sabato 31 agosto 2013

Il metodo Stamina già venduto da Vannoni a una casa farmaceutica

L'inventore diceva: la cura sia gratuita. Si profila una bocciatura del metodo da parte del ministero della Sanità

La sperimentazione del metodo Stamina probabilmente non si farà. O, comunque, il protocollo presentato lo scorso primo agosto da Davide Vannoni, «titolare» di Stamina Foundation , al Comitato scientifico che doveva valutare il metodo non sembra aver convinto i tecnici che hanno stilato il rapporto per il ministro della Salute, Beatrice Lorenzin. Bocche cucite su ordine del ministro, ma corre voce di un giudizio negativo. 
Si parla di cellule staminali adulte mesenchimali prelevate dalla cresta iliaca dei pazienti, «manipolate» secondo una procedura segreta (che tale sarebbe rimasta) e poi reinfuse come «cura compassionevole» in chi (soprattutto bambini) è colpito da malattie degenerative finora senza cura. Anzi, l'elenco delle patologie che possono beneficiare del metodo è abbastanza lungo, secondo il sito di Stamina Foundation. Eccolo: malattie cardiache, autoimmuni, Parkinson, lesioni spinali, lupus eritematoso sistemico, danni renali, ictus cerebrale, Alzheimer, sclerosi multipla, diabete mellito di tipo I, osteogenesi imperfetta e difetti osseo-cartilaginei, degenerazione dei nuclei della base (Msa, Psp, Huntington, Tourette), transplantologia. 
IL METODO «SEGRETO» - Nessun riscontro scientifico.E Vannoni sembra non abbia voluto rendere noto il metodo in modo che potesse essere riproducibile (se funziona) anche da altri laboratori autorizzati e da altri biologi che non siano i suoi. 
Lo stesso Vannoni, in una recente intervista a Radio Radicale, ha parlato di metodo semplificato, di soldi sprecati, di sperimentazione in fase III (quella clinica di verifica sull'efficacia reale della metodica) non più a carico dello Stato ma a carico di aziende farmaceutiche, qualora interessate. E che lui «non avrebbe mai accettato una fase III se non gratuita e pagata dallo Stato». Giusto. Non si specula sui malati.

IL DOCUMENTO - C'è un però. In data 21 febbraio 2013, Vannoni firma una lettera ad uno studio legale in cui spiega limiti e «regole» per la sperimentazione. Nel punto 7 è scritto testualmente: «La metodica e il know-how di Stamina sono uniche al mondo e prevedono passaggi che non sono attualmente ancora oggetto di brevetto, ma sono considerati segreti industriali. Stamina ha ceduto la metodica a società di un gruppo di ricerca e sviluppo farmaceutici, che ha previsto penali pesantissime nei confronti del prof. Vannoni nel caso in cui vengano divulgate, senza autorizzazione scritta, informazioni confidenziali». Ma allora ci sarebbe già un'azienda farmaceutica «proprietaria» del metodo? E allora perché dovrebbe pagare lo Stato italiano la sperimentazione? Ogni risposta a queste domande sarebbe giusta e giustificabile. E allora si faccia questa sperimentazione, pubblica o privata che sia, ma si faccia seguendo regole scientifiche e tempi corretti per una consacrazione internazionale.
LA VICENDA - Riavvolgiamo il nastro del film. Tutto parte da Torino dove Stamina Foundation ha sede, c'è un'inchiesta in mano al procuratore Raffaele Guariniello, un periodo di «sonno», poi l'attività che riparte agli Spedali civili di Brescia e che l'Agenzia italiana del farmaco (Aifa) - competente in fatto di medicina rigenerativa - ferma per «carenze» del laboratorio in cui vengono preparate le infusioni di staminali. Ed ecco una serie di sentenze di giudici del lavoro: ordinano il metodo a chi fa ricorso, o lo respingono. Il paradosso cresce: la Giustizia si sostituisce ai medici e alla scienza, peraltro senza una linea comune. Vannoni sul suo sito offre assistenza legale e, nei momenti cruciali di questa storia ormai infinita, pubblicizza eventi emotivamente coinvolgenti che riguardano bimbi in coma che mostrano miglioramenti. E' questa la situazione che ha portato al dibattito parlamentare e al decreto dei tre milioni di euro per una sperimentazione. Per ora nessun guarito. Dejà vu per il metodo Di Bella. Ora però, in nome dei tanti bambini malati e dei loro famigliari, si applichi la serietà. 
FONTE: corriere.it

mercoledì 28 agosto 2013

Dai tunicati i biocarburanti del futuro

Diffusi, facili da riprodurre, economici da allevare. E soprattutto gli unici animali a produrre cellulosa

Nasce sotto i migliori auspici - e le più alte aspettative - unprogetto di ricerca norvegese che vede come protagonisti organismi marini assai comuni, facili da allevare nonché ottimi filtratori e depuratori d’acqua: sarebbero utilizzabili come biocarburante e nutrimento per i pesci d’allevamento. Il progetto, che si avvale di un finanziamento governativo di 8,7 milioni di corone norvegesi (poco più di 1 milione di euro), è gestito da scienziati dell’Università di Bergen e di Uni Research (un centro di ricerca privato, specializzato nei campi dell’energia, della biologia molecolare marina e dell’ambiente), e vede protagonisti i tunicati.
ASCIDIA LUNGA - Nonostante l’aspetto, i tunicati sono animali. Quello interessato al progetto si chiama Ciona intestinalis («ascidia lunga» in italiano); ha forma cilindrica, consistenza gelatinosa e aspetto biancastro e translucido. Lungo circa 20 centimetri, ha un ingresso, cioè un sifone inalante, e un’uscita, chiamata sifone esalante. Cresce nelle acque temperate di tutto il mondo senza grandi problemi, e passa la vita a ingerire batteri e altri microrganismi per poi espellere acqua purificata. Posizionati alla base della catena alimentare, i tunicati hanno due caratteristiche strategiche per il progetto norvegese: sono gli unici animali che producono cellulosa – cosa che li rende potenzialmente un’ottima materia prima per la produzione di bioetanolo – e sono ricchi di acidi grassi Omega-3.
ALLEVAMENTI - L’anno 2014 sarà dedicato a far quadrare i conti. Il processo innescato infatti è straordinariamente virtuoso, almeno in teoria; ora si tratta di trasferirlo su scala industriale. Il meccanismo funziona così: i tunicati, che si riproducono durante l’intero arco dell’anno, vengono allevati come si fa con i molluschi, agganciandoli semplicemente a grosse funi che dal fondo marino arrivano a boe di superficie. Le fredde acque delle coste norvegesi, ricche di nutrienti, rappresentano per loro una sorta di paradiso naturale. Non essendo predati da altre specie (gli unici a prestare loro attenzione sono stati, sinora, coreani e giapponesi, che li hanno inseriti nella loro cucina), crescono con abbondanza: un metro quadro di superficie marina ospita agevolmente 2.500-10 mila individui, che in termini di peso possono arrivare a 200 chili.
BIOETANOLO - Una volta cresciuti, i tunicati vengono raccolti. La cellulosa di cui è composto il loro mantello (cioè il rivestimento esterno) può essere scomposta per ricavarne gli zuccheri necessari alla produzione di bioetanolo. Quest’ultimo, attualmente, proviene per la maggior parte da coltivazioni che potrebbero essere utilizzate per alimentare l’uomo o dal legname delle foreste; se la biomassa risultasse ricavabile da organismi come i tunicati – diffusi, facili da riprodurre, molto economici da allevare – lo scenario attuale potrebbe essere completamente rivisto.
TRATTAMENTO - Dal punto di vista tecnico, i problemi sembrano risolvibili. «La massa corporea dei tunicati», spiega il capoprogetto, Christofer Troedsson, «è costituita per il 95% di acqua, che va eliminata. Per vendere il prodotto, dobbiamo essere in grado di rimuoverne almeno il 90% con una pressatura meccanica. Sinora siamo riusciti, su campioni, a eliminarne il 97%. Ora bisogna vedere se il risultato è riproducibile quando si trattano intere tonnellate di organismi». Ma non è finita.
MANGIME PER I PESCI - I tunicati potrebbero essere utilizzati anche come mangime nell’industria ittica. Contengono infatti Omega-3, ovvero acidi grassi che risultano necessari nell’alimentazione dei pesci da allevamento. Questi ultimi, peraltro, li ritengono gustosi. Considerata la crescente domanda globale di proteine del pesce, e il fatto che la Norvegia è oggigiorno il maggior produttore mondiale di mangime per salmoni, il fatto che l’ascidia lunga contenga il 60% di proteine e sia ricca di Omega-3 appare un dato notevole. Ora si tratta (e non è poco) di rendere l’intero processo efficiente.
PROGETTO -PILOTA - L’esperimento pilota realizzato a Øygarden, un’isoletta vicino a Bergen, ha prodotto ottimi risultati. Si tratta sempre, però, di piccole produzioni: per inserire il prodotto sul mercato in maniera competitiva (visto il bassissimo prezzo per chilo) sarebbe necessario tentare una produzione su larga scala. Se i due fattori chiave – volumi di materiale prodotto ed eliminazione dell’acqua - si riveleranno economicamente vantaggiosi, l’ascidia lunga potrebbe essere la protagonista di un luminoso futuro.
FONTE: corriere.it

martedì 27 agosto 2013

In arrivo la radioterapia che può distruggere le cellule tumorali, senza effetti collaterali


Scienziati sono riusciti a sviluppare una rivoluzionaria macchina per la radioterapia che emette un fascio così intenso capace di distruggere i tumori più aggressivi, senza danneggiare il tessuto sano circostante, come avveniva fino a oggi

Buone notizie sul fronte lotta al cancro e al riguardo dei mezzi attualmente in uso, come la radioterapia, accusati di provocare numerosi e pesanti effetti collaterali. Scienziati hanno ideato una nuova tecnologia, in fase di sviluppo presso il laboratorio di fisica del Cern in Svizzera, che consentirà a più pazienti di ottenere un trattamento antitumorale aggressivo ma senza i noti e pesanti effetti collaterali nocivi.

La nuova tecnologia è basata su un’idea dell’azienda londinese “Advanced Oncotherapy” ed è in fase di test al fine di produrre macchinari di grandezza adeguata, efficienti e a costo limitato affinché possano essere utilizzati negli ospedali.
Secondo il dottor Michael Sinclair, amministratore delegato della società, uno dei problemi principali che hanno frenato la possibilità di sfruttare nuove tecnologie e macchinari per la lotta al cancro sono proprio gli elevati costi.

«La Proton Beam Therapy [la terapia a fascio di protoni] offre un miglioramento significativo per i pazienti con cancro rispetto alla radioterapia convenzionale, ma finora il grande problema è sempre stato il costo – spiega Sinclair nel comunicato AO – La macchina sviluppata dal CERN offre notevoli vantaggi clinici e costerà un terzo rispetto ai macchinari attualmente disponibili. Questo è un cambio di mano nel gioco che porterà a un trattamento del cancro più efficace per la popolazione».

L’avvento della nuova tecnologia e relativa apparecchiatura sono state salutate come la prossima generazione nella lotta al cancro, in quanto più mirata, più piccola e accessibile da parte di operatori e pazienti.
Secondo il dottor Stephen Myers, che dirige il progetto presso il Cern, questa apparecchiatura permetterà ai pazienti di recuperare più velocemente; ai medici di combattere meglio e in modo più efficace i tumori e alzare in modo significativo i tassi di sopravvivenza.

La nuova macchina non solo avrà un terzo delle dimensioni delle macchine esistenti e costerà meno della metà, ma potrà ridurre di gran lunga i pesanti effetti collaterali derivanti dalle attuali radioterapie che, specie tra i bambini, possono tra gli altri causare cecità e sordità.
Tra i diversi tipi di cancro trattabili ci sono quelli del seno (o mammella), dei polmoni, di testa e collo, del cervello, della colonna vertebrale e altri ancora.
Attendiamo quindi novità dal Cern, dall’Advanced Oncotherapy e dalle autorità sanitarie circa l’installazione di queste nuove macchine.

FONTE: lastampa.it

venerdì 23 agosto 2013

Da un colorante la possibile cura per il melanoma


Una semplice e singola iniezione di una sostanza colorante chiamata PV-10 potrebbe essere la cura contro il pericoloso e mortale cancro della pelle. Lo studio che potrebbe rivoluzionare il trattamento del melanoma

Da un comune colorante solubile in acqua, il Rosa Bengala, utilizzato per evidenziare le alterazioni organiche dell’apparato visivo potrebbe arrivare la cura per il più temuto dei cancri della pelle, il melanoma. Questa forma di cancro, ancora oggi, è la più difficile da curare ed è tra le prime cause di morte per questo tipo di tumori.

Un team di ricercatori del Moffitt Cancer Center ha infatti scoperto che iniezioni di una soluzione di Rosa Bengala potrebbero essere in grado di ridurre le dimensioni del cancro e anche la sua diffusione.
La soluzione acquosa sviluppata a partire dal noto colorante è stata battezzata PV-10 ed è stata oggetto di numerosi test, i quali hanno dimostrato che può aumentare la risposta immunitaria nei casi di melanoma, così come il flusso sanguigno.

«Varie terapie iniettabili contro il melanoma sono state esaminate nel corso degli ultimi 40 anni – spiega il dottor Shari Pilon-Thomas nel comunicato del Moffitt’s Immunology Program – ma poche hanno mostrato i promettenti risultati che abbiamo osservato».

Lo studio è stato condotto in diversi step. Nel primo caso, i ricercatori hanno iniettato una dose singola di PV-10 in un gruppo di topi con melanoma. Il risultato è stato una significativa riduzione delle lesioni cutanee tumorali, nonché una rilevante riduzione del melanoma che si era diffuso ai polmoni.
La soluzione colorante utilizzata dagli scienziati ha mostrato di produrre consistente una risposta immunitaria antitumorale e, secondo gli autori dello studio, può essere più sicura degli agenti immunologici attualmente esistenti.

«Al momento siamo nel bel mezzo del nostro primo test clinico umano con il PV-10 per i pazienti con melanoma avanzato – sottolinea il dottor Amod A. Sarnaik del Moffitt’s Cutaneous Oncology Program – Oltre a monitorare la risposta dei tumori del melanoma alle iniezioni, stiamo misurando anche lo slancio nelle cellule immunitarie antitumorali dei pazienti dopo l’iniezione».

La prima parte dello studio è stata pubblicata sulla rivista PLoS One.

giovedì 22 agosto 2013

Ecco gli orologi atomici più precisi al mondo: saranno precisi fino alla fine dell'universo


Su Science l'esito del progetto del Nist al quale hanno lavorato anche due ricercatori italiani: i nuovi 'esemplari', ottenuti con atomi di itterbio e con l'impiego del laser, sono in grado di misurare il tempo senza un 'ritardo' in miliardi di anni

Segnano l'ora più precisa del mondo: sono gli orologi atomici di nuova generazione che, utilizzando il laser, riescono ad essere ancora più esatti dei loro predecessori. Possono sbagliare di un secondo nell'arco di milioni di anni. Il risultato, pubblicato suScience, è stato ottenuto negli Stati Uniti dai ricercatori del National Institute of Standards and Technology (Nist). Al risultato finale hanno collaborato due ricercatori italiani, Marco Schioppo e Marco Pizzocaro.

La nuova 'scoperta' rappresenta un passo importante nell'evoluzione della prossima generazione di orologi atomici in fase di sviluppo in tutto il mondo e può avere un grande impatto nella vita di tutti i giorni perché misurare con estrema precisione il tempo è cruciale per altre misure, dalla navigazione satellitare alla gravità terrestre, fino ai campi magnetici e alla temperatura.

Nessun orologio al mondo misura il tempo con più precisione di un orologio atomico e ora questa tecnologia è diventata ancora più precisa. Basati su atomi di itterbio, i nuovi orologi sono 10 volte più stabili dei precedenti e si comportano come pendoli che potrebbero oscillare avanti e indietro con un tempismo perfetto, senza mai sbagliare, per una durata paragonabile all'età dell'universo, ossia 13,7 miliardi di anni.

Gli orologi atomici, spiegano gli esperti, tengono il tempo non utilizzando gli impulsi elettrici (che guidano il ticchettio dei secondi), come fanno gli orologi elettronici, ma utilizzano i cambiamenti dell'attività degli atomi.
Nei nuovi orologi sperimentali, i ricercatori del Nist misurano i cambiamenti negli atomi con una strategia nuova, il laser, che offre l'opportunità di ridurre 'l'instabilità' degli orologi atomici o le oscillazioni dei ticchettii.

Di conseguenza minore è l'instabilità, più un orologio è preciso. Gli orologi di itterbio realizzati presso il Nist sono due e ognuno si basa su circa 10.000 atomi raffreddati a 10 milionesimi di gradi sopra lo zero assoluto e intrappolati in un reticolo ottico (una serie di pozzi fatti di luce laser). Un altro laser provoca una transizione tra i due livelli energetici negli atomi producendo in questo modo 518 miliardi di ticchettii al secondo.

FONTE: 

mercoledì 21 agosto 2013

Abbronzarsi senza scottature, grazie a una molecola

A chi non è mai capitato di scottarsidopo una giornata passata sotto il sole, rimpiangendo di non aver messo abbastanza crema e di non essere rimasti a casa nelle ore più calde? Se i comportamenti sbagliati sono le colpe che possiamo imputare direttamente a noi stessi, a livello fisiologico la responsabile dell'arrossamento della pelle (e del dolore conseguente) è una molecola, identificata oggi da un team di ricercatori della Duke University School of MedicineLo studio è stato pubblicato su Pnas.
Come spiegano i ricercatori, la maggior parte delle scottature è dovuta alle radiazioni UVB, una delle componenti della luce solare: se presi con moderazione questi raggi fanno bene al nostro corpo, fornendo la dose quotidiana di vitamina D di cui abbiamo bisogno, per esempio, ma un’esposizione eccessiva può essere pericolosa, danneggiando il Dna delle cellule epiteliali e aumentando la loro suscettibilità alcancro. In questo senso quindi le scottature non sono altro che il modo in cui l'organismo ci avverte che è meglio tornare in casa, per evitare ulteriori danni.
La ricerca ha preso in esame prima alcuni topi e quindi dei campioni di pelle prelevati da esseri umani, identificando nella molecola TRPV4 la responsabile dell'arrossamento. Si tratta di un componente molto abbondante nella nostra pelle, dove funziona da canale ionico, ovvero da cancello che nella membrana cellulare permette l’ingresso di ioni come calcio e sodio. TRPV4 è coinvolta inoltre in processi legati alla percezione del dolore. 

Per comprendere appieno il ruolo svolto da TRPV4, i ricercatori l'hanno prima inattivata nelle cellule dell’epidermide dei topi, e in seguito hanno esposto ai raggi UVB le loro zampe posteriori, la zona più simile alla pelle umana, confrontando le reazioni con quelle di topi in cui la molecola funzionava normalmente. In questi ultimi le zampe sono diventate ipersensibili e si sono gonfiate, mentre nei topi modificati c’era solo un lieve aumento nella sensibilità, con pochissimi danni alla pelle.  
Successivamente i ricercatori hanno esaminato l’attività della molecola in cellule di topo in coltura osservando che i raggi UVB causano un flusso di calcio all’interno delle cellule, ma solo in presenza del canale ionico TRPV4. Insieme all’ingresso degli ioni calcio avviene quello di endotelina, una proteina che ne aumenta ulteriormente il pompaggio e che è la causa del prurito che sentiamo quando ci scottiamo. Gli stessi effetti (attività del canale ionico e movimento dell'endotelina) si osservavano nei campioni tissutali umani in seguito a esposizione a raggi UVB.

Infine i ricercatori hanno usato un composto in grado di bloccare l'azione della TRPV4, osservando che anche il flusso deglio ioni calcio veniva bloccato. Se questo composto veniva applicato sulle zampe dei topi inoltre li rendeva più resistenti al dolore dascottatura e agli effetti dannossi sulla pelle dovuti a un'eccessiva esposizione al sole.
Mettendo insieme tutti questi risultati, gli scienziati sono arrivati alla conclusione che bloccare l’attività di questa molecola potrebbe essere la chiave per proteggere la pelle non solo dagli effetti negativi delle scottature, ma in futuro anche da danni cronici come invecchiamento della pelle e cancro. Tuttavia, prima di poter pensare di inserire gli inibitori di questa molecola fra gli ingredienti di creme solari e protettivebisognerà aspettare le conclusioni di altri studi e studiare quali siano gli effetti di questa azione su altre cellule e processi della pelle.
Riferimenti: Duke Univerisity

venerdì 16 agosto 2013

In arrivo dai laboratori i nuovi supermateriali


Il liquido che non cristallizza mai - con lo «zampino» di scienziati italiani, e la polvere più assorbente

Oltre la natura. Dai laboratori scientifici stanno uscendo nuovi tecnomateriali che superano in qualità e prestazioni quelli che si rinvengono in natura. Gli ultimi arrivati sono il liquido che non cristallizza mai e il materiale più assorbente del mondo. Il primo, inoltre, vede lo «zampino» di ricercatori italiani dell'Università La Sapienza di Roma.
IL LIQUIDO CHE NON CRISTALLIZZA - Appartiene al mondo della materia soffice - composto da sostanze come i gel, i colloidi, le schiume o le creme che sono troppo dense per essere liquide e troppo morbide per essere solide - e servirà a realizzare materiali innovativi con proprietà elettriche, meccaniche e ottiche controllabili. Si tratta di un nuovo colloide che non cristallizza mai, realizzato da Frank Smallenburg e Francesco Sciortino del dipartimento di fisica di Sapienza, che hanno annunciato la scoperta su Nature Physics. I colloidi sono soluzioni di particelle, della dimensione da 10-20 nanometri fino al micron, disperse in un liquido o in un gas. I ricercatori della Sapienza sono arrivati a generare liquidi che rimangono tali a tutte le temperature, più stabili dei solidi. Serviranno a produrre gel e vetri di ultima generazione destinati ad avere applicazioni in numerosi campi: da quello medico (gel per lenti a contatto o biocompatibili per la ricostruzione di cartilagini ossee), a quello agricolo (gel repellente degli insetti o come sostituto della terra per piante in vaso) a quello ambientale (vetri molecolari con particolari proprietà isolanti). «Le molecole colloidali saranno fondamentali nella realizzazione di materiali in grado di influenzare le tecnologie future in modi che ancora non riusciamo a immaginare e probabilmente il loro uso rivoluzionerà la nostra vita come circa un secolo fa fece la plastica», ha spiegato Sciortino.
PER CASO - Invece la scoperta del materiale più assorbente è avvenuta per caso da parte di ricercatori dell'Università di Uppsala, in Svezia: per errore hanno lasciato acceso un reattore durante tutto il fine settimana. Quando sono tornati in laboratorio il lunedì mattina hanno trovato l'upsalite. Si tratta di un carbonato di magnesio (MgCO3) che ha la caratteristica di essere il migliore assorbente esistente di acqua. Un solo grammo di upsalite, una polvere bianca, possiede una straordinaria porosità, pari a una superficie di 800 metri quadri, grazie a un reticolo di micropori interni al materiale stesso. «Le possibili applicazioni sono in ambito industriale», ha spiegato Maria Stromme, professoressa di nanotecnologie a Uppsala. In particolare può essere interessante come assorbitore di sostanze tossiche. L'unico problema è che, al momento, i costi di produzione sono altissimi e non competitivi.
BICOCCA - Comunque l'upsalite è ben lontana dalle proprietà del nanomateriale scoperto lo scorso anno all'Università di Milano-Bicocca. Un grammo di H2-Ecomat, ricavato dalla soia dal gruppo di ricerca del professor Piero Sozzani, docente di chimica industriale al dipartimento di scienza dei materiali, ha una superficie interna di ben 5 mila metri quadri, ed è in grado di assorbire elevate quantità di gas, in particolare idrogeno, metano e anidride carbonica. E a produrlo costa anche molto meno.
FONTE:  corriere.it

mercoledì 7 agosto 2013

Piloxing: energia e gioco in un solo sport



STATI UNITI Un mix nuovo e divertente: boxe, ballo e pilates insieme per restare in forma e perdere i chili di troppo. E’ la nuova tendenza del fitness, ideata dalla ballerina e allenatrice svedese di diverse celebrità Viceca Jensen, che negli Stati Uniti ha già riscosso immediato successo.

E' praticato da uomini e donne di tutte le età, proprio perché non serve una particolare predisposizione alla danza o ai fondamenti di boxe e pilates. Tra gli appassionati di questa disciplina anche molte star come Hilary Daff e Ashley Tisdale. La peculiarità del piloxing rispetto al classico pilates e alle svariate discipline che sono nate subito dopo, è che si utilizzano speciali guantoni, utilissimi per tonificare le braccia e per perdere più calorie.

A questo si uniscono: la velocità, tipica dei movimenti di boxe, la flessibilità del pilates e il divertimento della danza. I risultati sono più che garantiti: tonificazione del corpo, definizione della muscolatura in maniera uniforme e velocità nello smaltire i chili di troppo. Durante una lezione tipo di un’ora si arrivano a perdere fino a 700 calorie.

Benefici anche per la salute, considerando che i ritmi elevati delle lezioni di piloxing rappresentano un ottimo allenamento per il cuore, i vasi sanguigni e i polmoni.


FONTE: ilmessaggero.it