martedì 30 novembre 2010

La molecola che fa ringiovanire

La telomerasi ripara i cappucci protettivi dei cromosomi: riattivandola gli organi degenerati si riprendono

MILANO - È possibile rimandare indietro le lancette dell'orologio e ringiovanire il corpo, o anche solo alcuni dei suoi organi o tessuti colpiti da malattie che ne determinano la degenerazione? Uno studio su topolini che invecchiano precocemente a causa di un difetto genetico dimostra che, riattivando un enzima importante per mantenere intatto il Dna, gli animali ringiovaniscono a tutti gli effetti; testicoli, milza e intestino che erano in via di degenerazione riprendono vita, così pure il cervello, e gli animali possono anche tornare fertili. L'importante risultato è del team di Ronald DePinho del Dana-Farber Cancer Institute di Boston.

TELOMERASI - «Stiamo pianificando studi su topolini sani ma anziani per vedere se il nostro metodo funziona anche su di loro» spiega DePinho. Ovvero per vedere se, riaccendendo l'enzima, si può arrestare o rallentare il fisiologico processo di invecchiamento cui tutti andiamo incontro. L'enzima clou di questo processo di "ringiovanimento pilotato" è la telomerasi, riparatore delle estremità dei cromosomi (telomeri). Lo stesso metodo, di cui parla l'ultimo numero della rivista Nature, potrebbe essere usato per riparare organi malati e con degenerazione, riattivando in modo mirato l'enzima telomerasi, per esempio, solo nel fegato colpito da cirrosi. I telomeri sono dei cappucci protettivi che si trovano alle estremità di ciascun cromosoma; in ogni cellula l'enzima telomerasi si preoccupa di riparare continuamente i telomeri. Tuttavia, man mano che invecchiamo i telomeri si "sfrangiano", come le estremità di lacci di scarpe cui si è rotto il cappuccio di plastica che li protegge. Quando ciò avviene l'informazione genetica viene via via intaccata e a ciò corrisponde un progressivo invecchiamento e malfunzionamento delle cellule. L'idea di DePinho è stata di vedere se, riattivando la telomerasi, questo naturale processo di deterioramento si può arrestare. Così gli esperti hanno creato in laboratorio topolini con un difetto nel gene della telomerasi, caratterizzati da atrofia di organi e tessuti, difficoltà di guarigione di ferite e perdita di cellule staminali.

FUTURI STUDI - «Questi topi mostrano gravi segni e sintomi di invecchiamento avanzato già in età adulta e vivono meno degli altri - spiega DePinho -. A questi topolini abbiamo acceso la telomerasi e osservato una sorprendente reversione del loro stato di invecchiamento: le cellule staminali si sono risvegliate, i loro organi sono ringiovaniti, il cervello è cresciuto, sono tornati fertili e molto altro. Sebbene per ora questi risultati non ci dicano che anche il naturale processo di invecchiamento può essere rimandato indietro in questo modo, e la risposta a questa domanda sarà oggetto di futuri studi - sottolinea DePinho -, questo lavoro ci suggerisce che, se rimuoviamo la causa dell'invecchiamento, i tessuti invecchiati possono ringiovanire». Inoltre, dato che i telomeri giocano un ruolo primario nell'invecchiamento, lo studio suggerisce che strategie farmacologiche volte a riaccendere transitoriamente la telomerasi in tessuti in cui non funziona o funziona poco potrebbero funzionare per ringiovanirli. Anche se è presto per dire che simili applicazioni cliniche potrebbero essere usate per rallentare il naturale declino dell'età di un individuo, ci sono ormai prove solide che il ripristino dei telomeri in malattie degenerative causa di invecchiamento precoce come l'Ataxia Telangiectasia, o malattie di organi come la cirrosi epatica, abbia un impatto significativo.

(Fonte: Ansa)

venerdì 19 novembre 2010

Le baby cellule ci guariranno

Yamanaka: vi svelo imiei esperimenti con le staminali pluripotenti


Cellule staminali? Dubbi e controversie proseguiranno, almeno per un po’. Le questioni bioetiche legate a questo fondamentale campo della ricerca, infatti, sono tutt’altro che risolte. Ad ammetterlo è Shinya Yamanaka, lo scienziato giapponese famoso per avere intuito e poi scoperto che per produrre cellule staminali pluripotenti non è necessario distruggere embrioni umani. Si può arrivare allo stesso risultato con cellule adulte, come quelle della pelle.

Eppure le cellule che si ottengono – le «staminali pluripotenti indotte», le iPS - non sono esattamente uguali a quelle ricavate dagli embrioni umani - le «embryonic stem cells» o «esc» – e, soprattutto, non è pensabile, per ora, di usarle per sperimentazioni sull’uomo (come avviene per quelle embrionali).

Nel 2007, quando venne annunciata, la scoperta di Yamanka suscitò enorme attesa, perché prometteva di risolvere ogni questione bioetica. Lo scienziato dell’«Institute for Frontier Medical Sciences» della Kyoto University aveva fatto tornare indietro le lancette biologiche delle singole cellule, facendole ringiovanire al punto da ridiventare come quelle dell’embrione, ma senza distruggerne nessuno. Non solo, ma Yamanaka è poi stato in grado di riprogrammare le cellule e far loro assumere la forma desiderata, per esempio come quelle cardiache. Il suo, quindi, è stato un capolavoro di ingegneria genetica. Ora, dopo tre anni, le aspettative generate da quella scoperta si sono realizzate solo in parte. Le staminali indotte sono instabili e il processo di «reset» è ancora poco chiaro per utilizzarle nell’organismo umano, per esempio per un trapianto.

E’ una strada lunga, ma ricca di promesse. E non a caso Yamanaka sarà dopodomani a Roma e ritirerà dal presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, il Premio Balzan 2010 per la biologia. E a confermare che le prospettive sono tutte aperte c’è il fatto che un ulteriore contributo alla ricerca arriverà dallo stesso riconoscimento. Yamanaka dovrà devolvere metà della cifra - un milione di franchi svizzeri - a studiosi impegnati nel settore.

FONTE: Emanuele Perugini (lastampa.it)

lunedì 15 novembre 2010

Raffreddore addio. Uno spray lo sconfiggerà


Il risultato ottenuto dagli studiosi di Cambridge, il laboratorio inglese dei Nobel. "Gli anticorpi tendono un'imboscata all'interno della cellula". Il meccanismo sarà utile anche nella lotta a molti altri virus più pericolosi, come quelli che causano la gastroenterite


Addio naso chiuso, gola in fiamme, tosse e starnuti. Scienziati della Cambridge University hanno scoperto la cura per far scomparire il raffreddore. La malattia più comune del mondo, che colpisce ogni anno, più volte all'anno, milioni di persone di ogni età, potrà essere sconfitta.

Potrà essere debellata grazie agli anticorpi presenti nel nostro sistema immunitario e a una proteina che si attacca al virus distruggendolo. Entro un decennio dovrebbe essere pronto un medicinale, probabilmente uno spray, in grado di liberarci dal disturbo che scandisce gli autunni, gli inverni e qualche volta anche le altre stagioni. Per l'industria farmaceutica si profila una miniera d'oro di nuovi guadagni. Per gli autori della scoperta si intravede la possibilità del premio Nobel. E per tutti i sofferenti del raffreddore si avvicina la fine del naso che cola e degli starnuti in serie.

L'eccezionale passo avanti è frutto di studiosi di un centro famoso in tutto il pianeta: il Laboratory of Molecular Biology dell'università di Cambridge, ribattezzato "la fabbrica dei Nobel" per il numero di premi che ha vinto (14). È possibile che diventino 15, quando l'impatto di questa nuova scoperta comincerà a farsi sentire. Merito di una piccola squadra di giovani studiosi, guidati dal dottor Leo James. Un team di cui fa parte anche un ricercatore 26enne, William McEwan, con un cognome ben noto: suo padre è Ian McEwan, uno degli scrittori più affermati del Regno Unito, autore di romanzi diventati best-seller in tutto il globo. "Sono enormemente orgoglioso e felice per mio figlio", dice a "Repubblica" il romanziere. "Era innamorato della scienza fin da piccolo, a tre anni andava a letto con un atlante o un enciclopedia". Il Nobel, nella famiglia McEwan, potrebbe vincerlo prima il figlio del padre, per la biologia anziché per la letteratura.

La novità della scoperta realizzata dagli scienziati inglesi è questa: per la prima volta hanno verificato che le difese immunitarie del corpo umano possono distruggere il virus del raffreddore "dopo" che questo ha invaso l'interno di una cellula umana, un'impresa fino ad ora ritenuta impossibile. Il dottor James e i suoi collaboratori hanno dimostrato che gli anticorpi del sistema immunitario possono entrare nella cellula insieme al virus invasore e lì, all'interno della cellula stessa, riescono poi a distruggerlo con estrema rapidità. "È come un'imboscata che gli anticorpi tendono al virus", scrive il dottor James sulla rivistaProceedings of the National Academy of Sciences. "Una volta che il meccanismo immunitario entra in funzione, il virus viene eliminato nello spazio di un'ora o due. È un processo veloce".

L'agente che fa fuori il raffreddore è una proteina chiamata Trim 21, situata nelle cellule. Lavorando su questa proteina, in futuro dovrebbe essere possibile produrre uno spray nasale capace di debellare il raffreddore. Ma non solo. La medesima scoperta, l'idea che gli anticorpi possano distruggere un virus anche dopo il suo ingresso nelle cellule umane, potrebbe eliminarne molti altri, da quello che provoca il vomito a quello che causa diarrea e gastroenterite: virus che uccidono migliaia di bambini ogni anno nei paesi in via di sviluppo. In tal senso, il valore della scoperta fatta a Cambridge è storico. I virus sono i peggiori killer dell'umanità: fanno il doppio delle vittime dei tumori. Avere trovato il modo di metterli fuori uso è una pietra miliare per la medicina. Non a caso è successo nella "fabbrica dei Nobel", lo stesso laboratorio in cui nel 1953 Jim Watson e Francis Crick scoprirono i segreti del Dna. La notizia era ieri sulle prima pagine di tutti i giornali inglesi. È al dottor James, al figlio di McEwan e ai loro colleghi che dovremo dire grazie, se entro dieci anni non ci lamenteremo più del raffreddore.

FONTE: Enrico Franceschini (repubblica.it)

domenica 14 novembre 2010

Aids, il vaccino italiano rigenera il sistema immunitario


Il vaccino terapeutico italiano anti-Aids, in fase di sperimentazione, riporta verso la normalità le funzioni immunitarie dei malati. Un risultato più che promettente, “entusiasmante” lo definisce Barbara Ensoli, del Centro nazionale AIDS dell’Istituto superiore di Sanità, che sta sviluppando il vaccino.

Uno studio pubblicato sulla rivista PlosOne, che riporta i risultati dell’analisi ad interim della sperimentazione clinica di fase II, dimostra infatti che in 87 pazienti trattati dopo 48 settimane migliora notevolmente il sistema immunitario già compromesso dal virus, grazie all’azione del vaccino Tat combinato con la terapia antiretrovirale.

«Migliora la loro qualità della vita - spiega Ensoli - perché anche se le terapie bloccano il virus non riescono a bloccare una serie di altre disfunzioni che continuano a esserci, da quelle cardiovascolari a quelle cerebrali, fino all’invecchiamento precoce, con gente di 40 anni che ne dimostra 70». Un effetto perverso della proteina Tat, vero “motore” del virus Hiv, che continua ad agire anche durante la terapia con antiretrovirali e a compromettere il sistema immunitario. Proprio contro la Tat agisce il vaccino, scatenando una risposta immune duratura, di fatto rendendo il virus una macchina senza più motore, e depotenziandone l’azione distruttiva.

«Questo vaccino - sottolinea Ensoli - arriva dove i farmaci non arrivano. Blocca l’immunoattivazione, aumenta le cellule B, le cellule immunitarie ritrovano funzionalità, c’è insomma un ritorno verso l’equilibrio in pazienti che sono già sottoposti a una terapia farmacologia efficace».

«Questi risultati - sottolinea il presidente dell’Iss Enrico Garaci - dimostrano che valeva la pena di esplorare le potenzialità del vaccino Tat. Il miglioramento dei parametri immunologici nei pazienti vaccinati trattati con terapia antiretrovirale rappresenta una tappa importante, e non ci fermiamo qui». I passi successivi sono ancora più ambiziosi: valutare l’effetto del vaccino in pazienti sintomatici, per bloccare la malattia, e poi valutare l’effetto preventivo del vaccino, ossia su pazienti sani. «Il meccanismo della Tat è sempre quello - conferma Ensoli - e noi speriamo che il vaccino funzioni anche per le altre indicazioni. Finora abbiamo ottenuto risultati superiori alle nostre aspettative, e molto rapidi».

L’iter di sperimentazione del vaccino terapeutico italiano è partito 15 anni fa; la fase clinica I è iniziata nel 2003, la fase II nel 2008 e deve ancora terminare. Il problema però, sottolinea Ensoli, ora sono i soldi: «Non abbiamo più fondi per completare la fase II».

Dall’inizio della sperimentazione sono stati spesi circa 20 milioni di euro, a carico di ministero della Salute e Iss, «ma la cifra sarebbe stata 20 volte più elevata», evidenzia Garaci, se a sperimentare il vaccino fosse stata un’azienda privata invece che un ente pubblico. Ora invece l’Iss detiene 10 brevetti che, quando si tratterà di produrre il vaccino, potranno essere venduti anche ad aziende private. «Il nostro obiettivo è curare i pazienti e non abbiamo nessun preclusione per collaborazioni trasparenti con il privato», conclude Ensoli.

FONTE lastampa.it

mercoledì 10 novembre 2010

Scienziati americani ricavano sangue da cellule della pelle


Produrre sangue umano dalle cellule staminali della pelle, sangue, ovviamente, identico a quello del paziente. Potrebbe essere una svolta rivoluzionaria per le trasfusioni di sangue la scoperta degli scienziati della McMaster University di Hamilton, Ontario, che hanno scoperto come produrre sangue umano da pelle umana adulta.

La scoperta, pubblicata sulla prestigiosa rivista scientifica Nature, potrebbe significare che in futuro ai pazienti bisognosi di sangue (durante un intervento chirurgico, un trattamento antitumorale, un trapianto o moltissime altre applicazioni) potrebbe essere trasfuso il sangue composto da cellule con il loro stesso DNA.

I tempi? Secondo gli scienziati, gli studi clinici sull’uomo potrebbero partire nel 2012. Mick Bhatia, direttore scientifico della McMaster’s Stem Cell e Cancer Research Institute della G. Michael Degroote School of Medicine, e il suo team di ricercatori, hanno inoltre dimostrato che la “conversione” da cellule della pelle a cellule del sangue è diretta, non richiede il passaggio intermedio di trasformare le staminali della pelle in staminali pluripotenti per poi trasformarle in cellule del sangue.

«Abbiamo dimostrato che questo funziona con la pelle umana. Sappiamo come funziona e credo si possa anche migliorare il processo», ha detto Bhatia. «Siamo al lavoro - ha aggiunto - per ricavare altri tipi di cellule dalle staminali della pelle».

La scoperta è stata replicata più volte nell’arco di due anni con pelle umana sia da giovani che meno giovani per dimostrare che funziona per qualsiasi età. I ricercatori hanno prelevato campioni di pelle per poi coltivare in laboratorio le staminali ricavate. Poi è stato sufficiente aggiungere alle staminali un fattore di trascrizione, cioè una proteina che induce i geni ad “accendersi”, per riprogrammare le cellule direttamente e trasformarle in cellule del sangue.

FONTE: lastampa.it