domenica 29 settembre 2013

Dimagrire? Trenta minuti di sport al giorno



Chi si allena con calma trenta minuti al giorno, alla lunga, perde un chilo in più di chi lo f per un'ora al ì a ritmi intensi. Lo dimosstrano i ricercatori del dipartimento di Scienze biomediche dell'università di Copenhagen che hanno monitorato per quattro msi gli allenamenti, intensivo e moderato, di 60 uomini in sovrappeso, confrontandoli anche con un gruppo di controllo che non faceva attività fisica. 
Lo studio è pubblicato su Scandinavian Journal of public health. Complessivamente chi seguiva il programma sportivo di tipo moderato è calato di 3,5 chili, chi quello intensivo 2,7 chili.

Esagerare non funziona perché alla fine si rinuncia, concludono gli autori, chi invece svolge un'attività di fitness quotidiana di tipo moderato e di non oltre trenta minuti resta motivato più a lungo.

Si legge nella ricdrca che non è solo l'attività fisica a fare bene ma anche l'attitudine a proseguire gli allenamenti nel tempo che garantisce i risultati migliori. «Gli allenamenti intensi hanno una compliance più bassa e chi li seguiva si è dichiarato più stanco e pessimista - spiega Astrid Jespersen fra gli autori dell'indagine -. Chi invece ha seguito un allenamento moderato e meno stressante si è dichiaarto più energico ed ha mantenuto gli appuntamenti sportivi nonostante gli altri impegni quotidiani, dimagrendo un chilo in più degli altri».

FONTE: salute.ilmessaggero.it

sabato 28 settembre 2013

Gli scienziati a caccia del «vaccino universale»

Un gruppo di ricercatori londinesi sta «sintetizzando» un elisir per debellare tutti i tipi di influenza

L’idea di un «magico elisir» in grado di prevenire qualunque malattia sembra uscire da un libro di favole, ma...
Gli scienziati sono più vicini allo sviluppo di un vaccino universale, dopo aver usato la pandemia del 2009 come una sorta di esperimento naturale per studiare perché alcune persone sono state capaci di resistere a delle malattie anche molto severe.
Un gruppo di ricercatori dell'Imerial College London, guidato da Ajit Lalvani, ha raccolto campioni di sangue da volontari nel momento in cui la pandemia dell'influenza suina era in corso, chiedendo loro di riportare ogni sintomo vissuto durante le successive due stagioni influenzali.
Il team ha scoperto che quelli che non si erano ammalati avevano un numero maggiore di cellule CD8 T, un tipo di cellule immunitarie che uccidono i virus, all'esordio della pandemia.
Secondo i ricercatori , un vaccino che stimoli la produzione delle cellule di questo tipo potrebbe effettivamente prevenire i virus dell'influenza, inclusi nuovi ceppi che si incrociano negli umani provenendo da animali o suini, e che possono causare serie patologie. Lo studio è stato pubblicato su Nature Medicine.

FONTE: iltempo.it

venerdì 27 settembre 2013

Ecco il computer senza silicio: funziona a nanotubi di carbonio


Realizzato da un gruppo di ricercatori dell'università di Stanford, è un primo passo concreto verso l'elettronica del futuro. Le prestazioni sono ancora lontane da quelle degli elaboratori attuali. Ma quella nanotech è l'unica via percorribile per il progresso hi-tech

E' STATO costruito il primo computer senza silicio: i suoi transistor sono stati realizzati utilizzando le nanotecnologie e sono fatti di nanotubi di carbonio, il materiale 'tuttofare' che apre le porte ad una miniaturizzazione finora inimmaginabile. Il prototipo funzionante di computer senza silicio, cui la rivista Nature dedica la copertina, è stato realizzato da un gruppo di ricercatori dell'università californiana di Stanford ed è un primo passo concreto verso l'elettronica del futuro.

Le possibilità di rendere sempre più piccoli gli attuali transistor di silicio sta rapidamente raggiungendo il suo limite insormontabile: la dimensione stessa del silicio. Per questo è partita da anni la corsa alla ricerca di valide alternative all'uso di questo materiale e finalmente è arrivato il primo risultato concreto: il primo computer realizzato interamente senza silicio, sfruttando le enormi potenzialità dei nanotubi di carbonio, rappresenta un enorme passo in avanti in questa direzione.

Anche se le prestazioni non sono ancora confrontabili con quelle degli attuali pc, non ci sono dubbi che la sua realizzazione segna un passo in avanti fondamentale per l'intero settore dell'elettronica.

FONTE: repubblica.it

giovedì 26 settembre 2013

Nuovo farmaco in commercio per ridurre la dipendenza dall'alcol

Agisce sui recettori degli oppioidi, riducendo gli effetti di rinforzo dell’alcol e quindi il consumo

Dal primo ottobre 2013 sarà venduto in Italia il primo farmaco autorizzato per la riduzione del consumo di alcol in soggetti con alcoldipendenza provata: il Nalmefene. Il comitato per i medicinali per uso umano (CHMP) ha approvato il farmaco per la disassuefazione della dipendenza da alcool.
I DATI SULL'ALCOLISMO - Si calcola siano circa un milione gli italiani con problemi di alcoldipendenza, condizione che comporta importanti conseguenze negative non solo per il diretto interessato, ma anche per il nucleo familiare e per l’intera società. «L’alcoldipendenza è un problema che esplode nelle famiglia e nella società – sottolinea Emanuele Scafato, presidente della Società Italiana di Alcologia -. Esplode nella famiglia devastandola, minando alla base le relazioni, emarginando non solo l’alcoldipendente, ma anche chi con lui o lei vive quotidianamente il dramma di una situazione di estrema difficoltà gestionale. Ci sono dimensioni del dramma alcoldipendenza che non ricevono adeguata attenzione come la violenza intrafamiliare, la violenza o il maltrattamento dei minori o dei conviventi, i comportamenti aggressivi e in alcuni casi di criminalità agita sotto l’influenza dell’alcol».
ASTINENZA COMPLETA - Finora l’approccio al paziente con problemi di alcoldipendenza era mirato esclusivamente all’astinenza completa, all’addio definitivo all’alcol. Anche grazie alla disponibilità di un nuovo strumento terapeutico che consente di indurre l’alcoldipendente a diminuire il consumo di bevande alcoliche, oggi sta facendosi largo una nuova strategia di trattamento, basata appunto sulla riduzione del consumo. «Questo approccio terapeutico offre sicuramente diversi vantaggi – spiega Luigi Janiri Professore di Psichiatria, Università Cattolica del Sacro Cuore -. Primo tra tutti offre il vantaggio di proporre al paziente un obiettivo di trattamento più realistico e quindi più accettato. E un obiettivo accettato e condiviso permette di agganciare meglio il paziente all’interno di un percorso terapeutico più strutturato. È proprio in quest’ottica che la riduzione del consumo diventa uno step intermedio per preparare i pazienti alla completa astensione».
IL NUOVO FARMACO - Un altro vantaggio da non sottovalutare è rappresentato dai benefici che anche la sola diminuzione del consumo di alcol può avere sulla salute del soggetto e più in generale sulla sua vita sociale, familiare e di relazione. Ad aiutare il paziente a percorrere la strada della riduzione del consumo, accanto a un intervento di supporto strutturato e personalizzato che deve essere comunque garantito, è un oggi il nuovo farmaco (nalmefene) che dal primo ottobre sarà disponibile anche in Italia. Il farmaco agisce modulando il sistema degli oppioidi endogeni e quindi riducendo gli effetti di rinforzo dell’alcol: ciò consente di interrompere il circolo vizioso che spinge le persone alcoldipendenti a continuare a consumare alcol. I risultati degli studi clinici confermano la sua capacità di indurre una riduzione del consumo. «In due studi i pazienti trattati con Nalmefene hanno ridotto in media il loro consumo totale di alcol di più del 40% durante il primo mese e di circa il 60% dopo 6 mesi di trattamento – ricorda lo psichiatra -. Inoltre, il numero mensile di giorni con forte consumo di alcol si è ridotto di circa il 55% dopo 6 mesi. In un altro trial della durata di un anno il farmaco ha fatto registrare alla fine dello studio una riduzione del consumo totale di alcol pari al 67%».
FONTE: corriere.it

mercoledì 25 settembre 2013

C'è una nuova difesa contro la meningite

Aumenta l'arsenale preventivo contro le forme batteriche. Arriva in Italia il vaccino per il meningococco di tipo B

Si abbatte come una tempesta su un bambino piccolo o su un ragazzo fino a un attimo prima perfettamente sani. E nel giro di un giorno o due se li può portare via. Quando la meningite da meningococco, soprattutto quella di tipo B, si manifesta, può essere già troppo tardi, nonostante una massiccia terapia antibiotica. Nei casi in cui l’infezione non si riconosce e non viene trattata tempestivamente, la letalità può raggiungere addirittura il 50 per cento. Chi ha assistito come familiare o come sanitario a una di queste meningiti fulminanti accoglie con sollievo l'approvazione del nuovo vaccino contro il meningococco B, che finalmente supera l'impotenza della medicina contro questo germe così aggressivo (GUARDA). Riconoscere prontamente i sintomi della meningite (infiammazione delle meningi, membrane che avvolgono il cervello e il midollo spinale) non è facile. Quante volte un bambino o un ragazzo ha febbre alta e mal di testa, magari accompagnati da vomito o nausea? Come capire quando bisogna correre in Pronto soccorso?
PREVENIRE - «Purtroppo non abbiamo criteri sicuri - ammette Alberto Villani, responsabile del reparto di Malattie infettive all'Ospedale Pediatrico Bambino Gesù, di Roma -. Un segnale d'allarme è l'irrigidimento della parte posteriore del collo, e un segno che la malattia meningococcica sta avanzando è la comparsa di macchie rosse o bluastre sulla pelle. Ma in questi casi è già tardi. Il sospetto non viene tanto per la febbre alta, che può avere molte altre cause, ma soprattutto per il malessere del bambino, che non sembra più lui, è strano, per esempio straparla». Segnali comunque generici, ancora meno utili quando si tratta di bambini molto piccoli, sotto i due anni, quelli in cui l'infezione è più frequente. «L'unico modo per proteggerci in maniera efficace dalle meningiti batteriche (quella da meningococco B è solo una delle forme causate da batteri) è pensarci prima - riprende Villani -, vaccinando i bambini contro tutte le forme per le quali abbiamo a disposizione un vaccino. Ora che è stato approvato anche il vaccino contro il meningococco B abbiamo gli strumenti per prevenirle praticamente tutte».
TRE VACCINI - Le meningiti possono anche essere virali, più frequenti, ma di solito molto meno gravi di quelle batteriche, per cui gli sforzi dei ricercatori si sono concentrati su queste ultime. «Già da qualche anno possiamo contare su tre vaccini contro meningiti batteriche - prosegue Villani -. A cominciare dal vaccino contro l’Haemophilus influenzae di tipo B, grazie al quale le meningiti che un tempo erano le più comuni tra le forme batteriche sono diventate rarissime. Questo successo è dovuto anche al fatto che questo vaccino è incorporato nella stessa iniezione che protegge da tutte le principali malattie dell'infanzia, la cosiddetta "vaccinazione esavalente", e quindi ha raggiunto livelli di copertura altissimi». Non altrettanto si può dire per ora degli altri due vaccini: quello contro lo Streptococcus pneumoniae (anche detto pneumococco) e quello contro il meningococco C. Questi due vaccini stanno cominciando a controllare le rispettive infezioni, ma non hanno ancora raggiunto il livello di diffusione sperato. Il vaccino anti-pneumococco, peraltro, è utile non solo nei confronti delle meningiti ma anche contro altre infezioni comuni nei bambini (come otiti o bronchiti) o contro malattie gravi, come sepsi e polmoniti, che spesso colpiscono anche gli anziani. Ed è proprio, infatti, quella degli anziani l'altra fascia di età cui si raccomanda la vaccinazione per lo Streptococcus pneumoniae, tanto più preziosa quanto più si diffondono le "resistenze" agli antibiotici.
90 SIEROTIPI - «Esistono più di 90 sierotipi di pneumococco - ricorda Susanna Esposito, presidente della Società italiana di infettivologia pediatrica -, ma il vaccino protegge contro i 13 sierotipi responsabili del 90 per cento delle meningiti di questo tipo». Sono davvero poche, quindi, quelle contro cui si resta sguarniti. In quanto al vaccino contro il meningococco C, è raccomandato a livello nazionale dal 2012, mentre un altro vaccino che protegge anche da altri ceppi (meningococco A, C, W135 e Y) si usa nei Paesi dove questi sierotipi circolano di più e per i viaggiatori che vi si recano. Tornando al meningococco di tipo B, si può dire che fosse, fino ad ora, "il punto debole" in Italia, in quanto responsabile di più della metà dei casi di infezione batterica, proprio i più violenti: perche contro questo batterio, fino a poco tempo fa, non si riusciva a ottenere un vaccino? Lo spiega Rino Rappuoli, di Novartis Vaccines, il ricercatore che può rivendicare la paternità del nuovo vaccino: «Gli altri vaccini antimeningococcici sono stati prodotti a partire dalla capsula polisaccaridica che riveste questi batteri. Ma questo sistema non funzionava contro il meningococco B, perché la sua capsula contiene elementi presenti anche nell'organismo umano, per cui il sistema immunitario non li riconosce come estranei e li tollera».
NUOVO APPROCCIO - Ci voleva, quindi, un approccio completamente nuovo: la cosiddetta reverse vaccinology, per cui non occorre più coltivare virus e batteri in laboratorio, ma basta conoscere la sequenza genetica del microrganismo per produrre le proteine (antigeni), capaci di indurre la risposta immunitaria. Un sistema, questo, che dovrebbe garantire anche una maggiore sicurezza. «Abbiamo somministrato il nuovo vaccino a 8 mila lattanti e 6 mila ragazzini di 11 anni - riferisce in proposito Gianni Bona, vicepresidente della Società Italiana di Pediatria Preventiva e Sociale - e in tre anni non abbiamo osservato alcun effetto collaterale se non il tipico rialzo febbrile che passa spontaneamente o con il paracetamolo». Eppure, il comitato britannico incaricato di valutare l'opportunità di una vaccinazione a tappeto con il preparato anti-meningococco B ha espresso per ora parere sfavorevole: in tempi di vacche magre, qualunque sia il costo di mercato del nuovo vaccino, il rapporto costo-beneficio non la giustifica. Almeno in Gran Bretagna.
CASI IN ITALIA - Anche in Italia i casi di infezione grave da meningococco B non sarebbero moltissimi: una cinquantina quelli accertati nel 2012. Gli esperti però sono convinti che di fatto siano molti di più, perché il Sistema informatizzato malattie infettive (SIMI), istituito nel 1994 presso l'Istituto Superiore di Sanità, non copre tutto il territorio italiano e si basa su comunicazioni fornite spontaneamente dalle Asl (corredate dall’analisi completa del germe responsabile e del suo sierotipo); dati, quindi, che è costoso e difficile raccogliere, soprattutto in casi di emergenza. «Ma indipendentemente dal numero complessivo di infezioni da meningococco di tipo B, non è accettabile che oggi in Italia anche un solo bambino possa morire per una malattia evitabile grazie a un vaccino - commenta Bona - o che, pur sopravvivendo alla malattia, ne porti i segni per tutta la vita (accade a quasi il 30% di chi supera l’infezione) con gravi disabilità, dalla sordità, alla difficoltà di linguaggio, al ritardo mentale». Nel decidere se introdurre questa vaccinazione nei calendari vaccinali e nei Livelli essenziali di assistenza occorrerà tener conto anche di questi costi sanitari e sociali.
FONTE: corriere.it

martedì 24 settembre 2013

Sesso, zone erogene i piedi non piacciono più



È uno studio internazionale, condotto da un team di ricercatori dell'Università di Bangor (Gran Bretagna) e dell'Università di Witwatersrand a Johannesburg (Sudafrica) e pubblicato sulla rivista neuroscientifica Cortex.

La ricerca ha ridisegnato la mappa delle zone erogene e a sfatare convinzioni radicate nell'immaginario di tutti. «Molta gente suppone che solo i corpi delle donne siano pieni di zone erogene e che gli uomini ne abbiano una sola: la più ovvia», ha commentato al Guardian il dottor Oliver Turnbull, della Bangor University’s School of Psychology. Dopo aver vagliato la reazione di 41 zone, quella risultata più sensibile è stata ovviamente la parte dei genitali, seguita dal seno. Ma a essere considerate quasi altrettanto sensuali sono state le labbra, le orecchie, le scapole e l'interno cosce.

A sorpresa l'ultimo posto in classifica è spettato ai piedi, su cui invece spesso si concentrano le attenzioni: al contrario di quanto si pensasse non hanno infatti una grande attrazione né un particolare legame nervoso con l'apparato genitale.

Poco sessualmente attraenti sono risultate le rotule, ma su questo punto forse non ci sono mai stati troppi dubbi. Rilevate poi le differenze di genere: gli uomini amano molto il lato posteriore delle gambe femminili e le mani (che alle donne negli uomini non interessano). Interessante anche come la ricerca dimostri che, in questo caso, tutto il mondo è paese e che uomini e donne di diversi continenti, a parte qualche eccezione dovuta alla cultura locale, considerano erogene più o meno le stesse parti del corpo.

«Abbiamo scoperto da questo che noi tutti condividiamo le stesse zone erogene in almeno due continenti molto diversi, sia che siamo una donna bianca di mezza età seduta in un ufficio di Londra o un uomo gay che vive in un villaggio in Africa», conclude Turnbull.

FONTE: salute.ilmessaggero.it

lunedì 23 settembre 2013

Il ritocco alla vagina va sempre più di moda


Secondo un’indagine sono sempre più le donne che si rivolgono al chirurgo plastico per ritoccare le parti intime, agendo sulle piccole labbra rimodellandole o sulla larghezza della vagina, riducendola, con motivazioni puramente estetiche, piuttosto che di salute

In Europa è di nuovo boom di interventi estetici come labioplastica e vaginoplastica, che sono rispettivamente l’intervento sulle piccole labbra per rimodellarle, correggere asimmetrie o ridurre  eventuali eccessi di pelle; e l’intervento sulla vagina atto a restringerla quando questa si ritenga essere troppo larga a seguito del parto, o per semplicemente ritrovare una sorta di verginità.

Il denominatore comune di tutti questi interventi, non è come potrebbe apparire la salute ma più spesso una questione puramente estetica.
Questo quanto emerso da un recente sondaggio di cui dà notizia il Daily Star, e in cui si scopre che negli ultimi tre anni vi è stato un aumento del 45% di richieste per questo genere di interventi.
Inversamente proporzionale al boom di richieste è l’età delle donne che si sottopongono agli interventi, che è scesa dai 35 ai 28 anni di media.

Se un tempo era quasi un tabù parlare di certi argomenti, sia tra amici che in famiglia, pare che grazie a spettacoli TV come “Embarrassing Bodies” del britannico Channel 4, le persone sono più propense a discuterne e a non essere imbarazzate nel mostrare interesse per rimettere, per così dire, a posto la propria intimità.

Il trend pare inarrestabile con quasi 100 nuovi interventi ogni settimana nel solo Regno Unito. E in Italia? Be’, nel nostro Paese pare che le richieste non siano ancora così alte, tuttavia qualcosa si sta muovendo e, secondo gli esperti, presto anche le donne italiane potrebbero imitare le colleghe britt.

FONTE: lastampa.it

sabato 21 settembre 2013

Marte: metano quasi assente,calano possibilità di trovare forme di vita

Sarebbe stata una prova indiretta della presenza di attività biologica sul Pianeta rosso

Le possibilità di trovare tracce di vita su Marte diminuiscono dopo l'ultima scoperta di Curiosity. Il rover della Nasa ha infatti completato l'analisi più accurata fin qui eseguita dell'atmosfera del Pianeta rosso e ha riscontrato che il contenuto di metano è di soli 1,3 ppb (parti per miliardo), ossia sei volte di meno delle precedenti stime. Negli scorsi anni, gli scienziati avevano ipotizzato che un alto contenuto di metano potesse essere la traccia indiretta dell'esistenza di attività biologica e quindi la prova di vita su Marte. Invece la nuova scoperta fa diminuire di molto gli entusiasmi di poter trovare ET (anche se in forma microscopica) su Marte.
CURIOSITY - Nel marzo 2003 altri scienziati avevano stimato in 19 mila tonnellate la quantità di metano che avevano riscontrato in un'analisi compiuta nei pressi dell'equatore del pianeta, facendo accendere gli entusiasmi. L'analisi però era stata eseguita con dati raccolti dalla Terra o da satelliti orbitanti intorno a Marte. Ora invece Curiosity, arrivato sulla superficie di Marte nell'agosto dello scorso anno, ha potuto analizzare l'atmosfera in modo diretto e in diverse stagioni marziane. Riducendo quasi a zero la possibilità di trovare tracce di vita ancora attive o anche tracce fossili.
UNO SPIRAGLIO - Tuttavia Michael Mayer, capo degli scienziati Nasa per l'esplorazione marziana, lascia aperto ancora uno spiraglio. «Questi nuovi dati serviranno per indirizzare meglio le nostre ricerche», ha commentato. «È vero che riducono la probabilità dell'esistenza di batteri produttori di metano su Marte, ma si tratta solo di un tipo di metabolismo di organismi microscopici. Infatti sulla Terra esistono molti altri microrganismi il cui metabolismo non produce metano».
PERSISTENZA - Aggiunge Sushil Atreya, scienziato dell'Università del Michigan, co-autore dello studio. «Nelle condizioni di Marte, il metano non sparisce facilmente dall'atmosfera. Una volta emesso permane per centinaia di anni. Quindi se ne abbiamo trovato solo in piccolissime tracce, significa che ne viene prodotto pochissimo».
FONTE: corriere.it

giovedì 19 settembre 2013

Tumori, scoperto meccanismo 'regista' della progressione cancro seno


Lo studio è stato coordinato da una ricercatrice italiana Claudia Bagni dell'università di Roma Tor Vergata. Nel tempo  potrebbe portare a test per prevedere metastasi

Una proteina che agisce come interruttore e controlla l'andamento del tumore al seno. Una ricercatrice italiana ha scoperto come la stessa proteina responsabile della più comune forma di ritardo mentale ereditario, la sindrome dell'X Fragile, contribuisce anche alla progressione del tumore alla mammella. Il risultato potrebbe portare nel tempo a un test per prevedere la metastasi. Lo studio, coordinato da Claudia Bagnidell'università di Roma Tor Vergata, che lavora anche in Belgio al centro di ricerche in scienze della vita VIB/KU di Lovanio, è stato appena pubblicato sulla rivista del Laboratorio europeo di Biologia molecolare Embo Journal.

L'interruttore molecolare. I ricercatori sono riusciti a dimostrare che la proteina, chiamata Fmrp, agisce come un 'interruttore molecolare' in grado di controllare i livelli di altre proteine coinvolte in diversi stadi della progressione del tumore al seno, come la diffusione delle cellule cancerose nel circolo sanguigno e l'invasione di altri organi a formare le metastasi. "Dimostriamo - spiega Bagni - che esiste una relazione stretta tra i livelli della proteina Fmrp nel tessuto tumorale e la capacità delle cellule cancerose di diffondersi in altri organi".

Come agisce la metastasi. Il ruolo di questa proteina è stato ampiamente studiato nel cervello, dove la sua assenza porta alla sindrome dell'X Fragile.  E' la prima volta invece che viene esplorata la relazione diretta che esiste con la progressione del cancro al seno.  "Precedenti studi hanno evidenziato che pazienti affetti dalla Sindrome dell'X Fragile hanno un minor rischio di sviluppare il cancro, ma si sa ancora poco degli eventi molecolari alla base di questo effetto protettivo. Noi abbiamo dimostrato che alti livelli della proteina FMRP nei tumori alla mammella sono legati ad un aumentato rischio di sviluppare il cancro e soprattutto a un aumentato rischio di diffusione delle cellule tumorali ad altri tessuti nell'organismo", spiega Bagni.

Verso un test per prevedere la metastasi. I ricercatori hanno trovato livelli alti della proteina in un'ampia percentuale di tumori alla mammella altamente invasivi e hanno anche studiato nei topi l'effetto della modulazione dei livelli della proteina sulle cellule cancerose.  E' stato osservato che l'aumento della quantità della proteina Fmrp nel tumore porta ad una veloce e massiva diffusione delle cellule cancerose nel sangue e allo sviluppo di metastasi ai polmoni. La riduzione dei livelli della proteina porta, al contrario, a una riduzione nella formazione delle metastasi. "Ora ci auguriamo che i livelli della proteina FMRP possano essere usati in futuro come un indice di aggressività nel cancro alla mammella per predire la probabilità di diffusione delle metastasi in altri organi come i polmoni", conclude Bagni.

Le donne sottovalutano i rischi. Secondo una ricerca recente della University of Michigan Medical School , nostante precedenti casi di cancro in famiglia e abitudini di vita non salutari (alcol,fumo, sedentarieta' e dieta povera di frutta e verdura) 1 donna americana su 5 sottovaluta il rischio di sviluppare un tumore al seno. In Italia poche donne (9,4%), secondo Lilt, sanno che colpisce una donna su 10.

FONTE: Valeria Pini (repubblica.it)

mercoledì 18 settembre 2013

La navicella italo-Usa Cygnus lanciata nello spazio: è in viaggio verso la Iss



Luce verde dalla base Nasa di Wallops Island, in Virginia

La storia dell’Italia nello spazio passa ancora da Wallops Island, Virginia. Qui, dove l’Oceano si confonde con la palude, nel dicembre 1964 partiva su un razzo Scout il satellite San Marco I e l’Italia di Aldo Moro divenne il terzo Paese, dopo Stati Uniti e Unione Sovietica, ad aver lanciato in orbita un proprio satellite. Oggi alle 16,57 ora di Roma ha fatto il suo ingresso nell’era commerciale dell’esplorazione del cosmo. Appollaiato sulla cima di un razzo Antares ha spiccato il volo verso la Stazione spaziale internazionale il modulo di rifornimento Cygnus, un gioiello di tecnologia studiato e costruito nei laboratori torinesi della Thales Alenia Space, dove lavorano 500 dipendenti accanto a 200 contractor. 

Quella di oggi è un’altra tappa importante nel nuovo corso della Nasa, da quando l’agenzia spaziale americana ha deciso di appaltare a ditte esterne i viaggi di rifornimento alla Iss, in modo da potersi concentrare di più - in un periodo di continui tagli al bilancio - nelle sfide estreme dell’esplorazione. E così la Orbital Sciences Corporation di Dulles, in Virginia, si è aggiudicata un appalto da 1,9 miliardi di dollari per garantire almeno fino al 2016 il trasporto di 20 tonnellate di materiale agli astronauti in orbita a 400 chilometri di altezza. Se tutto dovesse andare bene la Orbital diventerà dunque la seconda società privata dopo la SpaceX di Elon Musk (fondatore di PayPal) a fornire il servizio per conto della Nasa. 

L’azienda della Virginia si è concentrata sulla realizzazione del razzo Antares: alto 40 metri e con un diametro di 3,9, è un razzo di classe media a due stadi. Il primo è azionato da due motori a combustibile liquido (ossigeno liquido e kerosene) di derivazione russa: si tratta degli Aerojet AJ26 frutto dello sviluppo degli NK-33 che i sovietici avevano progettato per sbarcare sulla Luna; il secondo stadio è mosso da un motore ATK Castor 30B alimentato a combustibile solido. In cima, poi, c’è il nido del Cigno nato a Torino. 

“La Orbital si è rivolta a noi perché nel campo dei moduli pressurizzati siamo i migliori - dice lisciandosi i baffoni Luigi Quaglino, senior vice president di Thales Alenia responsabile dei settori Scienza ed esplorazione -. Abbiamo un’esperienza di 40 anni e un livello pari o superiore a Boeing e Mitsubishi. Oltre la metà dei moduli dove gli astronauti vivono e lavorano sono nostri”. La Orbital in cambio di 200 milioni di euro ha chiesto 9 moduli pressurizzati, dei veri e propri container spaziali in grado di essere agganciati alla Stazione. Il contratto è stato firmato nel 2009 e nel 2011 è stato consegnato il primo Cygnus, composto da un modulo di servizio (realizzato con tecnologia Orbital) e da un modulo cargo. E’ quello partito oggi, con circa un anno di ritardo sulla tabella di marcia a causa di problemi legati alla piattaforma di lancio dello spazioporto della Virginia, nella prova generale di funzionamento del progetto. 

Dallo stabilimento di Torino usciranno 4 Cygnus in versione standard e 5 in versione potenziata. I primi sono alti (o lunghi) 3,5 metri, pesano 1700 chilogrammi e sono in grado di contenere 2 tonnellate di carico; i secondi raggiungono i 5 metri, un peso di 1950 chilogrammi e trasportano 2,7 tonnellate di materiali. 

A studiare il modulo di carico pressurizzato è stato l’ingegnere Flavio Bandini, 56 anni, da 30 in azienda, torinesissimo così come il sessantacinquenne Quaglino. Con Bandini - capo del team ingegneristico - hanno lavorato circa 50 specialisti, saliti fino a 100 nei periodi “caldi” dello sviluppo. “Abbiamo dovuto risolvere tre ordini di problemi. In primo luogo stare dentro la massa richiesta dal contratto; progettare un modulo che non avesse bisogno di sistemi di raffreddamento ad acqua e poi, soprattutto, fare in fretta”. Il risultato è un modulo dalle pareti di alluminio spesse appena 2,3 millimetri (al di sotto degli scudi per proteggersi dai micrometeoriti), con un sistema di raffreddamento che usa solo la circolazione dell’aria garantendo un considerevole risparmio di peso e cinghie derivate dalla Formula 1 (costruite da un’azienda di Moncalieri) per tenere a posto il carico. 

Dieci minuti e 2” dopo il decollo il Cygnus - che è stato caricato con “soli” 700 chilogrammi di materiale - ha raggiunto l’orbita terrestre e si è sganciato senza problemi dal secondo stadio del razzo Antares. Passeranno però 4 giorni prima che si avvicini alla ISS per essere afferrato dal braccio meccanico della Stazione e agganciato alla porta “Nadir” del Nodo 2 (altra creazione italiana). Tutte le operazioni sono seguite in tempo reale dal centro di controllo della Orbital a Dulles, da quello della Nasa a Houston e dalla sala operativa della Altec a Torino. 

Una volta “preso” il Cygnus gli astronauti, tra cui l’italiano Luca Parmitano (che poche ore fa ha twittato “me ne prenderò cura”), cominceranno le operazioni di scarico. Dopo averlo svuotato, il Cygnus sarà riempito di spazzatura spaziale prodotta sulla Stazione e, nel giro di qualche giorno, liberato per un rientro nell’atmosfera terrestre: verrà distrutto dal calore prodotto dall’attrito con l’aria e i pochi resti non inceneriti finiranno nel Sud del Pacifico. E un nuovo Cigno potrà preparasi a prendere il volo a dicembre. 

FONTE: Andrea Chatrian (lastampa.it)

martedì 17 settembre 2013

SANITA': BOOM ISCRIZIONI A DOCTOR'S LIFE, OLTRE 50 MILA MEDICI


Roma, 17 set.  Cresce tra i medici italiani la voglia di tenersi sempre aggiornati, anche sfruttando le nuove tecnologie. A testimoniare questa 'sete' di informazioni e' il boom di iscrizioni a Doctor's Life, il primo canale tv al mondo dedicato 
all'informazione e alla formazione medico scientifica (Ecm), interamente gratuito. Il canale, edito da Adnkronos Salute, ha infatti
superato i 50 mila iscritti, distribuiti in modo omogeneo su tutta la Penisola. Per l'esattezza, sono 50.200 i medici che, ad oggi, hanno deciso
di informarsi e aggiornarsi attraverso Doctor's Life (canale 440 della piattaforma Sky).Un vero e proprio boom di iscrizioni, considerando 
che, in base ai dati dell'Enpam, l'Ente nazionale di previdenza dei camici bianchi, i medici in attivita' sono circa 300 mila.
Il canale, in onda da quasi due anni (ottobre 2011), oltre ai corsi Ecm gratuiti, offre un telegiornale quotidiano e due magazine settimanali di approfondimento sui principali fatti scientifici e di politica ed economia sanitaria. E ancora: inchieste, focus e reportage

su le piu' importanti questioni mediche nazionali e internazionali. Inoltre, ad arricchire il palinsesto anche diverse serie di 
documentari, con la partecipazione di grandi scienziati internazionali, e fiction medico-scientifiche.

SANITA': VARGIU, BENE ISCRIZIONI MEDICI A CANALI TEMATICI, CERTIFICA VOLONTA' AGGIORNAMENTO
Il boom di iscritti a un canale tematico dedicato alla formazione e all'informazione dei medici

"rappresenta una buona notizia e certifica la volonta' non solo di aggiornamento professionale, ma anche di mantenimento di uno spirito 
che credo sia molto importante per la professione medica". Ad affermarlo all'Adnkronos Salute e' Pierpaolo Vargiu, presidente della 
Commissione Affari Sociali della Camera, che commenta il boom di iscrizioni a Doctor's Life, il primo canale tv al mondo dedicato 
all'informazione e alla formazione medico scientifica (Ecm), interamente gratuito, edito da Adnkronos Salute. Vargiu aggiunge: "Il mio augurio e' che il canale mantenga una caratterizzazione di autonomia e scientificita' per quanto riguarda la proposizione dei temi che verranno trattati, e che da parte dei medici ci sia un'adesione a questa e ad altre iniziative simili, che contribuiscano al mantenimento della qualita' della professione medica, fondamentale per rendere un buon servizio al cittadino".

FONTE: Maria Teresa Marino - Stella Manduchi (Adn Kronos Comunicazione S.r.l.)

lunedì 16 settembre 2013

Cancro, la carta di identità in una cellula: test sangue



Un nuovo test pr analizzare una cellula. Una cellula tumorale. Per svelare le caratteristiche neoplastiche e la sua evoluzione. Per riuscire a prevedere il cammino della malattia e la sua virulenza. 

Tutti i segreti in una sola. Per ogni miliardo di cellule del sangue dei pazienti colpiti dal cancro, infatti, una sola è tumorale. E unicamente quella, tra i 10.000 trilioni che compongono il nostro organismo, può rivelare il profilo della malattia.
Con un test del sangue è possibile individuarla, isolarla e analizzarla. Per capire, così, la sua nascita e il suo sviluppo. Elementi che permettono di costruire una terapia mirata per il paziente.

L'idea di isolare in modo automatico singole cellule tumorali rare presenti nel sangue mantenendole intatte, vive e capaci di riprodursi sfruttando i principi della dielettroforesi è stata, nel 1999, di un giovane italiano Gianni Medoro. Pugliese trasferito a Bologna per studiare ingeneria elettronica aveva appena 25 anni quando, seduto ad un bar, fece lo schizzo della sua invenzione: sfruttare la microelettronica per gestire le cellule.

Gianni condivide la sua idea con Nicolò Manaresi, collega "anziano" di 31 anni: nasce una piccola società, la Silicon Biosystems, che detiene il brevetto (DEPArray). Partecipano alla Business Plan Competition organizzata dall'università di Bologna e vincono. Il denaro serve a mettere a punto il primo prototipo.

A questo punto è un'azienda italiana, la Menarini, ad accorgersi delle potenziali della piccola impresa e a decidere di acquistarla. Per accelerare le ricerche e rendere disponibili nuove applicazioni. L'obietivo è quello di afrmaci biologici specifici per le cellule tumorali da colpire.

Dalla tecnica al prototipo alla macchina che, in 28 esemplari, è nei laboratori in diverse parti del mondo. Otto sono in Italia. Le cellule, così individuate, vengono trasferite in una micro-provetta dove vengono raccolte, vive evitali a disposizione del ricercatore. Durante questo processo una telecamera inserita nel microscopio memorizza la forma e le dimensioni delle cellule per altre analisi. E studiare soluzioni terapeutiche personalizzate. 

FONTE: ilmessaggero.it

domenica 15 settembre 2013

Anoressia: colesterolo sotto accusa


Una perturbazione nell’elaborazione del colesterolo da parte dell’organismo potrebbe essere alla base dell’anoressia. Lo studio che apre nuove prospettive nella comprensione di questa malattia distruttiva

Oltre tre milioni di persone, quasi tutte di sesso femminile, soffrono di anoressia soltanto in Italia. Il che si traduce in 8-10 ragazze su 100, di norma giovanissime che sfiorano a malapena i dodici anni di età.
Negli ultimi anni, le ipotesi sul perché insorge questo disturbo sono state tra le più svariate, ma secondo alcuni scienziati solo adesso si sta davvero facendo qualche passo in avanti verso la reale comprensione della causa. 

Una teoria totalmente nuova è stata elaborata dall’Istituto Scripps Research (TSRI) che incrimina il colesterolo quale originatore del problema. O, per meglio dire, il modo in cui il nostro organismo gestisce tale sostanza. 
L’umore e il normale comportamento alimentare verrebbero quindi disturbati da alcune varianti di un gene che codifica l’enzima preposto alla regolazione del metabolismo del colesterolo.

Il professor Nicholas J. Schork del TSRI, per venire a capo del problema, ha lavorato insieme a un valido team internazionale di collaboratori che rappresentano oltre 20 istituti di ricerca.
Per condurre tale ricerca sono state utilizzate le informazioni genetiche di oltre 1.200 pazienti malati di anoressia e più di duemila persone sane.

Inizialmente, nei primi 334 soggetti, sono state catalogate tutte le possibili varianti di gruppi di geni che studi più vecchi avevano collegato a un comportamento alimentare disturbato (non necessariamente anoressia).
Erano più di cento i geni che avrebbero potuto influire in problemi di questo genere, tuttavia, la maggior parte sono stati scartati per impossibilità di legami con l’anoressia. A fine studio soltanto pochi geni sono stati presi in considerazione.

Uno dei segnali più importanti è stato rilevato da un gene denominato EPHX2, il qualche codifica l’epossido idrolasi 2, un enzima che ha la precisa funzione di regolare il metabolismo del colesterolo.
Gli istituti di ricerca che hanno aderito allo studio di Schork hanno potuto notare che la stragrande maggioranza di pazienti malati di anoressia evidenziavano varianti del gene EPHX2, con livelli elevatissimi di colesterolo nel sangue, pur essendo iponutriti.

Tali interessanti risultati, già pubblicati online nella rivista Molecular Psychiatry, meritano indubbiamente ulteriori conferme e, nel caso, sarà necessario sviluppare cure che possano davvero risolvere la causa del problema.

FONTE: lastampa.it

sabato 14 settembre 2013

Aids, vaccino testato sulle scimmie. "Eradica completamente il virus"




Lo studio della Oregon Health and Science University, pubblicato su Nature. Verrà sperimentato anche sull'uomo 

Un vaccino provato in scimmie con Siv (Simian Immunodeficiency Virus), l'equivalente dell'Hiv umano, è riuscito a eradicare completamente il virus. Si è rivelato efficace in nove dei 16 macachi rhesus in cui era stato inoculato e ora verrà sperimentato anche sull'uomo. La ricerca della Oregon Health and Science University  è stata pubblicata su Nature

Il virus dell'immunodeficienza delle scimmie (SIV) è l'equivalente del virus HIV che colpisce gli esseri umani. L'équipe di studiosi ha esaminato una forma aggressiva di virus chiamato SIVmac239, che è fino a 100 volte più letale di HIV . In test precedenti le scimmie infette erano morte nel giro di due anni, ma questa volta gran parte dei primati sono rimasti immuni. "Abbiamo usato criteri molto rigidi per fare questa sperimentazione - ha detto il professor Louis Picker, del Gene and therapy institute dell'Oregon Health and Science University - . Alla fine nel corpo delle scimmie non c'era traccia del virus".
Il vaccino è stato sviluppato utilizzando un altro virus, il citomegalovirus (Cmv), che appartiene alla stessa famiglia dell'herpes. Il metodo si basa sul potere infettivo del Cmv. Per evitare che porti alla malattia però, il virus è stato modificato in modo da stimolare il sistema immunitario a combattere le molecole del Siv. In un primo momento l'infezione si è sviluppata ed estesa nell'organismo, ma in seguito il corpo delle cavie da laboratorio ha reagito, distruggendo ogni traccia del virus. Tutte le scimmie che hanno risposto in modo positivo al vaccino, erano ancora libere dall'infezione dell'Siv a tre giorni di distanza dalla sperimentazione. 

Gli esperti stanno cercando ora di come mai il vaccino non si sia dimostrato efficace su tutte le scimmie. "E' una battaglia e non si conclude sempre in modo positivo. A volte il vaccino funziona, altre no", dice Picker. Il prossimo passo, sarà quello di provare il metodo sull'uomo. Secondo il gruppo di ricerca sarà necessario aspettare almeno due anni per incominciare la sperimentazione. "Per il test sugli esseri umani - spiega Picker - dobbiamo essere assolutamente sicuri che il vaccino sia innocuo. Abbiamo agito sul potere infettivo del Cmv sulle scimmie, ma ora dovremo diminuirne la potenza per renderlo meno aggressivo".

Da anni si cercano cure per combattere l'Aids e sono numerosi gli studi per trovare un vaccino efficace. A luglio un gruppo di esperti dell'Istituto Superiore di Sanità coordinati da Andrea Savarino, insieme a colleghi della Duke University nel North Carolina, hanno prodotto la remissione della malattia in macachi, curandoli con un mix di farmaci contenente oltre agli antiretrovirali, altre due sostanze. Mentre solo pochi mesi prima, il governo degli Stati Uniti aveva bloccato uno studio su un possibile vaccino contro l'Hiv perché non stava dando alcun risultato. La ricerca Hvtn 505, su un campione di 2.500 uomini, aveva messo a punto un vaccino sperimentale basato su Dna modificato.

FONTE: Valeria Pini (repubblica.it)

venerdì 13 settembre 2013

In cioccolato, vino rosso, tè e olio d’oliva i segreti dell'antinvecchiamento




Gli esperti riuniti in simposio sostengono l’utilità di alcuni cibi nel frenare l’invecchiamento e promuovere la salute. Tra i tanti, la maggioranza sono ingredienti della dieta mediterranea

In un simposio espressamente dedicato, all’interno del 246esimo Congresso annuale dell’American Chemical Society (ACS) di Indianapolis, si è ribadito come alcuni ingredienti di una sana alimentazione siano la chiave per rallentare l’invecchiamento dell’organismo, proteggendosi anche dalle malattie correlate.

Il simposio, intitolato “Phenolic derivatives for food and human health”, si è concentrato su alimenti quali il cacao, il vino rosso, il tè, l’olio d’oliva e altri ancora, ricordando che sono tutti cibi ricchi di sostanze antiossidanti.
Gli antiossidanti (o derivati fenolici o polifenoli), ormai lo sappiamo, svolgono un ruolo di primo piano nel limitare l’azione di sostanze nocive come, per esempio, i radicali liberi, riducendo il rischio d’infiammazione: una condizione che può preludere a diverse malattie, tra cui anche il cancro e le malattie cardiache.

Gli esperti riuniti a congresso hanno anche preso in esame le proprietà benefiche di spezie come la curcuma, lo zenzero che agiscono anch’essi come protettori contro le diverse malattie.
Non sono mancati all’appello neanche i frutti di bosco, come i mirtilli, che sono anche attivi contro i problemi dell’intestino e l’apparato urinario.
Insomma, ancora una volta gli esperti confermano che il cibo può essere una specie di farmacia da cui prendere tutto il meglio che offre.

FONTE: lastampa.it

mercoledì 11 settembre 2013

Scuola, zaini troppo pesanti: ecco i consigli per la salute della schiena


Zaini pesanti a scuola, come salvaguardare la schiena dei bambini

Non deve superare il 10% del peso corporeo (cioè per un bimbo di 6-8 anni non più di 3 kg) e, anche se le mode richiedono tutt'altro, va portato su entrambe le spalle, in modo di bilanciare il peso. Meglio se è un trolley. Sono questi alcuni consigli di Guido La Rosa, responsabile dell'Unità operativa di ortopedia del Bambino Gesù di Roma. 
«Non è comunque detto - spiega l'ortopedico - che uno zainetto troppo pesante sia l'indiziato principale dello sviluppo della scoliosi. Tuttavia è un fattore non trascurabile perché portare tutti i giorni un peso eccessivo può sviluppare, se non questa malattia delle vertebre, atteggiamenti posturali scorretti che devono essere curati».

Ricurvi sui banchi, semisdraiati sul divano a giocare con i videogiochi, immobili per ore davanti al computer: è grazie a queste cattive abitudini che la metà dei bambini della scuola elementare lamenta mal di schiena. Un numero in crescita, pari al doppio di quello dei loro genitori quando avevano la stessa età, dai 6 ai 10. A lanciare l'allarme è l'Associazione italiana di fisioterapisti.

Poche regole: la scrivania deve essere proporzionata all'altezza e il bambino deve poterci appoggiare gli avambracci con le spalle rilassate, lo zaino, una volta indossato, non deve oltrepassare la linea delle anche.

FONTE: salute.ilmessaggero.it

martedì 10 settembre 2013

Tutto quello che l’urina può dire di noi e la nostra salute


A seguito di ben sette anni di ricerche, gli scienziati sono riusciti a determinare la composizione chimica dell’urina umana, la quale si è scoperto può rivelare molto sulla salute di una persona e può divenire così un’alternativa agli esami del sangue

Ci sono voluti ben sette anni, ma alla fine gli scienziati sono riusciti a determinare la composizione chimica dell’urina umana, scoprendo che questa può rivelare molto su di noi e sulla nostra salute.

Lo studio è stato condotto da un team di quasi 20 scienziati che hanno lavorato presso l’Università di Alberta, in Canada, trovando che nell’urina umana possono trovarsi 3.000 sostanze chimiche o  metaboliti. Un numero notevole che può realmente parlare di noi.
Questi risultati non si fermano al solo campo medico, sottolineano i ricercatori, ma possono avere implicazioni significative anche in campo nutrizionale, del farmaco e nei test ambientali.

«L’urina è un fluido biologico incredibilmente complesso – spiega il professor David Wishart, autore senior dello studio – Avevamo idea che ci potessero essere tanti diversi composti che vanno a finire nei nostri gabinetti».

La complessa ricerca, i cui risultati sono stati pubblicati sulla rivista PLoS ONE, si è avvalsa di tecniche moderne e di alto livello di chimica analitica al fine di identificare e quantificare sistematicamente le diverse centinaia di composti presenti in una vasta gamma di campioni di urina umana. Tra le varie tecniche utilizzate vi era la spettroscopia a risonanza magnetica nucleare, la gascromatografia, la spettrometria di massa e la cromatografia liquida.
Oltre a questo, al fine di integrare i loro risultati sperimentali, i ricercatori si sono avvalsi di tecniche di data mining basate su computer e hanno setacciato più di 100 anni di letteratura scientifica pubblicata sull’urina umana.
 
Lo studio è particolarmente significativo, ha sottolineato Wishart, perché consentirà lo sviluppo di una nuova generazione di test clinici veloci, economici e indolore che possono essere eseguiti utilizzando l’urina anziché il sangue o tessuto da biopsia – ricordiamo che, d’altronde, l’urina nient’altro è che sangue filtrato.
Grazie a questa importante ricerca, fa ancora notare Wishart, i nuovi test basati sull’urina per le diagnosi di cancro del colon, cancro alla prostata, celiachia, colite ulcerosa, polmonite e rigetto di organi trapiantati sono già in fase di sviluppo o sono in procinto di essere immessi sul mercato.

FONTE: lastampa.it