martedì 30 agosto 2011

La stella che si è trasformata in un pianeta di diamante

A 4 mila anni luce da noi, ruota velocissimo intorno a una pulsar che l'ha «denudata»

È un pianeta da sogno (almeno per le signore) perché il suo interno è costituito quasi interamente di una materia della stessa natura del diamante. Un pianeta di diamante, insomma. «È la spiegazione più precisa che possiamo dare», racconta a Corriere.it Andrea Possenti, direttore dell’Osservatorio di Cagliari dell’Istituto nazionale di astrofisica (Inaf) che con altri astronomi (Marta Burgay, Nichi D’Amico, Sabrina Milia) dello stesso osservatorio e di altri stranieri (Parkes, Lowell, Keck) ha scoperto lo strano corpo celeste. Lo hanno scovato nella costellazione del Serpente a 4 mila anni luce dalla Terra e ruota attorno a una pulsar, un astro che emette onde radio a intervalli precisi con il ritmo del millisecondo. È una storia cosmica interessante da raccontare, il cui risultato èpubblicato sulla rivista americana Science.

LA VICENDA - In origine c’erano due stelle piccole e compatte che emettevano raggi X, ma con il passare del tempo una di queste riusciva a strappare all’altra buona parte del gas che l’avvolgeva. Questo divorare la vicina le ha cambiato però il comportamento, facendola ruotare molto più rapidamente compiendo addirittura 173 giri su se stessa ogni secondo. La vittima, al contrario, si impoveriva perdendo il 99,9 per cento del suo materiale gassoso. In pratica veniva denudata lasciandole un corpo solido, ma eccezionale perché costituito in gran parte da carbonio e ossigeno allo stato cristallino; cioè nella stessa forma del diamante. «Al massimo – aggiunge Possenti – le è rimasto un sottilissimo velo atmosferico di qualche centinaio di metri, ma non di più».

VELOCISSIMO - Il pianeta, che ha una densità molto più elevata di quelli noti, compie un giro intorno alla velocissima pulsar ogni due ore e 10 minuti a una distanza di 600 mila chilometri, poco meno del doppio della distanza Terra-Luna. Di pulsar con compagni se ne conoscono circa 150 nel cosmo ma non con queste caratteristiche. «Ed era quella che si era immaginata ma finora mai trovata», aggiunge Possenti, «perché si tratta di una pulsar con un figlio piccolo di massa ridottissima, circa un millesimo di quella del nostro Sole e poco superiore a quella di Giove, mentre tradizionalmente erano molto più grandi, decine di volte la massa di Giove. Qui sta l’interesse perché rappresenta una sorta di anello di congiunzione fra due classi di astri noti».

RADIOTELESCOPIO - Ma gli astronomi dell’Inaf di Cagliari sono elettrizzati oltre che per la scoperta ottenuta anche per un'altra ragione. A Cagliari sta infatti sorgendo un grande radiotelescopio con una parabola di 64 metri di diametro che ora è completata dal punto di vista meccanico. «Tra qualche settimana inizieremo a installare i ricevitori», annuncia Possenti, «e questo ci darà la possibilità di iniziare i primi test immaginando di avere l’impianto pronto per le attività di ricerca nel prossimo semestre». E se con il vetusto radiotelescopio australiano di Parkes si è agguantata una scoperta come questa, con il nuovo Sardinia Radio Telescope la fantasia, giustamente, corre ancora più in alto.

FONTE: Giovanni Caprara (corriere.it)

lunedì 29 agosto 2011

Perso nella stratosfera l'aereo in grado di volare da Londra a Sydney in un'ora

Secondo fallimento su due test per il Falcon Htv 2, un prototipo militare che vola a 20 volte la velocità del suono

Secondo fallimento su due tentativi per il Falcon Htv 2, il fantascientifico aereo ipersonico senza pilota progettato per volare ad oltre 20 volte la velocità del suono nella parte alta dell'atmosfera. L'aereo, lanciato ieri da una base a Nord di Los Angeles per conto del Dipartimento della difesa Usa, ha fatto perdere i suoi contatti con i tecnici a terra.Anche il primo test, ad aprile, è di fatto fallito, quando dalla base a terra si sono persi i contatti con il velivolo, una decina di minuti dopo il distacco dal lancio di un razzo vettore che lo ha portato in quota.Il programma della difesa Usa è costato finora oltre 320 milioni di dollari ed è ancora alle fasi iniziali. Il razzo vettore Minotaur IV della Orbital Sciences Corp, lanciato dalla base Vandenberg, nel Nord della California, ha portato il velivolo nella parte alta dell'atmosfera e lo ha sganciato regolarmente. Il Falcon ha quindi iniziato il suo volo, per ridiscendere in picchiata a mach 20 verso la terra, protetto dagli scudi realizzati con una speciale fibra di carbonio che resiste ad altissime temperature. Poi, dopo circa nove minuti sono cominciati i guai. I tecnici a terra hanno perso i contatti con il velivolo che, anche se mancano conferme ufficiali, è probabilmente caduto in mare.Il colonnello Chris Schulz ha affermato che finora è stato acquisito il know how per portare il Falcon vicino allo spazio. E «sappiamo come portare il velivolo ad una velocità ipersonica nell'atmosfera. Non sappiamo ancora come ottenere il voluto controllo durante la fase aerodinamica del volo», ha detto ancora il colonnello dicendosi però certo che una soluzione c'è. «La dobbiamo trovare».Il progetto dell'Htv 2, che ha la forma di una punta di freccia, fa parte di un'iniziativa congiuntadell'aeronautica militare americana e del Darpa (Defense Advanced Research Projects Agency) per sviluppare un tecnologia che, per rispondere alle minacce, sia in grado di raggiungere e colpire un obiettivo in qualsiasi parte del globo in un'ora. E che in prospettiva può generare una categoria di aerei per il trasporto civile in grado di percorrere la distanza Londra-Sydney in un'ora.Un esperto di difesa citato dall'Huffington Post, John Pike della Globalsecurity, non è sorpreso del del risultato dei due test. «Siamo all'inizio del gioco. Se non ci sono fallimenti, vuol dire che non ci stanno davvero provando». «Dobbiamo imparare. proveremo ancora. Si fa così», ha affermato dal canto suo Regina Dugan, direttore della Darpa.

FONTE: ilmessaggero.it

venerdì 26 agosto 2011

Censita la vita sulla terra 8 specie su 10 da scoprire

Intorno all'uomo vivono 8,7 milioni di tipi di esseri viventi. Ma l'86% di piante e insetti e il 91 di alghe e pesci sono da catalogare. Lo studio si basa sulle proporzioni numeriche che ci sono tra le categorie più vaste


Non sapevamo quasi nulla sul nostro "vicinato", nel mondo in cui viviamo. Quante specie animali, vegetali, alghe e micro-organismi coabitano con noi sulla terra? Fino a ieri gli scienziati brancolavano nel buio, con stime oscillanti dai tre ai cento milioni di specie (ogni specie a sua volta può includere molte razze diverse). Solo ora arriva una risposta scientifica al mistero che da secoli tiene in scacco gli studiosi. Sono 8,7 milioni, le specie viventi: tra animali terrestri e marini, funghi e muffe, piante, organismi monocellulari, alghe. È il risultato a cui sono giunti cinque scienziati della Dalhousie University di Halifax, in Canada. La loro ricerca, pubblicata sull'autorevole rivista accademica PLoS Biology, è anche un implacabile atto di accusa contro la nostra ignoranza. L'86 per cento di tutte le specie viventi terrestri, il 91 per cento di quelle acquatiche, ci sono ancora sconosciute: attendono di essere scoperte, descritte e catalogate. Gli stessi scienziati della Dalhousie University, di fronte a una sfida così immane ammettono di avere usato una "scorciatoia". Per arrivare al loro risultato non hanno potuto attendere che milioni di specie venissero effettivamente scoperte e catalogate, una alla volta. Hanno fatto ricorso invece a un metodo matematico. Partendo dalle proporzioni numeriche che ci sono tra le categorie più vaste - come i mammiferi - e le specie contenute al loro interno, hanno "estrapolato" il risultato finale.Da 1,2 milioni di specie effettivamente note, sono arrivati al totale di 8,7. Il loro metodo riscuote consensi da tutta la comunità accademica. Sul Washington Post una collega tedesca, la scienziata Angelika Brandt del museo zoologico di Amburgo, dichiara che la conclusione della équipe canadese è "molto significativa", e "coincide perfettamente con le scoperte empiriche fatte esplorando le profondità sottomarine, negli oceani dell'emisfero Sud". Il calcolo degli 8,7 milioni non soddisfa solo una curiosità intellettuale. Conoscere il numero delle specie è un tassello essenziale nella strategia per preservarle, in una fase in cui la loro estinzione sta accelerando. Uno degli autori della ricerca canadese, Boris Worm, paragona il pianeta a una macchina con 8,7 milioni di componenti. "Se pensiamo alla terra come a un sistema di supporto per la vita della nostra stessa specie - dice Worm al Washington Post - è essenziale verificare quanto è complesso quel sistema salva-vita. Noi interferiamo con quella macchina, buttando via dei componenti ogni giorno". Robert May, scienziato di Oxford, sulla stessa rivista PLoS Biology spiega che il conteggio esatto delle specie non è una curiosità o una sorta di "hobby per collezionisti". La conoscenza delle specie ha avuto un ruolo fondamentale in agricoltura, come base per l'ibridazione e la creazione di specie più resistenti (per esempio un riso con raccolti superiori del 30%). "Conoscere il numero delle specie viventi - scrive May - è importante per preservare la ricchezza biologica che abbiamo ereditato". Lo scienziato inglese osserva che "è una prova clamorosa del nostro narcisismo, il fatto che conosciamo il numero esatto dei libri (22.194.656) custoditi nella U. S. Library of Congress al primo febbraio di quest'anno, e finora non sapevamo con quante specie animali e vegetali coabitiamo sullo stesso pianeta". La colpa, almeno in parte, è delle "mode" e priorità che pilotano la ricerca scientifica. Da molti anni è la ricerca genetica ad avere dirottato su di sé la massima quota dei finanziamenti, e di conseguenza anche il maggior numero di talenti. Gli scienziati specializzati nella tassonomia, che è appunto la classificazione degli organismi biologici, sono andati diminuendo perfino nelle più ricche istituzioni federali degli Stati Uniti come lo Smithsonian.La scoperta che siamo in compagnia di 8,7 milioni di specie è un progresso significativo e tuttavia ancora parziale. Da questo calcolo restano esclusi sia i batteri, sia gli insetti. E in un solo ettaro di foresta amazzonica ci sono ben centomila specie diverse di insetti. Visto che gli insetti rappresentano l'85 per cento delle forme di vita sulla terra, il lavoro d'indagine sul nostro vicinato è appena agli inizi.

FONTE: Federico Rampini (repubblica.it)

giovedì 25 agosto 2011

Svelato il segreto dell'ebola: usa proteina per entrare nell'organismo

Svelata l'arma segreta dell'Ebola, virus letale che uccide il 90% delle persone infettate, e che invade le cellule utilizzando il trucco del "cavallo di Troia". Un team di scienziati americani, in uno studio pubblicato online su "Nature", fa luce per la prima volta sul meccanismo all'origine della febbre emorragica comparsa nel 1976 in Africa, in alcuni villaggi del Sudan e della Repubblica democratica del Congo, lungo il corso del fiume Ebola da cui la malattia ha preso il nome.

In sintesi, i ricercatori hanno dimostrato che il virus killer attacca le cellule dell'organismo ospite agganciandosi alla proteina NPC1 presente sulla membrana cellulare. Se manca NPC1, l'Ebola è impotente.La scoperta è frutto del lavoro congiunto di più istituzioni statunitensi: l'Albert Einstein College of Medicine della Yeshiva University di New York, il Whitehead Institute for Biomedical Research el'Harvard Medical School di Cambridge, Massachusetts, e l'Istituto di ricerca sulle malattie infettive dell'Esercito americano. Sulla base dei risultati raggiunti, gli autori sperano di poter sviluppare in futuro farmaci efficaci contro il virus Ebola e il suo stretto parente virus Marburg.Una volta entrato nella cellula ospite, in pratica, il virus Ebola riesce a colonizzarla indisturbato perchè forma attorno a sè una sorta di bolla-scudo. Una struttura che gli permette di arrivare al cuore della cellula, il nucleo che racchiude il Dna, e di insinuarsi al suo interno per potersi replicare. Ma se finora i componenti molecolari protagonisti di questo meccanismo restavano misteriosi, adesso l'èquipe americana ha svelato il ruolo chiave della proteina NPC1. Una struttura normalmente embedded all'interno delle membrane cellulari, dove ha il compito di trasportare il colesterolo, componente cruciale del guscio protettivo di tutte le cellule.«Abbiamo osservato che se le cellule non producono questa proteina non possono essere infettate dal virus Ebola», spiega Kartik Chandran, co-autore dello studio. Accade per esempio ai pazienti colpiti da una rara patologia neurodegenerativa, la malattia di Niemann-Pick. Esponendo in vitro al virus Ebola cellule del tessuto connettivo (fibroblasti) di questi malati, gli scienziati hanno osservato che il microrganismo non poteva penetrarle. La stessa cosa è stata verificata su altre cellule umane, manipolate in provetta in modo da ridurre il contenuto di NPC1, come pure su cellule di topi geneticamente modificati così da non produrre la proteina. In tutti questi casi il virus Ebola e il Marburg - ma non altri virus - non potevano invadere le cellule bersaglio. Gli scienziati ipotizzano quindi che la proteina NPC1 sia fra quelle inglobate nelle "bolle" protettive che traghettano il virus fino al nucleo della cellula. E sperano che la scoperta possa essere utile per sviluppare terapie efficaci anti-Ebola, che agiscano bloccando la componente "cattiva" dell'azione di NPC1.

FONTE: ilmessaggero.it

lunedì 22 agosto 2011

Tintarella: addio carote, è l'uva l'ultimo ritrovato per proteggere la pelle


Addio cara vecchia carota, oggi il ritrovato naturale più benefico per la pelle esposta al Sole è l'uva. Alcuni composti che si trovano nei grappoli aiutano infatti a proteggere le cellule cutanee dalle radiazioni ultraviolette, secondo uno studio condotto da esperti dell'Università di Barcellona e del Consiglio nazionale delle ricerche spagnolo.

Un'indagine che suggerisce di utilizzare questo ingrediente anche nei prodotti per la protezione solare. I raggi Uv - riporta il "Journal of Agricultural and Food Chemistry" - sono la causa ambientale numero uno delle malattie della pelle: possono provocare scottature, eritemi solari, tumori, così come l'invecchiamento precoce del derma e dell'epidermide. Ora, lo studio spagnolo dimostra che alcune sostanze presenti nell'uva potrebbero efficacemente ridurre la quantità di danni cellulari nella pelle esposta a questi raggi.Le radiazioni ultraviolette agiscono sulla pelle generando radicali liberi: gli scienziati spagnoli hanno dimostrato che alcune sostanze polifenoliche ottenute dall'uva sono in grado di ridurre la formazione di questi temibili nemici nella pelle umana esposta sia a raggi Uva che Uvb. «Questi incoraggianti risultati - sottolinea Marta Cascante, biochimico fra gli autori dello studio - dovrebbero essere presi in considerazione dagli esperti di farmacologia clinica: si potrebbero sviluppare nuovi prodotti per la fotoprotezione cutanea proprio utilizzando estratti d'uva». Cosmetici e farmaci contenenti uva sono già disponibili sul mercato, evidenziano gli esperti, ma il loro modo di agire sulle cellule della pelle non era stato chiarito fino a ora. Avendo fatto registrare un passo avanti nelle conoscenze scientifiche, «questo studio sostiene l'idea di utilizzare questi prodotti per proteggere la pelle dai danni delle cellule causati dalle radiazioni solari», concludono.

FONTE: ilmessaggero.it

giovedì 18 agosto 2011

CON 15 MINUTI DI ESERCIZIO AL GIORNO, SI ALLUNGA VITA DI 3 ANNI


Fare soli 15 minuti di moderato esercizio fisico al giorno puo' allungare la vita di almeno tre anni. Lo rileva uno studio appena effettuato a Taiwan e pubblicato su The Lancet.
La maggior parte delle persone fatica a rispettare le linee guida standard di 30 minuti di esercizio fisico al giorno, cinque giorni alla settimana, e cosi' gli esperti hanno provato a individuare una quota piu' bassa di esercizi per spingere le persone a venir giu' dal divano. Chi Pang Wen, ricercatore dei Taiwan's National Health Research Institutes, ha detto che dedicare 15 minuti al giorno a una forma moderata di esercizio fisico, come camminare a ritmo sostenuto, avvantaggerebbe tutti regalando almeno tre anni di vita. "Fa bene agli uomini, alle donne, ai fumatori, ai giovani e ai vecchi, alle persone sane e malate. E' un consiglio adatto a tutti", ha detto. Wen e colleghi hanno monitorato oltre 416.000 partecipanti per 13 anni, analizzando le loro cartelle cliniche e riportando i relativi livelli di attivita' fisica ogni anno. Dopo aver preso in considerazione le differenze di eta', peso, sesso e una serie di indicatori relativi alla salute, hanno scoperto che soli 15 minuti di moderato esercizio fisico al giorno hanno aumentato l'aspettativa di vita di tre anni rispetto a coloro che sono rimasti inattivi. L'esercizio quotidiano e' stato anche legato a una minore incidenza di cancro. Finora nessuno studio era stato in grado di rilevare il tempo necessario da spendere in esercizi al fine di avere dei risultati significativi. "Il nostro e' il primo - ha detto Wen - a provare che 15 minuti sono abbastanza. Speriamo che questo aiutera' a fare esercizio anche le persone piu' pigre" .

FONTE: agi.it

venerdì 12 agosto 2011

Individuata una terapia genica contro la leucemia

Linfociti "ogm" uccidono le cellule malate, successo insperato su 3 malati gravi

Vent’anni di lavoro per arrivare a una terapia genica contro la leucemia e ora i primi, insperati successi. Sono stati definiti «di gran lunga superiori al previsto» i risultati ottenuti da un gruppo di scienziati americani dell’Università della Pennsylvania su tre malati di leucemia linfocitica cronica in fase avanzata. Pazienti molto gravi, per i quali non restava altra speranza se non un trapianto di midollo osseo con un rischio di mortalità superiore al 20% e probabilità di successo inferiori al 50%.

Ma i medici hanno tentato un’altra strada: l’utilizzo di linfociti T prelevati dai malati e modificati geneticamente in modo da ottenere dei “serial killer ogm” armati contro le cellule tumorali. La risposta è arrivata entro tre settimane dal trattamento. Due dei pazienti sono in remissione da un anno. E nel terzo sembra non esserci più evidenza di malattia. Si tratta di risultati ancora preliminari; la sperimentazione deve continuare e ampliarsi, precisano gli autori, ma lo studio pilota autorizza a sperare.
I dati del mini-trial, finanziato dall’Alleanza per la terapia genica del cancro, sono pubblicati sulNew England Journal of Medicine e su Science Translational Medicine. I risultati dimostrano per la prima volta che la via della terapia genica contro la leucemia è percorribile.I ricercatori dell’Abramson Cancer Center e della Perelman School of Medicine dell’università della Pennsylvania hanno utilizzato cellule T prelevate dal sistema immunitario dei pazienti. Prima di essere reinfusi nei “proprietarI, questi linfociti sono stati riprogrammati attraverso un vettore virale, in modo da produrre una proteina (recettore Car) che aggancia una particolare struttura presente sulle cellule malate (antigene CD19). Un classico incastro del tipo “chiave-serratura”, che ha permesso ai “killer ogm” di agguantare le cellule leucemiche e di annientarle. Ora gli scienziati sperano di poter applicare lo stesso approccio anche in bambini leucemici in cui le cure tradizionali hanno fallito, e contro altri tumori fra cui linfoma non-Hodgkin, leucemia linfocitica acuta, mesotelioma e carcinomi di ovaio e pancreas.

FONTE: lastampa.it

giovedì 11 agosto 2011

Le micro-gabbie per molecole parlano anche italiano

Per la prima volta realizzate strutture di confinamento molecolare controllabili con precisione

MILANO - «A noi non manca niente, sia come preparazione che come strumentazione o finanziamenti. Quello che è diverso è l'ambiente: non è stimolante. Ci manca l'insieme delle cose, quella componente che favorisce la ricerca e che nell'università italiana non si riesce a trovare». Non è un'accusa quella che lancia Angiolina Comotti, ma una semplice - anche se deprimente - constatazione. «Qui a New York appena ho esposto la mia idea mi hanno detto: benissimo, vai avanti. È la sensazione di non avere vincoli, di non confrontarsi con i perenni "sì, ma...", è questo che fa progredire la ricerca».

COME UN CONTAINER - La docente di chimica fisica del dipartimento di scienza dei materiali all'Università di Milano Bicocca fa parte del gruppo di ricerca della New York University guidato da Michael Ward, che per primo al mondo è riuscito a creare una «gabbia molecolare» con legami idrogeno a forma di ottaedro troncato, che è uno dei tredici solidi semiregolari descritti da Archimede, composto da 14 facce: otto esagoni e sei quadrati. «Si tratta di una struttura di confinamento molecolare progettata in laboratorio e che per la prima volta si riesce a ottenere esattamente come si vuole», spiega Angiolina Comotti. «All'interno di questa molecola molto complessa si può inserire un farmaco, principi attivi, un componente metallico oppure può servire da microcatalizzatore. La particolarità è che la nostra "gabbia" è realizzata solo con legami deboli, in modo tale che a un certo punto la "gabbia" si sfalda facilmente e il farmaco, per esempio, viene rilasciato nel punto giusto e al momento opportuno». In parole povere: una sorta di container, che al momento esatto si apre e lascia uscire il proprio contenuto. In natura esistono strutture simili, come le capsidi dei virus o le zeoliti (minerali della famiglia dei silicati complessi), ma queste ultime per esempio hanno legami chimici molto più forti e non si disgregano con la facilità delle molecole realizzate da Comotti e dalla sua équipe, il cui studio è stato pubblicato il 22 luglio da Science e ripreso da tutte le più importanti pubblicazioni scientifiche del mondo.

APPLICAZIONI - Le possibili applicazioni della scoperta sono molteplici, illustra Comotti aCorriere.it. A tempi brevi la farmaceutica è sicuramente il campo in cui le gabbie archimedee possono trovare un impiego, in tempi più lunghi l'industria microelettronica per la produzione di semiconduttori e le nanotecnologie. «Stiamo cercando di progettare altre molecole archimedee con proprietà diverse», conclude la ricercatrice milanese, «per esempio con proprietà ottiche e magnetiche».

FONTE: Paolo Virtuani (corriere.it)

venerdì 5 agosto 2011

Scienza. Dall'agave si possono estrarre biocarburanti

La pianta della tequila è fonte di etanolo per uso energetico

Non solo tequila: l'agave può essere anche una preziosa fonte di biocarburanti. E' quanto proposto dai ricercatori dell'Università di Sydney (Australia) che, in collaborazione con l'Università di Oxford (Regno Unito), hanno valutato il rapporto tra costi di produzione ed energia ricavabile da questa pianta concludendo che la seconda batte i primi 5 a 1. La notizia è stata pubblicata dalla rivista Energy and Environmental Science. Secondo gli autori l'agave presenta una serie di vantaggi rispetto alle attuali fonti di bioetanolo come la canna da zucchero e il mais: "Questa pianta può crescere in zone aride senza dover essere irrigata, non compete con le coltivazioni a scopo alimentare e non avanza pretese su scorte d'acqua limitate - spiega Daniel Tan, coautore dello studio -. L'etanolo ottenuto dall'agave è competitivo con quello dalla canna da zucchero anche per la sua capacità di bilanciare le emissioni di gas serra". E gli impianti di produzione del bioetanolo si potrebbero autosostenere utilizzando i residui legnosi della pianta per ottenere l'energia necessaria ad alimentarli. Gli studiosi hanno già avviato una coltivazione pilota a Kalamia Estate, nel Queensland (Australia).

FONTE: TM News

martedì 2 agosto 2011

Una milonga in ospedale: il tango diventa terapia, il ballo aiuta il paziente

L’ospedale come una milonga. Come una sala da ballo argentina solcata dai passi del tango. Da coppie che si scelgono, si abbracciano, si stringono camminando, si guardano danzando. A momenti sussurrano. L’ospedale come scoperta del tango terapeutico che trasforma i passi base della danza in uno strumento per ritrovare serenità, riscoprire la forza del corpo, trattare una malattia.

Venerdì mattina, 8 lulgio, all’ospedale Sant'Andrea, al master in psiconcologia per medici, psicologi e studenti, si parlerà proprio del ballo argentino. Terrà un seminario Federico Trossero, psichiatra docente alla facoltà di Medicina di Rosario, in Argentina. Ballerino e insegnante di tango per diletto ha elaborato una terapia psicologica, destinata a sostenere le cure per diverse patologie. Tra queste, il cancro. Che oltre ai farmaci ha bisogno di forti appoggi psicologici. «Il tango - spiega lo psichiatra - è danza di scambio umano e di gioco». Ad invitare Trossero, che sta facendo scuola nei maggiori ospedali del mondo, il dipartimento di Oncologia del S. Andrea diretto da Paolo Marchetti. E’ la prima università in Italia ad organizzare questo seminario. Un corso per imparare la tecnica, per capire come il rimescolio delle emozioni, la musica, gli sguardi e gli abbracci possono diventare medicina. Da affiancare agli interventi, ai ricoveri, alla radio e alla chemioterapia.«L’intesa degli occhi, la stretta, il ballo, il trasporto, la rotazione - è lo psichiatra a parlare - aiutano a capirci. Soprattutto nel momento in cui si deve superare una malattia che mina così nel profondo il corpo e la psiche». Dice che con la tango-terapia «ci avvaliamo di tutte le risorse disponibili per entrare in contatto con l’inconscio». Mezzo psichiatra e mezzo tanghero si inerpica nella sequenza delle figure della danza che illustra, disegna e spiega come fossero farmaci veri. La camminata, la salida basica, l’ocho, il giro, la colgada, la sacada, la parada: piedi che si sfiorano, passi in avanti, passi indietro, piedi sotto la gamba dell’altro, cambi di traiettoria. Corsi per i medici che poi guideranno incontri con i pazienti. Camici bianchi e maestri di ballo per far ritrovare l’equilibrio spezzato dalla malattia. Non solo cancro. Ma anche ansia, morbo di Parkinson, ipertensione.«Ballare il tango facilita lo sviluppo delle emozioni ed esalta le capacità espressive del corpo - spiega Anna Costantini direttore dell’unità operativa di Psiconcologia del S.Andrea, tanghera per passione, che ha invitato il professore argentino - Parliamo di una danza che si aggancia ad emozioni profonde. I nostri pazienti si sentono mortificati nel fisico e anche nel sentire. Con questa terapia integrativa riescono a riavvicinare la gioia semplice, a condividere con gli altri. Il ballo in due, in silenzio, come meditazione, gioco di rimandi, complicità. Un sistema, come l’arteterapia per esempio, per lavorare in un modo diverso nella lotta contro il malessere e la depressione». Una vera sfida sulle note di Carlos Gardel, sui ritmi struggenti e carichi di nostalgia. Nell’ospedale, le stesse regole della milonga. L’uomo, a distanza, senza importunare la donna, la guarda. Se lei risponde allo sguardo, allora lui la invita con un cenno della testa e scendono in pista. Se lei non guarda e non fa cenni lui gira a largo, in cerca di un’altra compagna. Da stringere per almeno un’intera tanda, tre-quattro brani di tango. «Una comunicazione corporea - dice ancora Anna Costantini -. Solitamente la coppia non parla, la conversazione interrompe l’armonia. E’ proprio quel silenzio che poi viene utilizzato per elaborare il lavoro che si fa con i pazienti. Il momento buono per scambiare qualche parola». Al termine della tanda la coppia si scioglie, è la donna che fa capire se si può continuare a ballare oppure no. Intervalli che diventano incontri terapeutici senza parlare di flebo, di infusioni, esami, operazioni, mutilazioni. Paure che si affidano ai medici e agli psicologi attraverso una sorta di gioco collettivo che cura anima e corpo. Si comincia, non a caso, con la camminata: la base del tango, figura semplice ma la più difficile da realizzare. In coppia.

FONTE: Carla Massi (ilmessaggero.it)