domenica 30 settembre 2012

Curiosity trova tracce di fiumi marziani



Le speculazioni sull’esistenza di acqua su Marte, con tanto di fiumi, si rincorrono da anni. E forse sono destinate a trasformarsi in qualcosa di più, visto che Curiosity, ad appena due settimane dall’inizio delle sua missione scientifica vera e propria, ha rimandato a casa le testimonianze di un fiume marziano. E non nel sottosuolo, come creduto da alcuni scienziati, ma sulla superficie del Pianeta Rosso. 

Ad alimentare le ipotesi, alcuni indizi catturati dal rover nella regione tra il bordo nord del cratere Gale e la base del Monte Sharp. Primo, le caratteristiche di una roccia soprannominata Hotta. Analizzandola da vicino Curiosity ha osservato come in realtà di tratta di una struttura composta di tante piccole rocce (di grandezza variabile: da granelli di sabbia a palline di golf) agglomerate insieme, di forma rotondeggiante. Quasi come, scrive Wired.com, se questa ghiaia fosse stata modellata dal vento o dall’acqua. Più da quest’ultima forse, visto che si tratta di rocce fin troppo grandi per essere mosse, per lunghi percorsi, dal vento. Uno scenario simile è quello visto dal rover nei pressi di una zona denominata Link: un insieme di ciottoli rilasciati da una roccia. 

Tutto questo, insieme alle osservazioni compiute nella zona del Gouldburn - dove i propulsori attivati durante la discesa del rover avrebbero spazzato via lo strato superficiale facendo riaffiorare uno strato roccioso – lascerebbe presupporre l’esistenza di un ruscello su Marte, in passato. Per il quale gli scienziati si sono spinti a calcolare velocità di flusso dell’acqua e durata di scorrimento. 

Dalla grandezza della ghiaia, possiamo dedurre che l’acqua si muoveva a una velocità di circa 3 piedi al secondo (poco meno di 1m/s, nda), con una profondità compresa tra l’altezza di una caviglia e l’anca” ha spiegato William Dietrich della University of California di Berkeley del team scientifico che si occupa di Curiosity: Sono stati scritti molti paper riguardo i canali su Marte con molte diversi ipotesi circa i loro flussi. Questa però è la prima volta che stiamo davvero vedendo ghiaia trasportata dall’acqua su Marte”. 

Il ruscello su Marte avrebbe potuto scorrere per migliaia se non milioni di anni dal bordo del cratere di Gale. Ma non solo. Secondo i ricercatori, scrive la Bbc, il rover si troverebbe di fronte a un conoide alluvionale, ovvero una porzione di terreno a forma di triangolo caratterizzata dai sedimenti lasciati da un corso d’acqua che si espande a seguito di una diminuzione della pendenza del terreno. Gli scienziati avrebbero anche identificato l’origine del cono alluvionale pieno di canali al bordo del cratere, in una regione nota come Peace Vallis

FONTE: Anna Lisa Bonfranceschi (galileonet.it)

sabato 29 settembre 2012

Salute sempre più costosa: dal 2007 aumenti del 14,1% per servizi e prodotti


Confartigianato: nel resto dell'Unione europea sono fermi all’8,4%. La spesa sanitaria è salita del 64,1% dal 2000

Le spese per servizi e prodotti sanitari in Italia sono aumentati del 14,1% in cinque anni, a fronte di un +8,4% nell'Eurozona nello stesso periodo. Dal 2007 a oggi, quindi, il divario è aumentato di 5,7 punti in più rispetto agli altri Paesi.
MEDICINALI E ATTREZZATURE - Lo rileva un rapporto di Confartigianato presentato nell’ambito del Festival della Persona, che si conclude sabato ad Arezzo. A far registrare i maggiori rincari sono stati medicinali, prodotti farmaceutici, attrezzature e apparecchiature medicali. In questo caso, infatti, nell'arco di tempo considerato i prezzi sono saliti del 13,6%, a un ritmo quasi triplo rispetto al 5,0% dell'Eurozona. Uno spread sanitario elevato, e resta alto anche quello dei servizi ambulatoriali: in Italia salgono del 18,0%, 7,6 punti oltre la soglia media del 10,4%.
SPESA PUBBLICA MONSTRE IN 10 ANNI - A spaventare, però, è il divario - in questo caso tra il 2000 e il 2011 - della spesa pubblica per la sanità: in Italia è cresciuta a velocità doppia rispetto al Pil: + 64,1% contro il 31,9% del Prodotto interno lordo. E per il 2012 la cifra spesa è di 114,5 miliardi, pari al 7,2% del Pil e al 14,2% della spesa pubblica complessiva.
INCREMENTI MODESTI AL SUD - Le regioni che in questa fase hanno vissuto una crescita maggiore sono il Friuli Venezia Giulia con un aumento del 75,2% (battuto solo dalla provincia autonoma di Trento: +87,3%), il Molise (+75,1%) e la Lombardia (72,3%), poi Sardegna, Emilia Romagna, Lazio e Valle d'Aosta tutte comprese tra il 66 e il 70% (Guarda la dinamica della spesa del Servizio Sanitario Nazionale per Regione - pdf). Le dinamiche meno accentuate riguardano, invece, l'Abruzzo con il 43,9% davanti alla Calabria (47,9%) e alla Campania (50,0%). Sotto alla soglia del 55% anche Liguria, Piemonte e Marche. Per quanto riguarda i dati dello scorso anno, l'Italia ha speso in media 1.851 euro per ogni abitante. La spesa più elevata è stata registrata a Bolzano con 2.256 euro per cittadino, seguita dalla Valle d'Aosta con 2.222 euro e da Trento con 2.209 euro. La spesa sanitaria pro capite più bassa è stata invece in Calabria, con 1.704 euro per abitante.
LE SPESE 2008-11 DELLE REGIONI - Considerando soltanto il triennio 2008-11, il disavanzo sanitario regionale (tabella in pdf) si è rivelato particolarmente pesante in Lazio (4.958 milioni, pari al 45,0% del totale), in Campania (2.337 milioni, pari al 21,2%), in Puglia (1.103 milioni, pari al 10,0%), in Sardegna (786 milioni, pari al 7,1%), Calabria (632 milioni, pari al 5,7%) e Sicilia (592 milioni, pari al 5,4%). Restano, invece, in attivo l'Emilia Romagna con 113 milioni, seguita da Bolzano con 65 milioni, dal Veneto con 63 milioni, dal Friuli Venezia Giulia con 59 milioni, dalle Marche con 52 milioni, dalla Lombardia con 45 milioni, dall'Umbria con 32 milioni e dal Piemonte con 28 milioni. Questo equilibrio incide, a livello nazionale, per 182 euro per abitante. In Lazio pesa per 865 euro pro capite, mentre tra le regioni che registrano addirittura un saldo in positivo ci sono Bolzano con 128 euro per persona, Friuli Venezia Giulia con 47 euro, e si arriva fino a Piemonte (6 euro per abitante) e Lombardia (4 euro).

venerdì 28 settembre 2012

MELANOMA CUTANEO: ECCO LE LINEE GUIDA ITALIANE


Regina Elena, San Gallicano e Agenas insieme per “guidare” e informare gli operatori sanitari

Raccomandazioni utili, le prime in Italia che provengono da una fonte istituzionale, elaborate da un pull multidisciplinare di esperti. Si tratta delle Linee guida nazionali sulla diagnosi e terapia del melanoma cutaneo, neoplasia con incidenza in continua crescita in tutto il mondo. Negli ultimi 20 anni l’incidenza è aumentata di oltre il 4% all’ anno in entrambi i sessi. I trend recenti indicano un aumento persistente per gli uomini e un rallentamento per le donne.
Le  linee guida clinico-organizzative, elaborate dall’Agenzia per i Servizi Sanitari Nazionali (Agenas) in collaborazione con gli Istituti Regina Elena e San Gallicano, rappresentano uno strumento concreto per orientare i medici  e indirizzarli nella gestione della malattia.

Il melanoma cutaneo ha un incidenza in Italia di 14,3 casi per 100.000 uomini e 13,6 casi per 100.000 donne (dati AIRTUM), ed è al terzo posto per numero di nuovi casi nella fascia di età da 0 a 44 anni. A differenza di molte altre neoplasie il melanoma colpisce anche le classi d’età più giovani, infatti oltre il 50% dei casi viene diagnosticato entro i 59 anni d’età. 
Alla luce del quadro epidemiologico poco incoraggiante, le linee guida sul melanoma intendono essere uno strumento realmente utile nella pratica clinica “per questo – afferma Bruno Rusticali, Coordinatore Linee guida Agenas -  applicabili alla realtà italiana, basate sulle migliori evidenze disponibili, quanto meno equivoche possibile, aperte alle acquisizioni più recenti,  propositive e dinamiche.”
Il manuale ha l’obiettivo di fornire al clinico informazioni e raccomandazioni sul modo più corretto di attuare la prevenzione primaria e secondaria e di gestire i pazienti affetti da melanoma. La diffusione delle  linee guida è promossa tramite un volume completo e un documento informatico scaricabile all’indirizzo www.agenas.it.
La forza delle raccomandazioni è classificata come A, B, C, o D ma la scala non riflette sempre l'importanza clinica delle raccomandazioni. Le migliori pratiche cliniche basate sull'esperienza clinica del gruppo di lavoro sono comunque segnalate con una sigla.
Ma quali sono le principali raccomandazioni che emergono dalle Linee guida?
“Un controllo di routine da uno specialista - chiarisce Caterina Catricalà, Direttore del dipartimento di dermatologia oncologica del San Gallicano e del Melanoma Unit IFO, nonché Responsabile scientifico del progetto - è opportuno se esistono i fattori di rischio che contribuiscono allo sviluppo del melanoma in maniera indipendente e statisticamente significativa: numero dei nevi di un individuo, fototipo e pigmentazione cutanea, episodi di scottature durante l’infanzia e storia familiare o personale di melanoma. Il 10% dei casi di melanoma presenta familiarità. E’ quindi è importante lo studio dei geni coinvolti nell’insorgenza del melanoma cutaneo.”
Il trattamento del melanoma primario, dei linfonodi regionali, delle recidive loco-regionale, la terapia sistemica adiuvante e la terapia del melanoma in fase avanzata, sono alcuni dei capitoli salienti della guida. Per ogni stadio della malattia ci sono indicazioni di trattamenti chirurgici e medici.
Il manuale comprende anche una sezione che tratta del melanoma in gravidanza.
Dal capitolo sulle terapie del melanoma in fase avanzata emerge l’importanza di vigilare sulla  presenza di nuovi farmaci man mano disponibili,  vista la recente evoluzione della ricerca. Infine, in questi casi, si evidenzia la necessità di richiedere la valutazione nei preparati istologici  degli oncogeni mutati  come ad esempio BRAF.


Lorella Salce
Capo Ufficio Stampa 
Istituto Nazionale Tumori Regina Elena
Istituto Dermatologico San Gallicano
Tel. 06 52662753 -348 5294272
Via E. Chianesi, 53 - 00144 Roma



giovedì 27 settembre 2012

Ma il petrolio sta davvero finendo?


“Cheer up: the world has plenty of oil” è il titolo di un articolo apparso di recente sulla rivista on-lineEuropean Energy Review. Che arriva a questa conclusione evidenziando come i più recenti sviluppi delle tecnologie di ricerca e di estrazione del petrolio abbiano condotto a una forte rivalutazione delle riserve del prezioso combustibile. A tal proposito c’è sicuramente da rallegrarsi se queste novità porteranno a una riduzione della bolletta energetica nazionale: 63 miliardi di euro nel 2011, con un aumento del 19% rispetto al 2010. Ma da rallegrarsi un po’ meno pensando all’inquinamento che questa fonte di energia ci dispensa; all’impiego improprio che si fa del petrolio, bruciandolo, anziché impiegarlo come materia prima; e anche al depauperamento delle riserve mondiali, ancorché maggiori del previsto, che sottraiamo alle generazioni future.
Quanto all’esaurimento di questa risorsa, è da parecchio tempo che se ne parla, ogni volta affermando con sicurezza che avrà luogo nel giro di non più di una trentina di anni. Questo avviene periodicamente dai tempi del Club di Roma, ormai quarant’anni fa. Ma anche da parecchio prima, perché ricordo di aver letto quanto segue in un articolo pubblicato nel 1887 su una autorevole rivista inglese (della quale ho sventuratamente perso il riferimento): “Non si può dubitare, temo, che si è attinto così largamente alle riserve di petrolio e di gas che fra non molti anni ne resterà ben poco... I segni dell’esaurimento sono ben visibili .... È praticamente impossibile che si trovino nuovi campi petroliferi confrontabili con quelli noti oggi.”
Dunque con buona pace della teoria del picco del petrolio, basata sugli studi del geofisico statunitense Marion King Hubbert, secondo la quale la produzione delle risorse minerarie è inizialmente soggetta a una fase iniziale di crescita rapida, per raggiungere poi un picco di produzione oltre il quale si ha un declino. Che sarebbe inarrestabile anche a fronte di nuovi investimenti perché questi diventano via via sempre più onerosi, fino a risultare economicamente insostenibili.
Ma su questo le opinioni degli esperti sono discordanti: c’è chi sostiene che il picco della produzione del petrolio sia stato addirittura già raggiunto e oltrepassato, mentre altri ritengono invece che sarà il picco della domanda ad arrivare prima del picco della produzione, a fronte della graduale attuazione dei provvedimenti dei vari governi indirizzati a diminuire l’impiego di questo combustibile per ridurre le emissioni di CO2.
E qui è interessante menzionare il caso degli Stati Uniti, dove il picco della produzione di petrolio venne raggiunto nel 1970, tanto che negli anni ’90  le importazioni arrivarono a superare la produzione interna. Ma dove oggi la produzione è tornata a crescere assai vivacemente; con la prospettiva, anche a causa della contrazione della domanda interna, che questo paese diventi addirittura un esportatore.
Del resto la natura ricorsiva delle previsioni nel campo dell’energia non riguarda soltanto l’esaurimento del petrolio. Un altro buon esempio riguarda l’avvio della produzione di elettricità proveniente dalla fusione nucleare. Anche di questo se ne parlava quando ero studente, negli anni ’50 del secolo scorso, prevedendo che ci si sarebbe arrivati nel giro di una trentina di anni. E questa previsione si è mantenuta tale col passare del tempo, perché oggi si parla del 2050 per il collegamento alla rete elettrica di un reattore a fusione.
Il boom crescita del fotovoltaico in Italia
Proviamo un fremito di orgoglio patriottico nella desolazione economica che ci attanaglia di questi tempi. Perché, come leggiamo in un recente rapporto (1) del GSE (Gestore Servizi Energetici): “L’Italia si colloca nel 2011 al secondo posto nel mondo per capacità fotovoltaica totale in esercizio alle spalle della Germania e al primo posto, davanti alla stessa Germania, per nuova capacità installata nell’anno. È il risultato di una rincorsa che dal 2007 ha visto ogni anno più che raddoppiare il numero degli impianti esistenti a fine anno precedente e più che triplicare la potenza in esercizio.”
Più precisamente, nel corso del 2011 la potenza fotovoltaica installata è cresciuta da 3,5 GW a 12,8 GW (a cui nei primi mesi del 2012 si sono aggiunti altri 2,6 GW). Una potenza veramente gigantesca, che rappresenta il 10% di tutto il parco di generazione nazionale e che fra l’altro è assai maggiore delle più ambiziose proposte di installazione nucleare che erano state avanzate prima del referendum del 2011. 
Però un conto è la potenza, un altro l’energia. Perché l’energia elettrica generata effettivamente dal fotovoltaico nazionale nel 2011 ammonta a 10,8 TWh (miliardi di chilowattora) a fronte di un consumo complessivo di 332 TWh, coprendo dunque appena il 3,3% del fabbisogno (al quale le importazioni di elettricità nucleare, non dimentichiamolo, contribuiscono per il 14%). Va ricordato infatti che la fonte fotovoltaica è fortemente intermittente (alternarsi del giorno e della notte, variazioni della copertura di nuvole), per cui la produzione annua di elettricità ammonta soltanto a una piccola frazione di quella massima (quando il Sole è allo zenit e non vi sono nubi). E infatti il Gestore Servizi Energetici dichiara che nel 2011  le ore equivalenti di funzionamento del fotovoltaico sono state 1114, cioè circa un ottavo del totale (8760 ore).
Quanto poi al fotovoltaico “nazionale”, va detto che l’attributo riguarda certamente la dislocazione geografica dei pannelli, assai meno la loro provenienza, che in larga misura è straniera, prevalentemente cinese. Portando a concludere che con questa vicenda si è persa un’ottima occasione per potenziare l’industria nazionale del settore, per non parlare della ricerca scientifica e tecnologica. Perché la spesa investita negli incentivi economici che hanno reso tanto appetibile l’installazione dei pannelli fotovoltaici è veramente assai rilevante: oltre 6 miliardi di euro. Che non è a carico dello stato, ma la si ritrova in una apposita maggiorazione della bolletta elettrica che tutti noi paghiamo.
Un’altra osservazione riguarda il fatto che vaste estensioni di ottimo terreno agricolo pianeggiante sono oggi ricoperte da pannelli fotovoltaici, come si osserva viaggiando attraverso l’Italia: una scelta che non appare molto sensata dato che sottrae terreno alla produzione di alimenti, similmente del resto a quanto avviene per le culture destinate alla produzione di biocombustibili. È chiaro infatti che sarebbe assai più opportuno dedicare al fotovoltaico le coperture di edifici e capannoni. Anche su questo punto il rapporto del GSE ci informa puntualmente: la potenza fotovoltaica totale installata a terra, poco più di 6 GW, è circa uguale a quella non a terra. Con una nota positiva riguardante gli impianti fotovoltaici a sostituzione di coperture di amianto, per i quali l’incentivo di legge è maggiorato, perché si tratta di oltre 16000 impianti con la bonifica di quasi 13 milioni di metri quadri.
FONTE: Giovanni Vittorio Pallottino (galileonet.it)

mercoledì 26 settembre 2012

Il navigatore che fa inquinare di meno


Creativitàspirito imprenditoriale e competenze informatiche. Sono questi gli ingredienti principali per mettere su un'azienda di successo nel settore Ict (Information and Communication Technology): se ne parlerà nel summit Internet as Innovation Eco-System, che andrà in scena a Riva del Garda dal 4 al 6 ottobre 2012. Il convegno, organizzato da Create-net (Center for REsearch And Telecommunication Experimentation for NETworked communities, un consorzio internazionale di ricerca con sede nel capoluogo trentino), sarà un'occasione per tutte le aziende e i giovani imprenditori che desiderano incontrare sponsor e investitori europei e partecipare a competizioni per accaparrarsi finanziamenti per realizzare i loro progetti imprenditoriali.
Durante la due giorni saranno presentati in anteprima europea due progetti d'eccellenza nel settore della mobilità ecosostenibile e della salute mentale. Il primo è SuperHub (SUstainable and PERsuasive Human Users moBility in future cities), e punta a sviluppare una nuova generazione di servizi multimediali per aiutare i cittadini a districarsi nel traffico e inquinare meno con i mezzi di trasporto privati. L'idea è nata nell'incubatore italiano di progetti di Create-net, ed è molto di più di un semplice navigatore satellitare: si tratta di una piattaforma apertagratuita, disponibile su web e su applicazioni mobili, che consentirà agli utenti di costruire il proprio itinerario di viaggio a seconda della propria inclinazione ambientale, esigenza di mobilità, costo e durata del percorso, eventi imprevisti che modificano il traffico cittadino. SuperHub integrerà in un unico canale le diverse opportunità offerte dai gestori di trasporto pubblico e privato, compresi i sistemi di car sharing car pooling (la condivisione dello stesso mezzo di trasporto), con lo scopo di ottimizzare l'utilizzo di tutte le risorse a disposizione del cittadino.
Sempre dall'incubatore trentino viene il progetto Monarca. Si tratta di un sistema per aiutare i malati bipolari o maniaco-depressivi a entrare in contatto con l'assistenza medica in modo il più possibile obiettivo e non filtrato dallo stato d'animo del momento. Monarca si compone di cinque strumenti principali: un'app per cellulare che propone al paziente questionari di monitoraggio, un orologio che rileva la frequenza del battito cardiaco, un sensore integrato in un calzino per misurare lo stato di stress del paziente, una sorta di cuffia per effettuare un elettroencefalogramma domestico e un'interfaccia web. L'insieme di tutte queste informazioni viene inoltrato sistematicamente al medico curante, che può così monitorare in tempo reale lo stato di salute del paziente.
Nel video, la puntata della trasmissione online Trentino extra in cui i ricercatori di Create-net descrivono i progetti SuperHub e Monarca.
FONTE: Sandro Iannaccone (galileonet.it)

lunedì 24 settembre 2012

Terremoti: ecco il tessuto salvavita per l'edilizia


Dalle tecnologie tessili per l'edilizia arriva il tessuto scudo da applicare a pareti e soffitti che può salvare la vita in caso di terremoto.
Molto resistente ed elastico, sotto la forza del sisma il nuovo tessuto per edifici si flette, si deforma, ma non si rompe e riesce a contenere le mura fratturate impedendo il crollo improvviso. In questo modo le persone hanno il tempo per mettersi al sicuro.
Il tessuto barriera per l'edilizia e il restauro si chiama Aegis ed è stato ideato e prodotto dal Gruppo Lenzi di Prato. Si tratta di una rete in poliestere e acciaio intrecciati capace di allungarsi fino al 26% della dimensione originaria.
Il tessuto a rete da agganciare alle strutture portanti va applicato sotto l’intonaco degli elementi non strutturali degli edifici in laterizio come pareti divisorie e di tamponamento, decori, parapetti.
Le simulazioni mettono in luce che il nuovo tessuto è più resistente ed elastico rispetto ad analoghi sistemi in fibra di vetro e in polipropilene, inoltre l'applicazione è semplice, veloce ed economica.

FONTE: Cristina Gandola (scienzenews.it)

domenica 23 settembre 2012

Ipotesi ritorno della foresta fossile. La causa è il riscaldamento climatico


(Foto di Marco Barcarotti)

Quasi tre milioni di anni fa ricopriva l’isola di Bylot: potrebbe tornare in vita entro la fine del secolo


Ricopriva un’isola del Canada settentrionale oltre due milioni e mezzo di anni fa; nel giro di meno di cento anni potrebbe riprendere vita: il paleo-scenario è stato dipinto da una squadra di ricercatori dell’Università di Montreal, guidata da Alexandre Guertin-Pasquier, che ha presentato lo studio ierialla Conferenza annuale dei paleontologi canadesi. La causa: il pianeta che si riscalda.
UNA FORESTA SCONGELATA - I resti fossili dell’antica foresta boreale sono stati recentemente scoperti sull’isola di Bylot: si tratta di una di quelle foreste che sta ora riemergendo da una lunghissima ibernazione. L’isola di Bylot giace nei territori Nunavut, nell’estremo nord del Canada. È attualmente una delle isole disabitate più grandi al mondo: solo gli Inuit ci si recano stagionalmente per le loro battute di caccia. La foresta fossile ricopriva rigogliosa l’isola tra 2,6 e 3 milioni di anni fa, come ha dimostrato l’analisi paleomagnetica dei sedimenti ancora presenti nel terreno dall’epoca in cui era viva. Le particelle di magnetite sono infatti allineate con l’orientazione magnetica del pianeta, e permettono quindi una datazione, in base al fatto che il polo Nord magnetico si muove nel tempo, e lo spostamento dei poli magnetici terrestri è relativamente ben documentato. La foresta era probabilmente simile a quelle oggi presenti nell’Alaska meridionale, dove pini, abeti e salici crescono ai margini di alcuni ghiacciai.
LO SCIOGLIMENTO - I ricercatori hanno analizzato campioni di legno ritrovati sotto la torba e il permafrost che ricopre parte dell’isola, un’analisi resa possibile dal fatto che quel permafrost si sta sciogliendo a una velocità ancora più preoccupante di ciò che gli esperti avevano previsto – liberando nell’atmosfera le massicce quantità di metano che secondo gli scienziati climatici contribuirà drammaticamente ad aumentare il riscaldamento globale. L’équipe dell’Università di Montreal ha anche cercato campioni di polline, che permettono di scoprire il tipo di flora che ricopriva un tempo quelle terre, e stimare quindi le temperature presenti all’epoca: quel genere di foresta si sviluppa quando la media annuale è di zero gradi.
UN ALBERO NON TROPPO BENVENUTO - Attualmente la temperatura media annuale sull’isola di Bylot è di -15 ºC, ma ciò sta rapidamente cambiando: secondo gli scienziati, le condizioni climatiche presenti quando quelle foreste fossili erano vive saranno di nuovo attuali nel giro di 80 anni. Non sarebbero chiaramente i medesimi alberi a rigermogliare, ma alberi dello stesso tipo a trovare terreno fertile. «Secondo i modelli computerizzati, le condizioni climatiche potranno sostenere la crescita dei tipi di albero che abbiamo trovato nella foresta fossile, inclusi probabilmente querce e noci – ha dichiarato Guertin-Pasquier – Ci vorrà del tempo ovviamente perché un’intera foresta si sviluppi di nuovo, ma i risultati dimostrano che i nostri nipoti potranno probabilmente piantarci un albero e vederlo crescere». In questo caso, veder crescere un albero potrebbe non essere una gioia.

sabato 22 settembre 2012

Misurare la glicemia senza aghi


SVILUPPATO UN BIOSENSORE CHE MISURA LA CONCENTRAZIONE DI GLUCOSIO DA SUDORE O LACRIME, UNA NOVITÀ PER I MALATI DI DIABETE

Per i malati di diabete, pungersi ogni giorno le dita è una parte abituale delle loro vite, ma un nuovo minuscolo biosensore in grado di misurare i livelli di glucosio dal fluido delle lacrime li potrebbe presto liberare dal dolore di queste punture.

Attualmente, i pazienti con il diabete di tipo 1 devono mettere una piccola goccia di sangue su una striscia per test; questo è l'unico modo che hanno per verificare il livello del glucosio nel sangue, allo scopo di iniettare la giusta quantità di insulina di cui hanno bisogno. Oltre a essere un'operazione spiacevole e spesso dolorosa che deve essere compiuta più volte al giorno, le punture possono anche causare infiammazioni o cheratinizzazione della pelle.

Il nuovo approccio non invasivo per la misurazione, progettato da un team di ricercatori tedeschi della Fraunhofer-Gesellschaft a Monaco, contiene un minuscolo microprocessore che combina misurazione e analisi digitale. Le informazioni raccolte dal microprocessore vengono poi trasmesse via radio a un dispositivo mobile che permette ai pazienti di tenere sempre sott'occhio i loro livelli di glucosio.

Riuscirà il nuovo sistema diagnostico del team tedesco a relegare le punture nei libri di storia e a portare a un uso diffuso dei dispositivi di misurazione remota?

Il biosensore innovativo, che deve essere collocato sul corpo del paziente, può misurare i livelli di glucosio in modo continuo usando i fluidi dei tessuti, come sudore o lacrime, al posto del sangue.

Il principio su cui si basa la misurazione è una reazione elettrochimica attivata con l'aiuto di un enzima. La glucosio ossidasi trasforma il glucosio in perossido di idrogeno (H2O2) e altre sostanze chimiche la cui concentrazione può essere misurata mediante un potenziostato. Questa misurazione è usata per calcolare il livello di glucosio.

Tom Zimmermann, della Fraunhofer-Gesellschaft, ha commentato: "[Il microprocessore] ha persino integrato un convertitore analogico digitale che trasforma i segnali elettrochimici in dati digitali. In passato, era necessario un circuito stampato grande quanto la metà di un foglio A4. Inoltre era necessario avere un driver. Ma persino questi oggetti non sono più necessari con il nostro nuovo sensore."

Questo sensore inoltre consuma molta meno energia rispetto ai precedenti tentativi di sviluppare simili sistemi. Mentre prima erano necessari 500 microampere a 5 volt, ora sono necessari meno di 100 microampere, e ciò significa che il sistema dura molto più a lungo, permettendo al paziente di indossare il sensore per settimane o persino mesi. 

FONTE: molecularlab.it

venerdì 21 settembre 2012

IgNobel, ecco le ricerche più improbabili del 2012



(Nella foto: lo speechjammer)

Non potevano mancare e ci sono stati: lanciati con precisione millimetrica, fatti planare a caso o caduti rovinosamente al suolo. Gli aeroplanini di carta sono una tradizione alla cerimonia degliIgNobel (#IgNobel), i premi assegnati alle ricerche scientifiche più strambe dagliAnnals of Improbable Research.  E anche ieri sera (o meglio la scorsa notte), nel corso della ventiduesima edizione del premio, hanno fatto la loro comparsa. Insieme a reggiseni usati come mascherine in caso di esplosioni nucleari, diamanti finti in versione XL, importanti Premi Nobel finalmente liberi di comportarsi come bambini, e soprattutto al fantastico presentatore-cappellaio matto Marc Abrhams (fondatore ededitor degli Annals, nonché mattatore della serata da ormai più di vent’anni), hanno dato vita anche quest’anno a uno show spettacolare, che avrebbe molto da insegnare a importanti cerimonie ormai diventate noiose e impomatate. 

Tema dell’anno l’Universo, celebrato come di consueto da un’opera lirico-teatrale quest’anno più godibile del solito. Ma una menzione d’onore va indubbiamente alle 24/7 Lectures: interventi lampo di 24 secondi, seguiti da riassunti di 7 parole in cui eminenti scienziati spiegano al grande pubblico temi particolarmente astrusi. Qualche esempio? Rick Roberts. Premio Nobel per la Medicina nel 1993, ha parlato delleforme di vita basate sull’arsenico. Ecco le sue sette parole " only assholes believe arsenic can support life" (solo gli idioti credono che l’arsenico possa permettere la vita). Indimenticabile, poi, ogni singolo intervento delle S weetie Boo (quest’anno erano in due) che interrompevano il discorso di accettazione del premio più lungo di 60 esattissimi secondi con Ora basta, mi sto annoiando, ora basta mi sto annoiando…”, ed estremamente godibile quest’anno anche l’opera lirico-teatrale, nella quale si cercava disperatamente di disegnare un abito adatto all’ Universo, tema dell’edizione 2012. 

Ma i veri protagonisti della serata, svoltasi anche quest’anno al Sanders Theater di Harvard, sono stati loro: gli studi premiati, che hanno ben meritato il riconoscimento vinto, e i loro autori, che hanno accettato questo inaspettato momento di gloria con grazia e autoironia. Eccoli tutti e dieci. 

Psicologia
Il primo a essere stato assegnato nel corso della movimentata serata. Ed è andato aAnita Eerland (Open University), Rolf Zwaan (Erasmo University Rotterdam) e Tulio Guadalupe (Max Plank Institute), per il loro studio su come piegarsi verso sinistra faccia apparire la Torre Eiffel più piccola. Provare per credere. 

Pace
Il premio IgNobel per la pace è stato assegnato all’azienda russa SKN company per aver convertito antiche munizioni russe in diamanti falsi. I suoi rappresentanti hanno ricevuto il premio portandosi dietro un enorme gigante gioiello finto - o meglio un vero nanodiamond, come lo chiamano i suoi creatori. Chissà se a Marylin Monroe avrebbero fatto lo stesso effetto di quelli veri. 

Acustica
Lo speechjammer creato da Kazutaka Kurihara e Koji Tsukada si è aggiudicato il premio per l’acustica. È un dispositivo per confondere e interrompere una persona mentre fa un discorso facendogli riascoltare le sue stesse parole e la sua medesima voce con un ritardo di qualche secondo. 

Neuroscienze
A  Craig BennettAbigail BairdMichael Miller e George Wolford per aver effettuato una risonanza magnetica funzionale su un salmone morto. E aver trovato un segnale di attività. A dimostrazione del fatto che con le moderne tecnologie un neuroscienziato può tutto. 

Chimica
Lo scorso anno i neoinquilini di alcune case appena costruite ad Anderslow in Svezia sono uscite dalla doccia con i capelli color verde spento e non del biondo etereo che mezzo mondo invidia. I vincitori del premio IgNobel per la chimica è Johan Pettersson, colui che ha risolto questo mistero: tutta colpa del rame. 

Letteratura
Non c’è bisogno di scrivere un grande classico per vincere questo premio. Basta stilare un rapporto su un rapporto su un rapporto nel quale si raccomanda di scrivere un rapporto su un rapporto a proposito di un rapporto. Come ha fatto il General Accountability Office del governo statunitense. Chiaro no? 

Fisica
Immaginate di essere un professore della Stanford University (California) e di fare una corsetta nel campus ogni mattina. E di incontrare, tutte le volte, decine di studentesse che fanno jogging anche loro. Su cosa cadrà la vostra attenzione? Ovviamente sulle loro code di cavallo, proprio come è successo a Joseph Keller. Il quale, insieme aRaymond Goldstein (di Cambridge), Patrick Warren e Robin Bal ha vinto il suo IgNobel grazie allo studio delle forze dietro alla forma e al movimento di questa acconciatura. Ieri sera Keller è anche stato ripescato come vero vincitore di una versione passata degli Ignobel, sempre nel campo della fisica, per aver disegnato una teiera che non gocciola. 

Fluidodinamica
Capita sempre, per lo meno a chi beve il lungo e brodoso caffè americano, ma anche a chi si porta in giro la tazza di tè da una stanza all’altra: il liquido si rovescia sul pavimento. Per sapere perché basta leggere lo studio che si è aggiudicato questo premio, andato a Rouslan Krechetnikov (Ucsb) e Hans Mayer. 

Anatomia
Frans de Waal e Jennifer Pokorny hanno ricevuto il premio IgNobel per l’anatomia per aver scoperto che gli scimpanzé possono identificare altri scimpanzé di loro conoscenza guardando fotografie del loro lato B. No Comment. 

Medicina
Ultimo ad essere assegnato, questo riconoscimento è andato a Emmanuel Ben-Soussan per aver suggerito ai medici che effettuano una colonscopia un modo per ridurre il rischio che i  loro pazienti esplodano durante la procedura (un accumulo di gas, a causa della natura elettrica del colonscopio, può dare luogo una piccola esplosione che può avere come conseguenza una grave perforazione del colon, ma è un evento estremamente raro, correlato a particolari patologie o all’asportazione di polipi). Ricerca, per stessa ammissione dello scienziato, molto rumorosa.

FONTE: Caterina Visco (galileonet.it)

mercoledì 19 settembre 2012

Una proteina del sangue riduce i danni dell'ictus



Uno studio dell'Istituto Mario Negri di Milano: "spegnerla" riduce i danni cervello e allunga di 20 ore il tempo utile per intervenire

“Spegnere” una proteina del sangue per ridurre i danni al cervello causati dall'ictus. E per allungare da 4 a 24 ore la finestra temporale in cui l'intervento medico può risultare efficace.

A indicare una nuova strategia contro l'infarto cerebrale è uno studio internazionale guidato dall'Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri di Milano, pubblicato su Circulation. La ricerca, coordinata da Maria Grazia De Simoni, responsabile del Laboratorio infiammazione e malattie del sistema nervoso del Mario Negri, è stata finanziata anche da Fondazione Cariplo e ministero della Salute.

La proteina nel mirino del team di scienziati si chiama Mbl (Mannose Binding Lectin) e appartiene al cosiddetto sistema del complemento, elemento chiave del sistema immunitario.

«Si possono identificare due aspetti importanti nel nostro studio - spiega De Simoni - La nostra ricerca innanzi tutto svela un meccanismo completamente nuovo responsabile del danno cerebrale indotto da ictus, molto precoce e caratterizzato dalla deposizione della proteina Mbl sui microvasi cerebrali ischemici. In secondo luogo, dimostra che interferire con questo meccanismo bloccando Mbl con diverse strategie farmacologiche consente di ridurre il danno cerebrale con una finestra terapeutica d'intervento di 18-24 ore».

Utilizzando modelli animali di ischemia cerebrale, i ricercatori hanno infatti ottenuto una forte riduzione del danno ischemico sia somministrando un anticorpo che blocca Mbl (sviluppato dal gruppo di Gregory Stahl dell'Harvard Institutes of Medicine di Boston), sia utilizzando una nuova molecola ideata e sintetizzata dal gruppo di Anna Bernardi del Dipartimento di chimica dell'università degli Studi di Milano, in collaborazione con l'equipe di Javier Rojo del Csic Siviglia, e caratterizzata nel laboratorio di Marco Gobbi del Mario Negri.

Nonostante i recenti progressi nella gestione dei pazienti ischemici (diagnosi precoce, trombolisi, creazione di stroke unit e riabilitazione) - si ricorda in una nota dell'Istituto diretto da Silvio Garattini - l'ictus continua ad avere una prognosi estremamente sfavorevole, rappresentando una delle principali cause di morte e la prima causa di disabilità grave nei Paesi industrializzati. A tutt'oggi l'unica terapia disponibile per l'ischemia cerebrale è l'attivatore tissutale del plasminogeno (tPA). Ma meno del 5-7% dei pazienti può essere sottoposto a questo trattamento, perché il farmaco può avere gravi effetti collaterali e non può essere somministrato oltre le 4,5 ore dall'evento ischemico.

«Per questi motivi - continua De Simoni - necessario identificare nuove terapie efficaci contro l'ictus che abbiano una finestra terapeutica più ampia, con lo scopo di aumentare la percentuale di pazienti che possa beneficiarne. La scoperta che inibire Mbl in maniera specifica conferisce protezione anche quando si interviene molte ore dopo l'evento ischemico - sottolinea la ricercatrice - consentirà di sviluppare una nuova e promettente terapia per i pazienti colpiti da ictus».

«L'attività di Mbl a seguito di un evento ischemico - precisa Bernardi della Statale di Milano - dipende dall'interazione con specifici carboidrati nel cervello. La nuova molecola, messa a punto nei laboratori dell'ateneo meneghino, mima con successo la struttura di questi zuccheri e inibisce Mbl in modo specifico. Questo è un altro eccellente esempio di come i recenti sviluppi della chimica dei carboidrati stiano portando a nuovi importanti risultati nel campo delle scienze mediche».

FONTE:  lastampa.it

martedì 18 settembre 2012

Lanciato il satellite ‘Metop-B’, sarà la nuova sentinella europea del clima



Lanciato Metop-B, la nuova sentinella europea del clima. Metop-B e’ stato lanciato alle 18,39, ora italiana, dalla base di lancio russa a Baikonur, nel Kazakhstan, e avra’ l’obiettivo di contribuire alle previsioni meteorologiche e monitorare i cambiamenti climatici dallo spazio per almeno 5 anni. Trasportato da un lanciatore di tipo Soyuz, Metop-B raggiungera’ nelle prossime ora la sua orbita definitiva a circa 800 chilometri di altezza, di tipo polare, da dove dara’ fondamentali contributi alla meteorologia e allo studio del clima. Le operazioni di messa in orbita del satellite sono guidate dall’Agenzia Spaziale Europea (Esa) che, una volta verificato nei prossimi mesi il corretto funzionamento della strumentazione, affidera’ Metop-B al controllo di Eumetsat, l’Organizzazione europea per l’utilizzo dei dati meteo da satellite. Metop-B e’ il secondo di una serie di tre identici satelliti meteorologici in orbita polare che provvederanno, in maniera complementare con i satelliti MeteoSat posti a 36.000 chilometri di distanza, a monitorare costantemente il clima. Metop-B fornira’ informazioni dettagliate su temperatura e tasso di umidita’ della superficie terrestre e oceanica oltre ai dati su venti, correnti marine e livelli di ozono.

FONTE: meteoweb.eu

lunedì 17 settembre 2012

Cellule staminali del cordone ombelicale: donazione pubblica e conservazione privata



A cura dell' Ufficio Stampa Sorgente

Oggi grazie al raggiungimento di continui risultati positivi in ambito medico, è dimostrato quanto l’uso delle cellule staminali sia di fondamentale importanza per il trattamento di numerose patologie. Le cellule staminali sono contenute anche nel sangue del cordone ombelicale di ogni bambino appena nato, di conseguenza ogni nuova famiglia si trova di fronte a una scelta delicata e fondamentale.
Donazione del cordone ombelicale o conservazione privata? Cosa scegliere? E come farlo in modo consapevole? Proviamo a dare alcune informazioni necessarie riguardo alle due realtà proposte, in modo che i neo genitori possano scegliere con serenità.
La strada della conservazione privata comporta il prelievo delle cellule dal cordone che verranno poi crioconservate in biobanche, rimanendo di completa proprietà della famiglia. Grazie alla conservazione privata, le staminali, in caso di necessità, possono essere utilizzate per trapianti autologhi, cioè quando le cellule vengono infuse nella stessa persona che le ha generate, oppure allogenici intra-familiari ossia quando il trapianto avviene su un membro della famiglia del donatore.
L'uso di cellule staminali del cordone ombelicale conservate privatamente ha dato luogo a diversi risultati positivi: una bimba affetta da leucemia linfoblastica acuta oggi è una ragazzina di sei anni completamente sana con una vita normale1; così come il piccolo Jan, affetto da anemia aplastica curato grazie alle cellule sane del fratellino, oggi ha di nuovo delle speranze2.

In Italia, il Decreto Ministeriale del 18 Novembre 2009 ha stabilito che la conservazione privata può essere effettuata solamente in biobanche estere e quindi spesso la decisione è affidarsi al sistema sanitario pubblico. Il campione in questo caso viene conservato in una delle strutture pubbliche presenti sul nostro territorio nazionale e potrà essere utilizzato, nel caso in cui venga riscontrata compatibilità, nel corso di trapianti allogenici. Il Ministero della Salute3 ha predisposto che, solo nel caso in cui vi siano rischi di patologie "geneticamente determinate" per il nascituro, la famiglia può decidere per la conservazione dedicata ad uso autologo. Nonostante nel nostro Paese sia presente addirittura il 10% delle strutture mondiali, il CNS (Centro Nazionale Sangue) ha dimostrato che il numero di campioni donati nelle banche apposite è comunque molto basso: nel 2011 ad esempio, sono state conservate solamente il 3.1424 delle 22.166 unità di sangue prelevate contro un numero di nascite pari a circa 550mila neonati5.
L’obiettivo comune ad ogni modo, sia nella donazione che nella conservazione, dovrebbe essere combattere lo spreco delle cellule staminali del cordone che è ancora una realtà consolidata. Sono risorse molto preziose, dal valore inestimabile dal punto di vista di medico. Una giusta informazione per le nuove famiglie darebbe la possibilità di prendere una decisione tanto delicata, quanto difficile.

Per ulteriori informazioni: www.sorgente.com


Note:
1. Clicca qui per scaricare il documento.
2. Clicca qui per scaricare il documento.
3. Decreto Ministeriale 18 novembre 2009 “Disposizioni in materia di conservazione di cellule staminali da sangue del cordone ombelicale per uso autologo-dedicato”.
4. Report 2011 riportato dal CNS.
5. Dati Istat.