martedì 28 maggio 2013

Al via la missione “Volare”


Il lancio è previsto per questa sera alle 22,31 (ora italiana)

Il conteggio alla rovescia per la missione “molto italiana” diretta alla Stazione Spaziale Internazionale, è già iniziato, e si appresta a “scandire” le ultime ore e minuti che restano al momento del distacco da terra, programmato per questa sera (alle 22.31 in Italia, in piena notte anche nel Kazakhstan).

E’ il lancio della Sojuz TmA-09M, per una nuova “spedizione” diretta alla Stazione Spaziale, che nell’equipaggio comprende anche un astronauta italiano: Luca Parmitano, 37 anni, dell’ESA europea, che si appresta a diventare il secondo italiano a compiere un missione di lunga durata, per sei mesi sulla ISS, e sarà il primo a compiere quella che è l’operazione che ogni astronauta sogna: una “passeggiata” all’esterno, nel vuoto, fuori dalla grande base orbitante.

Ognuno al suo posto. Poi, la partenza

Luca Parmitano, maggiore e pilota dell’Aeronautica Militare, si appresta quindi a salire la scala che porta all’ascensore della rampa, in cima alla quale c’è l’ingresso nella navicella Sojuz. Ha trascorso le ultime settimane a Mosca, dove sorge il Centro Spaziale di addestramento dei cosmonauti russi, la “Star City” dedicata al mitico Jurij Gagarin, sulla cui tomba l’equipaggio ha lasciato dei fiori, come da tradizione per tutti gli equipaggi che si apprestano a partire dalla storica base spaziale di Bajkonur. La rampa, tra l’altro, si trova proprio nell’area in cui 52 anni fa prese il via la missione Vostok 1 del leggendario, primo cosmonauta della storia.

Indossando la sua tuta bianca con striature blu, con vistosa bandiera italiana cucita sul braccio, Parmitano assieme ai suoi due compagni di “spedizione” (“Expedition”: così vengono chiamate le missioni alla ISS), che sono il russo Fedor Yurchikhin, comandante delle missione, e l’americana Karen Nyberg, ingegnere di bordo, entrerà questa notte nella ormai collaudata e versatile navicella russa. Il razzo vettore Sojuz era stato trasportato alla piattaforma di partenza nei giorni scorsi, alla base di Bajkonour, in orizzontale tramite lunghi e potenti convogli ferroviari; una volta raggiunta la base, sabato scorso, è stato “issato” in posizione verticale, pronto per il rifornimento di combustibile liquido nei suoi stadi. All’ingresso in cabina, come ci ha confermato lo stesso Luca, il comandante si siederà al centro, la Nyberg a destra, e il nostro astronauta, che è primo ingegnere di bordo (con mansioni di secondo pilota) andrà su quello di sinistra. Poi, la solita lunga litania di controlli e verifiche, e poi la partenza: accensione dei quattro “booster” e l’arrampicata nel cielo del Kazakhstan.

I quattro booster si staccheranno dopo due minuti e mezzo dalla partenza, e il secondo stadio (cioè quello centrale) spingerà il resto del vettore e la Sojuz TmA-09M fino ad un’orbita iniziale: “Poi, una volta regolarizzata l’orbita” – ci ha spiegato Parmitano – “non faremo più il lungo inseguimento di 48 ore per andare alla stazione spaziale, ma un quick rendez vous, cioè raggiungeremo la ISS dopo sole tre orbite. In meno di sei ore dovremmo approcciare e agganciare la Stazione Spaziale”.

La missione “Volare”

E’ stata battezzata “Volare”, in omaggio alla celebre canzone di Domenico Modugno, da 53 anni conosciuta in tutto il mondo. Ed è il risultato di un concorso indetto dall’ASI per studenti italiani, dal titolo “Disegna e designa la missione di Luca Parmitano”, dove oltre al nome della missione, né è stato anche disegnato lo stemma. I vincitori del concorso sono due giovani studenti: Norberto Cioffi (ideatore del nome) e Ilaria Sardella (che ha disegnato il logo). Hanno conseguito un premio davvero speciale: alla fine dello scorso mese di aprile hanno potuto visitare, a Mosca, Star City e assistere ad alcune fasi dell’allenamento finale di Parmitano presso il Centro di Addestramento “Gagarin”. La missione, dal blu dipinto di blu, andrà su fin nel nero più assoluto dello spazio e, durante le sue passeggiate spaziali, per Luca il cielo come ricorda la stessa canzone di Modugno sarà nero e “trapunto di stelle”. La missione è molto italiana, e non solo per la presenza di Luca. E’ la prima di lunga durata sulla Stazione Spaziale Internazionale (cioè di quelle che sono previste per un periodo di sei mesi), che la NASA ha assegnato all’ASI, l’Agenzia Spaziale Italiana.

La missione nasce infatti da una collaborazione ASI-NASA, frutto di un memorandum bilaterale diretto, in base al quale l’ ASI ha fornito all’ente spaziale americano tre moduli pressurizzati di rifornimento MPLM (Leonardo, Raffaello e Donatello) e il PMM, cioè uno dei tre moduli trasformato in modulo abitativo, che ora è fisso sulla stazione spaziale. Durante la missione, Parmitano sarà impegnato in più di 20 esperimenti scientifici (dei 130 in totale attivi sulla ISS), per conto di ESA e ASI, molti dei quali sono basati su tecnologia e ricerca italiane. Tra i vari esperimenti di fisiologia umana, Parmitano lavorerà su “Diapason”, realizzato dall’italiana DTM, che riguarda la rilevazione nell’aria, tramite una specifica apparecchiatura, della presenza di particelle di dimensione di pochi nanometri che avrà applicazioni in studi sull’inquinamento atmosferico. Lo studio di combustibili innovativi a basso impatto ambientale è invece dell’esperimento ICE; in particolare, verrà analizzato il comportamento di un biocombustibile, la cui composizione è stata definita e proposta dall’Istituto Motori del CNR di Napoli.

Vi sarà inoltre il “Green Air”, un programma realizzato nell’ambito di una joint venture tra l’ASI e la AGT Engineering, basata sulla formula della partecipazione “pubblico – privato” per l’utilizzo della ISS, e condurrà anche un innovativo test (su se stesso) per lo studio delle modificazioni della spina dorsale in condizioni di assenza di peso. “Svolgeremo diversi test di fisiologia” – ci ha detto Parmitano – “e procederemo con gli studi già avviati su come reagisce in generale il nostro fisico alle lunghe permanenze spaziali. In particolare io sarò impegnato in uno studio che, se avrà successo, potrà permettere in futuro di studiare la spina dorsale non più solo attraverso la risonanza magnetica, che necessita di macchinari costosi, complessi e di grandi dimensioni, bensì con un piccolo e versatile strumento ad ultrasuoni tramite una normale ecografia. In orbita lo si può sperimentare con continuità, perché lassù la colonna vertebrale subisce delle alterazioni”. Tra le curiosità legate alla missione, c’è sicuramente quella dell’alimentazione. Il menù degli astronauti, certamente non è più quello (ancora oggi presente nell’immaginario collettivo) delle pillole e dei tubetti. Certo, la varietà dei cibi e il sapore non sono ancora paragonabili a quelli dei migliori ristoranti terrestri (soprattutto italiani...), ma i passi avanti sono enormi. Luca Parmitano, avrà un menù che comprende ottimo cibo italiano: dalle lasagne al tiramisù, compresa la tipica “caponata siciliana” e il riso al pesto. Certo, non sarà un menù quotidiano (specie per una missione di sei mesi) ma rispetto al passato, cibo e bevande di qualità non mancano.

Il primo italiano a “passeggiare” nello spazio

Nel corso della missione, inoltre, gli astronauti a bordo della ISS gestiranno anche l’arrivo del modulo-cargo automatico europeo ATV. Un’altra grande novità caratterizzerà la missione “Volare”: Parmitano non si limiterà ad operare all’interno della ISS, ma diventerà protagonista delle due attività extraveicolari (EVA, Extra Vehicular Activity) previste. Sarà la prima volta per un astronauta italiano.

"Va sottolineato” - ha dichiarato il Presidente dell’ASI Enrico Saggese – “che ’Volare’ è una missione congiunta tra le agenzie spaziali italiana e americana, che l’ASI inserisce i propri astronauti all’interno di un team europeo e che Luca sarà il primo italiano a fare delle attività extraveicolari, un compito fisicamente davvero stressante”.

“Nel periodo in cui Parmitano sarà sulla Stazione Spaziale” - aggiunge Saggese – “verranno effettuate due “attività extraveicolari” nel mese di luglio. Inoltre Luca si occuperà delle manovre del braccio robotico della Stazione Spaziale”.

“In un momento di difficoltà per il Paese voglio ricordare che l’Italia ha un ruolo fondamentale nel mondo del volo umano spaziale: più del 50 per cento del volume abitabile della ISS è stato realizzato qui, nel nostro Paese” - ha commentato Parmitano - “vivere questa esperienza mi carica di un grande senso di responsabilità verso il mio Paese che mi ha preparato per questo momento”.

“Mi sento un privilegiato – ha aggiunto l’astronauta italiano - pertanto mi sento di esprimere gratitudine verso coloro che hanno reso possibile realizzare questo sogno. Sono orgoglioso di rappresentare l’Italia nello spazio con il tricolore cucito sulla spalla”.

FONTE: Antonio Lo Campo (lastampa.it)




lunedì 27 maggio 2013

Con il laser un nuovo sistema per rilevare esplosivi


Fino a quantità inferiori a 1 milligrammo a una distanza di 20 metri

Può rilevare quantità estremamente piccole di esplosivo, inferiori a 1 milligrammo, a una distanza di 20 metri. È il dispositivo portatile messo a punto e testato con successo dal consorzio Optix, che riunisce diversi partner europei, industriali e accademici, e ha ricevuto un finanziamento di 2,4 milioni di euro della Commissione Europea per il progetto Optical technologies for the identification of explosives.


IMPRONTE CHIMICHE - L’innovativo strumento, utile per scongiurare attacchi bomba, utilizza una tecnologia ottica avanzata. E, grazie ai laser, è in grado di identificare con precisione la struttura atomica e molecolare degli esplosivi e individuarne le tracce residue, esaminando rapidamente e in remoto oggetti sospetti: per esempio un'automobile o una valigia. «È virtualmente impossibile maneggiare e trasportare esplosivi senza lasciare tracce», spiega Javier Hernández, responsabile del progetto. «I residui infatti aderiscono alla superficie degli oggetti che li trasportano e alle mani delle persone che li hanno maneggiati». E Optix riesce a rilevare, anche a distanza, le impronte chimiche degli esplosivi.

SISTEMA OTTICO - In particolare, il sistema ottico di rilevamento di Optix si basa sull’uso combinato di due tecnologie: la spettroscopia Libs (Laser Induced Breakdown Spectroscopy), che identifica le emissioni atomiche e molecolari generate dalla rottura degli elementi a seguito dell’eccitazione da parte di un laser ad alta energia, e la spettroscopia Raman, che misura le variazioni negli stati di vibrazione delle molecole eccitate con il laser, rendendo possibile indentificare inequivocabilmente la loro struttura molecolare. Il sistema, integrato a una piattaforma con ruote, può essere facilmente trasportato ovunque sia necessaria una perlustrazione per garantire la sicurezza dell’area e dei cittadini. Può essere poi controllato in remoto dalle forze dell’ordine attraverso un computer-laboratorio portatile su cui arrivano in tempo reale i risultati ottenuti dal sistema di rilevamento.

TEST - Il prototipo è già stato provato con successo in laboratorio e in ambienti aperti, simulando diversi scenari possibili e in varie condizioni climatiche, coinvolgendo direttamente le forze e i corpi di sicurezza europei specializzati nel rilevamento e nella neutralizzazione di esplosivi. In particolare la tecnologia e le potenzialità di Optix sono state presentate agli esperti della Guardia Civil spagnola e della polizia catalana, basca, rumena, polacca e italiana. Ma prima di essere messo a disposizione delle forze di sicurezza europee, Optix sarà sottoposto a ulteriori prove per accrescerne la sensibilità e la precisione. La sua commercializzazione, secondo il consorzio che ha messo a punto il dispositivo, procurerà il doppio vantaggio di migliorare la sicurezza dei cittadini e rendere l’Europa meno dipendente dall’importazione di tecnologia. «Inoltre», aggiunge Hernández, «oltre all’applicazione nel campo del rilevamento da remoto degli esplosivi, la tecnologia laser sviluppata potrebbe essere utile anche nel campo delle indagini forensi».

FONTE: Simona Regina (corriere.it)





martedì 21 maggio 2013

Calpestare pc senza spezzarli, lo promette il materiale del futuro


Un team interdisciplinare dell’Università di Milano–Bicocca e Kyoto ha realizzato un materiale simile al kevlar, all'acciaio e alle fibre al carbonio ma più resistente, leggero ed economico. Potrà essere usato per realizzare scafi, navi, carrozzerie per le automobili, pale per gli elicotteri, oltre che nelle strutture portanti dei computer

CALPESTARE un computer senza spezzarlo, far salire un elefante su un auto evitando di romperla, o appendere un Tir a un filo: è ciò che promette un nuovo materiale con propietà simili al kevlar, all'acciaio e alle fibre di carbonio. Ma più resistente, leggero ed economico. La fibra realizzata consentirà di sopportare un carico di 6-8 tonnellate per centimetro quadrato, contro le 1,5 tonnellate dei compositi in fibre di carbonio. Con un costo inferiore di almeno dieci volte per chilogrammo. Tutto grazie a un nuovo processo applicato al polistirolo e utilizzato ad esempio per i cucchiaini da caffè, l'imballaggio e l'isolamento termico.

Lo studio, appena pubblicato su Nature Chemistry, è stato realizzato da un team interdisciplinare dell’Università di Milano–Bicocca, coordinato dal professor Piero Sozzani, ordinario di Chimica Industriale presso il Dipartimento di Scienza dei Materiali, e dell’Università di Kyoto, coordinato dal professor Susumu Kitagawa, del Dipartimento di Synthetic Chemistry and Biological Chemistry, Graduate School of Engineering.

"Al momento abbiamo certificato la possibilità di realizzare un materiale innovativo agendo direttamente sulla catena di polimeri nel momento della sua formazione, modificando e allineandone la struttura in maniera permanente, e stiamo pensando a depositare il brevetto", commenta il professor Piero Sozzani. "Con questa scoperta diventa finalmente possibile applicare un materiale più leggero, più resistente e più economico a differenti ambiti industriali: dall'automotive all'industria navale, passando per l'high tech e l'aerospaziale". Il nuovo materiale potrà quindi essere usato per realizzare scafi, navi, carrozzerie per le automobili, di pale per gli elicotteri, oltre che nelle strutture portanti dei computer.

Oggi, il metodo comunemente utilizzato prevede di stirare le fibre del materiale polimerico per allinearle e allungarle, un po' come se si filasse la lana: un procedimento reversibile e non sempre perfetto. Il nuovo processo molecolare e nanotecnologico scoperto dall'università di Milano-Bicocca e dall'ateneo di Kyoto prevede, invece, l'allineamento dei polimeri contestualmente al momento della loro creazione, in modo da rendere "strutturale" l'allineamento stesso. Le catena polimeriche sono tenute in registro da pinze molecolari, ovvero delle minuscole mollette che consentono alla struttura ordinata di rimanere stabile nel tempo.

FONTE: repubblica.it



lunedì 20 maggio 2013

Tickling, il solletico erotico che scatena il desiderio



Da bambini il solletico è stato per tutti, chi più chi meno, una piccola tortura perpetrata da parte di amici prepotenti o fratelli più grandi. Ma anche un gioco in grado di provocare risate fragorose.

Il tickling, il solletico erotico, praticato come gioco amoroso, per quanto diverso da quello infantile, richiama la stessa voglia di divertimento, tanto da non sfociare necessariamente in un rapporto.

Il termine inglese, tickling, lo fa apparire una pratica contemporanea (è diventato una moda) eppure, ha origini antiche e ammiratori in ogni epoca.

Caterina la Grande, imperatrice russa dal temperamento erotico spregiudicato, si faceva sfiorare dai servitori con ventagli di piume. Racconta Betony Vernon, antropologa, creatrice di gioielli erotici e autrice del libro «The Boudoir Bible: The Uninhibited Sex Guide for Today» (Rizzoli Usa) che «nella storia del costume la zarina è stata la più grande fan del moderno tickling».

L'obiettivo del tickling è di sedurre e scatenare il desiderio con gesti lenti, piccoli, morbidi, con le dita e con degli oggett: la fantasia la fa da padrona visto che si possono usare piume, spazzole, forchette, penne biro, spazzolini da denti, foglietti di carta piegati come origami, lunghi capelli sciolti... Il solletico erotico disinibisce grazie alle risate e alla conseguente liberazione della libido.

I punti più delicati e in grado di regalare le sensazioni più intense sono i piedi e le mani: lasciare che il partner vi si concentri mette in gioco la confidenza e la complicità. «In questi istanti è bellissimo parlarsi, per far capire quanto insistere, quando smettere», conclude Betony Vernon.

FONTE: ilmessaggero.it





giovedì 16 maggio 2013

Insulina dalla pelle come arma contro il diabete


Uno studio dell’Università degli Studi di Milano apre strade alternative nell’ambito delle terapie

Produrre insulina partendo dalla pelle. C’è riuscito un gruppo di scienziati italiani dell’università degli Studi di Milano, che in uno studio in pubblicazione su Pnas spiegano come trasformare le cellule della cute in cellule fabbrica dell’ormone chiave per il metabolismo dello zucchero. Il tutto senza cambiare il Dna. Una ricerca che, sono convinti gli autori, apre a «straordinarie potenzialità nella terapia del diabete e del tumore al pancreas». Trapiantate in topi diabetici, infatti, le cellule ottenute in laboratorio hanno ridotto i livelli di glicemia.


Lo studio, finanziato da Associazione italiana ricerca sul cancro, Miur e Regione Lombardia, è coordinato da Tiziana Brevini e Fulvio Gandolfi del Laboratorio di embriologia biomedica di Unistem, il Centro per la ricerca sulle cellule staminali della Statale di Milano. In sintesi, riassume l’ateneo, «i ricercatori hanno sperimentato con successo un metodo sicuro e privo di rischi per cambiare la funzione delle cellule senza alterare la sequenza del loro Dna, ma intervenendo nelle modificazioni epigenetiche che presiedono al programma di differenziazione cellulare».

«Tutte le cellule del nostro organismo - spiegano dalla Statale - possiedono infatti lo stesso Dna, ma si differenziano in più di 200 tipi cellulari diversi per formare i diversi organi e tessuti. Ciò è reso possibile grazie a un meccanismo di selezione in base al quale alcuni tratti del Dna sono attivati e altri silenziati. Ad esempio, in una cellula del cuore sono attive le sequenze di Dna che controllano il conseguimento della corretta morfologia e funzionalità cellulare cardiaca, mentre sono inaccessibili, e quindi represse, quelle tipiche delle cellule di altri tessuti. Il profilo di espressione è dunque regolabile da modificazioni che non toccano la sequenza del Dna ma solo la sua accessibilità, e che vengono definite “epigenetiche”». Dunque, «interagendo con i processi epigenetici di definizione tissutale, si può modificare la specializzazione e il destino di una cellula».

I ricercatori milanesi hanno utilizzato la 5 aza-citidina, una molecola in grado di rimuovere dal Dna delle cellule differenziate i “blocchi” che ne limitano l’accessibilità. Una «finestra di aumentata plasticità» che i ricercatori hanno sfruttato per attivare un programma di differenziamento diverso: hanno azzerato il programma attivo nelle cellule prelevate dalla cute, indirizzandole verso il differenziamento pancreatico. È stato così possibile convertire una cellula della pelle in una che produce i diversi ormoni pancreatici. Una trasformazione che si è mantenuta stabile anche dopo il trapianto delle cellule in topi diabetici, dove la loro presenza ha assicurato normali livelli di glicemia.

«Fino ad oggi - sottolineano i ricercatori - gli esperimenti di conversione e riprogrammazione cellulare erano stati realizzati grazie all’utilizzo di vettori retrovirali e/o mediante l’inserzione di segmenti di Dna esogeno», esterno, «operazioni che implicano modificazioni genetiche, con elevato rischio di possibili trasformazioni tumorali scarsamente controllabili». Limiti superati dalla tecnica “made in Milano”, che «non altera il patrimonio genetico della cellula, ma semplicemente rende il suo Dna più accessibile e plastico».

Per gli autori, «questo nuovo approccio sperimentale apre strade alternative e di enorme potenzialità, sia nell’ambito della terapia del diabete, così come nel tumore del pancreas. L’utilizzo delle cellule “convertite“ permetterà altresì la messa a punto di screening pre-clinici e test farmacologici che evitano l’impiego di modelli sperimentali animali e forniscono dati direttamente applicabili alla specie umana. Inoltre, la facile reperibilità delle cellule dalla cute permetterà l’allestimento di terapie paziente-specifiche».

FONTE: lastampa.it




mercoledì 15 maggio 2013

Celiachia, un test per la diagnosi precoce


La chiave per riconoscere la malattia è una proteina che stimola la produzione di anticorpi in presenza di Rotavirus

C’è una nuova, potenziale spia che potrebbe aiutare a svelare precocemente la celiachia, superando le attuali difficoltà nel riconoscimento della malattia. L’hanno individuata i ricercatori dell’Istituto Gaslini di Genova in collaborazione con l’Università di Verona. Il test, da eseguire esclusivamente nei soggetti geneticamente predisposti a sviluppare la malattia (la sola predisposizione genetica non basta però per ammalarsi), permette la diagnosi precoce di celiachia e può aiutare a diagnosticare i casi in cui i sintomi sono particolarmente sfumati o la patologia non dà alcun segno della sua presenza. La chiave per riconoscere la malattia si chiama VP7, ed è una proteina che stimola la produzione di anticorpi specifici in seguito all’infezione da Rotavirus. Questi anticorpi vengono infatti prodotti solamente nelle persone affette da celiachia e non nei soggetti sani. Con un semplice esame del sangue, quindi, si può sperare di individuare la patologia, ben prima che i normali esami come la rilevazione della transglutaminasi risultino positivi.


LO STUDIO - La ricerca, condotta da Antonio Puccetti, ricercatore del Laboratorio di Immunologia Clinica e Sperimentale dell’Istituto Giannina Gaslini di Genova, in collaborazione con Claudio Lunardi e Giovanna Zanoni dell’Università di Verona, è stata pubblicata sulla rivista Immunologic Research. Il nuovo studio nasce da una precedente indagine, in cui i ricercatori dell’Istituto Gaslini e dell’Università di Verona avevano scoperto alcuni anni fa che l’infezione da Rotavirus può scatenare l’insorgenza della celiachia. In questo lavoro è stata studiata per diversi anni una casistica di oltre trecento bambini geneticamente predisposti a sviluppare la celiachia. Circa il dieci per cento dei soggetti analizzati ha sviluppato la malattia nel corso del monitoraggio. I ricercatori hanno dimostrato che nel sangue di questi bambini erano presenti anticorpi diretti contro la proteina VP7 del Rotavirus, che comparivano anche dieci anni prima dell’insorgenza della malattia.

IL TEST - «Durante lo studio, solo i bambini che si ammalavano di celiachia presentavano anticorpi diretti contro la proteina Vp7 del rotavirus - spiega Puccetti -. Abbiamo osservato che gli anticorpi anti-Vp7 comparivano diverso tempo prima dell’esordio della malattia e prima degli anticorpi anti-transglutaminasi che vengono utilizzati per la diagnosi della celiachia. Abbiamo quindi messo a punto un test semplice e di facile esecuzione per prevedere l’insorgenza della malattia celiaca nei soggetti geneticamente predisposti». Questo test si basa sulla determinazione nel siero di anticorpi diretti contro la proteina VP7 del Rotavirus, è positivo prima dell’esordio della malattia e prima della comparsa degli anticorpi anti-transglutaminasi. «Il test realizzato al Gaslini si può eseguire con una semplice analisi del sangue, al momento è disponibile solo presso il nostro laboratorio di ricerca, ma potrebbe diventare in tempi brevi un kit diagnostico commerciale - precisa Puccetti -. Il test infatti è stato messo a punto in un formato che è facilmente adattabile anche a scopi commerciali».

DIAGNOSI - «La diagnosi di celiachia oggi disponibile si basa sulla presenza nel sangue di particolari anticorpi diretti contro un enzima (Transglutaminasi) che agisce sul glutine, e su una biopsia eseguita con gastroscopia - spiega Lorenzo Moretta, direttore scientifico dell’Istituto Gaslini -. Questo studio rappresenta quindi un importante passo avanti per una diagnosi precoce di celiachia e può essere particolarmente utile in caso di celiachia con sintomatologia atipica extraintestinale o nei casi di celiachia silente. Ricordiamo che la celiachia è una patologia subdola, che può portare danni notevoli a un organismo in accrescimento, pertanto una diagnosi precoce è di particolare rilevanza».

LA MALATTIA - La celiachia è una malattia infiammatoria cronica dell’intestino tenue, dovuta a una intolleranza al glutine (una proteina contenuta in alcuni cereali: frumento, farro, orzo, segale, avena) assunto attraverso la dieta. La celiachia è una malattia a predisposizione genetica, ciò significa che alcune persone alla nascita hanno i geni che favoriscono la comparsa del disturbo. Chi ha i geni predisponenti (HLA DQ2/DQ8) non è detto che si ammali per forza, infatti, non si tratta di una malattia genetica, dove la trasmissione di un gene alterato fa nascere bambini con la malattia, mentre l’assenza di questi geni preclude la possibilità di contrarre la patologia. Secondo l’Associazione Italiana Celiachia, i celiaci italiani potrebbero essere 600.000, ma si arriva a una diagnosi solo in un caso ogni 7 persone affette da celiachia. Attualmente sono stati diagnosticati 135.800 casi (rapporto Ministero Salute 2011), l’incremento annuo è del 19 per cento.

FONTE: Paola Santamaria (corriere.it)





domenica 12 maggio 2013

Successo del volo ipersonico. Si apre l'era degli aerei superveloci



Un viaggio di 240 secondi: il velivolo X-51A ha superato la soglia dei cinque Mach spinto da un motore Scramjet

Al quarto tentativo il velivolo ipersonico senza pilota Boeing X-51A WaveRider è riuscito a compiere il suo volo più lungo: tre minuti e mezzo alla velocità di 5.1 Mach. Si è superata dunque la soglia dei cinque Mach entrando nella fascia del volo ipersonico che rappresenta il sogno per i futuri aeroplani. Il programma di ricerca, il più avanzato finora realizzato a livello internazionale, è condotto congiuntamente dall’Air Force Research Laboratory e dalla Darpa, l’agenzia di ricerca del Pentagono. La costruzione è stata affidata alla Boeing.
IL PIÙ VELOCE - Questo quarto test avvenuto il 1° maggio segna un successo a lungo atteso perché il programma è costellato da fallimenti, a dimostrazione che la strada è ancora lunga da percorrere per padroneggiare la futuristica tecnologia dello scramjet. Un propulsore scramjet non ha parti meccaniche in movimento come un jet supersonico con turbine, compressori eccetera. Quando la sua velocità sale verso la fascia ipersonica nella geometria della camera di combustione viene iniettato il combustibile (il JP-7 per l’occasione) che, acceso, consente appunto di volare a velocità ipersonica. Il primo test avvenne tre anni fa, il 26 maggio 2010. Raggiunge i 5 Mach ma non i 300 secondi di volo come pianificato, ma solo 200. Il secondo si effettuava il 13 giungo 2011 dopo vari rinvii. Però non funzionò a causa di un’anomalia nel sistema d’ingresso dell’aria. Il terzo esperimento condotto il 14 agosto dell’anno scorso fu un insuccesso totale perché una delle quattro alette stabilizzatrici posteriori rivelò movimenti anomali sino a portare fuori controllo il velivolo che finì nel Pacifico. Ora i problemi sembrano superati e il passo è dunque storico perché si è raggiunta la lunga durata stabilita dimostrando il buon funzionamento dei complessi sistemi.
SFIDA AL FUTURO - La difficoltà a gestire un volo ipersonico è duplice. Da una parte c’è alla base una incompleta conoscenza delle condizioni nelle quali il velivolo si proietta, a livello soprattutto di interazione tra mezzo e atmosfera. Il secondo aspetto riguarda al tecnologia non ancora matura per padroneggiare le ardue situazioni. Vari infatti sono a livello internazionale i progetti di ricerca mirati a questi obiettivi. Una volta conquistati si pensa di poter costruire dei velivoli militari con motori scramjet e in un futuro più remoto anche dei velivoli passeggeri, consentendo il collegamento fra i continenti in tempi molto più rapidi. Ma inoltre si ipotizzano pure dei velivoli combinati capaci di facilitare l’accesso allo spazio.
240 SECONDI - Il quarto test si è effettuato con la partenza dell’X-51A appeso all’ala di un bombardiere B-52 dalla base di Edwards in California. Una volta raggiunta l’area di test sul Pacifico l’X-51A si è staccato ed ha acceso un propulsore a razzo ausiliario a propellenti solidi che lo ha portato alla velocità di 4.8 Mach necessaria all’accensione del motore scramjet il quale lo ha poi spinto al regime ipersonico mantenuto per 240 secondi, fino all’esaurimento del combustibile. I dati venivano trasmessi in diretta e il prototipo alla fine è caduto in mare come stabilito. Questo era l’ultima prova stabilita dal programma che ora tutti sperano di poter continuare verso altre tappe ancora più complicate ma determinanti per l’aviazione del futuro.

venerdì 10 maggio 2013

Fare troppe cose insieme è «deprimente»


Un circolo vizioso che genera anche ansia

Guardare la TV e nello stesso tempo controllare la posta sul telefonino o giocare sul tablet. È il tipico multitasking dei giorni d'oggi, digitale e irrefrenabile, a cui cedono tantissimi "intossicati" di tecnologie e non solo loro. Uno studio della Michigan State University avverte però che il multitasking digitale può associarsi ad ansia e depressione: non è chiaro se sia il disagio psicologico a portarci a cercare distrazione nel sovraccarico digitale o siano tablet e cellulari a provocare il malessere, ma i due problemi paiono comunque legati (GUARDA).

CAUSA-EFFETTO - L'affermazione nasce dall'analisi di oltre 300 volontari, pubblicata su Cyberpsychology, Behavior and Social Networking e condotta da Mark Becker. Il ricercatore ha chiesto ai partecipanti quante ore alla settimana passassero a guardare la TV, usare il cellulare, mandare messaggi, ascoltare musica con lettori Mp3, navigare in rete, giocare con tablet e pc e così via; quindi li ha sottoposti a questionari per indagare il loro benessere psicologico e la presenza di sintomi di disturbi mentali, dall'ansia alla depressione. L'associazione è risultata netta: chi indulge nel multitasking multimediale ha più spesso segni di disagio mentale e psicologico. «Non siamo però in grado di stabilire una relazione di causa-effetto, non sappiamo cioè se sia il multitasking digitale a facilitare ansia e depressione o il contrario, ovvero il malessere spinga a cercare una "distrazione" fra telefonini e computer - spiega Becker -. Nel primo caso dovremmo cercare di aiutare chi eccede nel multitasking a ridurre le ore passate interagendo con gli strumenti tecnologici per scongiurare la comparsa di un problema mentale; nel secondo caso l'informazione è comunque rilevante, perché osservare un eccesso di multitasking potrebbe servire come campanello d'allarme per riconoscere il malessere».

QUANDO SI INVECCHIA - In ogni caso, se anche non è ancora dimostrato in modo inoppugnabile che il multitasking generi ansia (e non viceversa), pare invece molto più solida, perlomeno, l’ipotesi che il nostro cervello faccia fatica ad adattarsi al multitasking man mano che invecchia. A fornire «le prove» è, sulla rivista BMC Neuroscience, uno studio della giapponese Seirei Christopher University, che dimostra come con l'andare degli anni gli "impegni" cerebrali su più fronti richiedono un maggior consumo di ossigeno e dispendio di energie a livello della corteccia prefrontale, area associata a memoria, emozioni e capacità decisionale. «Abbiamo studiato che cosa accade nel cervello di ventenni e ultrasessantacinquenni durante un multitasking che prevedeva un'azione "fisica" e una mentale, osservando che in tutti cresce il flusso di sangue verso la corteccia frontale; nei più anziani però il fenomeno è più marcato e dura più a lungo - spiega Hironori Ohsugi, il coordinatore dello studio -. Come se con l'età il cervello facesse più fatica a concentrarsi su due cose contemporaneamente e scegliesse di puntare su una, privilegiando il compito "mentale" rispetto a quello fisico; i giovani invece riescono a mantenersi su più fronti con la stessa intensità. I volontari erano tutti sani, per cui questo aumento dell'attività della corteccia prefrontale necessario a sostenere il multitasking pare un evento correlato a un normale invecchiamento. Adesso vogliamo capire se "allenarsi" al multitasking possa aiutare a mantenere il cervello giovane più a lungo». Si spera vivamente di sì, visto che le nostre vite sempre più frenetiche ci portano quasi inevitabilmente al multitasking: se proprio dovesse farci venire l'ansia o la depressione, auguriamoci che almeno aiuti a tenere il cervello in allenamento.

FONTE: Alice Vigna (corriere.it)





mercoledì 8 maggio 2013

Cnr, un microchip organico per studiare i neuroni



Nuove prospettive contro Parkinson ed epilessia

Arriva un microchip organico made in Italy per studiare i neuroni. La messa a punto di una nuova tecnologia, l’elettronica organica trasparente, capace di ottenere informazioni in merito all’attività neuronale, apre così una innovativa piattaforma d’indagine. La ricerca, condotta da due istituti del Consiglio nazionale delle ricerche di Bologna, l’Istituto per lo studio dei materiali nanostrutturati (Ismn-Cnr) e l’Istituto per la sintesi organica e la fotoreattivita’ (Isof-Cnr), in collaborazione con l’Istituto italiano di tecnologia (Iit) e con Etc, spin off del Cnr e start up del Gruppo Saes, ha dimostrato che si può stimolare l’attività neuronale, `manipolarla´ e leggerla attraverso uno strumento biocompatibile: Ocst, organic cell stimulating and sensing transistor.

I risultati sono stati pubblicati su Nature Materials. «Il dispositivo è costituito da un microchip organico trasparente sul quale vengono adagiate le reti neuronali, caratterizzato dalla capacità di stimolare e registrare segnali elettrici e, in prospettiva, di generare luce», spiega Michele Muccini, responsabile del Cnr-Ismn di Bologna e coordinatore del progetto insieme con Valentina Benfenati e Stefano Toffanin. «Inoltre, in quanto biocompatibile, Ocst riesce a rimanere a contatto per lungo tempo con i neuroni primari senza che questi vengano danneggiati, offrendo la possibilità di comprendere il loro funzionamento e di modulare la loro attività con maggiore efficacia rispetto alle tecnologie esistenti».

L’applicazione di questo strumento fornisce numerosi vantaggi, assicurano i ricercatori. «Il suo sviluppo permetterà di studiare anche altri tipi di neuroni e di cellule, dando la possibilità di compiere significativi passi avanti nella determinazione del funzionamento del cervello umano», prosegue Muccini. «In futuro la capacità di interazione tra cellule nervose e dispositivo potrebbe trovare applicazioni per la rigenerazione del tessuto nervoso periferico compromesso da incidenti traumatici, da malattie neurodegenerative come il Parkinson o nella diagnosi precoce di eventi epilettici».

Lo studio ha impegnato un team di 13 ricercatori, tra cui esperti in scienza e tecnologia dei materiali, neuroscienziati ed elettrofisiologi, che ha lavorato per due anni presso la sede del Cnr di Bologna, all’interno delle linee strategiche del dipartimento di Scienze chimiche e tecnologie dei materiali dell’Ente e delle ricerche sullo sviluppo di tecnologie per la comprensione del funzionamento del cervello, oggetto di importanti programmi strategici europei e americani.

FONTE: lastampa.it





martedì 7 maggio 2013

Peggio che l’AIDS? C’è un nuovo superbatterio sessualmente trasmissibile



Potrebbe essere più micidiale e letale dell’AIDS, il batterio sessualmente trasmissibile scoperto già due anni fa in Giappone da un team di ricercatori. Oggi, questo bacillo potrebbe diffondersi a macchia d’olio nel mondo grazie alla sua acquisita resistenza agli antibiotici



L’AIDS, l’immunodeficienza acquisita derivante dall’infezione da virus HIV, è un problema mondiale sempre più presente, ma oggi, questa sua supremazia potrebbe essere scalzata da un altro bacillo sessualmente trasmissibile e molo agguerrito: l’HO41.

Questo superbatterio, scoperto già due anni fa in Giappone in una giovane trentunenne che ne era affetta, è il ceppo di Gonorrea HO41 antibiotico-resistente.

Poiché è divenuto resistente agli antibiotici, questo batterio potrebbe divenire una minaccia reale e preoccupante – dato che, visto il caso, non esiste una cura.

Sebbene la FDA americana faccia sapere che i casi di gonorrea classici si possono trattare efficacemente con le tradizionali cure, a preoccupare gli esperti è il ceppo divenuto antibiotico-resistente.

«Prendersi la gonorrea da questo ceppo – ha commentato alla CNBC il dottor Alan Christianson, naturopata – potrebbe portare qualche persona alla morte in pochi giorni a causa di uno shock settico [o setticemia]. Questo è molto pericoloso».

Secondo Christianson, il superbatterio potrebbe essere molto peggio dell’AIDS nel giro di poco tempo. Essendo un batterio molto aggressivo, nel tempo potrà interesserare in modo rapido sempre più persone, sottolinea l’esperto.

«E’ una situazione di emergenza – ha aggiunto William Smith, direttore esecutivo della National Coalition of STD Directors (NCSD), un ente per la promozione della salute sessuale – Mentre il tempo passa, è sempre più pericoloso».

La gonorrea è una malattia che si trasmette attraverso un contatto sessuale non protetto. Popolarmente è anche conosciuta come “scolo”. Altri nomi sono blenorrea, blenorragia.

E’ un’infezione difficile da rilevare poiché in molti casi è asintomatica (in circa il 50 per cento delle donne e nel 5 per cento degli uomini), tuttavia se non trattata può portare a tutta una serie di complicazioni per la salute più o meno gravi.

Nelle donne, tra l’altro, può portare a infertilità. Spesso, quando si manifesta, è caratterizzata da arrossamento e perdite vaginali di modesta entità; nei maschi si hanno condizioni dolore e bruciore nella minzione e anche sterilità. Oltre a ciò si possono sviluppare malattie potenzialmente letali e, da non ultime, infezioni a carico del cuore.

Una comune infezione sessuale può dunque trasformarsi e assumere connotati inquietanti, per via della capacità di alcuni batteri di divenire resistenti agli antibiotici: è noto il grave problema dei batteri MRSA (methicillin-resistant Staphylococcus aureus) e CRE (carbapenem-resistant Enterobacteriaceae) che, ogni anno, mietono milioni di vittime in tutto il mondo.

Una soluzione urgente è davvero necessaria. Nel frattempo, cerchiamo di non avere rapporti sessuali non protetti.

FONTE: lastampa.it



sabato 4 maggio 2013

Malati di tintarella, è boom



Gli esperti lanciano l’allarme tanoressia, la voglia di essere abbronzati che fa dimenticare le precauzioni e non tenere conto dei rischi cui si va incontro esponendosi al Sole, o alle lampade solari, senza una corretta protezione. Lo studio italiano.

Uno studio italiano mette in evidenza come vi sia poca informazione sui rischi di un’esposizione scorretta ai raggi solari o, peggio, ai lettini abbronzanti.
Nonostante i dati che confermano un aumento dei casi di cancro della pelle, sono ancora in molti – specie i giovani – a non ritenere che vi possano essere rischi nell’abbronzarsi, così come scoperto dal professor Giuseppe Monfrecola e la dottoressa Gabriella Fabbrocini nel loro studio.

L’estate e alle porte, e così il maggior tempo passato all’aperto. Tuttavia, non basta questo poco tempo per abituare la pelle ai raggi UV. Tenuta nascosta per molti mesi dai vestiti invernali, la pelle dovrebbe poi, di colpo, sopportare un’improvvisa esposizione, in special modo quando si va in vacanza e ci si mette al Sole per molte ore. E’ chiaro che, con queste premesse, se non si prendono le dovute precauzioni si rischia di fare più danni che altro.
Allo stesso modo, l’abuso di lettini e lampade solari non può che essere dannoso.

Ma quello che più manca, è la cultura della prevenzione. Ed è proprio ciò che hanno scoperto il prof. Giuseppe Monfrecola, Direttore della Scuola di Specializzazione in Dermatologia e Venereologia della Facoltà di Medicina e Chirurgia e la dott.ssa Gabriella Fabbrocini, docente di dermatologia e venereologia presso l’Università di Napoli Federico II con uno studio condotto nel 2012 e pubblicato suPhotodermatology, Photoimmunology & Photomedicine.

L'indagine ha coinvolto 191 studenti di un liceo di Napoli di età compresa tra i 16 e 19 anni e ha messo in luce come circa il 17 per cento degli adolescenti non ritegna dannosa l’esposizione al Sole, mentre il 35 per cento non è per nulla a conoscenza dei rischi legati all’uso di lettini solari.
«Questi risultati sono allarmanti – sottolinea la dott.ssa Fabbrocini – è molto importante seguire delle regole quando si parla di esposizione al sole questo perché la mania da abbronzatura chiamata tanoressia sta sempre più prendendo piede, soprattutto tra i giovani, esponendoli al rischio di tumori cutanei».

Come accennato, dopo mesi di ombra, la pelle dovrebbe essere abituata, poco a poco, alla nuova esposizione ai raggi solari. Ma qual è il modo più giusto per farlo, senza incorrere in rischi?
«Per predisporre la pelle all’esposizione al Sole – spiega Fabbrocini – basta seguire i tre passi fondamentali: pulire, tonificare e idratare. Azioni che fanno sì che la pelle arrivi nello stato ideale per accogliere i raggi sani e proteggersi da quelli dannosi come i raggi UVA che, penetrando in profondità, sono responsabili del foto invecchiamento, di allergie solari e nei casi più gravi dei tumori della pelle».

Ci sono poi persone che dovrebbero fare ancora più attenzione all’esporsi ai raggi UV, e sono coloro che presentano pelli miste e acneiche
«Questo tipo di pelle – aggiunge Fabbrocini – sottoposta ai raggi del Sole migliora il suo aspetto ma è una condizione solo temporanea e, a fine estate, c’è il rischio, a causa dell’effetto rebound, di trovare una situazione peggiore di quella di partenza. Per questo motivo bisogna utilizzare una protezione solare adatta che agisca sull’ispessimento eccessivo dello strato corneale, fenomeno responsabile della comparsa di brufoli dopo le vacanze».

Non facciamoci dunque prendere dalla frenesia di sfoggiare un corpo abbronzato, ma facciamo un passo per volta. Prepariamo la nostra pelle ad accogliere i raggi abbronzanti come si deve e in sicurezza, e poi sì che potremo avere non solo un aspetto più piacevole, ma saremo anche in salute.

FONTE: lastampa.it

venerdì 3 maggio 2013

Consigli per affrontare le allergie stagionali


Da un esperto allergologo e da Meteopolline.it i suggerimenti per affrontate le allergie stagionali che, quest’anno, con la primavera in ritardo, potranno scatenarsi verso l’estate

La primavera, quest’anno, pare voglia farsi attendere più del dovuto.

Le continue e insistenti piogge, specie al Nord, hanno fatto scendere le temperature e ritardato la fioritura delle piante. Questo, che a prima vista può sembrare buona cosa per chi soffre di allergie ai pollini e stagionali in genere, in realtà secondo l’esperto non potrebbe far altro che posticipare l’avvenimento e far scatenare – magari anche più forti – le allergie in estate.

Per questo motivo, l’allergologo e otorinolaringoiatra dell’Università dell’Alabama a Birmingham (UAB), dottor Richard Waguespack, ha pensato di elargire alcuni consigli su come affrontare l’arrivo delle allergie.

«Quando è ragionevole e coerente con il vostro stile di vita – spiega Waguespack nel comunicato UAB – se si soffre di allergie all’aperto, si dovrebbe rimanere in casa quando vi è tutto in fiore».

Controllare poi i bollettini dei pollini è un'altra saggia precauzione da prendere. Per questo, si può visitare il sito: meteopolline.it.

Altri modi per combattere le allergie, secondo l’esperto sono il tenere le finestre chiuse, soprattutto tra le ore 10.00 e le 16.00, che è il periodo della giornata in cui l’attività di pollinazione è maggiore.

In caso di crisi è bene utilizzare un rimedio antistaminico, non sedativo, facendosi magari consigliare dal proprio medico.

«Facendosi visitare dal vostro medico di famiglia o uno specialista otorino, quando le allergie non siano facilmente trattabili con farmaci OTC [da banco], è di vitale importanza per la riduzione dei sintomi», sottolinea Waguespack.

Trattare il problema della congestione nasale con un spray da inalare, contenente steroidi, può essere utile, tuttavia i sintomi possono essere confusi: vi sono infatti situazioni come una sinusite che possono essere confuse con una rinite o congestione nasale. Anche in questo caso, una visita dal medico è essenziale.

«A volte un paziente può confondere le allergie con una sinusite o infezione delle vie respiratorie superiori – spiega infatti Waguespack – per questo è così importante che i pazienti si rechino dal medico per un check-up, in modo che si possa ottenere una corretta diagnosi e trattamento».

Altro suggerimento in caso di allergie che persistono tutto l’anno o che non rispondono ai trattamenti, è quello di sottoporsi a dei test allergologici.

Altri semplici consigli, insieme a un utile opuscolo scaricabile gratis, li trovate sempre sul sito Meteopolline.it.

Di seguito, alcuni dei consigli che trovate sul sito:

- Limitare le gite in campagna nei periodi di massima fioritura. Meglio il mare o la montagna, ricordando però che in montagna le graminacee fioriscono in ritardo, verso agosto-settembre.

Per chi è allergico alla parietaria invece il soggiorno in montagna è l’ideale. Questa pianta infatti non cresce al di sopra dei 1000 metri.

- Quando si va in moto o in auto è bene usare un casco integrale nel primo caso, e un filtro antipolline efficiente nel secondo.

- Non stendere le lenzuola all’aperto per evitare che raccolgano pollini.

- Una volta rientrati a casa fare una doccia, lavarsi i capelli e cambiare i vestiti: in questo modo si eliminano i pollini attaccatisi ai capelli nel corso della giornata, evitando così l’esposizione notturna.

- Ricordare che le concentrazioni di pollini sono maggiori nelle giornate ventose e soleggiate e calano invece con la pioggia.

- Chi possiede un animale domestico dovrebbe ricordarsi che il polline può attaccarsi al pelo ed essere veicolato in casa.

- Se le indossate, durante il periodo di fioritura limitare l’uso delle lenti a contatto. I granuli di polline possono rimanere intrappolati fra la lente e l’occhio. Meglio gli occhiali normali.

- Attenzione agli alcolici: l’alcol stimola la produzione di muco e dilata i vasi sanguigni. Ciò può peggiorare la secrezione e la congestione nasale.

FONTE: lastampa.it