giovedì 28 marzo 2013

Un farmaco fa “dimagrire” i tumori



Studio di un gruppo di lavoro tutto italiano


Sfruttare la “fame” di grassi delle cellule tumorali per bloccarne il metabolismo. Un gruppo di lavoro tutto italiano, guidato da Lorenzo Montanaro dell’Università di Bologna e da Gianfranco Peluso dell’Istituto di biochimica delle proteine del Consiglio nazionale delle ricerche (Ibp-Cnr) di Napoli, formatosi 10 anni fa su intuizione del fondatore della Sigma-Tau Claudio Cavazza, ha dimostrato che è possibile bloccare farmacologicamente il metabolismo delle cellule tumorali, colpendole selettivamente.  

La loro ricerca, pubblicata in questi giorni sul I- informa una nota - nasce da un progetto multidisciplinare che ha unito competenze specifiche nel campo oncologico e del metabolismo cellulare e apre nuove e promettenti prospettive terapeutiche nella lotta contro i tumori.  

L’intuizione alla base dello studio è che le cellule tumorali, a causa della loro velocità di crescita e dalle specifiche alterazioni metaboliche che le caratterizzano, siano strettamente dipendenti dal metabolismo degli acidi grassi per produrre, tra l’altro, le membrane delle cellule figlie.  

Montanaro e Peluso assieme ai loro collaboratori e ai ricercatori della Sigma-Tau, hanno dimostrato che utilizzando un farmaco sperimentale, denominato St1326, si riesce a inibire il sistema della carnitina aciltransferasi. Tale sistema è necessario per il trasporto degli acidi grassi all’interno del mitocondrio - la centrale energetica della cellula - dove avviene il loro metabolismo.  

«In questo modo - spiegano gli esperti - vengono compromessi la produzione e il mantenimento delle riserve cellulari di una molecola, l’acetato, indispensabile per generare nuovi lipidi, costituenti essenziali delle membrane cellulari. Il farmaco ha dimostrato di avere un effetto tossico selettivo, colpendo preferenzialmente le cellule tumorali. Rispetto alle cellule sane, quelle neoplastiche risultano essere infatti molto più sensibili al farmaco, accumulano nel citoplasma i lipidi che non vengono metabolizzati e non sono in grado di generarne di nuovi e quindi di proliferare».  

FONTE: lastampa.it

martedì 26 marzo 2013

Medici italiani scoprono la “chiave” del metabolismo cellulare



Capire come le cellule mobilizzano le loro risorse energetiche è di grande importanza per combattere il processo di «autofagia»


Portato alla luce un meccanismo fondamentale nel controllo del metabolismo di ogni nostra cellula. Lo studio, finanziato da Airc - Associazione Italiana per la Ricerca sul Cancro, Telethon e dalla Fism - Fondazione Italiana Sclerosi Multipla, è stato pubblicato su Nature Cell Biology ed è opera dell gruppo di ricerca condotto da Francesco Cecconi del dipartimento di Biologia dell’Università di Roma Tor Vergata e dell’Irccs Fondazione Santa Lucia. Conoscere in dettaglio il modo in cui le cellule utilizzano i nutrienti e mobilizzano le loro risorse energetiche è di grande importanza in oncologia e nella lotta contro molte malattie (neurodegenerazioni, distrofie muscolari congenite, autoimmunità, malattie metaboliche quali l’obesità o le malattie da accumulo lisosomiale).

Le cellule tumorali, infatti, crescono velocemente utilizzando meccanismi alternativi per produrre energia e prediligendo il riciclaggio dei propri componenti anziché lo sfruttamento delle risorse esterne. Esse mettono in pratica quindi un attento piano di «risparmio energetico» per riprodursi a lungo, reagire alla risposta del nostro sistema immunitario e invadere i nostri tessuti. Questo processo prende il nome di «autofagia» (dal greco autos fagein, mangio me stesso). Con lo stesso sistema, si pensa che spesso le cellule tumorali sfuggano alle aggressioni della chemioterapia o dei nuovi farmaci biologici. I neuroni e le cellule muscolari, invece, ricorrono alla stessa attività metabolica «alternativa» per «ripulirsi» da sostanze tossiche o da organuli difettosi e, quando il meccanismo di ripulitura si inceppa, vanno incontro a degenerazione, come avviene ad esempio nel morbo di Parkinson o nella distrofia di Bethlem. L’autofagia può avere, dunque, per la salute umana ruoli negativi, nei tumori, oppure positivi, nelle malattie degenerative, a seconda delle circostanze. Una molecola chiave nella regolazione metabolica di tutte le nostre cellule è la grande proteina mTOR, ossia il principale regolatore di come e quando le cellule producono altre proteine.

La proteina mTOR integra infatti tutte le comunicazioni che provengono dai nutrienti e dai fattori di crescita, e funge da punto di connessione fra i segnali cellulari per controllare crescita, metabolismo, e persino longevità nelle cellule sane. La giovanissima Francesca Nazio e i ricercatori diretti dal prof. Cecconi hanno scoperto che mTOR - definita pochi mesi fa il gene master (maestro) della vita - quando la cellula è in buona salute e i nutrienti a sua disposizione abbondano, blocca ogni attività di risparmio energetico nella cellula mediante la specifica regolazione biochimica della proteina Ambra1, limitando, in sostanza, il ricorso della cellula stessa a vie metaboliche alternative. Se invece la cellula è sottoposta a stress e i nutrienti scarseggiano, questo blocco è rimosso, mTOR smette di funzionare e Ambra1 si attiva sostenendo così l’autofagia come sistema di riequilibrio energetico.

I ricercatori hanno anche scoperto come Ambra1 regoli l’autofagia: Ambra1 modifica la proteina ULK1 stabilizzandola, affinché stimoli e mantenga il processo autofagico in funzione. Questo meccanismo è di grande importanza perché è difficile modulare i davvero pochi bersagli molecolari di mTOR, sinora identificati nella cellula (la stessa ULK1, TFEB e ATG13), per controllare il metabolismo cellulare. Si può prevedere, quindi, che questa scoperta consenta la messa a punto di nuove strategie farmacologiche mirate a modulare Ambra1 e mTOR, e capaci di controllare le scelte metaboliche delle nostre cellule in numerose condizioni patologiche, anche molto diverse fra loro.

FONTE: lastampa.it





lunedì 25 marzo 2013

Cocaina: ecco come danneggia il cervello


L'abuso di questa droga determina un deficit di D-serina, indispensabile per una corretta comunicazione tra i neuroni

La cocaina danneggia il nostro cervello: una nuova dimostrazione di questo arriva da uno studio italiano, compiuto da studiosi dell'Università Cattolica di Roma e dell'Università degli Studi dell'Insubria di Varese e pubblicato sulla rivista Brain. La ricerca, coordinata da Marcello D'Ascenzo e Claudio Grassi dell'Istituto di Fisiologia Umana della Cattolica, è stata finanziata dall'Istituto italiano di tecnologia.
D-SERINA - I ricercatori hanno scoperto che tra i meccanismi cerebrali vengono alterati dall'abuso di cocaina ce n'è uno che riguarda la plasticità sinaptica, ovvero la capacità dei neuroni di modificare l'efficienza della trasmissione sinaptica (ovvero la "comunicazione" tra neuroni). Tale alterazione è dovuta alla diminuzione della concentrazione di una piccola molecola, la D-serina, un enantiomero dalla struttura simile all'amminoacido L-serina. «Abbiamo dimostrato che l'abuso cronico di cocaina induce, nei ratti, una diminuzione della concentrazione di D-serina nel nucleus accumbens, un nucleo cerebrale coinvolto nei fenomeni di dipendenza da sostanze psicostimolanti - spiega D'Ascenzo -. Tale deficit molecolare determina, in questa area cerebrale, una ridotta capacità dei neuroni di modificare l'efficienza della trasmissione sinaptica (plasticità sinaptica) che è alla base delle alterazioni comportamentali indotte dalla cocaina».
LO STUDIO - I ricercatori hanno iniettato cocaina nei ratti per cinque giorni e hanno poi studiato i loro comportamenti: gli animali hanno mostrato un aumento progressivo e permanente dell'attività motoria e del livello di eccitazione, che la cocaina causa anche negli esseri umani. Alcuni ratti sono stati trattati anche con D-serina (iniettata insieme alla cocaina): in questi ultimi esemplari non si è vista l'aumentata attività motoria. Gli autori dello studio sottolineano che non si può ancora pensare a un utilizzo terapeutico della D-serina contro la dipendenza da cocaina - anche perché nel lavoro non sono stati presi in considerazione gli effetti psicologici di questa droga (non valutabili nei ratti), ma solo quelli motori - e si augurano di poter proseguire la ricerca con studi clinici sull'uomo. Anche perché, spiegano, vanno valutati con attenzione i possibili effetti collaterali di una eventuale terapia a base di D-serina.

venerdì 22 marzo 2013

L'eccesso di sale uccide 2,3 milioni di persone. Occhio a quello «nascosto» nei cibi pronti


Secondo uno studio americano ogni anno 2,3 milioni di decessi nel mondo sarebbero riconducibili al consumo eccessivo di sale

Il sale "uccide" 2,3 milioni di persone ogni anno nel mondo. Le cause: infarto, ictus e altri problemi cardiovascolari. A consumare troppo sale è oltre la metà della popolazione mondiale: il 65% degli individui ne consuma quasi il doppio della dose giornaliera raccomandata (1,5-2 grammi). Sono i dati presentati a un convegno dedicato a nutrizione e rischio cardiovascolare in corso a New Orleans, da Dariush Mozaffarian, epidemiologo della Harvard School of Public Health di Boston.
CIBI PRONTI - Consumiamo sale anche senza accorgercene: solo il 20% del sale assunto è di condimento, l'80% arriva sulle nostre tavole direttamente dal supermercato, ovvero è già contenuto negli alimenti acquistati e raramente ne siamo consapevoli. E gli italiani sono tra i consumatori più accaniti, infatti da un precedente studio è emerso che l'Italia è uno tra i Paesi che consumano più sale al mondo, in Europa pochissimi paesi (l'Ungheria per esempio) si comportano peggio di noi. La media di consumo di un italiano è 10,8 grammi al dì, 12 per i maschi, 10 circa per le donne. Per vivere basterebbe un grammo al dì e l'Oms raccomanda di mantenersi su un consumo giornaliero di meno di due grammi. Gli esperti di Boston hanno passato in rassegna numerosi studi e incrociato milioni di dati su consumo di sale e eventi cardiovascolari con esito fatale. Così hanno calcolato che il 15% di tutte le morti per cause cardiovascolari, ovvero qualcosa come 2,3 milioni di decessi l'anno (dati 2010), sono riconducibili al consumo eccessivo di sale.
FONTE: corriere.it

domenica 17 marzo 2013

Rcercatori italiani creano muscolo in laboratorio




Possibile strumento per la cura di malattie degenerative muscolari


È nato in laboratorio, si chiama X-MET (eX-vivo Muscle Engineered Tissue: tessuto muscolare ingegnerizzato ex-vivo) e già promette bene: non solo rappresenta un modello ideale per studiare la biologia muscolare limitando l’utilizzo di modelli animali, ma si dimostra essere un buon “pezzo di ricambio” per rimpiazzare il muscolo danneggiato a causa di traumi o di malattia.  

X-MET è il frutto di una ricerca tutta made in Italy, condotta da Antonio Musaro’ (Istituto Pasteur e Sapienza Università di Roma) in collaborazione con Zaccaria Del Prete (dipartimento di ingegneria meccanica presso i laboratori dell’Università romana). Il lavoro è pubblicato su Scientific Reports.  

Uno dei più ambiziosi obiettivi della scienza medica di oggi è quello di sfruttare la “malleabilità” delle cellule staminali per rigenerare tessuti persi o malfunzionanti. Nonostante i notevoli passi avanti fatti in questo campo, l’utilizzo delle cellule staminali per ricostruire il tessuto muscolare deteriorato incontra ancora molteplici difficoltà - principalmente a causa delle ridotte chances di sopravvivenza che queste cellule hanno una volta introdotte nell’organismo da curare.  

L’ingegneria dei tessuti, nata anche per aggirare queste limitazioni, si occupa di costruire tessuti ex-vivo a partire da biomateriali e cellule sia staminali sia non staminali. Grazie ai progressi fatti in questo campo sono stati avviati i primi studi clinici per riparare danni alla pelle, alla cartilagine, ai vasi sanguigni e ai tessuti epatico e renale. In campo internazionale si lavora per ingegnerizzare anche un tessuto, estremamente complesso, come quello muscolare e, oggi, importanti risultati giungono dai ricercatori di Roma.  

«Con il nostro lavoro - ha spiegato Antonio Musarò - abbiamo generato in vitro un tessuto muscolare vascolarizzato, che abbiamo chiamato X-MET, in grado di ricapitolare la complessità morfologica, funzionale e molecolare del muscolo in vivo».  

Per costruire il muscolo in provetta i ricercatori hanno fatto ricorso a diversi “mattoni”. Durante lo sviluppo, infatti, per poter generare in maniera corretta i tessuti, le cellule staminali hanno bisogno di istruzioni ben precise che vengono fornite dall’ambiente circostante, formato dall’insieme delle cellule vicine. Per fare il muscolo, gli studiosi hanno perciò utilizzato, insieme alle staminali, un “cocktail” di cellule proprie del muscolo scheletrico. È nato così X-MET, un tessuto che, contraendosi in seguito a impulsi elettrici, si comporta come il muscolo dell’adulto; inoltre, è dotato di propri vasi sanguigni - essenziali per l’apporto di nutrienti necessari alla sopravvivenza delle cellule che lo compongono.  

«Questi risultati - ha aggiunto il ricercatore di Istituto Pasteur e Sapienza - incoraggiano a sviluppare un sistema X-MET partendo da cellule di origine umana per effettuare studi in vitro di biologia cellulare e molecolare e riparare piccoli difetti muscolari. In particolare, X-MET può essere utilizzato per monitorare l’attività del muscolo in risposta a stimoli meccanici e chimici, semplificando lo studio di complessi processi cellulari e fornendo uno strumento unico per lo studio di malattie come l’atrofia muscolare, per testare e sviluppare adeguate contromisure farmacologiche». Gli studiosi hanno poi valutato la possibilità di utilizzare X-MET come ”pezzo di ricambio” per muscoli malfunzionanti.  

«A tale scopo - ha spiegato Musarò- abbiamo sostituito il muscolo responsabile della flessione delle dita degli arti inferiori del topo con X-MET generato in vitro. In assenza del muscolo l’animale non è in grado di afferrare oggetti; al contrario, il trapianto di X-MET permette di recuperare questa capacità. In particolare, se prima del trapianto la capacità di generare forza è drasticamente ridotta, il topo trapiantato recupera, dopo 30 giorni, circa il 40 per cento della forza originale». X-MET può quindi sostituirsi ai muscoli persi o danneggiati e ripristinare, sebbene solo parzialmente, la forza muscolare.  

In conclusione, nonostante l’utilizzo di X-MET sia ancora lontano da un’applicazione clinica, questo tessuto cresciuto in laboratorio si candida come possibile strumento per la cura di malattie degenerative del muscolo.  

FONTE: lastampa.it

martedì 12 marzo 2013

Papaya, il dolce frutto che combatte le malattie



Il frutto esotico è stato trovato possedere numerose proprietà benefiche nel promuovere la salute e ridurre il rischio di malattie cardiovascolari, cardiache, diabete... e molto di più

La papaya a quanto pare non è solo un frutto delizioso da gustare, ma possiede spiccate proprietà benefiche per la salute. E’ quanto suggerito da uno studio del BS, Agriculture and Agribusiness Department dell’Università di Karachi, in Pakistan.

Lo studio, condotto principalmente da KU - Mariam Naseem e Muhammad Kamran Nasir, si è focalizzato sui semi di papaya che sono considerati ricchi di flavonoidi e polifenoli – note sostanze antiossidanti – che, tra l’altro, proteggono dalle infezioni batteriche.

Le sostanze contenute nella papaya, spiegano gli autori al Pakistan Daily Times, prevengono le disfunzioni renali e possono liberare l’intestino dai germi. Per esempio, i ricercatori, riportano come in Nigeria sia stato possibile liberare il 76,7 per cento dei bambini da vermi e batteri nocivi intestinali.

I semi di papaya, e le loro proprietà, sono conosciuti da tempo in Giappone, dove si ritiene che l’assunzione di un cucchiaino di questi aiuti a proteggere il fegato dalle malattie.

Oltre a ciò, dichiara Naseem, i semi possono essere utilizzati con il latte per evitare malattie come il tifo e curare le emorroidi. In più, sempre secondo Naseem, i semi di papaya contengono anche una speciale mescola che riduce la formazione dei tumori.

Ma la papaya non contiene soltanto flavonoidi, è infatti ricca di vitamina C, magnesio, potassio, ferro e tiamina, fa notare Muhammad Kamran Nasir, coautore dello studio.

La “papaina”, un enzima della papaya è utile nei problemi digestivi e dell’apparato gastrico in genere. La combinazione di tutte queste sostanze benefiche, secondo gli autori, sono la miscela perfetta per perdere peso, controllare o trattare malattie come il diabete, il cancro, l’ipertensione. Ma anche ridurre il rischio di malattie cardiache, ridurre i problemi oculari e migliorare la vista. E poi ancora, migliorare la fertilità maschile e femminile, trattare l’acne e i problemi di circolazione venosa, ridurre nausea e costipazione intestinale e perfino proteggere dall’enfisema polmonare i fumatori… Insomma, l’elenco delle proprietà della papaya pare non finire mai.

Se contenere tutti questi elementi benefici per il benessere dell’organismo sia di fatto un vantaggio per questo frutto, va comunque ricordato che la panacea per tutti i mali non esiste e che in ogni buon frutto vi sono sostanze benefiche che possono aiutare a promuovere la salute.

Senza osannare né denigrarne alcuno, una dieta corretta che includa buone quantità di alimenti ricchi di antiossidanti, vitamine e minerali non può che far bene.

FONTE: lastampa.it



lunedì 11 marzo 2013

Soluzioni di ingegneria futuristica per il megaponte sul fiordo

La soluzione «mista»: ponte galleggiante e tunnel subacqueo, più facile farci passare le navi (Statens Vegvesen)

Tre le ipotesi allo studio: sospeso (sarebbe il più lungo del mondo), galleggiante o misto con tunnel subacqueo

Al di là delle considerazioni ambientali e di impatto su un territorio che - tra l'altro - fa parte del Patrimonio dell'umanità dell'Unesco, si tratta indubbiamente di una sfida ingegneristica di grandi proporzioni. Si tratta del progetto di collegamento delle due sponde del fiordo di Sogne, nell'ambito della «rettificazione» della E39, la strada di importanza europea che unisce il sud con il centro della Norvegia occidentale. La Npra, l'agenzia pubblica norvegese legata al ministero dei Trasporti, sta infatti creando una serie di strutture per attraversare sette fiordi, riducendo enormemente i tempi di percorrenza. Il più importante, e complesso, di questi è l'attraversamento del Sognefjord.

COLLEGAMENTO - Attualmente in auto da Kristiansand, a sud del Paese, a Trondheim, nel centro, si impiegano circa venti ore. Il sistema, che si stima avrà un costo di 24,5 miliardi di dollari (18,8 miliardi di euro) permetterebbe di ridurre i tempi dalle 5 alle 8 ore e mezza. Per i diversi progetti, gli ingegneri hanno concentrato i loro studi sul fiordo di Sogne, a circa 100 chilometri a nord di Bergen. Ampio 3,7 chilometri, per questo braccio di mare sono stati pensati tre tipi di ponte: sospeso, galleggiante o subacqueo, più un altro che è in pratica una combinazione tra due diverse modalità.



SOSPESO - L'ipotesi di ponte sospeso sarebbe una bella sfida ingegneristica: con una lunghezza di 3.700 metri sarebbe superiore a quello più lungo finora costruito: l'Akashi-Kaikyō, in Giappone. «La soluzione più semplice», spiega a Corriere.it Olav Ellevset, project manager della E39, «ma molto costosa. Per questo il ministero considererà questa ipotesi solo dopo che lo studio di fattibilità sarà completato durante il 2013».



GALLEGGIANTE/SUBACQUEO - Un'altra possibilità potrebbe essere quella di realizzare un ponte galleggiante. In quest'ottica si è studiata una soluzione «futuristica», chiamata dagli ingegneri «Y- Solution». Si tratta di un ponte galleggiante di 2.500 metri collegato tramite un sistema di rampe a due gallerie subacquee lunghe 1.200 metri ciascuna. Entrambe sono sommerse venti metri sotto la superficie dell'acqua, per permettere l'attraversamento dei traghetti. «Ogni soluzione», continua Ellevset, «dipenderà da quella più adatta allo specifico fiordo in questione».



IMPATTO - Le associazioni ambientaliste, che vorrebbero invece potenziare il servizio dei traghetti, sono contrarie al progetto. Ma sembra sia volontà degli ingegneri fare in modo che il progetto sia il più sostenibile possibile. Al momento, però, niente è certo. «Vorremmo poter sfruttare l'energia del vento e stiamo chiedendo di fare ulteriori studi». Non si sa ancora, poi, quale sarà l'impatto sull'ambiente di questi attraversamenti. «Valuteremo nel corso del 2013», conclude l'ingegnere.

FONTE: Manuela Messina (corriere.it)





mercoledì 6 marzo 2013

Belgio: un'isola artificiale per stoccare l'energia eolica in eccesso


Dovrebbe diventare operativa nel 2017


Un'isola artificiale, sabbiosa e a forma di anello, che permetterà di stoccare l'energia in eccesso prodotta da sette centrali eoliche nel mare del Nord. È il progetto, unico al mondo, che vedrà la luce entro il 2017 a circa 3 chilometri dalle coste del Belgio, di fronte alla città di Wenduine, una quindicina di chilometri a nord-ovest di Bruges.
STOCCAGGIO - Lo stoccaggio dell'energia seguirà una logica simile a quella degli impianti di pompaggio delle centrali idroelettriche in montagna. Questi impianti sono formati da due bacini: nei momenti di basso prezzo dell'energia elettrica, l'acqua viene pompata dal bacino inferiore a quello superiore e, successivamente, quando il prezzo del kWh è elevato, l'acqua ricade nel bacino inferiore e produce energia facendo muovere le turbine idroelettriche. Nel caso dell'atollo in Belgio, verrà realizzato un unico bacino artificiale, al centro dell'atollo stesso, della profondità di 30 metri, quindi 20 metri più profondo del mare circostante. Quando la produzione eolica supererà la domanda, l'energia in eccesso verrà usata per pompare l'acqua dal bacino artificiale al mare, cioè dal basso verso l'alto. Viceversa, nei momenti di punta di richiesta sulla rete elettrica, l'acqua del mare verrà fatta defluire nell'atollo sfruttando il dislivello di 20 metri e si produrrà così energia: proprio come avviene con il flusso dell'acqua, dal bacino superiore a quello inferiore, delle centrali idroelettriche di pompaggio in montagna.
COMPATIBILI - «Quella idrica è la forma più vecchia ed efficiente di stoccaggio di quantità importanti di elettricità», afferma Johan Vande Lanotte, ministro belga dell'Economia. «L'atollo potrà essere combinato unicamente con progetti di sviluppo compatibili con la naturalità della zona. Ciò significa che, in concreto, vi verrà trasferita l'isola di nidificazione delle sterne, oggi situata di fronte al porto di Wenduine, e che l'atollo potrà ospitare anche colonie di gabbiani bruni, in maniera da diminuire il disturbo sonoro nei Comuni costieri. Verranno anche organizzate escursioni turistiche di un giorno».
PROGETTO - L'atollo avrà dimensioni di 3.500 metri per 2.250 metri, per una potenza elettrica compresa tra 300 e 650 MW e una capacità di stoccaggio massima di 2 mila MWh. In questi mesi è fase di finalizzazione il progetto da realizzare in mare, che diventerà legge entro la fine dell'anno. A partire da quel momento, potrà essere richiesta e rilasciata la concessione per la costruzione dell'atollo, il cui inizio è previsto per il 2014. L'atollo dovrebbe quindi diventare operativo nel 2017.
STOP AL NUCLEARE - Per rispettare gli obiettivi europei, il Belgio dovrà produrre almeno il 21% della propria energia elettrica con le rinnovabili entro il 2020 (al momento questa quota è intorno al 7%) e il governo lo scorso anno ha confermato la decisione di uscire definitivamente dal nucleare, la prima fonte nel mix elettrico del Paese visto che fornisce poco più del 50% del fabbisogno interno (nel 2012 la seconda fonte è stata il gas con il 36% circa). Il calendario di uscita dal nucleare prevede la chiusura di due centrali nel 2015, una nel 2023 e le ultime tre nel 2025.
EOLICO - Per il Belgio diventa quindi cruciale puntare su altre risorse energetiche, in particolare l'eolico, fonte di cui il Paese è assai ricco. A fine 2012, la potenza eolica del Belgio era pari a 1.376 MW, di cui circa 380 MW offshore. Attualmente sono attivi due parchi eolici in mare e nei prossimi anni ne verranno realizzati altri cinque (l'ultimo entrerà in funzione tra il 2019 e il 2020), per una potenza totale che ammonterà a circa 2.500 MW, in grado di fornire quasi la metà del fabbisogno elettrico interno. Nei momenti di scarsa richiesta sulla rete, ma di grande produzione eolica, sarà quindi indispensabile stoccare l'energia in eccedenza ed entrerà così in gioco l'atollo di fronte a Wenduine.
UNICO AL MONDO - «Un progetto di questo tipo non è mai stato realizzato al mondo, benché si basi soltanto su tecnologie ben conosciute e utilizzate da tempo nell'industria energetica», spiega Marijn Rabaut, consulente tecnico del progetto per il ministro Vande Lanotte. «Uno stoccaggio temporaneo e stabile dell'energia offre la migliore garanzia di sicurezza per la rete elettrica e di gestione intelligente dell'energia prodotta. L'efficienza di stoccaggio e produzione di energia dell'atollo arriverà al 75-80%. Ovviamente, il progetto sarà sottomesso all'intero sistema legislativo di analisi dell'impatto ambientale. L'intenzione del governo è che i costi di costruzione e di gestione siano supportati interamente dalle aziende che sfrutteranno la centrale stessa, senza sussidi da parte dello Stato».