martedì 29 maggio 2012

Occhiaie scure e profonde? Si può dire stop con l'aiuto dei flavonoidi



Sono molti i correttori in commercio che aiutano a diminuire lo sgradevole inestetismo delle occhiaie. Altamente consigliati sono quelli fluidi, da applicare con il pennello sui punti più scuri.
Ma oltre a coprirle, si può fare qualcosa in più. L’alone bluastro che compare sotto gli occhi è dovuto, infatti, alla ritenzione idrica e ai pigmenti del sangue. Per attenuarlo basta seguire piccoli consigli pratici.

Al mattino scegliere creme a base di arnica e rusco, dall’alto potere astringente. La sera, prima di coricarsi, applicare sulla zona interessata un’emulsione che stimola la microcircolazione e protegge i capillari composta da vitamina C, vitamina K, aloe e soprattutto flavonoidi. Questi ultimi, infatti, essendo dei potenti antiossidanti, sono dei preziosi alleati visto che garantiscono il corretto funzionamento di fegato, sistema immunitario e capillari. Molto diffusi in natura, a loro si devono le sfumature gialle, rosse, azzurre ed arancioni di numerosi frutti (agrumi, mele, albicocche ecc.) ed ortaggi (cavoli, broccoli, spinaci, pomodori, finocchi e cipolle).

Si trovano anche nella centella asiatica, nel cardo mariano, nella vite rossa e nel pungitopo. Per avere un viso meno affaticato, oltre al trattamento cosmetico, quindi, è bene integrare la dieta quotidiana con alimenti ricchi di flavonoidi come il tè verde, i frutti di bosco, il finocchio e il grano saraceno.

FONTE: ilmessaggero.it

lunedì 28 maggio 2012

In Usa via libera al test «fai da te» per il virus Hiv


Nel 7% dei casi può non riconoscere la sieropositività, mentre è difficilissimo che etichetti come sieropositivo chi non lo è

Il Blood Products Advisory Committee, un gruppo tecnico della Food and Drug Administration (l’agenzia Usa per il controllo di farmaci e dispositivi medici) ha raccomandato all’unanimità l’approvazione di un test capace di rilevare la sieropositività al virus Hiv attraverso la saliva. Fin qui niente di nuovo: il test esiste già da tempo, la novità, però, è che potrebbe essere venduto senza bisogno di ricetta, e quindi consentirà di sottoporsi all’esame in totale autonomia ottenendo il risultato in 20-40 minuti. La Fda, in realtà, non ha ancora formalizzato la decisione di immettere sul mercato lo strumento diagnostico, ma l’unanimità dei 17 tecnici non sembra lasciare molti dubbi. La decisione si è basata su studi che hanno preso in considerazione più di seimila persone.
COME FUNZIONA - L’esecuzione del test è molto semplice: il 99% dei partecipanti allo studio lo ha effettuato con successo. Il dispositivo nel 93% dei casi riesce a individuare una persona effettivamente positiva all’infezione (sensibilità del test), ma nel 7% dei casi etichetta come sane persone che in realtà hanno l'infezione. Ottima, invece, la specificità dell’esame, cioè la capacità di evitare di etichettare come malate persone che invece sono sane: solo in un caso su 5.385 c’è stato un esito positivo poi smentito da ulteriori analisi. Il dibattito ora verte sugli effetti di quel 7% di falsi negativi. Se l’esame si diffondesse su larga scala potrebbero essere migliaia le persone che, pur ricevendo un esito negativo, sono in realtà sieropositive e quindi potenzialmente contagiose. Tuttavia, nel valutare i pro e i contro dell’introduzione del nuovo test «non si può non tenere conto di un aspetto: l’Hiv/Aids è un fenomeno caratterizzato da un grande sommerso», spiega Stefano Vella, responsabile del dipartimento del Farmaco dell’Istituto superiore di sanità. Si stima che in Italia, al pari degli altri Paesi occidentali, un sieropositivo su 4 non sappia di essere infetto.
IL SOMMERSO - «Oggi, la necessità di andare in ospedale per sottoporsi all’esame per molti rappresenta un freno. Quindi è positiva la disponibilità di un test che contribuisca a far emergere il sommerso permettendo alle persone sieropositive di curarsi e proteggere gli altri», continua Vella. Di certo, c’è un aspetto da non sottovalutare: «Il test fai da te non consente di effettuare il counseling, fondamentale per educare alla prevenzione dell’infezione e per non lasciare solo il paziente di fronte a una diagnosi di positività - aggiunge l’esperto -. Sull’eventualità che il test possa essere rimborsato dal Servizio Sanitario Nazionale bisognerà comunque fare attente valutazioni di costo/beneficio, perché chi ha paura a fare il test oppure non ha il minimo sospetto di doverlo fare non potrà essere probabilmente "stanato" da un più facile accesso all’esame». Il test fai da te sembra in ogni caso un segnale positivo sul piano culturale. «Finalmente si va verso una "normalizzazione" di questa infezione, che troppo a lungo è stata avvolta da un alone di peccato - conclude Vella -. Far capire a tutti che è possibile prevenirla, che ci si può proteggere e, se positivi, ci si può curare è il primo passo».
FONTE: Antonino Michienzi (corriere.it)

giovedì 24 maggio 2012

Ricavate dalla pelle cellule per riparare il cuore



Ricercatori israeliani, il metodo che evita il pericolo di rigetto

Riparare i muscoli danneggiati del cuore con cellule staminali prelevate dal tessuto epiteliale. È il passo avanti ottenuto in laboratorio da ricercatori israeliani che spiegano di essere riusciti «a trasformare le cellule staminali presenti nella pelle di pazienti con problemi cardiaci in nuovo tessuto muscolare da poter reimpiantare nel loro cuore».

Inoltre avvertono «che con questo sistema, per ora in fase sperimentale, si potrebbe evitare il pericolo del rigetto dei nuovi tessuti una volta impiantati».

La ricerca è stata pubblicata sull’European Heart Journal.

I ricercatori hanno prelevato le cellule della pelle da due uomini con insufficienza cardiaca. In seguito la hanno mixate in laboratorio con un “cocktail” di geni e sostanze chimiche per creare il trattamento definitivo con le cellule staminali.

Il risultato - avvertono - sono cellule identiche alle gemelle sane del muscolo cardiaco. Così una volta trapiantate nei topi - precisa la ricerca - le cellule hanno iniziato ad interagire con il tessuto cardiaco circostante.

«La novità - afferma Lior Gepstein, autore dello studio - è che abbiamo iniziato dimostrando che è possibile prendere cellule dalla pelle di un paziente anziano con uno avanzato scompenso cardiaco e finito verificando che, dopo la sperimentazione, le sue stesse cellule del cuore, in laboratorio, erano sane e giovani. L’equivalente - conclude - delle cellule cardiache di un essere umano appena nato».

FONTE: lastampa.it

lunedì 21 maggio 2012

Qui Campodimele, Latina siamo il paese della longevità



Gli abitanti hanno valori particolarmente bassi di colesterolemia totale e Ldl, il "colesterolo cattivo". E sono più protetti da malattie ischemiche legate ad aterosclerosi e diabete. Uno studio dell'università La Sapienza di Roma ha individuato una variante genetica legata a queste condizioni privilegiate


Meno di mille abitanti accomunati da un segreto davvero prezioso: ottima salute e una singolare longevità. E' a Campodimele, comune laziale in provincia di Latina, che un gruppo di scienziati dell'università La Sapienza di Roma ha individuato uno dei geni che sarebbe alla base della caratteristica più saliente dei suoi cittadini: una vita lunga e poche malattie. 

Il gruppo di ricerca, coordinato da Marcello Arca, ha condotto uno screening accurato sulle caratteristiche genetiche e cliniche degli abitanti del piccolo comune a 150 chilometri da Roma, che presentano valori particolarmente bassi di colesterolemia totale e Ldl.

Dallo studio, pubblicato sulla rivista Journal clinical endocrinology and metabolism, è emersa una mutazione nel gene che sintetizza la proteina chiamata Angptl3. Questa molecola funziona da "freno" all'eliminazione delle lipoproteine che trasportano il colesterolo e i trigliceridi nel sangue. È stato osservato che i soggetti in cui si riscontra la mutazione, oltre a presentare valori bassissimi di colesterolo, godono di una sorta di protezione dalle malattie ischemiche legate all'aterosclerosi e al diabete.

Non è certo la prima volta che si parla di geni della longevità 1 o di enzimi chiave 2per il declino delle cellule, di "cocktail" allunga vita 3. Anche le ultime osservazioni di Arca e colleghi potrebbero avere implicazioni molto importanti per la ricerca farmacologica. "L'esistenza di persone che sono totalmente prive della proteina Angptl3 e che al contempo godono di buona salute - ha dichiarato Arca - ci fa chiaramente ipotizzare lo sviluppo di farmaci diretti contro questa molecola per proteggere i pazienti a rischio di aterosclerosi". 

Molti degli abitanti di Campodimele sono ultracentenari. Un'indagine dell'Oms - progetto Monica, Monitoring of cardiovascular diseases, nato all’inizio degli anni Ottanta - aveva già sottolineato questa particolarità, attribuendola allo stile di vita e all'alimentazione degli abitanti che apparivano particolarmente salubri. Ma in seguito, fra gli abitanti di Campodimele già di per sé "virtuosi", è stato individuato un gruppo di persone con valori particolarmente bassi di colesterolemia totale e Ldl, il "colesterolo cattivo " che causa un aumento delle malattie cardiovascolari legate all'aterosclerosi. Lo studio di questi soggetti aveva fin dall'inizio rivelato l'esistenza di una base genetica per tale vantaggio, ma il gene responsabile non era ancora stato scoperto.

Per cercare una risposta al quesito scientifico, il gruppo di ricerca del professor Marcello Arca ha condotto, con il sostegno della municipalità di Campodimele e dell'Asl di Latina, uno screening accurato per definire con precisione il numero di famiglie e i soggetti con bassi livelli di colesterolemia presenti nel paese, e per studiarne le caratteristiche genetiche e cliniche. E ha contribuito ad ampliare una nuova area di ricerca, rivolta all'individuazione di nuove varianti genetiche che possono avere un ruolo protettivo nei confronti delle malattie, soprattutto di quelle legate all'aterosclerosi.

FONTE: larepubblica.it


giovedì 17 maggio 2012

A giugno il 24° Festival del Fitness, a Roma ci si rimette in forma



La cura del corpo, la ricerca del benessere in questi anni si sono trasformati da moda o tendenza, a stile di vita quotidiano. Ecco allora che dal 14 al 17 giugno 2012 Roma diventa la capitale del fitness.
Per tre giorni, nella splendida cornice di piazza di Siena nel cuore di Villa Borghese, si svolge la 24° edizione del FitFestival.

L’iniziativa consente a tutti i visitatori di avvicinarsi al mondo dello sport in maniera attiva, al di là del semplice consumo televisivo. Basta scorrere i numeri che caratterizzano il Festival: 30.000 mq di spazio che il 24° Festival del Fitness 100.000 gli appassionati previsti; 4 giorni di divertimento puro; oltre 300 giornalisti accreditati; 70 Nazioni, 8500 tra trainers e atleti; almeno 2000 partecipanti al 1km RUN; una piscina; 4 palchi; 4 tatami; 1 ring; 10 treadmill. E ancora 10 stationary bike; 200 bikes per l'indoor cycling; 200 Bosu; 1000 step; 25 Federazioni; le maggiori 4 Associazioni Sportive coinvolte. La macchina organizzativa funziona già a pieno ritmo, visto che 400.000 copie del programma ufficiale sono state distribuite in 6300 Centri Fitness e scuole di Danza, mentre 3.000.000 discount coupon consentiranno un accesso massiccio.

Che quella di Roma sia un’edizione importante lo dimostra anche la partecipazione internazionale: dagli Usa, dall’Australia, da Israele, Russia e Giappone, senza dimenticare gli italiani. Le star del fitness terranno le loro lezioni esclusive e innovative. Il programma degli eventi e delle attività, facilitate dall’eredità delle strutture che sarà lasciata dal Concorso Ippico di Piazza di Siena, è nutritissimo. Si va dalla corsa al playground di basket fino al beach tennis passando per le arti marziali. Possibilità per tutti i gusti dunque, l’importante è non dimenticarsi la tuta.

FONTE: ilmessaggero.it

mercoledì 16 maggio 2012

Vortici d'acqua in fondo al Mediterraneo



«Lenticchie liquide» di 10 chilometri a tremila metri di profondità che si spostano a tre centimetri al secondo

In fondo al Mediterraneo si scandaglia nel buio per andare a caccia degli imprendibili neutrini, sempre più protagonist,i nel bene e nel male, della nuova fisica. Ma nel frattempo i sensibilissimi strumenti hanno scoperto qualcosa di inaspettato e misterioso nelle sue origini. Degli imponenti vortici d’acqua, delle lenticchie liquide estese dieci chilometri si muovono a tremila metri di profondità e, roteando, si spostano rapidi alla velocità di tre centimetri al secondo. Lo racconta sulla rivista scientificaNature Communications Angelo Rubino dell’Università Ca’ Foscari di Venezia che insieme ad un gruppo di altri fisici dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (Infn) stanno indagando un mondo sconosciuto. Già in passato erano stati colti di sorpresa perché trovarono consistenti gruppi di cetacei, in particolare capodogli, dove non dovevano esserci. Ma ora la scoperta intriga di più perché il fenomeno osservato, che in un grande oceano può essere normale, nel piccolo bacino del Mare Nostrum non si capisce perché e come possa manifestarsi.
MISTERO - I fisici guardano laggiù nell’ambito dell’esperimento Nemo (Neutrino Mediterranean Observatory) volto a costruire sotto grandi strati d’acqua dei rilevatori capaci di catturare le effimere particelle, i neutrini appunto, che provenienti dalle profondità cosmiche attraversano impunemente la Terra senza che nessuno se ne accorga. A tal fine, nei fondali del Mare Ionio, a 3500 metri di profondità, sono stati collocati rilevatori di temperature e correnti i quali hanno individuato appunto lo scorrere inaspettato dei dischi acquosi. Da dove vengano per il momento nessun lo sa. Forse, dicono i ricercatori, ci sono delle cause locali o forse sono innescati da lontano, dal Mare Adriatico o dal Mar Egeo. Queste sono solo alcune ipotesi che sembrano emergere dalle simulazioni effettuate con i dati raccolti e che non sembrano regalare grandi certezze. La spiegazione, quindi, è ancora lontana. Nemo, che nel frattempo ha anche cambiato nome (ora si chiama KM3Net), prosegue nelle sue installazioni dopo le primi torri di prova che verificavano il sistema. L’esperimento europeo sui neutrini con Infn da guida sarà realizzato al largo di Capo Passero.
FONTE: Giovanni Caprara (corriere.it)

venerdì 4 maggio 2012

Trentino, energia dagli scarti delle mele


A Pejo una centrale a biomassa insieme a scarti di segheria per alimentare un centro di imbottigliamento

Dagli avanzi delle coltivazioni delle mele in Trentino, passando dalle foreste della Valtellina, fino al sottobosco dei pascoli nel Bellunese. È questo il legno che si trasforma in energia pulita. Un fenomeno in crescita nei territori montani, con più di 7 mila Comuni che utilizzano questa energia alternativa per alimentare centrali, caldaie, e impianti di teleriscaldamento e cogenerazione.
CIPPATO - Un consumo diffuso degli avanzi di segheria, di sterpaglie boschive e di coltivazioni, i cosiddetti cippati, come combustibile per creare, risparmiando sui costi delle bollette, calore ed energia. Inquinando meno e valorizzando risorse territoriali di scarto che altrimenti resterebbero inutilizzate. Acredere nelle biomasse e a investire sullo sviluppo delle fonti rinnovabili, per i risparmi energetici e processi produttivi, non solo le amministrazioni, le cooperative e i consorzi locali, ma anche i grandi gruppi con stabilimenti nelle comunità montane. Tra questi, ad esempio, Sanpellegrino che nella valle trentina di Pejo ha costruito una centrale termica, interamente alimentata a biomassa, nel suo stabilimento di imbottigliamento dell’acqua. Utilizzando, in maniera prevalente, i residui delle coltivazioni delle mele.
LE MELE DEL TRENTINO – Protagonisti d’eccellenza come biomassa della centrale trentina, infatti, gli avanzi dei meleti. Polverizzati, insieme agli scarti di segheria e ai residui boschivi del Parco dello Stelvio, in appositi macchinari chiamati cippatrici e in grado di trasformare il legname in biocombustibile. Creando, in questa maniera, non solo energia pulita ma anche un legame imprescindibile e un sodalizio proficuo con le aree circostanti. «Gli scarti che utilizziamo per la nostra centrale termica», spiega Daniela Murelli, direttore Csr del gruppo Sanpellegrino, «provengono tutti da un raggio massimo che va dai 40 agli 80 chilometri. Permettendo alla nostra caldaia di integrarsi perfettamente con il territorio in cui operiamo. In più, dato che l’impianto ha una potenza termica di circa 5 megawatt, stiamo mettendo a punto un sistema per sfruttare questa energia attraverso una rete di teleriscaldamento. Per ora, l’allacciamento è già stato fatto negli edifici pubblici, come amministrazioni, biblioteche, palazzi comunali e scuole. E», conclude Murelli, «tra un anno collegheremo le case dei centri abitati».
IL TAGLIO DELLE PIANTE MORTE – Vasta, del resto, la possibilità di scelta tra i vari cippati di legno da utilizzare come combustibili. Tendenzialmente scelti a seconda delle disponibilità territoriali. Tra questi, presenti in grande quantità in diverse zone italiane, i tronchi, i rami e le radici delle piante morte dei boschi. Adatti non solo per produrre energia, ma per migliorare lo stato di conservazione e di mantenimento delle aree boschive. Un esempio virtuoso nell’utilizzo di questa pratica, il distretto energetico valtellinese. Che da quasi dieci anni si avvale di impianti centralizzati e di alcune centrali di teleriscaldamento, alimentati con gli scarti dei boschi, rifornendo di calore migliaia di famiglie tra Valtellina, Valchiavenna e Valcamonica. Eliminando anche l'inquinamento e le emissioni di CO2 provenienti da migliaia di caldaie.
IL SOTTOBOSCO – Oltre all’utilizzo delle piante morenti o malate, ci sono anche altre motivazioni che spingono i piccoli Comuni a utilizzare il legno come biomassa. «Un fattore condizionante», spiega Giovanni Piccoli, presidente del Consorzio Bim Piave di Belluno, «è la capacità di produzione del cippato. Ad esempio, nel Bellunese il bosco se non controllato, rischia di invadere le zone di pascolo. Diventando, spesso, un ostacolo per chi vive ancora dell’attività pastorizia. Per questo motivo, tra le leve che ci spingono a utilizzare i cippati come combustibile c’è anche il mantenimento dei profili e dei paesaggi», prosegue Piccoli. «E, per preparare il territorio a utilizzarli al meglio, abbiamo sviluppato, insieme all’ispettorato forestale di Vipiteno e agli esperti austriaci di Innsbruck, un progetto per la mappatura delle biomasse disponibili. Di cui prossimamente presenteremo i risultati. Tra i nostri principali interessi», conclude Piccoli, «c’è quello di sviluppare nel territorio bellunese la microcogenerazione. Anche se, per il momento, più che il combustibile, il nostro problema rimangono le barriere tecnologiche. Quello che ci servirebbe, infatti, sono machinari piccoli, con una potenza sui 7-8 kw che possano non solo adeguarsi al territorio, già forte nel settore idroelettrico, ma anche diventare convenienti come investimento e con tempi brevi di rientro econimico».
FONTE: Carlotta Clerici (corriere.it)