martedì 25 gennaio 2011

Ictus, una speranza dall'ipotermia

È efficace grazie al rallentamento del fabbisogno di ossigeno nel cervello e aiuta a prevenire ulteriori danni

Congelare, o meglio raffreddare, il cervello dei pazienti con ictus, può migliorare sensibilmente il loro recupero, ridurre i danni cerebrali e aumentare la sopravvivenza. Un'ipotesi che viene discussa da un gruppo di medici scozzesi a Bruxelles. Obiettivo: realizzare un trial europeo in cui sperimentare la tecnica, simile ad altre già state sperimentate con successo su pazienti con attacchi di cuore e lesioni alla nascita. Fino ad oggi gli studi hanno coinvolto persone che sono state "raffreddate" usando gocce intravenose di ghiaccio e tamponi freddi sulla pelle che hanno abbassato la temperatura a 35°, un paio di gradi sotto quella normale.

IBERNAZIONE - La tecnica dei ricercatori scozzesi mette il corpo in uno stato di ibernazione artificiale, in cui il cervello può sopravvivere con minor apporto di sangue, dando ai medici il tempo vitale di curare i vasi sanguigni bloccati o quelli che hanno ceduto. «Ogni giorno mille cittadini europei muoiono per un ictus - spiega Malcolm Macleod -, cioè uno ogni 90 secondi, e circa il doppio sopravvive con gravi disabilità. Con l'ipotermia terapeutica si possono migliorare i risultati per almeno 40mila cittadini europei l'anno». Macleod e il suo team si sono ora uniti a un consorzio di medici europei per cercare fondi per un trial su 1.500 pazienti con ictus, che dovrebbe coinvolgere anche gli ospedali italiani. Lo studio interessa anche all'Agenzia spaziale europea per sue possibili applicazioni future nei viaggi spaziali di lunga distanza.

UNDICI OSPEDALI - Il raffreddamento del corpo avverrebbe con diverse modalità, dalla copertina refrigerante all'iniezione di infusione salina a 4 gradi. A promuovere la ricerca è il consorzio EuroHYP, che ha organizzato la riunione a Bruxelles. L'obiettivo finale è quello di ottenere un finanziamento di 12 milioni di euro dalla Commissione Ue e altri 4 milioni da università ed enti privati, per partire con la sperimentazione su 1.500 pazienti in tutta Europa, per cinque anni a partire dal 2012. Nel progetto sono coinvolti 80 ospedali in 21 Paesi, inclusa l'Italia. «I centri italiani interessati a partecipare al protocollo sono undici, da Roma a Firenze, Milano, Lecco, Verona e Treviso - afferma Francesco Orzi, direttore di Neurologia all'ospedale Sant'Andrea della Capitale -. In città come Roma ci sono circa 20 casi al giorno e in Italia sono circa 190mila ogni anno. Circa il 20-30% si ristabilisce completamente in un mese, ma circa il 20-25% muore nel giro di un anno, specie nel primo mese. Gli altri non recuperano completamente, soffrono di disabilità motorie o cognitive che rimangono». L'idea è quella di intervenire portando il paziente a una temperatura di 35 gradi nelle prime sei ore dopo l'ictus ischemico: l’ipotermia terapeutica, una sorta di letargo indotto nel cervello, è efficace grazie al rallentamento del fabbisogno di ossigeno e aiuta a prevenire ulteriori danni. «Questa terapia consentirebbe di ridurre la disabilità associata all'ictus - afferma Orzi -. I dati sperimentali sono fortemente incoraggianti, ma manca una validazione scientifica».

FONTE: corriere.it

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