catalogare gli orecchi in un database, che diventa archivio delle identità personali dei soggetti fotografati. Verrà sperimentato negli aeroporti inglesi


LE IMPRONTE digitali e il colore degli occhi tra non molto potrebbero diventare elementi di controllo obsoleti. Il nuovo obiettivo dei sistemi di identificazione personale sono le orecchie. Diverse, secondo uno studio dell'università di Southampton, per ogni essere umano e quindi utilizzabili per risalire all'identità personale. I recettori cartilaginosi sarebbero più affidabili delle impronte digitali, che spesso si usurano o vengono volontariamente compromesse (ad esempio ustionandole), e dei sistemi di riconoscimento facciale, che devono fare i conti con i segni del tempo.

Il professor Mark Nixon ha condotto uno studio con l'equipe della Scuola di computer ed elettronica dell'Università inglese di Southampton e ha creato un software capace di scannerizzarle e catalogarle in un database, che diventa archivio delle identità personali dei soggetti fotografati. Alla base di tutto, una tecnologia innovativa chiamata "Image Ray Transform", che mette in evidenza nel dettaglio tutte le complesse strutture tubolari del padiglione auricolare e le misura. Perfezionato fotografando 252 orecchie di persone diverse, il sistema si è dimostrato affidabile nel 99% dei casi ed è stato presentato poche settimane fa alla IV Conferenza Internazionale di Biometrica.

L'idea è ora quella di sperimentarlo negli aeroporti inglesi, immortalando le orecchie dei viaggiatori quando attraversano il controllo passaporti. La Gran Bretagna compie dunque un altro passo avanti in un settore, quello dell'identificazione personale a fini di sicurezza, nel quale da sempre è all'avanguardia: l'aeroporto londinese di Standsted ha adottato il sistema di riconoscimento facciale nel 2008 e in questi anni ha avuto la possibilità di verificarne i punti deboli. La scansione della retina, ad esempio, crea problemi perché chiede ai soggetti di fissare con sguardo fermo e direttamente una piccola telecamera, mettendo il volto molto vicino all'obiettivo. Una cosa semplice per una persona giovane ma un po' meno per gli anziani o per chi è diversamente abile.

Anche le stesse fotografie spesso non sono attendibili. Le immagini facciali permettono alle persone di essere identificate rapidamente e con precisione, ragione per cui vengono inserite nei documenti ufficiali in tutto il mondo. Il nuovo passaporto elettronico internazionale include anche una foto digitale per l'identificazione del soggetto e le immagini usate per il processo di riconoscimento biometrico devono rispettare specifici standard di qualità. Le foto, però, perdono la loro attendibilità quando i soggetti invecchiano.

"Rughe e segni del tempo rendono difficile l'identificazione - spiega Nixon - mentre l'orecchio resta più o meno il solito dalla nascita alla morte. Spesso, poi, davanti all'obiettivo le persone fanno facce strane, che distorcono la loro reale fisionomia. E chi fa lavori che usurano le mani, come il panettiere o il piastrellista, spesso ha le impronte digitali irriconoscibili". Insomma, le nostre orecchie sono comode da fotografare e affidabili, lo strumento ideale per farci riconoscere.

FONTE: Sara Ficocelli (repubblica.it)

giovedì 14 ottobre 2010

Eccezionale intervento a Monza. Doppio trapianto di mani


Intervento di 6 ore su una donna di 52 anni: le erano stati amputati mani e piedi per una grave forma di sepsi

Eccezionale intervento chirurgico all'ospedale San Gerardo di Monza: a una donna di 52 anni sono state trapiantate entrambe la mani. L'operazione, durata sei ore, è stata effettuata nella notte tra lunedì e martedì dall'equipe di Massimo Del Bene, primario di chirurgia plastica e della mano: è uan delle prime di questo genere nel mondo. Carla Mari, casalinga di Busto Arsizio, è ricoverata in rianimazione, ma è cosciente e in buone condizioni. Ci vorranno però sette giorni per sciogliere la prognosi sulla completa riuscita dell'intervento.

CELLULE STAMINALI - A causa di una gravissima forma di sepsi (infezione generalizzata dell'organismo), originata da una semplice cistite, tre anni fa alla 52enne erano stati amputati, oltre alle mani, anche i piedi. La donatrice è una donna di 58 anni e l’espianto è stato eseguito presso l’ospedale di Cremona. Al San Gerardo è stata usata una tecnica anti-rigetto basata sulle cellule staminali, un principio già noto in teoria ma mai applicato prima. Vengono prelevate le staminali dal midollo della stessa paziente, poi re-iniettate nelle prime 24 ore successive al trapianto. «Si tratta di cellule che, per motivi che ancora non sappiamo, hanno una potente azione immunosoppressiva» spiega Andrea Biondi, direttore della Cell Factory del San Gerardo, una delle tre "officine cellulari" attive in Italia. Oltre all'uso di queste staminali mesenchimali alla paziente verrà praticato in seguito un trapianto di tessuti adiposi, anche questi nella mano e prelevati dalla donna stessa, e successivamente un trapianto di epidermide sul dorso. «Questo inserimento di elementi cellulari propri negli arti estranei ha la funzione di "depistare" gli anticorpi che tendono ad aggredirli - spiega Biondi -. In questo modo viene depotenziata l'azione di rigetto dell'organismo». Questa tecnica consente di ridurre la quantità di farmaci antirigetto da somministrare alla paziente. Le staminali mesenchimali sono già usate in funzione antirigetto nel trapianto di midollo, ma è la prima volta che vengono utilizzate per il trapianto di un organo.

LA PROTAGONISTA - Carla Mari potrà dunque tornare ad abbracciare i suoi due figli e il marito. Le protesi proprio non le sopportava: già dal 2008 aveva chiesto di essere messa in lista per un trapianto e ora ha visto realizzarsi il suo desiderio. «Una decisione, quella del doppio trapianto, che abbiamo preso senza esitazione - spiega Del Bene -. Una persona senza mani né piedi non può alzarsi dal letto se non arriva qualcuno ad applicarle le protesi; ora Carla potrà provvedere da sola, con un miglioramento incredibile della qualità della propria vita». È stata seguita dall'equipe di psicologia clinica e ad aprile tutto era pronto; mancavano solo le mani e l'11 ottobre è arrivata la notizia che all'ospedale di Cremona erano disponibili gli arti di una donna di 58 anni appena deceduta. Meno di due ore dopo è cominciato il trapianto e il giorno dopo la donna ha mostrato i primi segni di mobilità alle dita. Ora verrà trasferita nelle camere sterili del reparto di ematologia e trapianto di midollo osseo, dove dovrà restare per altri 30-40 giorni prima di essere dimessa.

I PRECEDENTI - «Si tratta di un nuovo, grande successo per la sanità lombarda - ha commentato il governatore lombardo Roberto Formigoni -. La forza del nostro sistema è la rete degli ospedali e delle strutture, alla quale concorrono i singoli nodi di eccellenza con le proprie caratteristiche». «In Italia è la prima operazione del genere, nel mondo sono già stati fatti 22 trapianti bilaterali - dice Del Bene -. La paziente sta bene, la profusione delle mani è ottimale e non ci sono problemi di natura vascolare che sono sempre la nostra paura nel primo periodo. Poi ci sarà il problema funzionale e del recupero psicologico. È una donna fortissima che ha espresso da subito la volontà del trapianto». Una donna che quando ha visto le sue nuove mani «si è commossa, anche se è una persona di poche parole». Tra l'altro è lei stessa una donatrice, essendo iscritta da 20 anni all'Aido (Associazione italiana donatori organi). «Sono venuta qui per ricevere, ma anche per dare» ha detto Carla prima di entrare in sala operatoria. «Con quelle parole voleva significare che, se qualcosa non fosse andato per il verso giusto, metteva a disposizione i suoi organi da donare a chi ne avesse bisogno» spiega Del Bene.

«INTERVENTO STRAORDINARIO» - Per Alessandro Nanni Costa, direttore del Centro nazionale trapianti (Cnt), si tratta di un «intervento straordinario per la sua complessità e di un grande risultato della rete delle donazioni in Italia». Da un punto di vista tecnico, ha rilevato Costa, «le potenzialità perché l'intervento riesca e porti a buon esito ci sono. Dietro c'è il grande sforzo della rete dei trapianti nel nostro Paese: un'operazione del genere presuppone infatti una complessa organizzazione ed era da tempo che si cercava un donatore adatto per questo caso». È critico invece il direttore dell'Istituto italiano di chirurgia della mano Marco Lanzetta, secondo cui l'età della paziente «è troppo avanzata sulla base dei criteri internazionali stabiliti per questo tipo di intervento. A cinquant'anni le possibilità di recupero a livello di rigenerazione nervosa sono inferiori». Costa ritiene invece che «le valutazioni toccano al chirurgo che ha fatto il trapianto». Per Cinzia Caporale, membro del Comitato nazionale di bioetica, «la sperimentalità insita in questo tipo di interventi impone una grande cautela, sia da parte dei medici sia da parte dei potenziali pazienti». Il primo trapianto (singolo) di mano risale al 1998: a Lione, in Francia, è stato effettuato l'intervento su un neozelandese di 47 anni. Nell'equipe francese c'era anche Lanzetta. Nel 2001, a Londra, la stessa mano è stata però amputata su richiesta del paziente che rifiutava di assumere i farmaci antirigetto. Il primo doppio trapianto è del 2000: sempre a Lione, su un uomo di 34 anni. Sempre nel 2000 il primo intervento in Italia, effettuato da Lanzetta: a Monza, su un uomo di 43 anni.

FONTE: corriere.it

mercoledì 6 ottobre 2010

Il Nobel ai "ragazzi" del grafene

Premiati i russi Geime Novoselov per gli studi sull’erede del silicio


Se avete un gioiello di diamanti, sappiate che da qualche anno quelle pietre luccicanti hanno perso un bel po' di primati, a tutto vantaggio della grigia cugina grafite, fino ad oggi relegata nelle mine delle matite. A ufficializzare l'incredibile sorpasso è stato il Premio Nobel di ieri, assegnato a due fisici di origine russa attualmente docenti all'università di Manchester, nel Regno Unito: Andre Geim e Konstantin Novoselov.

Nel 2004, infatti, i due scienziati sono riusciti a ottenere proprio dalla grafite il cosiddetto grafene, dimostrandone poi le proprietà eccezionali. I loro studi, anche se recentissimi, possono essere considerati una punta di diamante (anzi una punta di grafene!) delle nanotecnologie: una scienza nuova, ma piena di incredibili promesse per il futuro. Ed è quasi nell'ordine delle cose che i due eroi della scienza incoronati quest'anno siano giovanissimi, 52 anni Andre Geim e appena 36 Konstantin Novoselov. Per dare un'idea del carattere dei due personaggi, basta ricordare che Geim, nel 1997, ha ricevuto un IgNobel, l'anti-Nobel con cui vengono scherzosamente insignite le ricerche apparentemente più ridicole (aveva verificato alcune leggi della fisica facendo levitare una rana in un campo magnetico).

Si sa che i diamanti - come la grafite - sono fatti di carbonio. La differenza è che nel caso dei diamanti gli atomi di carbonio sono disposti a formare un cristallo tridimensionale, mentre la grafite è costituita da molti strati di un cristallo bidimensionale, nel quale gli atomi sono organizzati in esagoni collegati fra loro come cellette in un nido di api: proprio i singoli strati di cristallo bidimensionale vengono chiamati grafene. La differenza tra le due modalità di organizzazione degli atomi di carbonio può sembrare piccola, ma le conseguenze sono clamorose: la pietra più dura e luccicante del pianeta, da un lato, e un materiale che si sfarina ed è perfetto per lasciare una traccia su un foglio, dall'altro.
«Questo avviene a livello macroscopico, ma gli esperti di nanotecnologie sanno che, andando su scala atomica, le proprietà dei materiali possono cambiare radicalmente», spiega Marco Polini, esperto di nanotecnologie del «Laboratorio NEST» del CNR, tra i protagonisti delle ricerche sul grafene. E infatti nel mondo dell'infinitamente piccolo questo materiale si prende la rivincita. Geim e Novoselov se ne sono accorti partendo da una barra di grafite, assottigliata pazientemente e applicandole più volte del banale nastro adesivo, con cui toglievano ogni volta alcuni strati di atomi di carbonio (tutte le regole hanno le loro eccezioni, anche quella secondo cui gli scienziati sarebbero condannati ad utilizzare strumenti ipertecnologici e costosissimi).

In questo modo i ricercatori sono riusciti a isolare uno strato di grafene, anche se ridotto a piccolissimi frammenti. Poi l'idea geniale: appoggiare i frammenti di grafene su un supporto di silicio, il materiale principe nell'industria dei semiconduttori. Ed ecco che la Cenerentola di carbonio ha abbandonato gli abiti grigio-matita per mostrarsi in tutto il suo splendore. Il grafene, infatti, si è rivelato essere non soltanto il materiale più sottile mai ottenuto dall'uomo, ma è anche il più duro (ebbene sì, e ora a noi due, caro vecchio e superato diamante!).

Inoltre è un ottimo conduttore di elettricità e un impareggiabile conduttore di calore. È quasi trasparente, ma allo stesso tempo tanto denso che neppure i piccolissimi nuclei di elio riescono ad attraversarlo. Che cosa si può fare con un materiale tanto meraviglioso? Dal punto di vista strettamente scientifico, molto di ciò che un fisico può sognare. «Possiamo, per esempio, verificare ipotesi della meccanica quantistica relativistica fino ad ora fuori della portata di qualsiasi esperimento, studiare alcuni fenomeni su scala infinitamente piccola e molto altro ancora», sottolinea Polini. Ma, oltre a ciò, le possibili applicazioni pratiche sono davvero sorprendenti. In un futuro ancora lontano chip a base di grafene potrebbero aprire la strada a una miniaturizzazione delle componenti elettroniche impensabile con i chip al silicio, mentre nel giro di pochi anni il grafene promette di essere il costituente di schermi di computer sottili come fogli e leggerissimi, da arrotolare e mettere in tasca dopo l'uso.

Non solo. Sono anche attesi sensori sensibili alle più minuscole percentuali di molecole inquinanti. Basterebbe, poi, aggiungere l'1 per mille di grafene per ottenere il risultato, un po' inquietante, di una plastica molto più robusta e resistente al calore. Insomma è il caso di dire: «Un grafene, è per sempre».

FONTE: Barbara Gallavotti (lastampa.it)

martedì 5 ottobre 2010

Bioterapia, ecco come ingannare i tumori


PARTE UN TRIAL CLINICO ITALIANO CON UN NUOVO FARMACO CHE POTENZIA IL SISTEMA IMMUNITARIO. APERTO IL RECLUTAMENTO DI PAZIENTI CON UN MELANOMA IN FASE METASTATICA

SE NE ERA PARLATO ALCUNI MESI FA QUANDO GLI ONCOLOGI DI TUTTO IL MONDO ERANO RIUNITI A CHICAGO PER IL PIÙ IMPORTANTE APPUNTAMENTO DEL SETTORE, IL CONVEGNO DELLA SOCIETÀ AMERICANA DI ONCOLOGIA MEDICA (ASCO). DOPO 30 ANNI DI TENTATIVI SENZA SUCCESSO, L’ARRIVO DI UN NUOVO FARMACO CONTRO IL MELANOMAERA STATO PRESENTATO COME UN’IMPORTANTE NOVITÀ. ORA LA NOTIZIA INTERESSA DIRETTAMENTE I PAZIENTI CON UN MELANOMA IN FASE AVANZATA PERCHÉ PARTE UNO STUDIO CHE COINVOLGERÀ OTTO CENTRI ITALIANI E UTILIZZERÀ IPILIMUMAB (L’ANTICORPO INNOVATIVO) IN COMBINAZIONE CON LA CHEMIOTERAPIA TRADIZIONALE.

APERTO L'ARRUOLAMENTO- «QUANTO GIÀ EMERSO DAI TRIAL INTERNAZIONALI EVIDENZIA CHE SIAMO DI FRONTE AL PRIMO SIGNIFICATIVO PASSO IN AVANTI NELLA LOTTA CONTRO QUESTA NEOPLASIA CHE NEGLI ULTIMI 30 ANNI NON HA FATTO REGISTRARE ALCUN PROGRESSO - RIBADISCE MICHELE MAIO, DIRETTORE DELL’IMMUNOTERAPIA ONCOLOGICA DEL POLICLINICO SANTA MARIA ALLE SCOTTE DI SIENA -. ORA IL NOSTRO STUDIO ARRUOLERÀ 84 PAZIENTI COLPITI DA MELANOMA METASTATICO, INCLUDENDO SIA QUELLI MAI TRATTATI PRIMA SIA QUELLI GIÀ SOTTOPOSTI IN PRECEDENZA A UNA TERAPIA. INOLTRE, VALUTEREMO L’EFFICACIA DEL TRATTAMENTO ANCHE IN PAZIENTI CON METASTASI CEREBRALI CHE DI NORMA SONO ESCLUSI DALLE SPERIMENTAZIONI CLINICHE». LA RICERCA, CONDOTTA DAL NETWORK ITALIANO PER LA BIOTERAPIA DEI TUMORI REALIZZATA GRAZIE ALLA PARTNERSHIP CON BRISTOL-MYERS SQUIBB (CASA FARMACEUTICA PRODUTTRICE DEL NUOVO FARMACO), SI CHIAMA NIBIT M1 E UTILIZZERÀ L’ANTICORPO MONOCLONALE IPILIMUMAB ASSOCIATO ALLA FOTEMUSTINA, UN CHEMIOTERAPICO STANDARD PER IL MELANOMA. «LO STUDIO - AGGIUNGE GIORGIO PARMIANI, PRESIDENTE DEL NIBIT E DIRETTORE DELL’UNITÀ DI IMMUNO-BIOTERAPIA DEL MELANOMA E TUMORI SOLIDI DELL’ISTITUTO SAN RAFFAELE DI MILANO- È IL PRIMO TRIAL CLINICO AL MONDO TIPO CHE CERCA DI COMBATTERE IL CANCRO CON UN APPROCCIO IMMUNO-BIOLOGICO». IN PRATICA, CON LA BIOTERAPIA I MEDICI TENTANO DI POTENZIARE LE DIFESE IMMUNITARIE DEL PAZIENTE PER FAVORIRE UNA FORTE REAZIONE CONTRO IL TUMORE, SENZA DISTRUGGERE DIRETTAMENTE LE CELLULE MALATE.

UN «INGANNO MOLECOLARE» - UNA STRATEGIA CHE FUNZIONA CON UNA SORTA DI «INGANNO MOLECOLARE», COME LO HANNO DEFINITO GLI ESPERTI, GIOCATO DAL SISTEMA IMMUNITARIO CONTRO LE CELLULE CANCEROSE. MENTRE I VACCINI STIMOLANO DIRETTAMENTE LE RISPOSTE IMMUNITARIE, INFATTI, QUESTO ANTICORPO RIMUOVE UN «BLOCCO» CHE ALTRIMENTI IMPEDISCE ALLE NATURALI DIFESE DEL NOSTRO ORGANISMO DI AGGREDIRE IL TUMORE. UNA TATTICA CHE SEMBRA PROMETTENTE ANCHE CONTRO ALTRE FORME NEOPLASTICHE, COME QUELLE DI PROSTATA E POLMONE. I RISULTATI DELLO STUDIO PRESENTATO A CHICAGO (CONDOTTO SU CIRCA 700 PAZIENTI CON UN MELANOMA IN FASE AVANZATA RECLUTATI IN 125 CENTRI IN TUTTO IL MONDO) DIMOSTRAVANO CHE CON IPILIMUMAB LA SOPRAVVIVENZA A UN ANNO ERA QUASI RADDOPPIATA, PASSANDO DAL 25 AL 46 PER CENTO. COSÌ, MENTRE LA PROCEDURA PER LA REGISTRAZIONE DEL FARMACO È GIÀ STATA AVVIATA SIA NEGLI USA CHE IN EUROPA, DAGLI INIZI DI GIUGNO 2010 I PRIMI PAZIENTI HANNO COMINCIATO A RICEVERLO PER USO COMPASSIONEVOLE.

I NUMERI DELLA MALATTIA - IL MELANOMA RAPPRESENTA SOLO IL QUATTRO PER CENTO DEI TUMORI DELLA PELLE, MA È RESPONSABILE DELL’80 PER CENTO DEI DECESSI PER CANCRO DELLA CUTE. UN PAZIENTE SU CINQUE SVILUPPA LA FORMA AGGRESSIVA E AVANZATA DELLA MALATTIA, CON UNA PROGNOSI INFAUSTA E UNA SOPRAVVIVENZA MEDIA DI SOLI SEI MESI CIRCA. LA SUA INCIDENZA È CRESCIUTA A UN RITMO SUPERIORE A QUALSIASI ALTRO TIPO DI TUMORE, AD ECCEZIONE DELLE NEOPLASIE MALIGNE DEL POLMONE NELLE DONNE, CON UN AUMENTO DI 10 VOLTE NELL’ULTIMO MEZZO SECOLO. E COLPISCE PERSONE SEMPRE PIÙ GIOVANI, DI ETÀ COMPRESA TRA I 30 E I 50 ANNI. COSÌ SONO OGGI CIRCA SETTEMILA I NUOVI CASI DI MELANOMA REGISTRATI OGNI ANNO IN ITALIA E 1.500 I DECESSI.

FONTE: VERA MARTINELLA (FONDAZIONE VERONESI)