lunedì 31 ottobre 2011

Nel ghiaccio alpino microrganismi mangia-inquinanti

Li degradano durante la metabolizzazione. Potenzialità nel risanamento di ambienti contaminati

A muoverli è stata la passione per l’alpinismo e per il loro lavoro, fatto di ore in laboratorio a studiare. Fabrizio Cappa e Pier Sandro Cocconcelli, due microbiologi della facoltà di agraria della Cattolica di Piacenza, nel tempo libero e autofinanziandosi hanno da poco concluso i test di una ricerca davvero interessante. E forse anche utile. In tre anni di spedizioni i due hanno scoperto che sul ghiacciaio del Madaccio, nel massiccio montuoso dell’Ortles-Cevedale, vicino al passo dello Stelvio, vivono microrganismi in grado, anche a basse temperature, di nutrirsi e degradare i componenti organici inquinanti presenti nel ghiaccio.

A CACCIA DI CAMPIONI TRA I GHIACCI – «Abbiamo scelto questa zona perché è molto frequentata dai turisti e dunque ad alto impatto antropico», spiega a Corriere.it il professor Cappa. Che aggiunge: «Sono ambienti paradossalmente poco studiati dal punto di vista microbiologico rispetto ad altre aree quali i ghiacciai dell’Antartide o della Groenlandia». Così il gruppo di lavoro, aiutato dal professor Marco Trevisan dell’Istituto di chimica della facoltà di agraria, in accordo con il Parco nazionale dello Stelvio e la Provincia autonoma di Bolzano, grazie a sonde per il carotaggio appositamente costruite da una ditta piacentina, ha prelevato campioni di ghiaccio a valle dell’area dello sci estivo di passo Stelvio (3.150 metri di quota). Poi li ha sistemati in laboratorio e passati al microscopio. La prima scoperta, abbastanza prevedibile, è stata che il ghiaccio conteneva elevati contenuti di agenti inquinanti. E, in particolare, idrocarburi policiclici aromatici (provenienti della combustione dei derivati del petrolio) e policlorobifenili (Pcb), provenienti da lubrificanti. Tutti agenti presenti nello smog che arrivano sul ghiacciaio attraverso le piogge. E che il ghiacciaio, a sua volta, rilascia una volta che si scioglie.

MICRORGANISMI PULITORI – Distese bianche inquinate e inquinanti, dunque. E se, ahimé, questa non è certo una novità, a dare speranze è la seconda scoperta. Spiega Cappa: «Con il sequenziamento del Dna realizzato in facoltà abbiamo identificato il Frigobacterium sp., ilPolaromonas sp., Pseudomonas sp. e il Micrococcus antarticus, tutti organismi già rivenuti in ghiacciai dell’Antartide o nel circolo polare artico». Significa che nelle carote di ghiaccio gli studiosi hanno trovato microrganismi in grado di degradare attraverso un processo di metabolizzazione gli agenti inquinanti. «Questi microrganismi estremofili riescono a metabolizzare gli agenti inquinanti anche a basse temperature, ripulendo così il ghiacciaio», afferma il ricercatore. Un sistema di autodifesa della natura, dunque, che ha interessato gli scienziati di tutto il mondo, al lavoro dall’Antartide al polo Nord. E che ha portato molti studiosi a infilarsi gli scarponi e a preparare l’attrezzatura da trekking. «I microrganismi, la loro abilità di sopravvivenza in condizioni climatiche estreme e la loro utilità per l’uomo sono temi di grande fascino, che coinvolgono centri di ricerca di ogni nazionalità: nel Regno Unito, per esempio, sta per partire un progetto di rilevazione in un lago situato a 3 chilometri di profondità nei ghiacciai antartici».

AL LAVORO PER RIPULIRE LE NEVI – Fabrizio Cappa e i suoi colleghi hanno presentano i risultati del lavoro al convegno di Simtrea (Società italiana di microbiologia agraria, alimentare e ambientale), dal titolo Microbial Diversity: Environmental Stress and Adaptation. Con l’obiettivo di pubblicarli sulle riviste scientifiche dando così risalto alla loro ricerca. A suscitare interesse è infatti la possibile applicazione di questa scoperta. «Dobbiamo capire con le adeguate prove di laboratorio quali siano le sue potenzialità nel risanamento (bioremediation) di ambienti inquinati», sostiene Cappa. Che aggiunge: «Oltre a ripulire piccole porzioni di ghiacciaio contaminate, cosa già di per sé utile, dato lo scioglimento dei ghiacci in atto a causa dei cambiamenti climatici, i microrganismi potrebbero essere usati anche in pianura durante l’inverno». Sarebbe dunque possibile farli lavorare proprio dove c’è più bisogno e nelle zone più contaminate? «Non solo. Lo scioglimento dei ghiacci comporta di per sé, durante le stagioni più calde, il rilascio degli agenti inquinanti immagazzinati durante l’inverno. E i microrganismi, se lavorano a regime, potrebbero prevenire questo fenomeno». Come dire che dando un aiuto a semplici forme di vita non visibili a occhio nudo, si potrebbe dare un po’ di tregua all’ambiente.

FONTE: Marta Serafini (corriere.it)

giovedì 27 ottobre 2011

L'Olanda ci ripensa: marijuana come la cocaina

Amsterdam vuole inserire «l'erba», ben più pericolosa che in passato, nell'elenco delle droghe pesanti

La marijuana, il cui consumo in Olanda è storicamente liberalizzato, sta per essere equiparata de facto dalle autorità olandesi alle droghe pesanti come cocaina ed eroina. Questo perché, secondo il ministro dell’economia Maxime Verhagen, l’attuale marijuana, soprattutto la varietà più diffusa e richiesta nel Paese, la cosiddetta “skunk”, ha un contenuto di THC ben maggiore rispetto all’“erba” di venti o trent’anni fa. La marijuana skunk, infatti, contiene spesso oltre il 15% di THC (tetraidrocannabinolo, il “principio attivo” della marijuana), e il limite del 15% sta per imporsi quale discrimine tra marijuana considerata “droga leggera” e una marijuana in tutto equivalente, secondo le autorità olandesi, ad una “droga pesante”.

TANTE DROGHE- L’apparente cambiamento di registro olandese troverebbe un suo fondamento razionale nell’assunto che “più THC è presente, maggiori saranno gli effetti dannosi per la salute”. «L’effetto psicotropo, e quindi anche le ricadute sulla salute e sul comportamento, pur essendo certamente correlati alla quantità di THC, sono altresì dipendenti anche dalle capacità di assorbimento individuali, che variano da persona a persona» spiega Giovanni Umberto Corsini, professore Ordinario del Dipartimento di Neuroscienze dell'Istituto di farmacologia di Pisa. «In ogni caso questo cambiamento andrebbe anche accompagnato da iniziative per limitare l’abuso di alcol, la vera droga considerata “leggera” e che andrebbe invece equiparata a una “pesante”».

WEED PASS- Un “weed pass”, letteralmente un “permesso per l’erba”, questo viene prospettato dalle autorità olandesi in materia di consumo di marijuana. Questo permesso sarà dato ai residenti per scoraggiare il cosiddetto “turismo della droga”, che richiama grandi masse di persone, soprattutto giovani, nel Paese dei tulipani. Ma un certo malumore comincia a serpeggiare tra i proprietari dei coffee shop, ossia i locali in cui è possibile consumare e acquistare la marijuana e le altre droghe in piena libertà. Marc Josemans, infatti, dell’associazione nazionale coffee shop, non è per nulla d’accordo con l’iniziativa del governo olandese: «Criminalizzare la marijuana» dice Josemans, «indurrebbe di certo la diffusione di prodotti illegali non controllati, e questo arrecherebbe un vero rischio per i consumatori. Accogliamo volentieri migliori criteri sul controllo della qualità, ma con questa norma ci stanno imponendo una cosa che non possiamo controllare».

FONTE: Domenico Lombardini (corriere.it)

mercoledì 26 ottobre 2011

CON 'OMNITOUCH' ANCHE LA MANO DIVENTA CLICCABILE


Roma - Il touchj-screen 'a portata di mano' diventa realta'. La divisione Microsoft Research ha presentato una nuova tecnologia capace di trasformare qualsiasi superficie in un touch screen, trasportando il multi-touch all'esterno dei display di tablet e smartphone.

Devi telefonare? Bene, estrai la mano dalla tasca e componi il numero. Nel frattempo puoi prendere appunti o fare scarabocchi sul muro, usando il tuo dito. Non è roba da asilo infantile, ma semplicemente il futuro reale, neanche tanto lontano.

OmniTouch, infatti, è una sorta di proiettore indossabile che trasforma dei fogli di carta, le pareti o addirittura la pelle in touchscreen. Si tratta di un dispositivo che include una particolare videocamera a corto raggio e un mini proiettore laser montato sulla spalla dell’utilizzatore. Il prototipo in effetti è ancora un po’ scomodo, ma i ricercatori della Carnegie Mellon University che lo hanno sviluppato sono ottimisti: assicurano che riusciranno a rimpicciolirlo fino alle dimensioni di un mazzo di carte, o addirittura di una scatola di fiammiferi, integrandolo magari a qualche altro oggetto, come un orologio, per esempio. Già ora OmniTouch consente di controllare in maniera interattiva varie applicazioni usando le dita per trascinare, selezionare, chiudere, aprire, ingrandire gli elementi. Sì, proprio come su uno smartphone, ma trasformando il proprio avambraccio o un quaderno come monitor. Tra l’altro non è necessaria alcuna calibrazione o strumentazione aggiuntiva: gli utenti semplicemente indossano l’aggeggio e possono usarlo immediatamente. Il funzionamento per certi versi è simile a quello di Microsoft Kinect, e infatti Microsoft ha finanziato e appoggiato il progetto, attraverso il loro centro di ricerca. Il principale artefice del dispositivo è Chris Harrison, della Carnegie Mellon University, che ha lavorato per la Microsoft Research allo sviluppo diSkinput, una tecnologia che usava sensori bioacustici per la rilevazione. In questo caso però si ci sono i sensori ottici, che permettono un’ampia gamma di interazioni. Oltre a tracciare i movimenti, il sistema riesce anche a distinguere un tocco leggero (per spostare o trascinare gli oggetti virtuali) dal click per aprire un’applicazione, per esempio. Harrison e i colleghi Hrvoje Benko e Andrew D. Wilson, hanno presentato la nuova tecnologia all’ultimo simposio dell’ Association for Computing Machinery. L’ambiziosa intenzione dei ricercatori (che si inserisce nel filone dell’ ubiquitous computing) è fondamentalmente quella di sfruttare l’enorme potenziale offerto dalle superfici del mondo reale per usarle come lavagne interattive.

FONTE: gadget.wired.it


lunedì 24 ottobre 2011

Malasanità, 326 casi in Italia dal 2009. Maglia nera alla Calabria

Sono i risultati dei lavori della Commissione d'Inchiesta. Ben 223 si sono conclusi con il decesso del paziente

In quasi 2 anni e mezzo sono stati 470 i casi di malasanità giunti all'esame della Commissione d'inchiesta sugli Errori sanitari, con una media di quasi due al giorno (1,85), di cui 329 terminati con la morte del paziente. A fare però il pienone sono Lazio, Calabria e Sicilia, che insieme totalizzano oltre la metà dei casi (239, rispettivamente 51, 97, 91) tra errori e altre criticità, con una media di 3,6 casi al giorno. Dai dati presentati dalla commissione presieduta da Leoluca Orlando (Idv), che vanno da fine aprile 2009 al 30 settembre 2011, emerge che i presunti errori sanitari sono stati 326, di cui 223 conclusisi con il decesso del paziente.

MAGLIA NERA ALLA CALABRIA - La maglia nera va alla Calabria, con 82 casi di presunti errori e 67 decessi, seguita da Sicilia (57 e 39), Lazio (28 e 17) e Campania (23 e 17). Sul fronte dei presunti errori c'è da segnalare il caso positivo della Sardegna, dove in 29 mesi non ne è stato segnalato nessuno, mentre in Molise uno solo, e anche in Trentino Alto Adige, ma con la morte del paziente. Se a queste cifre si aggiungono anche le altre criticità arrivate all'esame della commissione, la maglia per la regione più virtuosa spetta al Trentino, con un solo caso, seguito da Sardegna e Molise (2), Friuli Venezia Giulia, Basilicata e Marche (3) e Umbria (4). Le cosiddette regioni virtuose, con la sanità migliore in Italia, si collocano nella seconda parte della classifica, con la Toscana a 29 casi di malasanità (18 decessi), Lombardia a 28 (11 morti), Emilia Romagna 24 (16 morti) e Veneto 23 (13 morti). (Fonte: Ansa)

lunedì 17 ottobre 2011

Scoperto in Cile il virus più grande del mondo

Trovato nelle acque dell'oceano Pacifico, è dalle 10 alle 20 volte più largo del normale

Battezzato, a ragione, "Megavirus chiliensis" è il più grande virus mai scoperto, dalle 10 alle 20 volte più largo del normale: isolato in un campione d'acqua dell'oceano prelevato al largo delle coste cilene, infetta probabilmente organismi unicellulari come le amebe.

Come riporta il sito della Bbc, per poterlo vedere non è necessario un microscopio elettronico ma basta un normale microscopio ottico: con 0,7 micrometri di diametro, è più grande di alcuni batteri ma al contrario di questi non è in grado di riprodursi da solo ma deve invadere una cellula ospite per sequestrarne il meccanismo di replicazione del Dna.

FONTE: lastampa.it

giovedì 13 ottobre 2011

Terre rare: nuovi giacimenti per contrastare il predominio cinese


In Australia e California. Ma secondo alcuni analisti non saranno più così «strategiche»

Novità in vista nel mondo poco conosciuto delle Terre rare, termine con il quale vengono indicati 17 elementi della tavola periodica indispensabili alla vita tecnologica di oggi. La scoperta di importanti giacimenti nel Queensland (Australia) e nel deserto del Mojave, in California, potrebbe contribuire allo sviluppo di una situazione sempre più incerta. Nonostante il nome, non sono (molto) più rare di altri elementi come il rame, ma sono pochissimi invece i giacimenti in cui le Terre rare sono concentrate in percentuali tali da renderne l'estrazione conveniente. E il 97% del fabbisogno mondiale, al momento, viene soddisfatto dalla Cina.

UTILIZZI - Lo scorso anno, la decisione del gigante asiatico di limitarne l'esportazione per proteggere le forniture delle proprie industrie in rapida espansione (iniziativa che il Wto, l'organizzazione mondiale per il commercio, ha condannato come illegale), aveva scosso i mercati internazionali. Le Terre rare non sono cosa alla quale attualmente è facile rinunciare: oggi l'europio per esempio serve per gli schermi televisivi, cerio e lantanio fanno funzionare le marmitte catalitiche, il disprosio viene usato negli hard disk dei computer; cellulari, i grandi magneti delle turbine eoliche e diversi dispositivi usati dall'esercito degli Stati Uniti, tra cui le apparecchiature per la visione notturna e i missili Cruise, sfruttano le caratteristiche di questi metalli. Scienziati, economisti e decisori politici stanno valutando possibili soluzioni.

NUOVI GIACIMENTI - Il 10 ottobre esperti dei vari settori hanno presentato i risultati delle proprie ricerche ai membri del Congresso degli Stati Uniti. Alle due proposte più condivise – usare meno Terre rare e migliorare l'efficienza della loro estrazione – l'ufficio presidenziale preposto allo studio di scienza e tecnologia ha risposto con un programma strategico che sottolinea, tra l'altro, l'importanza di diversificare la fornitura di materiale grezzo e promuovere il ricorso a risorse interne. Nel frattempo, nove disegni di legge sul reperimento e la gestione delle Terre rare sono stati sottoposti al governo americano. La scoperta di giacimenti di terbio e disprosio, avvenuta nella miniera abbandonata da dieci anni di Mountain Pass nel deserto del Mojave, potrebbe essere strategica per ridurre la dipendenza statunitense dalla Cina, mentre il deposito di scandio rinvenuto in Australia offre all'industria occidentale materie prime di appartenenza «alleata».

NON COSÌ STRATEGICHE - Chris Berry, fondatore di House Mountain Partners (società che si occupa di analisi geopolitiche specializzata nel settore della gestione delle risorse minerarie) vede le cose in maniera diversa e ipotizza un prossimo «grande aggiustamento». «Oggi le proiezioni della domanda di Terre rare vengono ricalibrate», spiega. «Nel contesto attuale – con l'alto debito pubblico di Stati Uniti ed Europa, e segnali di rallentamento della crescita anche in Cina – è presumibile che anche la domanda di Terre rare diminuirà». Merito degli investimenti di compagnie come Toyota e General Motors nella ricerca di alternative valide ai preziosi metalli da utilizzare per i loro prodotti, come pure della consapevolezza che la Cina non possiede solo i giacimenti di materie prime, ma anche più o meno l'intero processo produttivo. Solo un settore, secondo Berry, non si curerà dell'equilibrio tra domanda e offerta: quello militare. Se esiste la possibilità di sostituire l'uso delle Terre rare nei beni di consumo, così non è per manufatti come le bombe di precisione, che necessitano di magneti in neodimio ferro boro, i laser e i radar, che grazie alle Terre rare offrono ottime prestazioni.

FONTE: Elisabetta Curzel (corriere.it)

domenica 9 ottobre 2011

Il Nobel per la Chimica a Shechtman

Il premio allo studioso israeliano per la scoperta dei quasi-cristalli

Una scoperta impossibile: era stata liquidata così la struttura regolare ma che non si ripeteva mai che la mattina dell’8 aprile 1982 Daniel Shechtman aveva osservato al microscopio elettronico. Ci sono voluti almeno dieci anni perchè la comunità scientifica si accorgesse che si trattava di qualcosa di nuovo e rivoluzionario e quasi 30 perchè quell’osservazione bollata come stravagante venisse riconosciuta con il Nobel.

Esperto di Scienza dei materiali, Shechtman è nato in Israele, a Tel Aviv nel 1941 e si è laureato nel 1972 nell’Istituto di Tecnologia Technion, dove insegna attualmente. È stato il protagonista di una vera e propria battaglia scientifica perchè, come spesso è accaduto nella storia della scienza, Shechtman ha dovuto scontrarsi contro idee ormai consolidate da decenni. Il «dogma» che il ricercatore premiato oggi ha dovuto combattere era quello secondo cui i cristalli sono tali perchè la loro struttura si ripete regolarmente e sempre uguale a se stessa.
Nel microscopio elettronico di Shechtman aveva invece preso forma un’immagine che andava contro ogni legge naturale: nella materia solida gli atomi sono «incastonati» secondo modelli estremamente rigidi e regolari, che si ripetono periodicamente e sui quali la simmetria regna sovrana. Chiunque, nel mondo scientifico, era assolutamente convinto che un cristallo potesse esistere esclusivamente grazie a questa continua ripetizione dello stesso modello. L’immagine che osservava Shechtman era invece completamente diversa perchè i «suoi» cristalli erano ordinati, ma non si ripetevano. Era una cosa considerata impossibile dai suoi colleghi e da ricercatori del calibro di Linus Pauling, due volte Nobel.
La reazione è stata talmente aggressiva da costringere Shechtman a tornare in Israele. Qui ha continuato a lavorare alla sua scoperta insieme ai colleghi Ilan Blech e Denis Gratias, con i quali ha pubblicato sulla rivista Physical Review Letters l’articolo nel quale descriveva le strutture singolari che aveva visto, i quasi-cristalli. L’effetto è stato dirompente e il successo tale da costringere l’Unione Internazionale di Cristallografia a modificare la definizione di «cristallo». I quasi-cristalli hanno anche attratto i matematici, che hanno collegato queste strutture ad una costante irrazionale come la sezione aurea.
Dal momento in cui i quasi-cristalli sono stati riconosciuti come una realtà si è acceso anche l’interesse da parte dell’industria. Hanno infatti caratteristiche interessanti per applicazioni in numerosi campi, primo fra tutti la messa a punto di dispositivi di nuova generazione per il risparmio energetico. Sono infatti degli ottimi conduttori di calore e alcune sperimentazioni in corso li stanno utilizzando come rivestimento per le padelle, oppure per realizzare diodi luminosi (Led) che consumino meno energia.

FONTE: lastampa.it

sabato 8 ottobre 2011

L'acqua della Terra proviene dalle comete. Ora c'è la prova

Il ghiaccio della cometa Hartley 2 ha composizione isotopica molto simile a quella degli oceani

Si rafforza l'ipotesi dell'origine extraterrestre dell'acqua degli oceani. È stata infatti identificata la prima volta sulla cometa 103P/Hartley 2 ghiaccio d'acqua con una composizione isotopica molto simile a quella dell'acqua degli oceani del nostro pianeta. Lo studio, pubblicato sulla rivistaNature, è stato coordinato da Paul Hartogh dell'Istituto Max Planck di Lindau, in Germania, e Dariusz Lis dell'americano Caltec basandosi sulle misurazioni effettuate dall'osservatorio Herschel dell'Agenzia spaziale europea (Esa) e della Nasa.

DEUTERIO - La teoria più accreditata dell'origine dell'acqua sulla Terra spiega che il pianeta, dopo la sua formazione 4 miliardi e 564 milioni di anni fa, era molto caldo e arido. Soltanto 8 milioni di anni dopo la sua nascita, durante una fase nota tra gli scienziati come Late Heavy Bombardment, la Terra si sarebbe arricchita d'acqua, portata dalle comete o dagli asteroidi. Fino a non molti anni fa, la maggior parte degli scienziati propendeva per l'arrivo dell'acqua con gli asteroidi, ma recentemente nuove evidenze hanno dato forza alle comete come origine di almeno il 10% dell'acqua. Secondo questo studio, l'apporto cometario sarebbe addirittura maggiore. La scoperta su Hartley 2 che il rapporto tra idrogeno e il suo isotopo deuterio è identico a quello degli oceani, sembra essere una prova importante, se non decisiva. L'acqua di questa cometa ha un atomo di deuterio (²H2O) ogni 6.200 atomi di idrogeno (¹H2O), nei nostri oceani il rapporto è uno di deuterio ogni 6.400 atomi di idrogeno. Per questa ragione «comete come Hartley 2 devono essere prese in considerazione quando cerchiamo i corpi celesti che hanno potuto portare l'acqua sul nostro pianeta», ha detto Hartogh.
ZONE DIVERSE - Herschel ha analizzato anche la composizione del ghiaccio di altre sei comete (tra le quali Halley ed Hale-Bopp), ma solo quello di Hartley 2 ha mostrato una somiglianza con gli oceani terrestri. Gli astronomi ipotizzano che Hartley 2 sia nata nella Fascia di Kuiper, la cintura di oggetti freddi e ghiacciati che circonda il Sistema solare e che si trova oltre Nettuno in un'orbita da 30 e 50 volte la distanza Terra-Sole. Le altre invece sarebbero partite da una regione ancora più lontana, la cosiddetta Nube di Oort, che si trova 10 mila volte più lontano della Fascia di Kuiper.

FONTE: corriere.it

lunedì 3 ottobre 2011

Salute, clamorosa scoperta nella lotta contro l'Aids

L’Hiv come l’herpes? Se i primi test clinici del vaccino ideato da un’equipe spagnola verranno confermati nei prossimi mesi, il virus dell’Hiv potrebbe essere declassato a “infezione cronica minore”, al pari dell’herpes e dell’Hcv.

I risultati della sperimentazione clinica su alcuni volontari sani del nuovo vaccino MVA-B - sviluppato in Spagna da ricercatori del Centro Nazionale di Biotecnologie di Madrid guidati da Mariano Esteban - sono molto incoraggianti: su 24 volontari sani, 22 hanno sviluppato una risposta immunitaria al virus dell’Hiv dopo aver assunto il vaccino MVA-B, una percentuale del 92%.

Il prossimo passo - spiega il Telegraph - sarà quello di testare il vaccino su persone già infette con il virus Hiv e verificare se possa avere effetti terapeutici, diminuendo la carica virale del virus.


FONTE: quotidiano.net