domenica 30 giugno 2013

Il dosso che produce energia entra in attività

Recupera energia cinetica dalle auto che passano e la trasforma in corrente elettrica alternata

«Oggi tutti puntano sulle fonti naturali, ma poi l'energia va portata in città per essere utilizzata. Noi abbiamo pensato all'energia che la città stessa produce». Andrea Pirisi, 34 anni, ingegnere elettrico, spiega così l'intuizione che lo ha portato, insieme ai suoi soci Massimiliano Nosenzo e Andrea Corneo, a inventare Lybra (bilancia in latino, ndr), il primo dosso che recupera energia dalle auto che passano e la trasforma in corrente alternata, pronta da da riutilizzare. Il progetto del dosso, che ha ricevuto diversi premi, finalmente vedrà la sua prima applicazione. Tra il 25 e il 26 giugno due di questi speciali rallentatori saranno installati nel parcheggio del centro commerciale Auchan di Rescaldina, nel in provincia di Milano. Uno shopping center dove passano in media 8.500 auto al giorno. Questo permetterà di produrre 100 mila chilowattora/anno, l'equivalente, all'incirca, di quanta ne producono un impianto fotovoltaico da 80 kW, oppure circa 19 tonnellate di petrolio.
ENERGIA DAL TRAFFICO - I creatori di Lybra, che nel 2011 hanno dato vita all'impresa Undeground Power, erano da tempo alla ricerca di finanziatori per testare il loro dosso. Auchan, invece, tramite il progetto Creative Attitude rivolto ai suoi dipendenti in tutta Europa, era alla ricerca di un dispositivo per aumentare la sostenibilità ambientale dei centri commerciali. «Avevo sentito parlare di un test fatto da una discoteca londinese che dimostrava quanta energia producevano i clienti ballando», racconta Alessandro Gullo, 37 anni, progettista per Auchan. «Allora ho pensato di lavorare anch'io sul movimento, ma quello dei veicoli, che in un centro commerciale abbondano. Abbiamo cercato imprese anche negli Usa, ma poi siamo stati orgogliosi di trovare come partner unastart up italiana». «Se l'impianto funzionerà, e siamo certi che lo farà, pensiamo di installarlo anche nelle altre nostre sedi», aggiunge Edoardo Favro, amministratore delegato di Gallerie commerciali Italia. «Siamo consci del fatto che i centri commerciali sono grandi consumatori di energia e con questo metodo miriamo a ridurre i consumi a favore dell'ambiente e grazie alla collaborazione dei nostri clienti che azioneranno il dosso con le loro auto».
Il DOSSO E LA CORRENTE - Lybra è un rallentatore di velocità fatto di gomma e acciaio. Quello di Rescaldina sarà lungo dieci metri. Passando sopra al dosso, le auto producono energia cinetica, che viene catturata da una dinamo che poi la trasforma in corrente alternata. «Un dispositivo come questo va sistemato in luoghi dove le auto devono rallentare, come le rotonde o, in questo caso, i parcheggi», spiega Pirisi. «Inoltre, l'energia prodotta è subito disponibile per essere riutilizzata. E si restituisce all'ambiente energia che andrebbe sprecata».
INVESTIMENTO - L'impianto per Auchan costa circa 100 mila euro e l'azienda prevede un rientro dei costi in circa sette anni. Pirisi e i suoi soci, tra cui c'è anche il professor Riccardo E. Zich del Politecnico come responsabile scientifico, vedono realizzarsi un sogno a cui hanno cominciato a lavorare nel 2005, quando Pirisi stava facendo il dottorato al Politecnico. Un segnale di speranza anche per tante altre start up italiane. «Quando abbiamo cominciato eravamo in tre e la nostra sede era in un garage. Siamo partiti mettendo, tutti insieme, 100 mila euro», racconta Pirisi. «Poi abbiamo partecipato a tutti i bandi possibili, abbiamo avuto momenti di successo e altri in cui abbiamo ricevuto rifiuti, ma tutto ci è servito per migliorare. Ai giovani dico che non è vero che queste cose si possono realizzare solo all'estero, le possibilità ci sono anche qui in Italia».

venerdì 21 giugno 2013

Usa, la macchina che legge le emozioni nel cervello


La felicità è la più facile da riconoscere, l’invidia la più difficile e sulla lussuria non si sbaglia

Arriva dagli Stati Uniti la macchina in grado di “leggere” le emozioni nel cervello. L’hanno messa a punto gli scienziati americani della Carnagie Mellon University, che dopo aver ricostruito in maniera accurata le vie neuronali attivate in base alle emozioni provate, hanno creato un programma che permette di analizzarle attraverso l’osservazione del cervello con la tecnica dell’imaging.


L’apparecchiatura descritta nello studio, pubblicato su PlosOne, secondo gli autori si distingue da metodiche precedentemente elaborate per accuratezza. La felicità è l’emozione più semplice da riconoscere, l’invidia la più difficile e sulla lussuria non si sbaglia: difficile confonderla con altre sensazioni.

Nella prima fase dello studio gli scienziati hanno scannerizzato il cervello di 10 attori mentre “recitavano” a caso 9 sensazioni: rabbia, invidia, paura, disgusto, felicità, tristezza, timidezza, orgoglio e lussuria, ricostruendo così le vie del cervello che si attivavano in base ai sentimenti provati. Questa “mappatura” è stata poi usata per programmare il “lettore di emozioni”. Successivamente, per verificare che fossero attendibili le informazioni raccolte nella prima fase, sono state fatte delle prove sia sugli stessi attori, che su altre persone.

La macchina si è dimostrata molto più accurata di qualsiasi altro apparecchio simile messo a punto prima di questo. La felicità sembra essere l’emozione più facile da riconoscere, mentre l’invidia la più difficile. Raramente l’apparecchio ha confuso sensazioni negative con quelle positive, suggerendo che queste siano legate all’attività di diversi gruppi di neuroni. Molto difficile, inoltre, confondere la lussuria con altre sensazioni.

Gli autori dello studio hanno spiegato che le emozioni nel cervello sono organizzate in base a 3 principali fattori: «La valenza delle emozioni, positiva o negativa; l’intensità con cui la si percepisce, debole o forte; la socievolezza, ovvero coinvolgimento o meno con un’altra persona».

FONTE: lastampa.it




giovedì 20 giugno 2013

Il futuro dell'aviazione parla italiano con l'aereo elettrico a decollo verticale

Si tratta di un velivolo elettrico a decollo verticale (Agusta Westland)

Progetto Zero è un velivolo interamente elettrico capace di sollevarsi in verticale come un elicottero

LE BOURGET (Parigi) - È stato tenuto segreto per quasi due anni, è stato fatto volare nella brughiera milanese più volte e in molti modi e una volta conclusa la prima fase di prove è stato presentato alla ribalta internazionale del salone aerospaziale parigino di Le Bourget. È il Progetto Zero, un aereo dalle strane forme bianche e rosse attorno alle quali si concentrano gli occhi curiosi degli specialisti di ogni continente: sicuramente la macchina volante più attrattiva di questo salone.

BANCO PROVA - L’avveniristico velivolo è stato costruito da Agusta Westland e i suoi primi test celesti (primo volo nel maggio 2011) sono stati effettuati nella sede di Cascina Costa accanto ai più tradizionali elicotteri che conosciamo. E proprio per guardare a un loro futuro diverso, più sofisticato e perfezionato, è nato Progetto Zero. «È un dimostratore tecnologico, un banco prova volante», spiega Luigi Umberto Ricci Moretti, direttore del programma, «con il quale abbiamo affrontato sfide in campi diversi del volo verticale i cui risultati saranno trasferiti sui futuri programmi».


ELETTRICO - Si tratta di un velivolo interamente elettrico capace di sollevarsi in verticale come un elicottero grazie a due grandi eliche intubate che, una volta nell’aria, ruotano di 90 gradi permettendo di procedere in orizzontale come un aeroplano. Questa tecnologia è un’evoluzione di una conoscenza maturata con la costruzione del convertiplano AW 619 che Agusta Westland sta collaudando per il trasporto civile. Ma con il Progetto Zero si va, appunto, oltre facendo funzionare tutto con l’elettricità e non con motori tradizionali.

MATERIALI COMPOSITI - Gli altri aspetti innovativi riguardano la capacità di autogestirsi da solo in volo (ha radar altimetro, Gps e sistemi di autogoverno) ed è costruito con criteri di grande semplicità oltre ad avere strutture leggerissime in materiali compositi. Altre soluzioni applicate riguardano poi l’eco-compatibilità: la sua silenziosità è da record. Di questo velivolo dalle vaghe forme quasi da fantascienza curate da Stile Bertone, si è conclusa ora la prima fase di test dimostrando l’efficacia delle scelte compiute.

PROGETTO - Il progetto è frutto di un investimento della società che ha coinvolto quindici società fornitrici di varie parti e conoscenze, quattro delle quali sono straniere (Giappone, Usa, Gran Bretagna). Le altre sono tutte italiane, la maggior parte del gruppo Finmeccanica come Selex Es che ha costruito il cervello di guida. Altre provengono da campi diversi (automobili e motociclette) e che ora hanno portato anche metodi diversi nel sofisticato mondo aeronautico soprattutto nell’ottica di tagliare i costi. Progetto Zero è un efficace piano di ricerca tecnologica che potrà essere prezioso per sostenere una capacità italiana nel settore e mantenerla a quel livello di competitività internazionale che oggi detiene. Adesso si attende l’avvio della seconda fase (nella quale si collauderà anche una versione ibrida con propulsore diesel) destinata a continuare il lavoro finora condotto con successo.

FONTE: Giovanni Caprara (corriere.it)





martedì 18 giugno 2013

Vivere vicino ai rifiuti danneggia la salute?


Il rischio c'è ma non è tale da tradursi in un aumento di mortalità. Il monitoraggio sugli impianti però deve essere costante

Vivere accanto una discarica nuoce alla salute? E a un inceneritore? Un po' di chiarezza arriva dalla regione Lazio, che nonostante le difficoltà incontrate dalla precedente Giunta nella gestione dei rifiuti (vedi le vicende legate alla chiusura della discarica di Malagrotta), ha avuto l'idea di monitorare lo stato di salute della popolazione che vive nel raggio di pochi chilometri dagli impianti di smaltimento di tutta la regione. Il risultato è stato il progetto "ERASLazio" (Epidemiologia, Rifiuti, Ambiente e Salute), coordinato dal Dipartimento di Epidemiologia della Regione, che fa il punto sugli impatti sanitari di discariche, inceneritori e impianti di trattamento meccanico-biologico (TMB) nel decennio 1998-2008. I risultati sono accessibili dal 18 giugno al pubblico sul sito internet del progetto (www.eraslazio.it).

QUALI RISCHI - Due sono i messaggi forti che emergono dall'indagine: il primo è che vivere a ridosso di questi impianti non è a rischio zero. Il secondo è che il rischio non è comunque tale da tradursi in un aumento di mortalità rispetto alla media regionale. Nella scala delle fonti inquinanti, discariche e inceneritori non sono certo le più nocive, eppure qualche segnale negativo si registra, soprattutto per le esposizioni del passato, quando gli impianti erano meno controllati. Per le discariche, per esempio, il Dipartimento di Epidemologia della Regione Lazio ha esaminato mortalità e malattie di quasi 250.000 persone residenti entro 5 chilometri dalle discariche della regione. Sebbene non si riscontri un aumento di mortalità, nelle zone dove è più alta la concentrazione di idrogeno solforato (H2S), scelto come "firma chimica" delle esalazioni delle discariche, ci sono più ricoveri per alcune malattie, sia per gli uomini (+26% per malattie respiratorie e + 59% per tumore alla vescica), sia per le donne (+62% per asma e +27% per malattie del sistema urinario).

MALATTIE - Per la discarica monstre di Malagrotta, inoltre, tra le donne si è osservato qualche caso in più di tumore della laringe e della mammella nelle zone più vicine all'impianto. Un dato da prendere con le pinze perché non riconducibile necessariamente alla discarica, visto che nell'area sono storicamente presenti altre fonti inquinanti, un inceneritore per rifiuti speciali, la raffineria di Roma, autostrada e tangenziale. Per gli inceneritori di Colleferro e San Vittore si sono esaminati invece solo i ricoveri, perché trattandosi di impianti recenti (in funzione dal 2002) non era possibile vedere già eventuali effetti sulla mortalità. La cosa interessante è che è stato possibile confrontare lo stato sanitario della popolazione prima e dopo l'apertura degli impianti. E il dopo è effettivamente un po' peggio del prima: si è visto infatti come gli uomini residenti in aree identificate dai valori massimi di PM10 emesso dagli impianti mostrino un eccesso del 26% di ricoveri per malattie respiratorie e dell’86% per malattie polmonari cronico ostruttive (BPCO), rispetto ai residenti in aree meno esposte. Nessun segnale invece sugli esiti della gravidanza delle donne residenti molto vicino agli inceneritori, riscontrato invece in uno studio analogo condotto in Emilia Romagna.

MONITORAGGIO - Gli inceneritori analizzati sono relativamente recenti, quindi tecnologicamente più avanzati di quelli di un tempo e più sicuri. Ma c'è un ma, visto che l'inceneritore di Colleferro è al centro della cronaca giudiziaria per gravi irregolarità: pare che bruciassero nottetempo di tutto e di più, sorpassando abbondantemente i limiti di legge. Tanto che i gestori sono stati rinviati a giudizio. Che credito dare a questi risultati? La ricerca è riuscita a seguire, con metodi molto raffinati messi a punto dall'ARPA Lazio, le emissioni degli impianti. Anche l'analisi epidemiologica è stata molto accurata. Resta da capire meglio quanto di quelle malattie in più siano effettivamente riconducibli agli impianti o ad altre fonti, visto che le aree in cui vengono costruiti discariche e inceneritori non sono certo le più salubri. Per sciogliere questi dubbi è sicuramente il caso di andare avanti con questi studi, che per ora per ragioni di finanziamento hanno potuto studiare la storia sanitaria di quei luoghi fino al 2008. Rendere il monitoraggio costante a questo punto è quasi un obbligo.

FONTE: Luca Carra (corriere.it)





martedì 11 giugno 2013

Smettere di fumare: un vaccino spegne la dipendenza


Sembra prendere forma uno dei sogni di chi cerca invano di smettere di fumare: uno studio pubblicato sull'American Journal of Psychiatry presenta un vaccino sperimentale che agisce sui recettori contrastando l'arrivo della nicotina al cervello e contribuendo a ridurre il piacere provocato dalle sigarette e la conseguente dipendenza.

Il vaccino anti-nicotina è stato sviluppato dall'americana Nabi Biopharmaceuticals e testato su undici persone dall'equipe della psichiatra Irina Esterlis presso la Yale School of Medicine di New York, negli Stati Uniti.

I soggetti dell'esperimento fumavano in media 19 sigarette al giorno da 10 anni e sono stati sottoposti a quattro iniezioni del vaccino e a tomografia computerizzata a emissione di singoli fotoni prima e dopo il trattamento. La vaccinazione ha portato a una riduzione del 12,5% del legame della nicotina ai nAChR (i recettori della sostanza) associata a una diminuzione del 23,6% nella quantità di nicotina disponibile ad entrare nel cervello. I partecipanti, inoltre, dall'inizio dello studio al suo completamento, hanno ridotto il numero di sigarette del 40% e riportato un calo significativo del desiderio di fumare.

Perplessità da parte degli studiosi italiani sulla soluzione al problema del tabagismo quella di Roberto Boffi, pneumologo e direttore del Centro Antifumo dell'Istituto nazionale dei Tumori: «Prima di tutto, del prodotto vanno verificati i livelli di efficacia e l'innocuità. E, poi, qui non siamo in presenza di un virus, di un'infezione da debellare. Si tratta dell'assumere o no una sostanza, e nella droga-fumo sono coinvolti anche aspetti cognitivi, psicologici della persona, come paure e insicurezze. Da queste non ci si può immunizzare. Esistono già aiuti di provata efficacia, psicologici e farmacologici, ma il farmaco più potente resta la volontà».

FONTE: ilmessaggero.it





lunedì 10 giugno 2013

Arriva il braccialetto “salva pelle”, contro il rischio di melanoma


La Fondazione Melanoma: “Il braccialetto ti salva la pelle quando cambia colore”. Ancora troppi rischi per i danni del sole

Contro i danni della cattiva esposizione al Sole arriva il braccialetto “salva pelle”, che cambia colore quando il limite di guardia è stato raggiunto. Il braccialetto passa dal colore bianco al viola per avvertire che i raggi UV a cui si è esposti possono divenire pericolosi.

Per sensibilizzare sul problema tumori della pelle e melanoma (il più temuto e aggressivo cancro), la Fondazione Melanoma ha avviato una Campagna che è stata presentata ieri all’Istituto “Pascale” di Napoli. E, proprio in questi giorni, in concomitanza con l’evento, i braccialetti sono stati distribuiti presso le scuole primarie della Campania. La Campagna prevede che la distribuzione prosegua, a partire da fine giugno, con il distribuire i braccialetti anche negli stabilimenti balneari della regione.

Slogan della Campagna è “Il braccialetto ti salva la pelle”. Con questa iniziativa, la Fondazione Melanoma vuole raggiungere in particolare i più giovani per sensibilizzarli sull’importanza delle regole per una corretta esposizione solare.

L’intento è quello di far comprendere come la prevenzione sia la prima arma per sconfiggere il melanoma, un tumore della pelle particolarmente aggressivo, che ogni anno fa registrare nel nostro Paese 7.000 nuove diagnosi (700 solo in Campania) e 1.500 decessi.

«E' dimostrato che ripetuti eccessi di esposizione da giovani triplicano il rischio di sviluppare il melanoma da adulti – spiega il dott. Paolo Ascierto, presidente della Fondazione Melanoma – I bambini rappresentano l’anello debole della catena e nei loro confronti va riservata particolare attenzione. Il braccialetto può diventare il simbolo della lotta a questa malattia».

«Il Sole è un grande amico – prosegue Acierto – ma possiede anche un lato “oscuro”, in grado di provocare danni molto gravi. Le creme non possono fare miracoli e devono essere scelte in base al proprio fototipo. Non esistono solari in grado di garantire una protezione totale, inoltre va considerato che esiste un tempo di esposizione massimo oltre il quale bisogna stare all’ombra. E il sole va sempre evitato nelle ore centrali della giornata, fra le 12 e le 16».

Il melanoma è il tumore che, nel mondo, ha fatto rilevare il maggior incremento: negli ultimi 60 anni è aumentato di 7 volte. Ma oggi il 70% dei nuovi casi è diagnosticato in fase iniziale e il merito deve essere attribuito anche alle capillari Campagne di prevenzione svolte in questi anni.

L’area del corpo in cui si riscontra con maggiore frequenza nelle donne è rappresentata dalle gambe (42% contro il 15% degli uomini); negli uomini dal tronco (38% contro il 17% delle donne).

«L’incidenza della malattia è in aumento – spiega il prof. Nicola Mozzillo, Direttore del Dipartimento Melanoma, Tessuti molli, Muscolo-Scheletrico e Testa-Collo del “Pascale” – , ma fortunatamente la mortalità non incrementa, anche se è leggermente più alta negli uomini, probabilmente perché si sottopongono meno agli screening e sul tronco è più difficile per il paziente scoprire nei a rischio rispetto alle gambe.

«I nei – aggiunge Mozzillo – devono essere controllati una volta all’anno dallo specialista: una visita medica accurata permette di identificare le lesioni sospette ed il melanoma, se individuato in fase iniziale, può essere asportato chirurgicamente ed è guaribile nel 90% dei casi. Attenzione all’esposizione solare troppo intensa in brevi periodi dell’anno. Infatti la categoria professionale più a rischio è rappresentata dai cosiddetti colletti bianchi, cioè persone che trascorrono per lavoro l’intera settimana in ufficio e nel week end prendono il Sole senza protezione per troppo tempo. Un altro fattore di rischio è rappresentato dalle lampade abbronzanti, che dal 2011 sono vietate in Italia agli under 18. Si tratta di una legge molto importante, per la cui approvazione la Fondazione Melanoma si è fortemente impegnata. Queste apparecchiature infatti aumentano il rischio di melanoma del 75% se utilizzate prima dei 30 anni, come dimostrato da uno studio dell’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (IARC)».

L’età dei malati si sta abbassando progressivamente. Dieci anni fa i giovani rappresentavano solo il 5% dei casi e questo tumore riguardava soprattutto persone al di sopra dei 50 anni. Il 20% delle nuove diagnosi oggi viene riscontrato in pazienti di età compresa tra 15 e 39 anni.

«Ricerca, terapia e assistenza al malato a 360 gradi caratterizzano da sempre il lavoro dei medici nel nostro Istituto – sottolinea il prof. Gennaro Ciliberto, Direttore Scientifico del “Pascale” – Attualmente sono circa 25 i protocolli di sperimentazione clinica di nuovi trattamenti per la terapia del melanoma in corso al Pascale. Il nostro è un centro di riferimento per questa patologia non solo per il Mezzogiorno, ma in tutta Italia e a livello internazionale. I problemi maggiori nel trattare il melanoma sono dovuti alla particolare propensione a produrre metastasi. Anche quando il tumore viene individuato in fase apparentemente localizzata, è possibile che alcune cellule maligne si siano già diffuse in altre sedi del corpo, stabilendo “semi” che poi si possono manifestare a distanza di molti anni dalla escissione del primo tumore».

«Siamo di fronte a una malattia subdola – prosegue Ciliberto – che può manifestarsi a distanza di anni e diventare rapidamente aggressiva. Pertanto gli sforzi per prevenire la malattia, quale l’iniziativa del braccialetto, rivestono una particolare importanza».

«I tagli alla spesa sanitaria richiesti dalla spending review richiedono uno sforzo ulteriore da parte di tutti gli attori coinvolti – conclude il prof. Tonino Pedicini, Direttore Generale dell’ospedale partenopeo – Da qui l’importanza delle iniziative della Fondazione Melanoma. Ma le esigenze di contenimento dei costi non possono determinare disparità tra i pazienti che risiedono in Regioni diverse. Compito del Sistema Sanitario Nazionale è garantire un accesso equo a trattamenti efficaci e sicuri, il cui utilizzo deve tradursi in un miglioramento dello stato di salute generale della comunità, nel rispetto del principio di sostenibilità».

Il braccialetto può essere richiesto anche inviando una mail all’indirizzo della Fondazione Melanoma (www.fondazionemelanoma.org). Le campagne di prevenzione si traducono in milioni di vite salvate e in risparmi per il sistema.

FONTE: lastampa.it





venerdì 7 giugno 2013

Nuova Sars, una decina di persone positive ai test, ma senza sintomi


Lo annuncia il professor Alessandro Bartoloni, responsabile del reparto di Malattie Infettive dell'ospedale di Careggi. "Nessuna prova della mutazione del virus". L'assessore regionale: sessanta i controllati

 Cresce il numero dei casi di sospetta Nuova Sars a Firenze. "Sono una decina circa le persone risultate positive al test" spiega il professor Bartoloni, responsabile del reparto malattie infettive dell'Azienda ospedaliera di Careggi "ma completamente asintomatiche di cui abbiamo inviato i campioni all'Istituto Superiore di Sanità per conferma". Certo il virus sembra attecchire anche se in forma per ora molto blanda. In tutto sono una sessantina, spiega l'assessore alla Sanità della Toscana Luigi Marroni, le persone tenute sotto controllo sanitario.

"Le persone risultate positive al test - prosegue il professore - non sono state isolate e sono a casa perchè non presentano alcun sintomo. Continuiamo a prelevare campioni e ad esaminarli per capire fino a che punto il virus si è diffuso". Il comportamento della Nuova Sars sembra aver colto di sorpresa gli esperti. "C'era la convinzione, secondo quanto indicato dall'Organizzazione Mondiale della Sanità - prosegue l'infettivologo -, che il virus si trasmettesse poco e fosse piuttosto aggressivo. Quel che stiamo vedendo finora sembra essere, invece, esattamente il contrario. Lo schema si è ribaltato".

I test vengono quindi condotti su persone che hanno avuto contatti con chi già risulta positivo, anche se non presenta alcun sintomo. "Oltre che a tutela delle persone - spiega il professor Bartoloni - questo studio ci servirà a capire quale è la dimensione del fenomeno. L'interrogativo, a questo punto, è: il virus si è modificato o è un altro virus?".

Il primo caso di Sars a Firenze è stato intercettato martedì quando un cittadino giordano di 45 anni è andato al pronto soccorso dell'ospedale di Santa Maria Nuova spiegando di essere appena tornato da Amman: aveva febbre alta, tosse e problemi respiratori. I medici sono stati bravi a insospettirsi e a segnalare subito al reparto di Malattie infettive di Careggi, il più grande ospedale della Toscana, il caso. Il test con i reagenti ha confermato i sospetti, cioè la presenza del virus della Nuova Sars. Il giorno successivo la scoperta di due altri casi, una collega di lavoro quarantenne e la nipotina di un anno e mezzo.

La collega del primo paziente colpito da Nuova Sars, il quarantacinquenne giordano dipendente di un albergo fiorentino, potrebbe essere dimessa già stasera o al più tardi domani. Le condizioni della donna sono buone e non necessita più, secondo i medici, di restare in ospedale.

"Al momento non c'è alcuna evidenza di una mutazione del coronavirus responsabile della nuova Sars", sottolinea il direttore del dipartimento malattie infettive dell'Istituto superiore di sanità (Iss), Gianni Rezza, precisando anche che l'Iss "non ha per ora confermato alcuna positività al virus nei pazienti asintomatici segnalati" e "si attendono le analisi definitive". Gli esperti si stanno infatti interrogando sul comportamento del virus che sembra essere più facilmente trasmissibile di quanto si sapesse ma meno aggressivo di quanto era apparso in passato.

"Per poter dire con assoluta certezza che il virus è mutato - spiega Rezza - bisogna sequenziarlo e analizzarlo e per ora ciò non è stato fatto. Di questo virus non si sa ancora molto e non abbiamo dunque termini di paragone per poter dire che si presenta come più aggressivo rispetto ad altri casi. Per ora possiamo solo dire che non ci sono evidenze scientifiche di una mutazione o di particolare aggressività del virus".

Ad ogni modo, aggiunge l'esperto, "la situazione è allo stato attuale sotto controllo. I tre casi confermati di pazienti che hanno contratto la nuova Sars sono dei casi lievi e non ci sono nuovi casi confermati da sabato scorso".

FONTE: repubblica.it










giovedì 6 giugno 2013

Anonymous, attacco al ministero dell'Interno. Pubblicati sul blog documenti e email


A poco più di una settimana dagli arresti di esponenti del movimento di cyberattivisti in Italia, resi pubblici nove file contenenti posta elettronica, pdf e materiale all'apparenza hackerati da computer interni del Viminale negli ultimi giorni

È passata poco più di una settimana dagli arresti di esponenti degli Anonymous italiani. Il gruppo di cyberattivisti nostrano, che sembrava essere stato decapitato, ha però reagito con un attacco frontale al Ministero dell'Interno. Da poche ore sul blog degli Anonymous italiani sono stati pubblicati diversi file che contengono screenshot delle caselle di posta di moltissimi dipendenti del Ministero dell'Interno, pdf e documenti di vario tipo.

Alcuni dei file pubblicati risalgono a pochi giorni fa, a dimostrazione che l'intrusione sia davvero avvenuta di recente. Non è chiaro al momento quale vulnerabilità sia stata sfruttata per penetrare nei computer del Ministero dell'Interno, quel che invece è lampante è la voglia di vendetta del gruppo di attivisti che sul blog hanno scritto:

"Ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria: siamo ancora qui, più infuriati che mai. Per dimostrarvi che non siete inviolabili. Per vendicare i fratelli caduti nelle mani del vostro deplorevole apparato repressivo. Per smascherare ciò che nascondono i tentacoli del potere. Per commemorare le vittime di Stato: quelle di ieri, di oggi".

In totale i file pubblicati sono 9, tre di esempio di dimensioni ridotte, e 6 più corposi, ognuno di circa 100MB.
 
Il materiale contenuto, da una veloce analisi, sembra effettivamente essere documentazione interna e file appartenenti a dipendenti del Ministero dell'Interno, ma la conferma o smentita dell'intrusione da parte di Anonymous potrà avvenire solo da parte del Ministero.
 
FONTE: Matteo Campofiorito (repubblica.it)

mercoledì 5 giugno 2013

Con il cordone donato salvate 30 mila persone nel mondo


La Milano Cord Blood Bank compie venti anni con oltre 500 trapianti e 30.000 donazioni

Ogni bimbo che nasce ne può salvare un altro, magari dall'altra parte del mondo con la semplice donazione del cordone ombelicale. Lo sanno bene alla Milano Cord Blood Bank, la più importante delle 18 banche del cordone ombelicale italiane che quest'anno l'8 giugno, con un convegno internazionale, festeggia i venti anni di vita. In tanti anni oltre mille ostetriche hanno raccolto a favore della banca di Milano circa 32 mila donazioni di sangue del cordone ombelicale in 41 diverse sale parto in Lombardia nella provincia di Trento. E oggi, grazie alla solidarietà di tante mamme (e papà) alla Cord Blood Bank di Milano sono disponibili diecimila donazioni congelate e idonee per il trapianto e finora sono già stati eseguiti 526 trapianti in 177 centri in tutto il mondo. «Sappiamo che la metà delle persone trapiantate è oggi ancora viva - racconta Paolo Rebulla, ematologo, per 13 anni responsabile della Milano Cord Blood Bank - e per noi è grande traguardo. Qualche mese fa abbiamo inviato in Cile una donazione conservata per 17 anni per una ragazzina che è stata trapiantata e ora sta bene. Di recente sono venuti a trovarci di persona i nonni di una bambina francese salvata da un trapianto di sangue ombelicale conservato nella nostra banca. Le storie sono tante, e ognuna di questa ci dà la spinta a fare sempre di più».

I NUMERI - Il cordone è vita che rigenera vita. In tutto il mondo esistono 150 banche, 600 mila donazioni disponibili congelate e sono stati effettuati 30 mila trapianti. L'obiettivo? «Far crescere ancora di più le donazioni, arrivare a un milione e 200 mila donazioni disponibili nel mondo, così ci sarà un cordone disponibile per tutti» chiarisce Rebulla. E anche aumentare il numero di banche: «In Africa e in Asia infatti non esistono» spiega Pierluigi Vasilotta, oncologo e socio del Lions Club,promotore insieme alla Fondazione IRCCS dell'Ospedale Maggiore Policlinico di Milano del congresso.

A COSA SERVONO - Le staminali del sangue cordonale, come quelle del midollo osseo sono utili con trapianto allogenico, ovvero tra donatore e ricevente diversi contro leucemie, linfomi, talassemie, immunodeficienze e alcuni difetti metabolici. Nonostante gli annunci di molte scoperte che talvolta vengono pubblicizzati, oggi non esistono ancora applicazioni per malattie come Alzheimer o traumi spinali. La comunità scientifica non incoraggia la conservazione autologa, cioè per se stessi, del cordone ombelicale perché sottrae risorse a terapie efficaci, mentre il sangue è un bene pubblico di interesse primario. Inoltre le staminali della stessa persona che si è ammalata potrebbero contenere dei precursori della malattia e facilitarne il ritorno.

I VANTAGGI - Le cellule staminali del sangue cordonale sono emopoietiche, in grado di dare origine a tutte le cellule del sangue, globuli rossi, bianche e piastrine. Rappresentano quindi una risorsa preziosa per rigenerare l'ambiente midollare danneggiato. «Delle cellule staminali conservate - prosegue Rebolla - se ne utilizza circa il 5%perché servono per un numero limitato di malati. Rispetto al sangue midollare, per quello ombelicale serve una compatibilità meno stringente: bastano 4 fattori genetici su 6 contro i 6 su 6». Non tutti i cordoni donati possono essere utilizzati perché il materiale disponibile alla donazione deve essere tipizzato (cioè classificato secondo le caratteristiche indispensabili per stabilire la compatibilità) e poi congelato. Il successo del trapianto è legato alla quantità di cellule isolate, e dal momento che conservarle costa tra i 1.000 e i 2.000 euro vengono selezionati solo i «più ricchi».

NUOVE FRONTIERE - Nel convegno dell'8 giugno si parlerà proprio di come utilizzare quei cordoni ombelicali che oggi vengono scartati con nuovi prodotti (ad esempio un nuovo gel piastrinico che ha una particolare efficacia terapeutica per ulcere cutanee). «Questi nuovi emocomponenti consentiranno di valorizzare la generosità che molti genitori manifestano verso la donazione a favore della collettività, rispetto alla conservazione commerciale autologa» conclude Rebulla. Ospite d'eccezione Eliane Gluckman da Parigi, celebre ematologa che nel 1988 eseguì il primo trapianto di cellule staminali da sangue cordonale su un bambino affetto da anemia aplastica

FONTE: Cristina Marrone (corriere.it)