martedì 24 maggio 2011

Nespoli a Terra dopo sei mesi la Soyuz atterrata in Kazakhstan

L'astronauta italiano ha concluso la sua missione Magisstra svolta con i colleghi di equipaggio, il comandante russo Dmitry Kondratyev e l'americana Cady Coleman. E con uno splendido servizio fotografico


Dopo 159 giorni nello spazio, si è conclusa in bellezza la missione dell'astronauta Paolo Nespoli, rientrato a Terra con la navetta russa Soyuz alle 4:27 con i colleghi di equipaggio, il comandante russo Dmitry Kondratyev e l'americana Cady Coleman.

Prima di lasciare la Stazione Spaziale Internazionale (Iss), infatti, Nespoli e i suoi colleghi sono stati i primi al mondo ad avere la possibilità di compiere con la Souyz alcuni giri attorno alla stazione orbitale e a inviare a Terra le prime immagini in assoluto dello shuttle agganciato alla Iss. Le prime foto, scattate con la stessa apparecchiatura usata per l'aggancio della navetta russa, sono in bianco e nero, ma nei prossimi giorni la Nasa conta di diffondere ulteriori e spettacolari immagini e video fatti dai tre astronauti.

Dopo l'atterraggio, che è avvenuto in modo perfetto nel Kazakhstan, il primo ad essere aiutato a lasciare la Soyuz è stato il comandante Kondratyev, poi è stata la volta di Coleman e infine è toccato a Nespoli. Tutti e tre gli astronauti sono stati adagiati su delle lettighe perché dopo sei mesi nello spazio i loro muscoli hanno bisogno di un periodo di riabilitazione per riacquistare una piena funzionalità.

Il primo impegno di Nespoli, Kondratyev e Coleman è stata la tradizionale cerimonia di benvenuto, immancabile per ogni atterraggio della Soyuz. Subito dopo Kondratyev è rientrato nel centro di addestramento dei cosmonauti di Città delle Stelle, vicino Mosca, mentre Nespoli e Coleman si sono imbarcati su un aereo della Nasa diretti a Houston.

Primo italiano e terzo europeo ad affrontare una missione di lunga durata, Paolo Nespoli era partito il 15 dicembre scorso da Baikonur con la Souyz. La sua missione, Magisstra, è stata davvero intesa e piena di novità. "Sono stati sei mesi e interessanti", aveva detto ieri Nespoli al presidente della Repubblica poco prima di prepararsi per il rientro.

Le immagini splendide della Terra che l'astronauta ha inviato a Terra in questi mesi hanno fatto il giro del mondo. Oltre a svolgere un'intensa attività scientifica seguendo una trentina di esperimenti, è stato il protagonista di numerosissimi collegamenti con i ragazzi delle scuole di tutta Italia.

FONTE: repubblica.it

lunedì 23 maggio 2011

Prostata, il caffè come difesa con 6 al giorno si previene il tumore

Un team dell'Università di Harvard ha monitorato per vent'anni 45mila americani, scoprendo che a un grande numero di tazzine quotidiane consumate corrisponde un calo deciso (fino al 60%) del rischio di contrarre la forma di cancro più diffusa (e letale) per gli uomini


Un rimedio contro il tumore alla prostata potrebbe nascondersi nel caffè. Gli uomini che ne bevono regolarmente in grande quantità sembrano avere un rischio considerevolmente più basso di sviluppare questa forma di cancro, la più diffusa a livello maschile. Lo afferma uno studio dell'università di Harvard, pubblicato sul Journal of the National Cancer Institute, una pubblicazione online, anticipata in questi giorni dalla stampa britannica. Ma è una ricerca preliminare, sulle cui conclusioni gravano ancora parecchi dubbi da parte della comunità scientifica.

Consumare sei o più tazze di caffè al giorno, afferma lo studio di Harvard, è associato con una riduzione del 20 per cento del rischio di qualsiasi tipo di tumore alla prostata. Gli uomini che bevono ancora più caffè vedono diminuire il rischio di ammalarsi della forma più aggressiva della malattia addirittura del 60 per cento, sempre secondo la ricerca dell'università americana. Anche berne soltanto tre tazze al giorno farebbe calare il rischio del cancro alla prostata più letale del 30 per cento. Trattandosi di un'indagine condotta negli Stati Uniti, le tazze sono quelle grandi, da cappuccino per intendersi, non le tazzine da caffè espresso.

Il legame tra il caffè e la prostata non dipenderebbe tuttavia dalla caffeina, perché i partecipanti alla ricerca di Harvard hanno ottenuto gli stessi risultati sia che bevessero caffè normale, sia che lo bevessero decaffeinato. Piuttosto, gli studiosi dell'università Usa attribuiscono l'effetto positivo agli antiossidanti e ad altri agenti chimici presenti nel caffè, che influiscono sul modo in cui il corpo riceve gli zuccheri e sul livelli degli ormoni sessuali, due fattori entrambi collegati allo sviluppo del cancro alla prostata.

Lo studio, diretto da Lorelei Mucci, epidemiologo della Harvard School of Publich Health, ha coinvolto 45 mila uomini americani che hanno riportato il loro consumo di caffè tra il 1986 e il 2006. Gli autori della ricerca riconoscono che altri studi saranno necessari per comprendere esattamente quali componenti del caffè possono avere un effetto benefico su questo genere di tumori. "Occorre vedere risultati simili ripetuti in studi più ampi, prima di essere sicuri se il consumo di caffè condiziona o meno il rischio di cancro alla prostata", dice il dottor Yinka Ebo del Cancerc Research Uk. "E il caffè può essere preparato in modi differenti, usando diversi tipi di chicchi", osserva la dottoressa Helen rippon della Prostate Cancer Charity.

FONTE: Enrico Franceschini (repubblica.it)

venerdì 20 maggio 2011

SESSO: ATTENTI AL VIAGRA, DANNEGGIA L'UDITO


Il Viagra e gli altri farmaci contro l'impotenza sono stati collegati a centinaia di casi d'improvvisa perdita dell'udito. A lanciare l'allarme e' stato un gruppo di medici del Regno Unito sulla rivista 'The Laryngoscope'. I timori sui presunti effetti collaterali del Viagra hanno iniziato a farsi sentire dopo numerosi casi registrati di problemi uditivi negli Stati Uniti. Gli esperti hanno ora richiesto accertamenti da parte delle autorita'. Nel frattempo i pazienti che in America, Asia e Australia hanno iniziato a soffrire di problemi all'udito sono stati gia' interrogati ed e' emerso che i disturbi sono iniziati subito dopo aver preso le pillole. Quarantasette casi sospetti di perdita dell'udito neurosensoriale, cioe' una rapida perdita di udito in una o entrambe le orecchie, sono stati associati al Viagra e a farmaci come Cialis e Levitra. Tuttavia, dagli Stati Uniti sono arrivate altre 223 segnalazioni, escluse al momento per mancanza di dettagli. L'eta' media delle persone colpite e' di 57 anni, anche se due dei pazienti coinvolti ne hanno solo 37. I ricercatori non hanno ancora capito come il Viagra possa influenzare l'udito, ma ipotizzano che una qualche catena di reazioni chimiche possa avere effetti nella parte interna dell'orecchio. "I medici che prescrivono questi farmaci", hanno spiegato gli esperti, "devono essere vigli su questo potenziale effetto collaterale". Tuttavia, la Medicines and Healthcare Products Regulatory Agency, l'agenzia che vigila sui farmaci nel Regno Unito, ha sottolineato che le segnalazioni di perdita dell'udito legate al Viagra sono "estremamente rare". Un portavoce ha inoltre aggiunto che una reazione avversa a un farmaco non prova che sia stato questo a causarla.

FONTE: agi.it

giovedì 19 maggio 2011

Ricercatori Usa hanno inventato traduttore subacqueo per parlare coi delfini

Il team di ricerca americano sta sviluppando un sistema di decodificazione computerizzato che tenta di riconoscere i suoni emessi dai delfini per poi rispondere in un linguaggio conosciuto dai mammiferi

Sembra fantascienza, ma non lo è. Ora si può parlare coi delfini grazie ad un nuovo traduttore subacqueo, creato dai ricercatori del Wild Dolphin Project in Florida, potrebbe aiutare gli esseri umani a ‘dialogare’ in tempo reale con uno dei mammiferi marini piu’ amati nel mondo.

Il team di ricerca americano sta sviluppando un sistema di decodificazione computerizzato che tenta di riconoscere i suoni emessi dai delfini per poi rispondere in un linguaggio conosciuto dai mammiferi: la tecnologia, spiegano i ricercatori sul New scientis, funziona usando idrofoni che raccolgono i suoni dei delfini e led per capire la direzione da cui provengono.

Il processo di decodifica e’ lungo e, iniziando le sperimentazioni al largo della Florida nelle prossime settimane, gli scienziati sperano di riuscire a catalogare tutti i suoni fondamentali che producono i mammiferi nella loro comunicazione creando una ‘lingua’ che puo’ essere ri-creata nella macchina.

Sulla base di alcuni studi precedenti, i ricercatori ritengono che questi suoni siano almeno un centinaio. ‘’Molti studi comunicano in modo unidirezionale con i delfini, soprattutto in cattivita’ in base ad un rapporto di ricompensa - ha spiegato Denise Herzing, capo dello studio - E’ raro chiedere ai delfini di comunicare con noi partendo dal loro specifico linguaggio’’.

FONTE: quotidiano.net

martedì 17 maggio 2011

Quanto mi resta da vivere? Lo dice un test del Dna

Calcola la lunghezza dei "telomeri". Si comprerà in Inghilterra a 500 euro

Basta una goccia di sangue per scoprire quando arriverà la nostra ora. Sembra una provocazione da film di fantascienza. In realtà, gli scienziati sono convinti di aver trovato il modo corretto di leggere il nostro destino con un test del Dna che fra qualche mese verrà messo in vendita in Inghilterra al costo di circa 500 euro.
Certo, non sarà preciso come una palla di vetro, nel senso che non è in grado di predirre esattamente mese e anno di morte e la causa. Ma lo sguardo su una particolare regione del nostro codice genetico è in grado di elaborare una stima relativamente precisa di quanto velocemente si sta invecchiando e quanto tempo ancora ci rimane da vivere.

Il nuovo test, che ha fatto immediato scalpore, con grandi titoli sulla stampa britannica, misura le strutture vitali dei telomeri, vale a dire i «pezzetti» terminali del cromosoma e che ormai numerosi studi scientifici hanno dimostrato essere degli accurati indicatori della velocità di invecchiamento dell’organismo umano. Agli scienziati che hanno scoperto la loro esistenza - Elizabeth Blackburn, Carol Greider e Jack Szostak – è andato addirittura il Nobel per la Medicina nel 2009, a dimostrazione che la conoscenza dei telomeri può essere determinante per riuscire a capire il processo di invecchiamento degli esseri umani.

Il nuovo test calcola il momento della nostra morte proprio in base alla lunghezza dei telomeri. Si può in questo modo verificare quanto l’età anagrafica rispecchi quella biologica e capire come i nostri stili di vita influenzino la durata della nostra esistenza. Più è piccolo il telomero e più è vicina la nostra ultima ora.

«Ciò che sappiamo - spiega Maria Blasco, dello Spanish National Cancer Research Centre di Madrid, che ha inventato il nuovo test per la Life Lenght - è che le persone con i telomeri più corti del normale hanno anche una minore aspettativa di vita. Non sappiamo ancora se il contrario vale per chi ha i telomeri più lunghi. Ma il test è molto preciso, perché coglie anche le differenze più piccole di lunghezza nei telomeri, nonché la presenza di quelli potenzialmente dannosi».

L’annuncio della prossima commercializzazione ha però suscitato non poche polemiche in Gran Bretagna. Innanzitutto perché c’è il timore che le compagnie assicuratrici possano avvalersi di questo test per decidere se stipulare o meno una polizza sulla vita e quantificarne il valore in base all’esito dell’esame. Inoltre ci sono ancora grossi dubbi su come tante persone saranno in grado di far fronte a un responso non proprio positivo. Secondo i critici, infatti, non andrebbero sottovalutate le eventuali e gravi ripercussioni psicologiche di queste «sentenze di morte». Un sondaggio reso noto dal «Daily Mail» ha rilevato che il 59% degli inglesi non è affatto pronto a conoscere quanto gli resta ancora da vivere.

Per i più ottimisti, invece, il nuovo test può essere un modo per convincere le persone a cambiare il proprio stile di vita e, per esempio, a dire addio a sigarette e alcol. «Sono convinto - ha commentato Jerry Shay della University of Texas Southwestern Medical Centre di Dallas e consulente della Life Lenght – che la gente sia curiosa di sapere qualcosa sulla propria mortalità, visto che il terrore di morire è fra le prime e più durature paure che qualunque persona sperimenta».

FONTE: Valentina Arcovio (lastampa.it)

sabato 14 maggio 2011

La Terra ha il suo asteroide compagno

La Terra ha un nuovo compagno, piccolo ma da tenere sotto controllo. La novità è che gli astronomi Apostolos Christou e David Asher hanno scoperto ora la sua vera identità dopo che due mesi fa l’occhio elettronico del satellite americano Wise lo aveva avvistato in cielo. Ma i due scienziati calcolando la sua orbita hanno trovato che accompagna il nostro pianeta da almeno 250 mila anni.

STIME - Approfondendo le stime e affrontando simulazioni su un arco di tempo di due milioni di anni proiettati per lo più nel futuro hanno stabilito che rimarrà dove si trova, in un punto del cielo cinquanta volte più distante della Luna. Non molto in termini astronomici ma abbastanza per non destare problemi, almeno nell’immediato. Ma non si può mai dire. Scrutando e fotografando «2010 SO16», come è stato battezzato, con i telescopi del Las Cumbres Observatory i due studiosi si sono resi conto che la sua storia è interessante perché dovrebbe essere legata addirittura alle origini della Terra.

DIMENSIONI - Il pianetino ha una taglia intorno ai 400 metri e viaggia su un’orbita che è quasi uguale a quella del nostro pianeta e quindi la sua distanza dal Sole è identica, come è stato scritto sul bollettino mensile della Royal Astronomical Society di Londra. Per la sua vicinanza è stato soprannominato «asteroide terra fobico» e con un telescopio amatoriale di media capacità è possibile pure vederlo. Ci sono altri tre asteroidi che si sono trovati per un certo periodo a viaggiare insieme alla Terra ma le loro orbite poi li hanno allontanati. «2010 SO16» invece staziona nella sua posizione da migliaia di anni e lì resterà nel prossimo lungo futuro se non accadrà qualcosa. Questi piccoli corpi, infatti, sono facilmente soggetti alle forze dei pianeti maggiori e quindi potrebbe spostarsi muovendosi magari pericolosamente verso il nostro globo azzurro. Ecco perché ora è strettamente tenuto sotto controllo cercando perfezionare la conoscenza della sua traiettoria cosmica.

ORIGINE - Intanto tre sono le ipotesi sulla sua nascita. La prima immagina che sia stato strappato dalle forze planetarie dalla fascia maggiore degli asteroidi tra Marte e Giove: ma questa teoria non è condivisa dai due astronomi. La seconda sostiene che potrebbe essere un corpo originatosi all’epoca in cui si è formata anche la Luna e poi finito sulla sua orbita intorno al Sole. Ma la sua stabile posizione odierna depone a sfavore. Ultima ipotesi è che sia parte di un gruppo di asteroidi ipotizzato teoricamente, cercato a lungo e mai trovato. Se così fosse sarebbe un relitto dell’epoca della formazione della Terra 4,5 miliardi di anni fa. Non resta che indagare per sciogliere il mistero.

FONTE: Giovanni Caprara (corriere.it)

martedì 10 maggio 2011

Gli aerei voleranno con il grasso di pollo

Il biocarburante sperimentato dalla Nasa su un Dc-8

Per volare, non vola. Però ha le ali. Gli aerei invece hanno le ali e volano. Finora erano questi gli unici punti di contatto tra i polli e gli aerei. Ora invece ce n'è un altro: gli aerei voleranno con il biocarburante derivato dal grasso di pollo. Detta così sembra una delle invenzioni assurde di Archimede Pitagorico, che viene finanziata in un momento di pazzia da zio Paperone che non sa cosa fare dei suoi allevamenti di polli. Invece l'esperimento è avvenuto per davvero e ha uno sponsor di tutto rispetto: la Nasa.

NASA - Tra la fine di marzo e l'inizio di aprile, al Dryden Flight Research Center in California, la Nasa ha effettuato prove a terra su un motore di un Dc-8 con un biocarburante derivato dal grasso di pollo e di manzo. L'esperimento è stato denominato Aafex (Alternative Aviation Fuels Experiment). I tecnici hanno verificato la prestazione del carburante una volta impiegato direttamente su un motore ed esaminato i gas di scarico per l'analisi chimica di eventuali contaminanti.

TEST - I test sembrano confermare l'idea che i biocarburanti impiegati come combustibili per i jet, come ha confermato Ruben Del Rosario, direttore del Subosonic Fixed Wing Project della Nasa, siano davvero più puliti e rilascino una quantità minore di inquinanti nell'atmosfera, in particolare per quanto riguarda gli ossidi di azoto, le particelle di nerofumo e gli idrocarburi incombusti. Gli ossidi di azoto sono particolarmente nocivi in quanto contribuiscono allo smog e aumentano i problemi respiratori e cardiovascolari. I biocarburanti derivati dalle alghe sono già utilizzati dalle Forze armate americane, ma uno studio ha dimostrato che in questo caso non sono così «verdi» come si pensa. La Lufthansa, inoltre, ha già utilizzato un biocarburante derivato da olio vegetale su un volo di linea.

HRJ - In particolare su un motore è stato utilizzato il carburante Hydrotreated Renewable Jet Fuel (Hrj) e su un altro il Jet Propellant 8 (Jp-8), molto simile al carburante normale per gli aerei commerciali. Poi è stato effettuato un test con una miscela al 50% dei due. Secondo Bruce Anderson, capo degli sperimentatori della Nasa, nel motore che ha bruciato l'Hrj le emissioni di nerofumo sono state inferiori al 90% con il motore al minimo e del 60% alla massima potenza di decollo. Anderson ha aggiunto che si sono rilevate emissioni minori anche di solfati, aerosol organico e altre particelle pericolose.

NON SOLO FANTASIE - Che gli esperimenti Nasa sui biocarburanti derivati dal grasso di pollo non siano solo stravaganze di scienziati, lo testimoniano l'impianto da 2.500 barili al giorno di biodiesel derivato dagli scarti della lavorazione dei polli, aperto a Geismar (Louisiana) lo scorso ottobre con un'iniziativa congiunta tra la Tyson Food (che alleva polli) e la Syntroleum, e le ricerche per ricavare biocarburanti dal burro di scarto, come riportato nel luglio dello scorso anno sulJournal of Agricultural and Food Chemistry.

FONTE: Paolo Virtuani (corriere.it)

lunedì 2 maggio 2011

Se sei un atleta vivi più a lungo

Un'indagine individua nello sport ad alto livello, specie se di tipo aerobico, una ricetta per la longevità.

Lo sport allunga la vita. E lo fa quanto più è intenso per una semplice ragione: homo sapiens non è stato selezionato per passare le sue giornate seduto a una scrivania. Nella storia della medicina non tutti ne sono sempre stati convinti. In Grecia Galeno affermava: «Gli atleti vivono in modo contrario ai precetti dell’igiene ... tanto che, cessato l’agonismo alcuni muoiono in breve tempo e comunque gli altri non giungono alla vecchiaia» e Ippocrate incalzava: «In verità nessuno mette più a rischio la propria salute di loro». A Roma è nata invece la massima di Giovenale: «Mens sana in corpore sano», ripresa in tempi moderni – e forse un po’ adattata rispetto al significato originale inteso dal suo autore – come slogan per promuovere l’attività fisica. Chi ha ragione? Un bel derby, indubbiamente, visto che si parla di sport. Da cui, secondo il parere di fisiologi di Madrid e Stoccolma presentato sul British Journal of Sports Medicine, uscirebbero perdenti i due medici greci. Infatti l’uomo attuale (Homo sapiens sapiens) è, parlando in termini di evoluzione, parente stretto dell’uomo del Paleolitico e pertanto destinato a una vita più lunga e libera dalle malattie croniche, se si dedica a un’attività fisica intensa.

LE PROVE Per giungere a questa conclusione i ricercatori hanno analizzato numerose ricerche condotte a partire dall’inizio del XX secolo fino ai giorni nostri, sulla longevità degli atleti professionisti di varie discipline. Le prime osservazioni scientificamente rigorose si riferiscono ai canottieri e sono contraddittorie: per gli atleti dell’Ivy League, che raccoglie le otto più prestigiose università private degli Stati Uniti d'America, si prospetta una morte precoce per malattie cardiache (funesta profezia smentita da valutazioni successive), mentre ai partecipanti alle storiche regate di Oxford e Cambridge si promette fin da subito un’esistenza più lunga e più sana. Ma nel tempo si è accumulata l’evidenza (raccolta sui campi rugby, baseball, football e sulle piste di atletica) che fare sport allunga la vita. Dalle piste di atletica emerge anche che gli atleti dediti a sport di resistenza guadagnano più anni di quelli che praticano sport di potenza: insomma, la maratona farebbe meglio dei 100 metri. Dal calcolare la mortalità, si è passati a misurare parametri che descrivono meglio la salute col trascorrere degli anni, come la frequenza di malattie croniche, prime fra tutte diabete e ipertensione, o l’utilizzo di farmaci in età avanzata. I dati hanno continuato a essere favorevoli agli ex-atleti.

I GENI Gli studiosi si sono poi interrogati sulle ragioni di questo vantaggio nella sopravvivenza. E spunta un’ipotesi genetica, suggerita anche dal fatto che tra i campioni neozelandesi del rugby, solo quelli di etnia non-Maori risultano più longevi della popolazione generale neozelandese. Ma le cose si sono rivelate più complesse di quanto abbia fatto supporre questa osservazione, comunque utile per suggerire una spiegazione. Prima di tutto si è dovuto escludere che venissero selezionati, per meccanismi imponderabili, e avviati all’agonismo individui geneticamente meno predisposti alle malattie. «Lo abbiamo fatto analizzando i geni di 100 atleti maschi partecipanti alle Olimpiadi, a Campionati europei o mondiali dei rispettivi sport o al Tour de France» spiegano gli autori, «e non abbiamo osservato nessuna differenza rispetto a cittadini qualunque tra i fattori genetici che possono predisporre a malattie di cuore o al cancro, le più frequenti cause di morte nei maschi adulti del mondo occidentale». Il merito starebbe nello stile di vita degli ex-atleti che, anche invecchiando, prolungano il beneficio della carriera sportiva e si mantengono attivi, obbedendo a un programma scritto nei geni di tutti, non solo degli sportivi: «Il nostro corredo genetico – concludono infatti gli autori – si è adattato a sostenere un equilibrio tra assunzione e spesa di energia tipico delle comunità di cacciatori-raccoglitori del Paleolitico, che si riflette meglio nello stile di vita degli atleti di sport di resistenza o comunque di persone fisicamente attive. Un individuo sedentario del nostro tempo consuma solo il 38% dell’energia dei suoi antenati.» Senza considerare poi quanta energia di troppo introduce con gli alimenti: «Ecco perché l’incremento dell’attività fisica è una delle grandi sfide per la salute del XXI secolo».

FONTE: Maria Rosa Valetto (corriere.it)