martedì 29 ottobre 2013

Medicina orientale e occidentale, il connubio è possibile


Un noto erborista americano tenta di trovare una possibile interpretazione della fitoterapia occidentale utilizzando una visione per lo più orientale. E il risultato è eccellente

In base a quanto sappiamo oggi, la medicina occidentale – anche quella “alternativa” – potremmo affermare che è distante anni luce dalla visione orientale.
Ciò non significa che sia migliore l’una o l’altra, ma semplicemente che sono due metodiche distinte e distanti in termini di concezione salutistica. Eppure, sarebbe doveroso per un medico riuscire a trovare un punto di incontro che possa finalmente mettere pace alle numerose diatribe aperte tra la moderna visione occidentale e l’arcaica orientale.

Ad aver trovato un possibile connubio è Michael Tierra, nel suo libro “Grande Manuale di Erboristeria”, edito dalle Edizioni Mediterranee. Si tratta di un volume stampato nel lontano 1995, quindi quasi introvabile, ma dall’immenso valore.
Per chi “mastica” un po’ di medicina Cinese e Ayurvedica, senz’altro saprà che molte piante orientali non sono disponibili nella nostra Penisola. Ma non solo: trovare un equivalente non è affatto semplice, se si considera il diverso approccio che le due discipline hanno in termini di terapia.

L’enorme lavoro di Michael Tierra è stato proprio quello di penetrare nelle diverse visioni cercando un’analogia nel loro utilizzo. Ecco che, per esempio, i nostrani diaforetici, potrebbero essere quelle che in Oriente sono classificate come le Piante di rimozione attraverso la superficie.  
Ogni vegetale, animale o minerale, poi, è dotato, oltre che di principi attivi, anche di caratteristiche intrinseche che fanno sì che possano agire o meno su una determinata funzione organica. Tierra mostra come molte piante asiatiche o nostrane, abbiano evidenti caratteristiche come il sapore, l’odore, il colore e così via che normalmente non prendiamo in considerazione. Sono proprio questi fattori che modificano, all’interno del corpo umano, determinate funzionalità, spesso alterate in caso di malattia.

Nel libro sono anche menzionati rimedi conosciuti da millenni, di cui nessuno parla o ha paura a farlo. Il tanto ostacolato nocciolo di albicocca per esempio, oggetto di una disputa aperta tra medicina ufficiale e alternativa a causa del suo contenuto in laetrile (Amigdalina o vitamina B17) viene in realtà usato in Cina da millenni contro una gran moltitudine di malattie gravi. Il motivo per cui nel nostro Paese questa vitamina è stata dapprima vietata e poi screditata è perché l’Amigdalina,  attraverso un’azione enzimatica, ha la possibilità di dividersi producendo, tra le altre cose, anche l’acido cianidrico. Acido di cui conosciamo la sua tossicità già a piccole dosi. Premettendo che è ovvio che non si possono eseguire auto-medicamenti con cure di questo genere, per arrivare a dosi realmente pericolose sono necessari un minimo di 50 noccioli per gli adulti, sottolinea Tierra. Ma non solo: l’esperto spiega come le antiche medicine ne conoscano gli affetti avversi e quindi anche i relativi antidoti, incarnati, in questo specifico caso, nella corteccia o radice dello stesso albero.
Da qui si evince non solo la buona conoscenza della materia da parte dell’autore, ma anche la sapienza millenaria di medicine ben più collaudate della nostra.
Nonostante all’apparenza noi disponiamo di attrezzature medico-scientifiche maggiormente all’avanguardia, è ovvio che vi sono lacune da colmare. Alcune delle quali, probabilmente con l’aiuto di antiche medicine.

Il libro, suddiviso in due volumi, contiene anche delle interessantissime appendici in cui trovare il cuore dell’essenza medica orientale. Un volume eccellente, dunque, soprattutto per chi dispone di nozioni mediche orientali e vuole approfondire l’utilizzo erboristico integrandolo con quello occidentale.
Il volume evidenzia anche la vastità di scelta in fatto di rimedi millenari che comprendono anche un’enorme varietà di elementi animali e minerali.

FONTE: lastampa.it

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