venerdì 29 luglio 2011

Scoperta una molecola anti-leucemia


È la interleuchina 27: potente agente anti-tumorale, per un ceppo che colpisce soprattutto i bambini

Un gruppo di ricercatori dell' Istituto Giannina Gaslini di Genova, coordinato da Irma Airoldi, responsabile del Laboratorio Immunologia e Tumori finanziato dall'Associazione Italiana Ricerca sul Cancro (AIRC), ha scoperto che una proteina, la interleuchina 27, è un potente agente anti-tumorale nelle leucemie linfoblastiche acute del bambino.

LO STUDIO - Lo studio, pubblicato sulla rivista internazionale Leukemia, secondo gli scienziati avrà presto ricadute cliniche per i pazienti. La leucemia linfoblastica acuta che deriva da un particolare gruppo di globuli bianchi del sangue (linfociti B) rappresenta il tumore ematologico pediatrico più diffuso. La maggior parte dei bambini affetti da questa leucemia vengono efficacemente curati, ma circa il 25% di essi vanno incontro a ricadute e necessitano di terapie alternative. In questo contesto si inserisce lo studio del gruppo di ricerca guidato dalla Airoldi che ha dimostrato come l'interleuchina 27, nota per le sue attività stimolanti sul sistema immunitario, riesca a ostacolare la crescita delle cellule leucemiche in modelli pre-clinici. (Fonte: Ansa)

giovedì 28 luglio 2011

Se il sonno è interrotto, la memoria è compromessa

Uno studio dimostra che è la qualità del «dormire» e non tanto la quantità a fare differenza

Si dice che Napoleone, Leonardo da Vinci e Winston Churchill dormissero tre ore per notte, mentre Andreotti e Berlusconi supererebbero di poco il curioso primato: la letteratura è colma di esempi di uomini importanti e molto lucidi che riposano (o riposavano) poche manciate di ore. E in effetti secondo gli esperti non è la quantità a fare la differenza (anche se c’è un limite a tutto), ma la qualità del sonno, e l’esistenza di tanti short sleepers prova che si può anche dormire poco, a patto che si dorma bene. Secondo una recente ricerca una delle prime conseguenze di un cattivo riposo è il malfunzionamento della memoria. Se il riposo viene interrotto infatti anche le capacità mnemoniche ne risentono: lo prova uno studio della Stanford University che spiega come sia proprio il sonno profondo il momento cruciale per il consolidamento dei ricordi.

GRAZIE ALL’OPTOGENETICA – Fino ad oggi tutti gli studi sul ciclo circadiano prendevano in esame gli effetti di una deprivazione del sonno e dunque, alle funzionalità compromesse, si aggiungevano le conseguenze di uno stress da mancanza di riposo. Grazie invece a una recente disciplina dal nome optogenetica è oggi possibile agire sui singoli circuiti neuronali, innescando un potenziale di azione, fenomeno che permette lo scambio di informazioni tra le cellule nervose. L’optogenetica è infatti una scienza che combina tecniche ottiche e genetiche di rilevazione, allo scopo di sondare circuiti neuronali all’interno dei cervelli dei mammiferi nell’ordine di millisecondi. Questa scienza consiste essenzialmente nell’attivazione di specifici gruppi neuronali e grazie a questa disciplina emergente è stato possibile studiare gli effetti di una frammentazione dell’attività del sonno senza causare il risveglio.

LO STUDIO – I ricercatori hanno inviato direttamente nel cervello di alcune cavie degli impulsi luminosi nel corso del sonno, in modo tale da creare disturbo senza intaccare la quantità complessiva di ore dormite (, grazie appunto a tecniche di optogenetica. In un secondo momento i roditori sono stati chiusi in una scatola contenente due oggetti, uno famigliare e uno sconosciuto. A questo punto, dalle reazioni dei roditori (ovvero dalla quantità di tempo trascorsa dall’animale a osservare gli oggetti), gli studiosi hanno intuito che i topi non riuscivano più a riconoscere gli oggetti a loro famigliari in conseguenza di un’interruzione significativa del ciclo circadiano e non facevano alcuna distinzione tra gli oggetti conosciuti e sconosciuti, evidenziando una significativa diminuzione della loro performance mnemonica.

QUESTIONE DI QUALITA’ - La ricerca, pubblicata sulla rivistaProceedings of the National Academy of Sciencesottolinea come un cattivo (e non scarso) sonno possa influenzare l'efficacia della memoria e spiega alcune condizioni patologiche come l'Alzheimer e l'apnea del sonno. L'interruzione del sonno interferisce in sostanza con alcune funzioni cerebrali, come il riconoscimento degli oggetti familiari, poiché durante la fase di sonno profondo il cervello rielabora gli avvenimenti della giornata e sceglie gli elementi da trattenere nella memoria e quelli da cestinare. Come spiegano i due autori, Luis de Lecea e H. Craig Heller la scoperta del team di Stanford rappresenta il primo passo verso la comprensione della continuità come elemento essenziale dell’attività di riposo.

IL PARERE DELL’EPSERTO –Abbiamo sentito il dottor Sergio Garbarino, neurologo del Centro di Fisiopatologia del Sonno del dipartimento di Neuroscienze dell’Università di Genova, il quale ci ha spiegato nei dettagli la metodologia dei ricercatori di Stanford, sottolineando che la ricerca ha il merito di aver spostato il focus sulla qualità del sonno rispetto alla quantità, dimostrando scientificamente quanto in realtà era già stato intuito. “Nell’esperimento di Stanford – spiega Garbarino – i ricercatori hanno favorito l’attivazione di canali neuronali sensibili alla luce per studiare le modifiche della funzione di alcuni neutrasmettitori. Nel caso del sonno interrotto in particolare sono stati osservati i cambiamenti dei neuroni che producono orexina e ipocretina, molecole fondamentali per il mantenimento di una normale veglia.In questo modo è stato possibile creare un sonno frammentato senza incidere sulla quantità né sull’intensità del sonno”. Del resto, come spiega Sergio Garbarino, nei laboratori di medicina del sonno da tempo si cerca di misurare la qualità, avendo intuito che la questione cruciale è come si dorme e non quanto si dorme. Lo dimostra il crescente riferimento al cosiddetto CAP, acronimo di Cyclic Alternating Pattern, attraverso il quale si misura la microstruttura del sonno. In poche parole l’attenzione degli esperti di ciclo circadiano si sta spostando sull’aspetto qualitativo del sonno, a scapito della quantità.

FONTE: Emanuela Di Pasqua (corriere.it)

mercoledì 27 luglio 2011

Scoperta la riserva d'acqua più grande dell'universo

Si trova a 12 miliardi di anni luce dalla Terra ed è un concentrato di vapore acqueo intorno a un quasar. Individuata dai ricercatori del Jet Propulsion Laboratory della Nasa e del California Institute of Technology


Scoperta la riserva d'acqua più grande dell'universo. Si tratta di un concentrato di vapore acqueo che circonda un quasar, ossia un oggetto cosmico molto primitivo e simile a un stella, e che contiene una quantità di acqua pari a 140 milioni di miliardi quella che si trova negli oceani del nostro pianeta. Si trova a 12 miliardi di anni luce dalla Terra, ed è la più distante mai osservata. La scoperta, pubblicata sulla rivista Astrophysical Journal Letters, si deve a un gruppo di astronomi del Jet Propulsion Laboratory (Jpl) della Nasa e del California Institute of Technology (Caltech)."L'ambiente che circonda questo quasar è davvero unico per l'enorme quantità d'acqua che produce", ha sottolineato Matt Bradford, del Jpl. "E' un'ulteriore dimostrazione - ha aggiunto - di come l'acqua pervada l'intero universo e di come sia stata presente anche nele fasi iniziali della sua formazione".Ad alimentare l'attività del quasar, indicato con la sigla APM 08279+5255, è un enorme buco nero dalla massa 20 miliardi di volte superiore a quella del Sole e che produce una quantità di energia pari a quella generata da miliardi di miliardi di stelle come il Sole.Che l'acqua potesse essere presente anche nelle prime fasi della storia dell'universo, i ricercatori lo sospettavano da tempo, ma soltanto adesso ne hanno la prova. Finora, per esempio, si sapeva che l'acqua è abbondante nella Via Lattea, dove però si trova per la maggior parte allo stato ghiacciato e in una quantità 4.000 volte inferiore a quella scoperta nel quasar. Secondo gli scienziati che hanno fatto la scoperta, l'immensa quantità di vapore acqueo, che si estende per oltre cinque milioni di miliardi di chilometri intorno al quasar, è generata dai gas caldissimi prodotti dal quasar stesso.Il gruppo di Bedford ha scoperto la riserva di acqua con il telescopio dell'osservatorio di Mauna Kea, nelle Hawaii, mentre il gruppo del Caltech, guidato da Darius Lis, ha usato l'Interferometro di Plateau de Bue, sulle Alpi Francesi.

FONTE: repubblica.it

venerdì 22 luglio 2011

Con i solitoni la luce diventa fluida

Possibili ricadute positive nel campo dell'elettronica per realizzare computer ancora più veloci

Ci sono mulinelli e «solitoni», ovvero onde «solitarie», nell’infinitamente piccolo: un team italo-francese ha osservato all’interno di un fluido di luce un fenomeno predetto sinora soltanto dalla teoria. «Per chiarire la situazione», spiega il fisico teorico Iacopo Carusotto, uno degli autori della scoperta, pubblicata su Science, «è bene sapere che normalmente la luce si propaga dalla sorgente al ricevitore in linea retta. In particolari condizioni, invece, la luce agisce come un fluido, cioè i fotoni che la compongono interagiscono tra di loro e rimbalzano uno sull’altro: assumono cioè un comportamento collettivo».

Come l’acqua che incontra un masso, hanno scoperto gli scienziati, il fluido di fotoni quando incappa in un ostacolo lo aggira. Non solo: lo fa con modalità diverse a seconda della velocità. A bassa velocità, il fluido di luce aggira il masso e continua come se nulla fosse accaduto. Ad alte velocità, forma invece mulinelli «come quelli che si creano nella vasca da bagno» e onde solitarie molto particolari: i «solitoni idrodinamici». Ora gli scienziati puntano a «ricostruire la dinamica completa del fluido, con una risoluzione spaziale di milionesimi di metro, e temporale del picosecondo (milionesimo di milionesimo di secondo)».

COMPUTER - Novità per pochi addetti? Certo, ma le conseguenze di simili indagini potrebbero interessare il grande pubblico. «Questo campo di ricerche, che è a cavallo tra la fisica della materia condensata e l’ottica quantistica», precisa Carusotto, «potrebbe servire per utilizzare la luce come vettore di informazione. Nei computer tradizionali l’informazione viene elaborata e trasportata per via elettronica; nel nostro caso potrebbe funzionare per via ottica. Insomma: si potrebbero fare computer più veloci e più economici».

FONTE: Elisabetta Curzel (corriere.it)

giovedì 21 luglio 2011

Scolpire il tumore e annientarlo Le novita’ della radioterapia


Diversi tipi di particelle ionizzanti, veicolate da macchine sofisticate, promettono risultati sempre più interessanti

Sta succedendo quello che è accaduto per i farmaci anti-cancro: anche la radioterapia dei tumori diventa sempre più “mirata” e “personalizzata”, studiata cioè, per quel determinato tumore, in quello specifico organo di quel particolare paziente. Se la vecchia cobaltoterapia può essere, in qualche modo, paragonata ai primi chemioterapici (che distruggevano le cellule malate, ma anche quelle sane), ora le moderne macchine da radioterapia riescono a “scolpire” la dose di radiazione e ad adattarla al contorno tridimensionale del tumore. I radioterapisti di oggi sono la versione moderna del Bernini che riusciva a far emergere il David da un blocco di marmo. Ma c’è anche di più: se alcune macchine da radioterapia tengono conto dell’anatomia del tumore, altre, più sofisticate, riescono a valutarne anche la densità, dal momento che un tumore non è omogeneo: in questo caso il radioterapista diventa un “pittore”, pittura cioè la dose a seconda delle diverse zone. Ultima novità: si sta facendo strada l’idea di combinare la radioterapia con i nuovi farmaci, cosiddetti a bersaglio molecolare, per aumentare sempre più l’efficacia delle cure.

RAGGI X - Questo sistema di cura, che nasce molto prima degli antitumorali, con la scoperta, oltre cento anni fa dei raggi X, ha fatto passi da gigante (con costi, però in crescita) come è emerso a Londra dall’ultimo congresso dell’European Society for Therapeutic Radiology and Oncology (Estro) che ha celebrato i suoi trent’anni di vita. E promette molte novità per il prossimo futuro. «La radioterapia oncologica sarà all’avanguardia nel trattamento dei tumori» – ha detto Jean Bourhis, Presidente dell’Estro. Gli esperti ora parlano di “quarta dimensione” : non solo si può curare un tumore in base alla sua conformazione spaziale, ma si riesce a intercettarlo anche quando si muove. Come? Visualizzando il suo volume nel tempo. Prendiamo un cancro al polmone: è un bersaglio mobile perché cambia posizione con il respiro. Come centrarlo con le radiazioni senza danneggiare i tessuti sani?

GATING E TRACKING - «Ci sono sostanzialmente due modi – spiega Guido Baroni del Politecnico di Milano. - Il primo prevede l’accensione del fascio di radiazioni quando la lesione sta in una certa posizione: si chiama gating respiratorio. In pratica, accendo e spengo il fascio di radiazioni a seconda di dove è localizzato in un preciso momento il tumore. Il secondo è la tecnica del tracking: lascio sempre acceso il raggio, ma lo modifico in modo che sia lui a inseguire il tumore». Già esistono macchine che fanno questo: il True Beam (ne esistono ancora pochi esemplari al mondo, il primo installato all’MD Anderson Cancer Center di Houston, un altro appena arrivato all’University College di Londra, un altro ancora già operativo in Italia all’Istituto Humanitas di Milano) fa il primo, il Cyberknife il secondo. Chiara Gianoli, del gruppo di Baroni al Politecnico di Milano, ha presentato a Londra un “trucco” che permette di fissare meglio l’immagine del tumore quando è in movimento: si tratta dell’uso contemporaneo di due tecniche diagnostiche, la Tac (che dà informazioni sull’anatomia del tumore) e la Pet (la tomografia a emissione di positroni che invece dice come si comporta funzionalmente): associate hanno il vantaggio di ridurre i tempi degli esami e la dose di tracciante, cioè delle sostanze che servono per visualizzare i tumori e che possono avere effetti collaterali.

IN COLLABORAZIONE - Insomma, queste radioterapie stanno diventando sempre più complesse e prevedono la collaborazione non soltanto dei radioterapisti, ma anche di ingegneri, di fisici, di esperti di informatica. E dei clinici. Perché adesso l’idea è di associare le terapie mediche a quelle radiologiche per aumentare, appunto, l’effetto delle cure. L’obiettivo finale è cronicizzare il tumore, come fosse, per dire, un diabete, sfruttando al meglio tutti i metodi disponibili. Uno studio francese presentato a Londra da Eric Deutsch dell’Institut Gustave Roussy di Villejuif, dimostra, per esempio, che i tumori correlati al papilloma virus (Hpv), come quello della cervice uterina o della zona testa-collo, sono più sensibili alle radiazioni ionizzanti se vengono prima trattati con un antivirale, il cidofovir. Un’altra sperimentazione, dell’australiano Jim Denham, ha dimostrato che, nel cancro alla prostata avanzato, sei mesi di ormonoterapia prima della radio, dimezzano il rischio di metastasi e la mortalità.

EFFETTI COLLATERALI - Altra sfida: valutare quale delle diverse metodiche radianti funziona meglio per un certo tipo di tumore. Per i farmaci, gli studi di confronto esistono da anni e sono consolidati. Per queste terapie, un po’ meno, ma si sta cominciando. Una delle maggiori esperte mondiali di radioterapia e nel mondo, la giapponese Ritsuko Komaki che lavora all’MD Anderson Cancer Center di Huston, Texas, ha evidenziato che gli effetti collaterali da radiazioni (quando la radioterapia è associata alla chemioterapia) nel trattamento dei tumori polmonari cosiddetti non a piccole cellule (Nsclc), come la polmonite o la tossicità per il midollo osseo, sono minori quando si utilizza la PBT rispetto alla X-IMRT (complicato: la prima è la Proton Beam Therapy che sfrutta come particelle ionizzanti i protoni, la seconda, invece, i fotoni), mentre per l’esofagite non c’è differenza fra le due tecniche. Non è facile stabilire che cosa è meglio, anche perché queste terapie si basano su macchine che hanno costi giganteschi.

COSTI ENORMI - Tanto per fare un esempio: una macchina che produce protoni (un tipo di particelle ionizzanti usate in terapia) costa dalle dieci alle venti volte di più rispetto a una che fabbrica fotoni (altro tipo di particella): 3-4 milioni di euro verso 10-15 milioni di euro). E gli esperti ritengono indispensabile una valutazione economica di quello che sta succedendo in Europa in questo settore. Così è nato il progetto Hero (Health Economics in Radiation Oncology) con l’obiettivo di censire le infrastrutture che propongono questo tipo di cure in Europa e di sviluppare un modello di valutazione economica. I risultati arriveranno fra qualche tempo.

FONTE: Adriana Bazzi (corriere.it)

domenica 17 luglio 2011

Perché l'uomo è vicino all'ultimo record

La scienza studia le prestazioni degli atleti da primato. Per capire quali sono i limiti fisiologici umani

A tutto c'è un limite. Anche ai record. O no? Gli studiosi di fisiologia dello sport si chiedono se arriverà il momento in cui non ci sarà più modo di battere i primati sulle piste di atletica o in piscina. Secondo una ricerca dell'Istituto di Epidemiologia dello Sport di Parigi conta parecchio l'età degli atleti: analizzando le performance di 2 mila professionisti di 25 specialità i ricercatori hanno stabilito che il record personale si può raggiungere attorno ai 21 anni nel nuoto e a 26 in atletica. Poi le performance sono destinate a calare.

Ma spunterà sempre un super-atleta che a quell'età sarà in grado di polverizzare ogni record? Secondo uno studio coreano pubblicato sull’International Journal of Applied Management Science, possiamo aspettarci qualche nuovo record sui 100 metri di corsa e di nuoto dalle Olimpiadi di Londra 2012 e forse da Rio 2016, ma dopo sarà difficile che arrivi un nuovo Usain Bolt a farci emozionare. Valutando i risultati in 61 gare olimpiche di corsa e nuoto dal 1900 al 2009, Yu Sang Chang e Seung Jin Baek hanno verificato che i miglioramenti dei tempi stanno inesorabilmente rallentando e nel giro di 7-10 anni si dovrebbe raggiungere il limite invalicabile. Molto prima di quanto calcolato da altri scienziati, che hanno preannunciato la fine dei record fra 200 o addirittura 900 anni. «Il margine di miglioramento si assottiglia — commenta Elio Locatelli, direttore del Dipartimento sviluppo dell'International Association of Athletics Federations (IAAF) —. Nel nuoto, attività per cui l'uomo non è biologicamente "adatto", ci sono più possibilità di migliorare; nella corsa breve è più difficile. Gli allenamenti sono già studiati al minimo dettaglio e il gran numero di gare non consente di prepararsi con il solo obiettivo del record; le piste di atletica sono quasi perfette, le scarpe a livelli pressoché ottimali. Il record nasce ormai da un mix imprevedibile di fattori: vento a favore, condizioni dell'atleta in quel momento, altitudine».

Di certo però il fisico di Bolt non ha nulla a che vedere con quello di Don Lippincott, primo recordman sui 100 metri, nel 1912. In un secolo aspetto, struttura e fisiologia degli atleti sono molto cambiati: 30 anni fa un campione di atletica sfruttava il 70% della sua potenza, oggi anche l'88%. In parte perché pure la popolazione generale è diversa: «Dopo la seconda guerra mondiale alimentazione, prevenzione, igiene hanno contribuito a far aumentare l'altezza media e grazie al maggior consumo di carne la massa muscolare media è cresciuta — spiega Vilberto Stocchi, preside della facoltà di Scienze Motorie all'Università di Urbino —. Tutto ciò ha portato a un miglioramento delle prestazioni. Oggi, poi, per ogni disciplina si conoscono i metodi per potenziare le caratteristiche più utili a ottimizzare la performance. Sappiamo ad esempio che è possibile aumentare la capacità di esprimere la massima potenza in pochi secondi, incrementando il glicogeno muscolare con la somministrazione di zuccheri secondo specifici protocolli. Ma va detto che centometristi da record si nasce: la percentuale di fibre muscolari bianche veloci è determinante e l’allenamento non può incrementarla».

Fin dove potrà portare un patrimonio genetico di muscoli da velocista? Quarant'anni fa le previsioni davano 9”60 come tempo limite per i 100 metri piani; poi è arrivato Bolt con il suo 9”58, e da qualche parte pare inevitabile che prima o poi spunti un super-atleta destinato a batterlo. Ma una barriera invalicabile oltre cui la velocità dell’uomo non può aumentare esiste, su questo sono tutti d'accordo. Quale sia però non si sa: fino a poco tempo fa il limite era quello stabilito dai modelli matematici del fisiologo R. H. Morton, secondo cui nessun uomo potrà mai correre i cento metri in meno di 9”15. Non è dato sapere quando scenderà in pista l'uomo-jet di Morton (pare fra il 2187 e il 2254), ma secondo il libro "The perfection point" del giornalista americano John Brenkus ci si potrebbe spingere oltre: il record definitivo sarà 8”99, e lo si raggiungerà fra 900 anni. «In futuro ci aiuteranno la proteomica, dandoci indicazioni per migliorare l'approccio all'allenamento, e le neuroscienze — dice Maurizio Casasco, presidente della Federazione Medico Sportiva Italiana —. Le risorse inesplorate della mente potrebbero infatti dare un grosso impulso alle prestazioni sportive». E forse ricorreremo all’ingegneria genetica: muscoli modificati, innesti di tendini in materiali speciali potrebbero creare super-uomini che correranno oltre i 40 km orari. Viene da chiedersi se ne varrà la pena.

FONTE: Elena Meli (corriere.it)

lunedì 11 luglio 2011

Melanoma e prostata: avviata sperimentazione di farmaci e vaccini terapeutici

Avviata presso l’Azienda Ospedaliera Sant’Andrea di Roma, in collaborazione con l’Istituto Dermopatico dell’Immacolata (Idi, Roma), la sperimentazione di farmaci e vaccini terapeutici che potrebbero diventare la soluzione contro il melanoma in stato avanzato e il carcinoma superficiale della testa e del collo.

I rimedi nascono proprio da cellule prelevate dagli stessi pazienti e poi trattate in laboratorio in modo da innescare una risposta immunitaria nell’organismo.

Lo scopo è quello di sviluppare farmaci paziente-specifici. Il punto di partenza è costituito dalle cellule dendritiche umane (DC), le cellule che vengono generate mediante un metodo originale di coltivazione di cellule del sangue autologhe, ovvero del paziente stesso, con interferone (Ifn) alfa, citochina che stimola i processi immunitari.

“Utilizzare cellule autologhe del sangue per innescare una risposta immunitaria capace di agire contro il tumore rappresenta una frontiera avanzata della ricerca contro il cancro perché significa lavorare per costruire una medicina misurata sul profilo biologico del paziente. Abbiamo messo a punto questa officina di farmaci biologici, FaBioCell, un laboratorio tra i più avanzati d’Europa, per lavorare in questa direzione”. dichiara Enrico Garaci, presidente dell’Iss .

Durante lo studio 10 pazienti con melanoma cutaneo disseminato saranno sottoposti a 6 cicli di trattamento: il primo giorno sarà somministrata la dacarbazina (una infusione endovena della durata di circa 30 minuti), il giorno successivo, il vaccino cellulare sarà iniettato direttamente dentro la lesione tumorale. Questo ciclo sarà ripetuto ogni tre settimane per 6 volte. Altri 10 pazienti con carcinoma superficiale della testa e del collo saranno sottoposti allo stesso trattamento.

FONTE: Elisabetta Paladini (ilquotidianoitaliano.it)

sabato 2 luglio 2011

Un robot “made in Italy” per la riabilitazione

Due tipi di “braccio elettronico” aiutano chi ha avuto un ictus a recuperare le funzioni perdute

Il paziente sta di fronte allo schermo di un computer e muove un braccio meccanico collegato al pc, per spostare o agire su oggetti che compaiono in uno scenario virtuale. Il futuro della riabilitazione dopo un ictus potrebbe essere questo, stando ai risultati delle sperimentazioni condotte in Italia con robot ideati e costruiti nel nostro Paese, dove per una volta un progetto di alta robotica viene seguito dalla A alla Z.

ULTRA – Il progetto, chiamato Robocare, viene portato avanti da Humanware (http://www.hmw.it/), un'azienda nata come spin-off della Scuola Superiore Sant'Anna di Pisa. Non è la prima volta che i robot imparano a fare i “fisioterapisti”:altre esperienze si stanno accumulando perché secondo molti la riabilitazione robotica potrebbe migliorare i risultati ottenibili dai pazienti, aiutandoli a fare i giusti esercizi con una “pazienza” e una perfetta ripetitività che nessun essere umano potrebbe garantire. Nel progetto italiano i ricercatori hanno messo a punto due tipi di “braccio elettronico” per accompagnare i movimenti del paziente: il primo, chiamato ULTRA, è un braccio snodabile collegato a un computer. Il paziente impugna il manipolo ergonomico e il sistema robotico rileva automaticamente la posizione nello spazio, trasferendo l'informazione al computer; qui, un software speciale crea un ambiente virtuale tridimensionale dove viene effettuato il protocollo di riabilitazione specifico per il singolo caso. Per ciascuno, infatti, vengono studiati i movimenti più opportuni: presa di oggetti virtuali fissi o in movimento, puntamento, trascinamento lungo traiettorie circolari o lineari e così via, in modo da “allenare” sia le capacità neuromotorie che quelle cognitive, che dopo un ictus possono essere compromesse.

SPERIMENTAZIONI – Per il momento il braccio robotico è stato testato su alcune decine di pazienti reduci da un ictus, presso la clinica Ulivella e Glicini di Firenze: i risultati, pubblicati sulla rivista Gerontologia, dimostrano che il 70 per cento dei pazienti è in grado di utilizzare lo strumento senza difficoltà. I ricercatori hanno sottoposto i pazienti a sedute di 60 minuti, 5 volte alla settimana per due settimane; al termine di questo periodo, coloro che erano in grado di utilizzare lo strumento avevano anche visto migliorare le loro performance. Se all'inizio infatti tutti privilegiavano l'accuratezza dei movimenti, dopo le sedute con il robot la precisione era migliorata ma si era anche ridotto il tempo necessario per portare a termine gli esercizi. Inoltre, né l'età né la gravità della paresi parrebbero incidere sulla possibilità di usare con successo lo strumento. «La strumentazione “meccatronica”, sintesi di meccanica ed elettronica, consente una riabilitazione computer-assistita durante la quale si eseguono compiti simili a quelli tipici della realtà quotidiana – spiega Andrea Baroni, il geriatra responsabile dello studio –. Gli strumenti robotici sono flessibili, possiamo adattarli alla gravità dei sintomi; inoltre, possiamo vedere immediatamente i risultati e anche valutare con precisione i possibili obiettivi, rendendo la riabilitazione un processo molto più motivante anche per il paziente. Il limite maggiore di questo genere di attrezzature è il costo elevato, soprattutto perché in genere si tratta di prodotti che non vengono costruiti su scala industriale. Il vantaggio del sistema ULTRA è la sua semplicità e il minor costo rispetto ad altri “robot” simili, a fronte di una buona efficacia clinica: anche con un sistema semplificato è possibile aumentare equilibrio e movimenti migliorando le capacità funzionali globali di un soggetto e quindi la sua qualità della vita»

DISABILITA' – Dopo l'estate arriveranno anche i risultati della sperimentazione di un secondo strumento robotico per la riabilitazione messo a punto dai ricercatori toscani: si chiama MOTORE ed è un braccio robotico alimentato a batterie che comunica via wireless con il computer. Il braccio del paziente infila nel supporto, poi lo strumento può muoversi in qualsiasi direzione in uno spazio illimitato perché non ha collegamenti fissi ed è su ruote; piccolo e compatto, è facilmente trasportabile e può monitorare forza, velocità, accelerazione, posizione e orientamento dell'arto del paziente. I primi dati clinici dei test, condotti da Federico Posteraro su alcuni pazienti del Centro di Riabilitazione Auxilium Vitae di Volterra, sono attesi per l'autunno ma la strada sembra segnata: la riabilitazione del futuro passa dai robot, e lo dimostra anche il fatto che durante l'ultimo congresso dell'European Academy of Childhood Disability, che si è svolto presso l'ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma, un'intera sessione è stata dedicata alla neuroriabilitazione robotica dei bimbi disabili. A differenza degli adulti che devono recuperare un movimento, questi bambini devono imparare da zero, per la prima volta nella loro vita, a muoversi correttamente: i robot si stanno rivelando preziosi per assistere i medici in questo difficile compito, perché permettono strategie di trattamento innovative, un recupero maggiore delle funzioni lese e la compensazione dei limiti imposti dalle lesioni.

FONTE: Elena Meli (corriere.it)