giovedì 24 gennaio 2013

Verso la biometric card: Italia all'avanguardia


Contro il furto di identità e l'utilizzo illecito dei dati personali, smart card sempre più sofisticate

Bancomat, carte di credito e carte prepagate hanno rivoluzionato il modo di fare acquisti, liberandoci dal peso dei contanti nel portafoglio. E anche se in Italia l’uso è ancora al di sotto degli standard del resto del mondo occidentale, nel nostro Paese è in crescita il numero delle operazioni effettuate con strumenti di pagamento alternativi al contante, come testimonia la decima edizione dell’Osservatorio sulle carte di credito.


FRODI IN AGGUATO - Il furto di identità e l'utilizzo illecito dei dati, personali e finanziari, rappresentano però un fenomeno criminale costantemente in agguato. Anche se, secondo l’ultimo Rapporto statistico del ministero del Tesoro sulle frodi con le carte di pagamento, in Italia il tasso di incidenza delle frodi è in diminuzione. Nel 2011, infatti, sono state registrate 284.339 «transazioni non riconosciute» per un valore di quasi 52 milioni di euro, rispetto alle 319.818 dell'anno precedente, corrispondenti a circa 60 milioni di euro. Pagare con bancomat, carte di credito e carte prepagate potrebbe essere più affidabile e sicuro, se le carte fossero dotate di un dispositivo di sicurezza basato sul riconoscimento dell’impronta digitale, unica e irripetibile, associata inequivocabilmente al legittimo proprietario.

SMART CARD BIOMETRICA - Card Tech, piccola impresa friulana, sta mettendo a punto una smart card a prova di frodi, proprio utilizzando tecnologie di rilevazione biometrica, come la scansione dell’impronta digitale, che può sostituire l’uso di password o Pin, e aumentare di conseguenza la sicurezza delle operazioni di transazione di denaro. «La differenza della nostra Pinkey Smart con i comuni bancomat e carte di credito risiede nel cuore del dispositivo, dove si trova il sensore biometrico. La card, alimentata da una batteria supersottile, è attivata nel momento in cui il sensore autentica la transazione e, certificando in maniera affidabile l’identità del proprietario, migliora notevolmente la sicurezza delle transazioni», precisa Paolo Bean, responsabile marketing e vendite di Card Tech.

PROTOTIPO - In pratica, prima di inserirla nei comuni dispositivi che consentono di accettare pagamenti tramite carte di credito, bancomat e prepagate, la card chiederà all'utente di strisciare il proprio dito per il riconoscimento e la verifica dell'impronta digitale. «Stiamo completando il prototipo e miniaturizzare la nostra smart card per aderire agli standard di spessore delle comuni carte di credito: 0,7 millimetri».

CLONAZIONE – L’idea è nata nel 2007, quando il fondatore di Card Tech ha visto clonata la propria carta di credito. Per la realizzazione di Pinkey Smart è stata determinante la collaborazione con la norvegese Idex, azienda che sviluppa sensori di nuova generazione, sottili e flessibili, adatti al progetto dell’impresa di Udine. «Trovare un partner con esperienza e competenza su una tecnologia di frontiera, esplorata da poche imprese al mondo, è stata una grande sfida», sottolinea Fabrizio Borracci, presidente di Card Tech. «L’incontro», aggiunge, «è stato reso possibile grazie al supporto della rete Enterprise Europe Network attivo in Area Science Park, il parco scientifico e tecnologico di Trieste».

COLLABORAZIONE - Da questa collaborazione è nato dunque il prototipo di PinKey Smart che promette una molteplicità di applicazioni: bancomat, carte di credito, prepagate, home banking, pagamenti elettronici. Ma non solo. «Pinkey Smart, infatti, è personalizzabile per soddisfare le esigenze di organizzazioni internazionali e governi e può ospitare vari servizi: dall’identità nazionale, al voto elettronico, ai servizi sanitari», precisa Bean. «Stiamo perfezionando le applicazioni utili per l'identificabilità di una persona nei confronti di enti, autorità, governi, come nel caso di carte di identità e patenti di guida. L'utilizzo della stessa tecnologia su un diverso supporto, come i palmari, potrà consentire inoltre ulteriori applicazioni per fornire servizi di sicurezza e identificazione di password, sistemi di controllo ad accessi fisici, scambio di dati, archiviazione di documenti».

PAPILLON – Intanto il team di ricerca e sviluppo di UniCredit ha sviluppato un sistema, chiamato Papillon che riconosce attraverso un sensore la geometria delle vene delle mani e consente di effettuare pagamenti biometrici touchless. In questo caso, il sensore, attraverso lo spettro emesso dall'emoglobina del sangue se colpita da un impulso elettromagnetico, riconosce la mappa, unica per ciascun individuo, delle vene e delle arterie della mano e la traduce simultaneamente in un codice numerico univoco. Niente carte di credito, niente bancomat e pin da ricordare dunque: basta registrarsi al servizio, per permettere al sistema di tradurre le vene della propria mano in una serie di numeri e far sì che, ogni volta che si avvicina la mano al sensore, Papillon ci riconosca in maniera certa. «Non è neanche necessario toccarlo, basta avvicinare la mano a 5 centimetri», spiega Riccardo Prodam, coordinatore insieme a Marco Berin della squadra di ricerca Unicredit. «La sicurezza dell'identificazione tramite il sistema Papillon», aggiunge, «rappresenta i massimi livelli utilizzati e la possibilità di errore è praticamente nulla». Il primo test, effettuato poche settimane fa, è il primo di una lunga serie prevista per portare a regime il sistema, che verrà poi introdotto innanzitutto come meccanismo di pagamento mobile. Il sensore di Papillon sarà infatti collegato a un normale terminale POS e potrà sostituire completamente il bancomat o la carta di credito come meccanismo di riconoscimento della persona e quindi di addebito della somma sul conto corrente bancario o sul conto della carta di credito.

FONTE: Simona Regina (corriere.it)





lunedì 21 gennaio 2013

Una membrana per combattere i gas serra

Detail-membrane polimeriche

Una membrana sottilissima, in grado di bloccare l'emissione nell'atmosfera di sostanze pericolose come i gas serra, una delle più serie minacce ambientali dei nostri tempi. Ad inventarla sono stati i ricercatori dell'Istituto per la tecnologia delle membrane del Cnr (Cnr-Itm), insieme ai colleghi britannici dell’Università di Cardiff e dell’Università di Manchester. Il materiale, descritto sulle riviste Advanced Materials e Angewandte Chemie-International Edition, è basato su un innovativo tipo di polimeri, e garantisce applicazioni nel campo della separazione di gas e vapori, aprendo le porte a nuove strategie utili nel campo dell'industria e della salvaguardia dell'ambiente.

“I materiali sviluppati presentano una cosiddetta microporosità intrinseca, cioè miliardi di cavità microscopiche che permettono il passaggio di piccole molecole di gas in maniera selettiva, con strutture molecolari particolarmente rigide che garantiscono un elevato volume libero a disposizione per la permeazione di gas”, spiega John Jansen dell’Itm-Cnr, coordinatore dello studio: “abbiamo sfruttato questa “marcia in più” per ottenere membrane con prestazioni superiori alle attuali per separazioni di grande rilevanza industriale o ambientale, come la produzione economica dell’azoto dall’aria o la rimozione della CO2 da gas di scarico”.

I primi polimeri con microporosità intrinseca sono stati sviluppati circa un decennio fa da Peter Budd dell’Università di Manchester e da Neil McKeown dell’Università di Cardiff, coautori della ricerca. “Tali materiali sono particolarmente interessanti perché combinano le proprietà dei polimerici classici e dei materiali ceramici, che consentono un setacciamento molecolare grazie a dimensioni dei pori ben definite e prossime a quelle di molecole di interesse per l’industria”, aggiunge infine Paola Bernardo dell’Itm-Cnr e coautrice dello studio assieme a Fabio Bazzarelli e Gabriele Clarizia.

Riferimenti: A Spirobifluorene-Based Polymer of Intrinsic Microporosity with Improved Performance for Gas Separation.C. Grazia Bezzu, Mariolino Carta, Alexander Tonkins, Johannes C. Jansen, Paola Bernardo, Fabio Bazzarelli, Neil B. McKeown; Advanced Materials Doi: 10.1002/adma.201202393

Nanoporous Organic Polymer/Cage Composite Membranes, Alexandra F. Bushell, Prof. Peter M. Budd,*, Dr. Martin P. Attfield, Dr. James T. A. Jones, Dr. Tom Hasell, Prof. Andrew I. Cooper, Dr. Paola Bernardo, Fabio Bazzarelli, Dr. Gabriele Clarizia, Dr. Johannes C. Jansen; Angewandte Chemie Doi: 10.1002/anie.201206339

FONTE: galileonet.it



venerdì 18 gennaio 2013

Tumori della pelle, con i lettini abbronzanti rischio doppio rispetto al sole di mezzogiorno


La colpa sarebbe degli elevati livelli di raggi ultravioletti, che superano sistematicamente i limiti consentiti

Dieci minuti di lettino solare sono più dannosi del sole di mezzogiorno nel mar Mediterraneo, aumentando il rischio di cancro alla pelle di più del doppio rispetto all’esposizione naturale. E la colpa sarebbe riconducibile agli elevati livelli di raggi ultravioletti emessi dai dispositivi per l’abbronzatura artificiale che in Gran Bretagna (dove i casi di melanoma maligno sfiorano i 13mila l’anno, con una percentuale più che quadruplicata in trent’anni) superano sistematicamente i limiti consentiti, malgrado siano regolati dal 2003 da precisi standard di sicurezza europei. A puntare per l’ennesima volta il dito contro i famigerati lettini solari, già classificati come fattori cancerogeni, al pari delle sigarette, dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, è stato il professor Harry Moseley dell’Università di Dundee, dopo che il suo studio, condotto su 402 apparecchi abbronzanti sparsi in tutto il paese e pubblicato poi dal British Journal of Dermatology, aveva evidenziato come 9 dispositivi su 10 eccedessero di quasi due volte i livelli di radiazioni UV consentite dalla legge, con picchi superiori a 3,6 in un caso e addirittura a 6 in un altro, mentre appena l’11% dei lettini analizzati era risultato in regola.


RISCHI IN AUMENTO - «Siamo di fronte a una situazione inaccettabile - ha spiegato Moseley illustrando la sua ricerca - perché la diffusione di lampade solari ad alta potenza sta aumentando il rischio di cancro alla pelle molto più di quanto si riteneva in passato. La nostra speranza è che i risultati dello studio servano da deterrente, per far capire alle persone i rischi che corrono». Non a caso sono in atto da anni campagne volte a sensibilizzare l’opinione pubblica sui pericoli connessi all’uso dei lettini, «e la scoperta di quanti dispositivi fuori legge ci siano nel Paese non fa che rafforzare la nostra missione», spiega Yinka Ebo del Cancer Research Uk, mentre la British Association of Dermatologists chiede misure più restrittive nell’uso di lettini e lampade solari e controlli più capillari nelle strutture che li ospitano.

«CRIMINALIZZATE» - La sola voce fuori dal coro è quella di Gary Lipman che, nelle vesti di presidente della Sunbed Association, lamenta la costante criminalizzazione delle lampade solari rispetto ai pericoli comunque insiti nell’esposizione ai raggi solari. «I risultati di questo studio sono vecchi di almeno due anni – dice al Telegraph – perché se fossero relativi ad oggi, sarebbero totalmente differenti, visto che è dall’aprile del 2009 che ci assicuriamo che siano applicate le leggi in materia di raggi UV. E anche le statistiche della CRUK relative al legame fra lettini solari e melanoma sono molto imprecise, perché sono state prese da un report del British Medical Journal, che è stato però corretto a dicembre del 2012».

FONTE: Simona Marchetti (corriere.it)





giovedì 10 gennaio 2013

Scudi anti-radiazioni dai rifiuti spaziali


Allo studio un sistema per compattare gli scarti degli astronauti in vista della missione su Marte


Uno dei più grandi problemi delle missioni spaziali sono i rifiuti prodotti dagli astronauti. Se sono di breve durata, come le missioni Apollo degli anni Sessanta-Settanta, la soluzione più semplice è riportarli a terra. Se le missioni durano mesi, come sulla Stazione spaziale internazionale (Iss) o i futuri viaggi umani verso Marte che dureranno anni, il problema si fa molto più complesso. Non è possibile semplicemente gettarli nello spazio: un regolamento della Nasa lo vieta espressamente, perché potrebbero arrivare su un asteroide o un altro corpo planetario e contaminarlo con batteri e virus. Come fare quindi?

SCARTI - I ricercatori del Kennedy Space Center stanno sperimentando una soluzione alternativa: creare piastrelle di 20 centimetri di diametro e spesse 13 millimetri realizzate con i prodotti di scarto da utilizzare come scudi anti-radiazioni. Sono in corso prove presso l'Ames Research Center, un centro di studi della Nasa in California, dove sono già state realizzate alcune piastrelle impiegando plastica delle bottigliette d'acqua (la cui vendita è stata vietata in alcune città Usa), scarti di abbigliamento, nastro adesivo, cartoni per bevande compattati insieme ad altri materiali di scarto prodotti quotidianamente dagli astronauti. Gli scarti vengono riscaldati per tre ore e mezzo a 150-180 gradi centigradi per sterilizzarli e poi compressi in una piastrella fino a ridurre il volume a un decimo di quello iniziale.

SCUDI - «Questi dischi possono essere utilizzati come scudi anti-radiazioni perché contengono molta plastica», ha spiegato Mary Hummerick, microbiologa che lavora al progetto. L'idea è di impiegarli nelle aree della Iss o di future navicelle dirette a Marte destinate alle cuccette degli astronauti o in cabine dove andarsi a rifugiare dalle radiazioni prodotte dalle tempeste solari.

TEST - Nel corso dei test le piastrelle così prodotte vengono conservate in un'atmosfera del tutto simile a quella presente sulla Iss per verificare l'attività dei microrganismi. Attualmente gli astronauti della Iss eliminano i loro scarti non riciclabili caricandoli sulle navicelle-cargo russe Progress che riforniscono la Stazione spaziale e che al loro rientro nell'atmofera si distruggono bruciando per l'attrito.

FONTE: Paolo Virtuani (corriere.it)



mercoledì 9 gennaio 2013

Descritta la proteina che permette la trascrizione del Dna in mRna


                                                   
Lo studio apre nuove prospettive sulla conoscenza della regolazione genica

Un team di ricercatori dell’European Molecular Biology Laboratory di Grenoble e dell’Institute of Genetics and Molecular and Cellular Biology di Strasburgo ha descritto per la prima volta nei dettagli molecolari l’architettura centrale della TFIID, cioè della complessa proteina umana essenziale per la trascrizione del Dna in mRna.

Lo studio pubblicato sulla rivista Nature apre nuove prospettive di studio della trascrizione e delle strutture e dei meccanismi di altri assemblaggi di multi-proteine coinvolti nella regolazione genica.

Riuscendo a controllare la trascrizione del Dna in Rna messaggero, la TFIID è una proteina fondamentale per la determinazione dell’espressione dei geni nelle nostre cellule. Nonostante il suo ruolo cruciale si sa molto poco circa la sua architettura. La TFIID è presente a livelli molto bassi nelle cellule ed è un complesso proteico grande composto da venti sub-unità: una combinazione che ha reso difficile nel tempo decifrare la sua struttura e le sue funzioni nel dettaglio molecolare.

Il nuovo studio ha utilizzato la strategia usata dai coronavirus quando si replicano: producono catene proteiche molto lunghe che possono essere divise in proteine singole. Mimando questa tecnica, i ricercatori sono riusciti a creare abbondanti complessi di TFIID analizzati ad alta risoluzione combinando dati raccolti dalla cristallografia a raggi X con quelli provenienti dalla microscopia elettronica. Un’analisi rivoluzionaria che ha rivelato il funzionamento interno del nucleo complesso della TFIID umana con dettagli senza precedenti.

FONTE: lastampa.it





lunedì 7 gennaio 2013

Malaria, vicini allo sviluppo


I ricercatori della Path Malaria Vaccine Initiative e della Inovio Pharmaceuticals hanno annunciato di essere ormai vicini allo sviluppo di un vaccino avanzato per la malaria, realizzato attraverso una tecnologia innovativa da testare clinicamente.

Il prossima passo sarà comprendere se il nuovo vaccino che combina Dna geneticamente modificato alla tecnologia chiamata elettroporazione riuscirà ad innescare risposte immunitarie negli esseri umani per proteggerli contro l’infezione del parassita della malaria.

La malattia letale uccide ancora più di cinquecentomila bambini sotto i cinque anni d’età ogni anno. Il nuovo vaccino è il frutto del coordinamento internazionale di scienziati, manager, università e governi. Il vaccino si basa sulla diffusione del Dna plasmico attraverso l’elettroporazione, tecnica che dilata i pori della membrana cellulare per inserire nuovo Dna sintetico all’interno delle cellule, consentendone così l’assorbimento. La cellula utilizza le istruzioni del Dna per iniziare a produrre proteine che imitano la presenza dell’elemento patogeno della malaria e innescano una risposta immunitaria protettiva.

«Siamo entusiasti di testare finalmente questa innovativa tecnologia clinicamente», ha spiegato David Kaslow, direttore del Miv «Il test ci permetterà di valutare - ha aggiunto - se le risposte immunitarie positive rilevate negli animali si confermeranno anche negli esseri umani. Speriamo che i risultati ci portino alla rapida realizzazione di un vaccino di prossima generazione contro la malaria».

Maggiori informazioni sulla ricerca in corso sono disponibili sul sito www.malariavaccine.org.

FONTE: lastampa.it

venerdì 4 gennaio 2013

Il meteorite marziano pieno d'acqua



Northwest Africa (NWA) 7034 è l'ultimo meteorite marziano piovuto sulla Terra. A prima vista non è altro che una pietra nera e lucida, ma da un’analisi più approfondita sono emerse caratteristiche eccezionali. Dopo averlo studiato per più di un anno, infatti, il gruppo di ricerca coordinato da Carl Agee della New Mexico University, negli Stati Uniti, ha scoperto che si tratta di un meteorite molto diverso da quelli arrivati sino a oggi dal Pianeta Rosso. NWA 7034 si è staccato dalla crosta di Marte e contiene molta più acqua degli altri meteoriti marziani. Inoltre, è caratterizzato da una composizione di atomi di ossigeno mai rilevata prima. 

NWA 7034 è stato scovato nel 2011 in Marocco da un cercatore di meteoriti. Depositato presso l’Institute of Meteoritics dell’Università del New Mexico, è stato oggetto di indagini petrografiche egeochimiche che ne hanno svelato la natura. Secondo lo studio pubblicato dall’équipe di Agee su Science, il meteorite si è formato circa due miliardi di anni fa all’inizio del cosiddetto Amazzoniano, la più recente delle tre ere in cui viene divisa la storia geologica di Marte. È arrivato sulla Terra come un singolo pezzo dal peso di 320 grammi ed è costituito da frammenti di basalto roccia effusiva di origine vulcanica, cementati assieme. 

“La composizione di NWA 7034 è unica nel suo genere”, ha spiegato Andrew Steele, uno degli autori dello studio: “Si tratta di una roccia basaltica comune nei campioni lunari ma eccezionale per i meteoriti marziani. In questo senso, NWA 7034 è il primo meteorite di cui siamo certi della provenienza: si è staccato dalla crosta di Marte”. Ma le sorprese non sono finite qui. Rispetto agli altri meteoriti provenienti dal Pianeta Rosso, infatti, NWA 7034 presenta una quantità d’acqua molto elevata, che si avvicina alle 6mila parti per milione. Ciò significa che già nel primo Amazzoniano la crosta di Marte è stata bagnata da liquidi di origine vulcanica o racchiusi in comete che ne hanno impattato la superficie durante quel periodo. 

Infine, a sorprendere i ricercatori è stata anche l’anomala percentuale di isotopi dell’ossigeno (atomi di uno stesso elemento chimico caratterizzati dal medesimo numero di protoni ma diverso numero di neutroni) racchiusi nel nucleo e nell’acqua marziana. A differenza degli altri meteoriti, infatti, NWA 7034 presenta una composizione di isotopi di ossigeno del tutto peculiare, il che suggerisce l’esistenza di molteplici, diversificati serbatoi all’interno della crosta del Pianete Rosso.

FONTE: Martina Saporiti (galileonet.it)

mercoledì 2 gennaio 2013

Un farmaco contro tutti i tumori

Nuovi esperimenti sulle terapie molecolari, presto potrebbero essere provate sui pazienti. L'obiettivo della cura: l'anomalia di un gene responsabile dello sviluppo del cancro

PER LA PRIMA volta tre aziende farmaceutiche sono pronte a sperimentare nuovi farmaci che potrebbero agire contro un'ampia gamma di tumori - dal seno alla prostata, dal fegato ai polmoni. I farmaci prendono di mira un'anomalia che riguarda un gene responsabile dello sviluppo del tumore. L'esperimento potrebbe segnare l'inizio di una nuova era genetica nella ricerca contro il cancro e portare a cure rivoluzionarie per forme tumorali rare e finora dimenticate e per tumori più comuni. Merck, Roche e Sanofi stanno ingaggiando una corsa per mettere a punto le rispettive versioni di un farmaco in grado di ripristinare un meccanismo che induce le cellule danneggiate ad autodistruggersi.

Nessuna società farmaceutica ha mai condotto finora una sperimentazione clinica di vasta portata su pazienti affetti da varie forme tumorali. Otis Webb Brawley, direttore medico e scientifico dell'Associazione americana per la lotta contro il cancro, dice: "È un passo fondamentale nello sviluppo dei farmaci antitumorali. In futuro l'organo nel quale si è sviluppato il cancro conterà sempre meno, mentre la terapia a bersaglio molecolare sempre di più".

Al centro di questa sperimentazione ci sono pazienti come Joe Bellino. Sette anni fa i medici gli hanno diagnosticato un liposarcoma, raro tumore che colpisce le cellule del tessuto adiposo. Questa forma tumorale si prestava alla sperimentazione di un farmaco della Sanofi, perché i tumori quasi sempre presentano lo stesso problema genetico: una fusione di due grandi proteine.

Se il farmaco funzionasse, Sanofi lo sperimenterebbe su diversi tumori che presentano alterazioni genetiche simili. Se non dovesse dare risultati, ammetterebbe la sconfitta.

L'alterazione genetica presa di mira dal farmaco assilla i ricercatori da decenni. Le cellule sane hanno un meccanismo naturale che le induce a morire se il loro Dna è troppo danneggiato per essere riparato. Una proteina nota come p53 - che Gary Gilliland della Merck definisce "l'angelo della morte della cellula" - innesca l'intero processo. Ma le cellule tumorali riescono a disattivare questa proteina direttamente, tramite una mutazione, o indirettamente congiungendola a un'altra proteina cellulare che la inibisce. Chi è impegnato nella ricerca contro il cancro cerca di riattivare la p53 nelle cellule cancerogene per provocarne l'autodistruzione.

Le speranze riposte nella proteina p53 iniziarono 20 anni fa: l'entusiasmo arrivò a tal punto che nel 1993 la rivista Science la consacrò "Molecola dell'anno" e la mise in copertina. Le case farmaceutiche cominciarono quindi a dare la caccia a una sostanza in grado di ripristinare il funzionamento della p53: provarono la terapia genica, ma senza esito. In seguito si misero a studiare le forme tumorali che utilizzavano una via alternativa per disattivare la p53, bloccandola dopo averla attaccata con una proteina nota come MDM2. E a cercare una molecola che si interponesse tra loro per distanziarle.

Nel 1996 i ricercatori della Roche individuarono una minuscola tasca tra le proteine nella quale poteva introdursi una molecola. Alla fine la Roche ha trovato la molecola giusta e l'ha chiamata Nutlin. Ma questa non ha funzionato come farmaco, perché non veniva assorbita dal corpo.

Successivamente Roche, Merck e Sanofi hanno sperimentato migliaia di altre molecole. Al-Sanofi, il team di Debussche, insieme a Schaomeng Wang dell'università del Michigan e a una società biotech, Ascenta Therapeutics, ha trovato un composto promettente. La farmaceutica lo ha sperimentato iniettandolo ogni giorno nello stomaco di alcune cavie affette da sarcoma e ha scoperto che i tumori erano scomparsi.

La Roche è stata la prima a sperimentare un farmaco a base di p53 nei pazienti: come richiesto dai protocolli, ha iniziato a cercare la dose ottenesse l'effetto desiderato senza essere tossica. Sono serviti tre anni. A breve dovrebbero seguire studi rigorosi e qualora fossero positivi, sarebbero seguiti da sperimentazioni cliniche su più tipi di tumore. Recentemente la Merck ha approfondito gli studi per capire quale sia la dose sicura e sta reclutando pazienti affetti da leucemia mieloide acuta. La dose ideale sarà sperimentata in 15 pazienti su un campione di 30 per studiarne l'efficacia. Anche la Sanofi ha iniziato i suoi test sulla sicurezza in Europa. L'anno prossimo proseguirà in alcuni centri medici degli Stati Uniti. Al pari della Merck, si concentrerà su quei pazienti affetti da liposarcoma come Bellino che hanno maggiori probabilità di rispondere al farmaco.

Il liposarcoma è talmente raro - poco più di duemila casi l'anno nel mondo - che nessun farmaco è stato sperimentato sui pazienti colpiti da questo tumore. Bellino sperava di poter essere tra i primi. Purtroppo nel suo caso il test arriva troppo tardi. È morto di tumore il 13 novembre.

FONTE: (Copyright The New York Times- La Repubblica. Traduzione di Anna Bissanti)