mercoledì 30 ottobre 2013

Errori medici in ospedale oltre 12mila denunce


Errori medici in ospedale
oltre 12mila denunce

Ospedali italiani bersagliati dalle denunce: lo scorso anno se ne sono registrate ben 12mila per sinistri contro le strutture sanitarie pubbliche del paese. E' quanto emerge dai dati, relativi al 2012, dell'indagine sui modelli regionali di gestione sinistri e polizze presentata dall'Agenzia per i servizi sanitari regionali (Agenas). 
Numeri provvisori che non includono i dati di tre regioni e che vanno correlati all'impressionante numero prestazioni sanitarie forniti, pari a oltre nove milioni di ricoveri e circa un miliardo di prestazioni specialistiche.

Da alcune simulazioni fatte dai tecnici dell'Agenas è inoltre emerso che il costo medio del risarcimento liquidato in caso di danni dovuti a responsabilità medica è di circa 40mila euro e la grande maggioranza dei sinistri denunciati, circa il 63%, riguarda casi di lesioni personali. A fronte dell'alto tasso di contenzioso che preoccupa professionisti e istituzioni sono 7 le Regioni che si sono dotate di un sisetma gestioni rischi adeguato (Emilia Romagna, Friuli, Lazio, Lombardia, Toscana, Piemonte e Provincia autonoma Trento).

FONTE: salute.ilmessaggero.it

martedì 29 ottobre 2013

Medicina orientale e occidentale, il connubio è possibile


Un noto erborista americano tenta di trovare una possibile interpretazione della fitoterapia occidentale utilizzando una visione per lo più orientale. E il risultato è eccellente

In base a quanto sappiamo oggi, la medicina occidentale – anche quella “alternativa” – potremmo affermare che è distante anni luce dalla visione orientale.
Ciò non significa che sia migliore l’una o l’altra, ma semplicemente che sono due metodiche distinte e distanti in termini di concezione salutistica. Eppure, sarebbe doveroso per un medico riuscire a trovare un punto di incontro che possa finalmente mettere pace alle numerose diatribe aperte tra la moderna visione occidentale e l’arcaica orientale.

Ad aver trovato un possibile connubio è Michael Tierra, nel suo libro “Grande Manuale di Erboristeria”, edito dalle Edizioni Mediterranee. Si tratta di un volume stampato nel lontano 1995, quindi quasi introvabile, ma dall’immenso valore.
Per chi “mastica” un po’ di medicina Cinese e Ayurvedica, senz’altro saprà che molte piante orientali non sono disponibili nella nostra Penisola. Ma non solo: trovare un equivalente non è affatto semplice, se si considera il diverso approccio che le due discipline hanno in termini di terapia.

L’enorme lavoro di Michael Tierra è stato proprio quello di penetrare nelle diverse visioni cercando un’analogia nel loro utilizzo. Ecco che, per esempio, i nostrani diaforetici, potrebbero essere quelle che in Oriente sono classificate come le Piante di rimozione attraverso la superficie.  
Ogni vegetale, animale o minerale, poi, è dotato, oltre che di principi attivi, anche di caratteristiche intrinseche che fanno sì che possano agire o meno su una determinata funzione organica. Tierra mostra come molte piante asiatiche o nostrane, abbiano evidenti caratteristiche come il sapore, l’odore, il colore e così via che normalmente non prendiamo in considerazione. Sono proprio questi fattori che modificano, all’interno del corpo umano, determinate funzionalità, spesso alterate in caso di malattia.

Nel libro sono anche menzionati rimedi conosciuti da millenni, di cui nessuno parla o ha paura a farlo. Il tanto ostacolato nocciolo di albicocca per esempio, oggetto di una disputa aperta tra medicina ufficiale e alternativa a causa del suo contenuto in laetrile (Amigdalina o vitamina B17) viene in realtà usato in Cina da millenni contro una gran moltitudine di malattie gravi. Il motivo per cui nel nostro Paese questa vitamina è stata dapprima vietata e poi screditata è perché l’Amigdalina,  attraverso un’azione enzimatica, ha la possibilità di dividersi producendo, tra le altre cose, anche l’acido cianidrico. Acido di cui conosciamo la sua tossicità già a piccole dosi. Premettendo che è ovvio che non si possono eseguire auto-medicamenti con cure di questo genere, per arrivare a dosi realmente pericolose sono necessari un minimo di 50 noccioli per gli adulti, sottolinea Tierra. Ma non solo: l’esperto spiega come le antiche medicine ne conoscano gli affetti avversi e quindi anche i relativi antidoti, incarnati, in questo specifico caso, nella corteccia o radice dello stesso albero.
Da qui si evince non solo la buona conoscenza della materia da parte dell’autore, ma anche la sapienza millenaria di medicine ben più collaudate della nostra.
Nonostante all’apparenza noi disponiamo di attrezzature medico-scientifiche maggiormente all’avanguardia, è ovvio che vi sono lacune da colmare. Alcune delle quali, probabilmente con l’aiuto di antiche medicine.

Il libro, suddiviso in due volumi, contiene anche delle interessantissime appendici in cui trovare il cuore dell’essenza medica orientale. Un volume eccellente, dunque, soprattutto per chi dispone di nozioni mediche orientali e vuole approfondire l’utilizzo erboristico integrandolo con quello occidentale.
Il volume evidenzia anche la vastità di scelta in fatto di rimedi millenari che comprendono anche un’enorme varietà di elementi animali e minerali.

FONTE: lastampa.it

domenica 27 ottobre 2013

Da un antiossidante sintetico l’arma contro l’aviaria


Un additivo alimentare usato come conservante potrebbe essere in grado di bloccare il ceppo mortale dell’influenza aviaria, arrestando il rischio di pandemia

Si chiama terz-butil idrochinone, ed è un additivo largamente usato in ambito alimentare in qualità di antiossidante e conservante. Viene utilizzato per evitare l’irrancidimento di alcuni oli vegetali e, oggi, pare essere un’importante speranza nella lotta contro l’influenza aviaria.

E’ quanto suggeriscono i ricercatori del Chicago College of Medicine dell’Università dell’Illinois, i quali hanno pubblicato di recente i risultati del loro studio sulla rivista PLoS One. Qui si spiega come il composto, una volta legato a una parte del virus influenzale, possa permettere la remissione della malattia.
«La recente epidemia di H7N9, avvenuta in Cina lo scorso marzo, ha registrato un tasso di mortalità di oltre il 20 per cento», spiega Michael Caffrey, professore associato di biochimica e genetica molecolare presso l’Università dell’Illinois (UIC).

Il virus, purtroppo, sembra essere particolarmente insensibile alla maggior parte delle cure attualmente conosciute. Di conseguenza, «la necessità di sviluppare nuove terapie antivirali oggi è fondamentale», aggiunge Caffrey.

I virus influenzali entrano nelle cellule grazie a una “chiave” che permette loro di aprire i recettori della superficie cellulare, tale chiave si presenta sotto forma di una proteina chiamata emoagglutinina. Solo riuscendo a disattivare l’emoagglutinina può essere impedito al virus di infettare le cellule.
I ricercatori dell’UIC, coordinati da Caffrey, hanno scoperto che grazie a un additivo alimentare chiamato terz-butil idrochinone (TBHQ ) l’infezione cellulare può essere bloccata. Il terz-butil idrochinone, infatti, «fissa al “tallone di Achille” del virus, una porzione ad anello a forma di emoagglutinina necessaria per il legame con le cellule, rendendo impossibile l’infezione delle cellule».

Questa sarebbe un’importante svolta nella creazione dei farmaci, visto e considerato che quelli attuali sono (quasi) completamente inefficaci.
«Eventuali farmaci che si concentrano sul ciclo dell’emoagglutinina sarebbero totalmente nuovi per i virus influenzali, e quindi la resistenza, qualora venga sviluppata, sarebbe ancora molto lontana», scrivono gli autori.
L’Università stava effettuando diverse ricerche sui molteplici tipi di virus, quando si è verificata l’epidemia di Aviaria. È stata questa che ha permesso ulteriori studi in questa direzione.
«Il Terz-butil idrochinone è conosciuto per aver bloccato gli effetti di virus H3. Così, quando si è verificato il focolaio H7N9, abbiamo pensato di vedere se avesse qualche effetto anche su questo virus», spiegano i ricercatori.
Il gruppo di Caffrey ha svolto gli studi anche su virus meno pericolosi per valutarne gli effetti in tutta sicurezza. Per esempio, hanno testato l’additivo alimentare su virus dell’apparato respiratorio riuscendo a impedire l’infezione su cellule polmonari create in laboratorio.
A questo punto, il passo successivo, sarà quello di sviluppare un metodo per prevenire l’infezione, oltre che curarla. A tal proposito, i ricercatori avrebbero intenzione di testare il Terz-butil idrochinone con il mangime del pollame per evitare la trasmissione all’origine.
E’ bene comunque specificare che l’additivo alimentare sembra essere sicuro usato tal quale, ma non si hanno ancora sufficienti dati per giudicarlo tale anche in dosi elevate.

FONTE: lastampa.it

giovedì 24 ottobre 2013

Aids: curata da Hiv a 3 anni sta bene, esperti "non è fortuna"



A tre anni continua a non sviluppare l'Aids la bambina del Mississippi nata con il virus dell'Hiv e trattata con unamassiccia dose di farmaci antiretrovirali fino ai 18 mesi.  "Non e' un colpo di fortuna", ha assicurato la direttrice dello studio Deborah Persaud, virologa e esperta dell'Hiv nei bambini, "ma il risultato positivo di una terapia aggressiva e molto precoce, che potrebbe aver impedito al virus di prendere il controllo sulle cellule immunitarie della bambina". La storia della piccola paziente, la prima del mondo a sperimentare questo tipo di terapia, era gia' stata diffusa a marzo, quando aveva due anni e mezzo. A comunicare l'aggiornamento è il 'New England journal of medicine'.


La madre aveva dato alla luce la piccola senza sapere di essere affetta da Hiv. Al momento della nascita i medici avevano scoperto pero' che la bambina presentava alti livelli di infezione nel sangue e che quindi aveva contratto il virus dalla madre, mentre era ancora un feto. Gli esperti rimangono cauti nell'affermare che l'Hiv sia veramente scomparso dal sangue della piccola paziente e preferiscono parlare di "guarigione funzionale", cio¿ una remissione del virus a lungo termine e in assenza di trattamento. Per ora i medici non escludono, inoltre, che si possa trattare di un caso unico al mondo.

FONTE: affaritaliani.it

mercoledì 23 ottobre 2013

Capelli nati in laboratorio, verso soluzione della calvizie


Follicoli rigenerati da cellule staminali. La sperimentazione, pubblicata su Pnas, è stata portata avanti dal dipartimento di Dermatologia della Columbia University di New York

Capigliature folte nate in laboratorio. Utilizzando cellule staminali umane sono state per la prima volta coltivate in laboratorio e trapiantate nel cuoio capelluto le 'fabbriche' dei capelli, le strutture che stimolano la formazione dei bulbi piliferi. Ora la speranza per i ricercatori è quella di stimolare la crescita. Un sogno per le donne e gli uomini, che affrontano il problema delle calvizie. La sperimentazione, pubblicata sulla rivista dell'Accademia delle Scienze degli Stati Uniti, Pnas, è stata portata avanti da un gruppo di ricerca internazionale coordinato da Claire A. Higgins, del dipartimento di Dermatologia della Columbia University di New York. "Questo studio potrebbe trasformare il trattamento medico contro la perdita di capelli", ha detto Angela Christiano co-autrice dell'articolo. "Attualmente i farmaci anticalvizie tendono a rallentare la perdita di follicoli piliferi o, al limite,  a stimolare la crescita di peli esistenti, ma non servono a creare nuovi follicoli piliferi".

La sperimentazione sui topi. Il nuovo settore di studi all'avanguardia punta sulle cellule staminali. Il metodo è stato testato sui topi e si è rivelato promettente. I ricercatori hanno visto che, dopo il trapianto, nei roditori la ricrescita avviene spontaneamente grazie alle strutture che si trovano nella parte più superficiale della pelle, ricche di vasi sanguigni e terminazioni nervose. Chiamate papille dermiche, queste strutture possono essere considerate delle vere e proprie "fabbriche di capelli". Mentre nei roditori queste strutture tendono ad aggregarsi spontaneamente e a far ricrescere il bulbo pilifero, nell'uomo non avviene altrettanto.

LEGGI Le soluzioni anti-caduta
"Questo ci suggerisce che, se coltivata, la papilla dermica umana può essere 'incoraggiata' a formarsi come fanno spontaneamente le cellule dei roditori", spiega Higgins. Secondo la ricercatrice "si potrebbero quindi creare le condizioni necessarie per indurre la crescita dei capelli nella pelle umana". "Siamo riusciti a clonare il 22% della struttura delle 'fabbriche di capelli. E' meno di quanto speravamo, ma ci basta per vedere che siamo sulla strada giusta", dice Christiano.

Le cellule. I ricercatori hanno prelevato cellule della pelle da sette volontari. In seguito sono state immerse in una coltura di fattori di crescita che le ha fatte differenziare e trasformare in bulbi piliferi. I bulbi coltivati in laboratorio sono stati quindi trapiantati nella pelle umana innestata sul dorso di sette topi. In cinque casi su sette i bulbi piliferi hanno dato origine alla crescita di capelli e l'analisi Dna ha  confermato che i nuovi follicoli piliferi erano umani e geneticamente abbinati ai donatori.

Secondo una recente ricerca di GfK Eurisko perdere i capelli o i denti è uno degli incubi  peggiori degli italiani. La caduta di un dente è un evento temuto dal 66% degli intervistati, mentre quella dei capelli fa paura al 60%. Seguono la perdita del tono muscolare con il 43% delle risposte e quella dell'elasticità del viso (con il 34%).

FONTE: Valeria Pini (repubblica.it)

martedì 22 ottobre 2013

Raccolta e conservazione delle cellule cordonali



Sulle cellule staminali, le domande delle coppie che stanno per diventare una famiglia sono le più diverse. Si può decidere per la conservazione o per la donazione cordone ombelicale, ma chi sta per diventare genitore può essere colto da dubbi più che legittimi e naturali: “Il bambino sentirà dolore? La procedura è completamente sicura?”, o chiedersi “Come è possibile conservare delle cellule così a lungo?”
Vediamo di risolvere qualche incertezza per permettere, a chi si trova di fronte a questa scelta, di compierla con la giusta conoscenza e tranquillità che richiede. E’ importante chiarire prima di tutto che il sangue del cordone ombelicale viene raccolto, al momento della nascita, attraverso procedure sicure e indolori sia per il bambino che per la madre e che per questa operazione è presente in sala parto del personale ostetrico adeguatamente formato, che, utilizzando un apposito ago, trasferisce il sangue cordonale dalla vena ombelicale ad una sacca ematica che contiene un anticoagulante. Da questo momento il campione raccolto viene sottoposto a diverse analisi ematologiche in modo da controllarne alcuni parametri come la cellularità e il volume, l’eventuale presenza di batteri o altri contaminanti. Terminate queste analisi, il campione passa una serie di trattamenti, come ad esempio se necessario l’eliminazione della frazione plasmatica o dei globuli rossi, in modo che sia pronto alla crioconservazione in una banca del cordone ombelicale. La conservazione avviene all’interno di biocontainers regolati a una temperatura di -196°C e, per evitare la formazione di ghiaccio, il campione viene miscelato con un agente crioprotettivo, generalmente dimetilsolfossido al 10% (DMSO)1.
Sistemi di allarme per rilevare e segnalare eventuali variazioni di temperatura all’interno di ogni biocontainer garantiscono la totale sicurezza e, come ulteriore precauzione, i biocontainers sono spesso dotati di una fonte secondaria di azoto, pronto per essere rilasciato in caso di avarie, come ad esempio un black-out. Grazie a tutti questi processi è possibile conservare le staminali del cordone ombelicale per un lungo periodo di tempo: recenti studi scientifici, infatti, hanno dimostrato che è possibile crioconservare le cellule staminali del cordone ombelicale per oltre 20 anni e che la loro vitalità e capacità proliferative e differenziative non vengono alterate. 2, 3
Ad esempio, in una ricerca sperimentale cellule staminali del cordone umano conservate per più di 20 anni, sono state trapiantate in un modello murino e si sono rilevate capaci di ripopolare il midollo osseo dell’animale. In più, raccolte a distanza di sei mesi dal trapianto, sono state utili anche per ripopolare il midollo di un secondo animale3. Queste notizie ci ricordano ancora una volta l’importanza della conservazione del cordone ombelicale per il futuro della medicina.

Per ulteriori informazioni: http://www.sorgente.com

Note bibliografiche
1. Moise, K.J., Jr., Umbilical cord stem cells. Obstet Gynecol, 2005. 106(6): p. 1393-407.
2. Broxmeyer, H.E., et al., Hematopoietic stem/progenitor cells, generation of induced pluripotent stem cells, and isolation of endothelial progenitors from 21- to 23.5-year cryopreserved cord blood. Blood. 117(18): p. 4773-7.
3. Broxmeyer, H.E., Cord blood hematopoietic stem cell transplantation in StemBook, T.S.C.R. Community, Editor. May 26, 2010.

lunedì 21 ottobre 2013

Dieta Dash: con poco sale e proteine e molta frutta e verdura si riducono i rischi cardiovascolari


Che un'alimentazione sana aiuti a tenere sotto controllo la pressione non è un mistero. Ma una nuova conferma arriva da una ricerca americana. Una dieta a basso contenuto di sodio non solo tiene a bada la pressione ma riduce il rischio cardiovascolare, primo fra tutti quello di insufficienza cardiaca. Ma attenzione, non basta stare attenti al sale: occorre mettere in tavola frutta e verdura, proteine in quantità moderata, pochi grassi.
Lo studio dell'Università del Michigan ha mostrato che la dieta Dash (Dietary Approaches to Stop Hypertension) a basso contenuto di sodio migliora la funzione cardiaca e abbassa la pressione sanguigna. La dieta può infatti ridurre drasticamente l'ipertensione e migliorare la funzionalità cardiaca nei pazienti che hanno un comune tipo di insufficienza cardiaca, secondo lo studio presentato durante il meeting della Heart Failure Society of America di Orlando, Florida.
Dopo un periodo di 21 giorni con dieta Dash, i pazienti hanno registrato un calo della pressione arteriosa simile a quello che si ha assumendo farmaci anti-ipertensione. In particolare, ottimi risultati sono stati riportati nei casi di "insufficienza cardiaca con frazione di eiezione preservata", detta anche diastolica, che si verifica quando il cuore diventa rigido e non pompa abbastanza sangue. I pasti inclusi nella dieta Dash hanno alto contenuto di potassio, magnesio, calcio e antiossidanti.
Già in passato una ricerca pubblicata sugli Archives of Internal Medicine aveva rilevato i benefici di questo tipo di alimentazione. I ricercatori del Beth Israel Deaconess Medical Center di Boston avevano analizzato i dati di oltre 36 mila donne fra 48 e 83 anni. Attraverso l'uso di questionari hanno indagato gli stili di vita del campione. Alla fine si è scoperto che le donne con un'alimentazione il più possibile simile alla dieta DASH (Dietary Approaches to Stop Hypertension) avevano quasi il 40 per cento di rischio in meno di andare incontro a scompenso cardiaco rispetto a quelle che più si discostavano da questo tipodi alimentazione, ideata per essere un regime "abbassa-pressione"".
FONTE: Adele sarno (huffingtonpost.it)

domenica 20 ottobre 2013

L’inquinamento dell’aria provoca il cancro

Messo nel gruppo 1 («sicuramente cancerogeno») il cocktail di combustioni da traffico, riscaldamento, emissioni industriali

L’inquinamento dell’aria può provocare il cancro. Lo dice la massima autorità oncologica mondiale, lo IARC (International Agency for Research on Cancer) di Lione, l’Agenzia che per conto dell’Organizzazione mondiale della sanità analizza e classifica agenti e sostanze per la loro capacità di provocare il cancro. L’inquinamento da polveri e sostanze assortite che affligge le nostre città è stato classificato nel gruppo 1, cioè sicuramente cancerogeno per l’uomo: come il cloruro di vinile, la formaldeide, l’amianto, il benzene, le radiazioni ionizzanti. Già lo IARC si era espresso sulla cancerogenicità di alcune sostanze che compongono il classico smog, come il fumo da diesel e il benzo(a)pirene. Ma in questo caso è l’intero “cocktail” - formato da combustioni da traffico, riscaldamento e emissioni industriali - ad aver ricevuto la scomoda qualifica. Che avrà sicuramente vaste conseguenze politiche.

LAVORO IMMANE - «Classificare l’inquinamento outdoor come cancerogeno umano è un passo importante per spingere all’azione senza ulteriori ritardi, visto che la pericolosità dell’inquinamento è proporzionale alle concentrazioni in atmosfera e molto si può fare per abbassarle» ha spiegato nella conferenza di presentazione dei dati il direttore dello IARC, Christopher Wild. Il verdetto scientifico è frutto di un notevole lavoro di revisione di più di mille studi effettuato da una squadra di esperti di rilevanza internazionale, documentato dalla Monografia 109 dell’agenzia internazionale. Lo scrutinio ha portato alla certezza che l’esposizione all’inquinamento protratto nel tempo aumenti la probabilità di sviluppare un tumore al polmone o alla vescica. Certamente il rischio non è raffrontabile a quello del fumo di sigaretta, che resta il killer principale. Ma coloro che derubricavano lo smog a fastidio tutto sommato sopportabile devono ora ricredersi: l’esposizione ad alte concentrazioni di polveri sottili, idrocarburi policiclici aromatici, ozono e biossido di azoto non aumentano solo il rischio di malattie respiratorie, infarto a altri problemi come il basso peso alla nascita (come appena confermato da uno studio uscito su Lancet).
DUECENTOMILA MORTI - Ora si può dire con relativa certezza che almeno dal 3 al 5% dei tumori al polmone derivino da queste esposizioni ambientali. La percentuale apparentemente bassa non inganni: si tratta pur sempre, secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, di 223.000 morti in tutto il mondo, a cui vanno aggiunti circa 3 milioni di morti per tutte le altre malattie correlate all’inquinamento dell’aria. I circa 10mila litri di aria non propriamente immacolata che ogni giorno inspiriamo non resta quindi senza effetto. La monografia dello IARC ha evidenziato anche che l’inquinamento provoca il tumore al polmone attraverso un’azione diretta sul DNA, che mostra chiaramente i segni delle mutazioni indotte dai diversi inquinanti.
FONTE: corriere.it

venerdì 18 ottobre 2013

Le tecnologie mini-invasive per stenosi aortiche gravi

Il trattamento della Stenosi Aortica grave è stato oggetto di grande dibattito durante il PCR London Valves, importante Congresso di Cardiologia, recentemente tenutosi a Londra

La patologia e le innovazioni terapeutiche che ne consentono il trattamento al centro di un ampio dibattito che ha coinvolto migliaia di cardiologi provenienti da tutto il mondo
Londra. La Stenosi Aortica grave è, purtroppo, una patologia molto diffusa, che colpisce circa il 3% della popolazione ultra 65enne e il 5% delle persone di età superiore ai 75 anni, tanto da essere considerata, in Europa e negli Stati Uniti, la lesione valvolare più comune. Le stime più recenti evidenziano che in Europa i pazienti affetti da stenosi aortica sintomatica grave siano ben 1,2 milioni. Con questa definizione si indica il processo di ispessimento e irrigidimento della valvola aortica, che può causare un restringimento significativo dell’ apertura della valvola stessa, con conseguente compromissione della irrorazione sanguigna. La causa più comune, da attribuirsi all’inarrestabile processo di invecchiamento, è la malattia calcifica degenerativa, cioè l’eccessivo accumulo di calcio nelle cuspidi valvolari. Da questo si può generare una stenosi severa, che può determinare scompenso cardiaco, infezioni e persino morte improvvisa. Si calcola che dalla manifestazione dei primi sintomi, il tasso medio di sopravvivenza è pari al 50% a due anni e al 20% a cinque anni. La ricerca su questo fronte è però instancabile e al congresso di Londra sono state presentate molte innovazioni, in grado di offrire una possibile alternativa terapeutica a quello che è tuttora il principale trattamento delle stenosi aortiche sintomatiche severe, cioè la sostituzione della valvola nativa malata con una valvola artificiale. L’intervento comporta una procedura chirurgica di notevole portata, a cuore aperto e con bypass cardiopolmonare, intervento che non tutti i pazienti, per età o altre patologie, sono in grado di affrontare.

Il sistema LOTUS. Fra i sistemi più avanzati presentati a Londra, da segnalare gli Impianti Transcatetere della Valvola Aortica (TAVI), sistemi che per le loro caratteristiche sono “minimamente invasivi” e che, in molti casi, potrebbero rappresentare una  valida soluzione terapeutica. Ha destato particolare interesse il sistema LOTUS™ di Boston Scientific, in quanto primo e unico dispositivo di questa categoria dotato di un “Adaptive Seal”, cioè di una guarnizione adattabile, finalizzata a ridurre al minimo il “rigurgito aortico” cioè il reflusso di sangue che può insorgere in questi interventi e che è un riconosciuto indicatore di mortalità. Si aggiunga, a questo, un ulteriore punto di forza del sistema LOTUS ™, rappresentato dal fatto che il dispositivo può essere interamente recuperato e “riposizionato” nel modo più idoneo, prima del rilascio della valvola. Queste caratteristiche tecnologiche  hanno registrato notevole apprezzamento presso la comunità medico-scientifica, sia per l’elevato livello di manovrabilità e pieno controllo garantito a chi effettua l’impianto, sia per la maggiore sicurezza e tutela del paziente. LOTUS™ è costituito da una protesi valvolare biologica (in pericardio bovino) premontata su stent in nitinolo e da un catetere per il posizionamento, usato come guida per l’inserimento percutaneo della valvola. LOTUS™ viene inserito mediante una piccola incisione attraverso l’arteria femorale (modalità che non richiede alcun bypass cardiopolmonare). LOTUS™ è prossimo all’ottenimento del marchio CE e sarà quindi presto disponibile in commercio; la sua efficacia e innovatività tecnologica sono state già sancite da studi internazionali e presentati a Londra dal Professor Ian Meredith, director of Monash Heart at Monash Medical Center di Melbourne, Australia, il Principal Investigator degli Studi Reprise I e II. Entrambi hanno confermato, per la maggior parte dei pazienti arruolati (11 nel primo Studio e un gruppo iniziale di 60 nel secondo, su un totale di 120) l’efficacia dell’impianto, che non ha determinato casi di rigurgito paravalvolare severo, e questa è senza dubbio una delle “evidenze” più importanti emerse dalle verifiche fatte sui pazienti. Lo studio Reprise II, attualmente in fase di ampliamento con l’inserimento di pazienti di altri paesi europei, valuterà due valvole di diversa dimensione e avrà un follow-up a 5 anni. Da segnalare che fra i Centri di Eccellenza  coinvolti ci saranno anche il Policlinico Vittorio Emanuele, dell’Università di Catania e l’Ospedale San Raffaele di Milano. (D. C.)


FONTE: liberoquotidiano.it

mercoledì 16 ottobre 2013

Prestazioni sessuali: il cioccolato migliora quelle maschili


Le sostanze contenute nel cacao favoriscono l’aumento del flusso di sangue nelle vene, comprese quelle negli organi sessuali. Questo effetto positivo durerebbe da 6 a 8 ore

L’idea di buttare giù una qualche pillola per aumentare le prestazioni sessuali non vi alletta? Bene, se invece vi alletta di più assaporare un buon pezzo di cioccolato fondente può essere che si possa esserne soddisfatti allo stesso modo.

Secondo uno studio durato sette anni, e commissionato da una azienda produttrice di cioccolato, la belga “Acticoa”, mangiare cioccolato fondente può davvero favorire le prestazioni sessuali maschili (e non solo maschili, ovviamente) grazie all’azione benefica sull’elasticità e l’afflusso di sangue nelle aree vitali dovuta gli antiossidanti contenuti nel cacao.

I risultati di questo studio, condotto in nove Paesi, sono stati presentati dall’azienda stessa all’Annual Chocs Industry conference tenutasi presso la British Library. I dati acquisiti dai ricercatori mostrerebbero che l’effetto benefico sull’afflusso di sangue anche nelle zone genitali durerebbe da un minimo di 6 ore, fino a otto ore: un po’ come farebbe una pillola per i problemi di erezione.

«Abbiamo trovato che mangiando dieci grammi di cioccolato fondente si produce un significativo effetto positivo – spiega al Daily Star la portavoce dell’azienda, Leen Allegaert – e dopo l’assunzione di flavanoli vi è un aumento del flusso sanguigno alle vene che dura da sei a otto ore, con prestazioni di picco di due ore».
Infine, secondo i ricercatori, le sostanze antiossidanti contenute nel cacao possono portare miglioramenti a favore dell’apparato circolatorio dell’8%: il che si traduce in potenziali migliori prestazioni anche in camera da letto.

FONTE: lastampa.it

martedì 15 ottobre 2013

Ed ecco il Viagra masticabile, si prende anche senz'acqua


A pochi mesi dal lancio del farmaco equivalente è ora disponibile una nuova formulazione di Sildenafil per curare il calo di potenza sessuale

Scaduto ormai da mesi il brevetto del Viagra, anche altre case farmaceutiche possono produrre e commercializzare il sildenafil rispettando i requisiti di legge. La molecola dell'amore che aiuta a superare i momenti di debacle e in particolare i deficit di erezione arriva in farmacia sotto altra veste. Ad esempio la pillola in formato masticabile, presentata a Milano, che si preannuncia con un costo del 60% in meno rispetto alla versione azzurrina alla quale siamo abituati. L'originale versione del Viagra, presentata a Milano al convegno intitolato «La seconda vita di Sildenafil», è firmata Doc Generici, un'azienda italiana.

A livello mondiale il mercato dei farmaci contro la disfunzione erettile vale circa 5,5 miliardi di dollari, con l'Europa che rappresenta il 25% del totale. L'Italia, che ha un record di 60 milioni di compresse vendute in 10 anni, è il secondo mercato continentale dopo il Regno Unito, e precede la Germania. Sono numerosi i fattori fisici e psicologici in grado di alterare il meccanismo dell'erezione, tra questi l'età, il fumo, l'abuso di alcol e droghe, l'obesità. Le malattie cardiovascolari rappresentano la prima causa di disfunzione erettile e, se a questa si sommano i pazienti con diabete mellito, risulta che il 75% dei pazienti con disfunzione erettile sono affetti da queste patologie.
Francesco Montorsi, professore di Urologia al San Raffaele, spiega che la compressa masticabile asseconda i bisogni dei pazienti, tiene conto della componente psicologica ancora presente in questo tipo di disturbo, e viene offerta a un prezzo ridotto a parità di qualità ed efficacia. Resta laraccomandazione di rivolgersi sempre al medico per la soluzione del problema impotenza o calo sessuale, perché per seguire un trattamento senza rischi è sempre bene affidarsi ai controlli di uno specialista. L'amministratore delegato di Doc Generici, Gualtiero Pasquarelli, spiega da parte sua che la politica aziendale ha un duplice merito: rendere accessibile il farmaco favorendo chi ne ha realmente bisogno (anziani, diabetici, cardiopatici) e riportare il business in farmacia arginando il mercato illegale e l'acquisto online.
FONTE: Alessandro Malpelo (qn.quotidiano.net)

giovedì 10 ottobre 2013

Nasce il paradiso dei chatteur: l'app che paga 25 euro al mese chi la usa

Uno stipendio per chattare: l'app che paga chi
chiacchiera...


Scriversi messaggini e guadagnare? Con Chad2Win si può. A patto, però, di sorbirsi la pubblicità


L'azienda stima che circa il 30 per cento dei proventi delle inserzioni sarà redistribuito tra gli utenti Messaggiarsi con gli amici e guadagnare qualche euro, si può.Chatteur, da oggi il vostro impegno smartphone alla mano saràremunarato: arriva sul mercato italiano Chad2Win, l'app di messaggistica istantanea che paga chi la utilizza. Il meccanismo commerciale è semplice. L'utente che scarica il programma (diponibilegratuitamente su Android  Market e Apple Store) accetta che sul display, mentre è impegnato nelle chatroom, compaiano banner pubblicitari. Se clicca e legge le inserizioni, matura il credito (fino a25 euro al mese) che gli sarà pagato su conto corrente o conto Paypal. I responsabili di Chad2win stimano che circa il 30 per centodelle entrate pubblicitarie sarà ridistribuito tra i proprio utenti. Allo stesso tempo l'azienda conta di allettare gli inserzionisti offrendo un pubblico per forza di cose più attento ai messaggi promozionali.

FONTE: liberoquotidiano.it

mercoledì 9 ottobre 2013

Tumore al seno, la dieta contro il cancro: cosa mangiare per aiutare la prevenzione

Tumore al seno dieta

Dalle nostre scelte alimentari dipende molto della nostra salute, anche per quanto riguarda il tumore del seno. Partendo dalla concezione che questa neoplasia è favorita dall'elevata presenza di ormoni sessuali, il progetto 'Diana' (acronimo di "Dieta" e "Androgeni"), coordinato dal Dottor Franco Berrino dell'Istituto Nazionale dei Tumori di Milano, ha attestato che una alimentazione sana che combina una dieta ad alto consumo di vegetali e povera di grassi animali con elementi di macrobiotica (unita a una regolare attività fisica), svolge una azione protettiva nei confronto del tumore al seno, riducendone il rischio di insorgenza.

Il vero e il falso del tumore della mammella: sono nove i falsi miti che ancora ruotano attorno al tumore del seno, una fra le più diffuse patologie femminili. A mettere in guardia è la Lega Italiana per la Lotta contro i Tumori (LILT), al termine della Campagna Nastro Rosa conclusasi alcune settimane fa.

Il cancro alla mammella è la neoplasia femminile più diffusa: in Italia, con oltre 42.000 nuove diagnosi all'anno, cinque donne ogni ora scoprono di esserne colpite. Al tempo stesso tuttavia, la ricerca scientifica ha compiuto passi da gigante e le guarigioni sono raddoppiate negli ultimi vent'anni.

FONTE: huffingtonpost.it

martedì 8 ottobre 2013

Allergia agli acari della polvere e alle graminacee: arrivano i nuovi trattamenti


Scienziati della McMaster University hanno sviluppato e testato con successo nuovi trattamenti contro le forme di allergia più comuni. Mai più starnuti dunque?

Mai più starnuti, naso che cola, occhi che bruciano e lacrimano… sarebbe davvero un sollievo per i milioni di persone che soffrono di allergie come quelle agli acari della polvere, e la cosiddetta febbre da fieno o allergia alle graminacee. E, a quanto pare, una speranza c’è davvero. E la si trova in una serie di nuovi trattamenti sviluppati e testati con successo da un team di ricercatori del progetto “Adiga Life Sciences”, nato da una joint venture tra la McMaster University e la Circassia, una società britannica di biotecnologie, con il supporto del St. Joseph’s Healthcare Hamilton.

Lo studio clinico si è svolto in due parti: nel primo trial i ricercatori hanno reclutato 280 pazienti con allergia al polline. A questi sono stati registrati i sintomi relativi all’esposizione alle graminacee in un ambiente controllato. Il controllo è avvenuto sia prima del trattamento che al termine della stagione delle allergie da polline. I partecipanti sono stati poi suddivisi in due gruppi: uno atto a ricevere il trattamento con il prodotto sviluppato dai ricercatori e denominato “Grass-SPIRE”, mentre l’altro gruppo avrebbe ricevuto un placebo.
Al termine della fase di test, si è trovato che i pazienti del gruppo trattato con il nuovo prodotto avevano ottenuto significativi miglioramenti nei sintomi dell’allergia, rispetto a quelli del gruppo di controllo a placebo. Inoltre, il trattamento è stato ben tollerato.

Nella seconda fase dello studio, quello sull’allergia agli acari della polvere, i ricercatori hanno coinvolto 172 pazienti. Anche questi sono stati suddivisi a caso in due gruppi: gli appartenenti al primo gruppo hanno ricevuto un trattamento denominato “HDM-SPIRE” per 12 settimane, quattro dosi. Anche in questo caso, si è rilevato come chi aveva ottenuto il trattamento mostrasse significativi miglioramenti nei sintomi, sempre rispetto al gruppo placebo. Il trattamento è stato ben tollerato anche questa volta.

«Questo risultato – spiega nel comunicato McMaster il dottor Mark Larché, coordinatore per la progettazione dei trattamenti – è una importante conferma dell’approccio che abbiamo intrapreso per il trattamento delle malattie allergiche. I risultati positivi, in prima battuta nei confronti di una terapia dell’allergia ai peli di gatto e ora con gli acari della polvere e l’allergia ai pollini, suggeriscono che questo approccio può essere utilizzato per molte comuni allergie».

FONTE: lastampa.it

domenica 6 ottobre 2013

Ecco l’integratore in aiuto del ‘benessere’ della pelle

Ecco l’integratore in aiuto 
del ‘benessere’ della pelle


Bifiderm è un integratore alimentare probiotico di nuova generazione, in grado di favorire il benessere della pelle


Un prodotto per l’eczema (o dermatite atopica), patologia delle pelle a base infiammatoria con andamento cronico e recidivante
La dermatite atopica può colpire gli adulti ma soprattutto i bambini con manifestazioni cutanee fastidiose che possono interferire sulla vita sociale e di relazione di chi ne soffre. La pelle appare secca, desquamata e arrossata e associata quasi sempre a  prurito anche intenso. Si manifesta su viso, braccia e gambe, tronco e si accompagna ad una alterazione delle funzioni di barriera della cute che non è più integra. Recenti studi evidenziano che il difetto di barriera è presente anche a livello della mucosa intestinale dove la microflora intestinale contribuisce alla funzione di barriera della mucosa e stabilizza la permeabilità intestinale. Secondo uno studio Doxa condotto su dermatologi e pediatri, i bambini colpiti da dermatite atopica rappresentano mediamente il 5% dei pazienti pediatrici e l’11% dei pazienti che si rivolgono al dermatologo. La fascia più colpita è quella entro i cinque anni di età.
Un problema anche per le mamme. Dalle testimonianze raccolte in un’indagine Bayer su mamme di bambini con dermatite atopica emerge un senso di frustrazione per la mancanza di una cura risolutiva e per il carattere recidivo della malattia e una conseguente sfiducia nei confronti della terapia che attualmente prevede l’impiego di prodotti a uso topico a base di cortisonici ed emollienti  e all’occorrenza di antistaminici. La permeabilità intestinale, la funzione barriera della mucosa intestinale e la risposta immunologica che ne deriva giocano un ruolo chiave nell’andamento della dermatite atopica: quando questi fattori risultano alterati (permeabilità aumentata, funzione di barriera compromessa, risposta immunologica sbilanciata) possono presentarsi diverse problematiche, dalle allergie alle manifestazioni cutanee dell’atopia. Diversi studi hanno dimostrato che i probiotici riducono l’estensione, la severità  e i sintomi soggettivi dell’eczema nei bambini infanti. In questa cornice si inserisce la ricerca che ha portato alla realizzazione di un nuovo probiotico: Bifiderm. Frutto di una ricerca durata sei anni e condotta nei laboratori della Probiotical di Novara, Bifiderm è la combinazione di due ceppi probiotici, il Lactobacillus Salivarius LS01 e il Bifidobacterius Breve BR03, brevettati e selezionati  per la loro capacità di colonizzare l’intestino. Emilio Bellantoni, Head of Business Unit Dermatology di Bayer osserva: “Bayer, presente in 156 Paesi al mondo, ha scelto Bifiderem perché si tratta di un prodotto innovativo i cui effetti sono dimostrati da studi clinici. I pazienti affetti da oggi chiedono risposte efficaci. Bayer e Probiotical oggi possono offrire un prodotto davvero efficace e sicuro”.
Curare la pelle... dall'intestino. Bifiderm aiuta a ripristinare l’equilibrio della flora batterica intestinale. Quando la microflora intestinale risulta  alterata a causa di fattori alimentari, organici  o assunzione di antibiotici può risentirne il benessere della pelle.Lorenzo Drago, direttore del Laboratorio Analisi Cliniche e Microbiologiche IRCCS Istituto Galeazzi, Dipartimento scienze Biomediche per la Salute Università di Milano dichiara: “Si fatica a credere che una patologia della pelle si possa curare a livello intestinale. Gli studi effettuati hanno evidenziato che il difetto di barriera della pelle alla base della Da è presente anche a livello della mucosa intestinale dove la microflora contribuisce alla funzione di barriera e stabilizza la permeabilità intestinale. Bifiderm diminuisce la permeabilità intestinale, ha un’azione  dimostrata sull’evoluzione positiva del punteggio SCORAD (che valuta i parametri clinici della Da)  e sull’indice DLQ (qualità della vita), diminuisce la carica stafilococcica che aumenta l’infiammazione eritemica, modula l’assetto immunologico, con un effetto riequilibrante del rapporto Th1/Th2 e una regolazione del rapporto Th17/Treg, e riduce la percentuale di cellule T attivate”. (MARIANNA MASCIANDARO - Liberoquotidiano.it)

sabato 5 ottobre 2013

Scoperto come il virus dell’herpes infetta le cellule


I ricercatori sono stati in grado, per la prima volta, di misurare la pressione interna che permette al virus dell’herpes di infettare velocemente le cellule nel corpo umano. La scoperta apre la strada per lo sviluppo di nuovi e più efficaci farmaci contro le infezioni virali

Una teoria diffusa è che la forte pressione all’interno del capside del virus permetta a questo di iniettare ad alta velocità i propri geni nelle cellule da infettare. Con il termine “capside”, s’intende la struttura proteica che racchiude l’acido nucleico del virus proteggendolo dall’ambiente esterno.
Questo processo trasforma la cellula, suo malgrado, in una sorta di fabbrica di virus, che fa moltiplicare a dismisura il virus stesso.

Per dunque comprendere appieno questo meccanismo di replicazione del virus, e poter trovare così una cura efficace, il prof. Alex Evilevitch, biochimico della dalla Lund University e della Carnegie Mellon University di Pittsburgh, ha condotto uno studio in cui ha misurato la pressione all’interno del virus dell’herpes simplex, o HSV-1.
Questo genere di virus è il responsabile delle forme più comuni di herpes: l’herpes labiale, l’herpes genitale, la varicella (zostervirus), l’herpes zoster e il virus di Epstein-Barr. Tra i diversi effetti di questo virus ci sono anche la febbre ghiandolare e un suo possibile coinvolgimento in varie forme di cancro.

Lo studio, pubblicato sul Journal of American Chemical Society (JACS), mostra che agendo sul meccanismo di pressione all’interno del capside virale è possibile interferire con l’espulsione del Dna del virus, bloccando la diffusione dell’infezione.
I risultati «suggeriscono che questo è un meccanismo chiave per l’infezione virale e quindi presenta un nuovo bersaglio per le terapie antivirali», concludo gli autori.

FONTE: lastampa.it

giovedì 3 ottobre 2013

Vino rosso contro il cancro: funziona


Il resveratrolo, la sostanza antiossidante contenuta nelle bucce dell’uva rossa, è risultata essere efficace contro il cancro, anche dopo che il corpo lo ha convertito in altri composti. Lo studio

L’antiossidante per eccellenza, il resveratrolo, è da sempre oggetto di ricerca per via delle sue presunte proprietà benefiche. E’ una sostanza naturalmente contenuta nella buccia dell’acino d’uva rossa e può essere trasferita anche nel vino: per questo motivo, si ritiene che la bevanda possa essere salutare – alcol a parte.

Quando tuttavia si assume una sostanza qualsiasi, il metabolismo interno la trasforma in base alle esigenze dell’organismo. Cosa accade dunque con il resveratrolo? Continua a esplicare le sue funzioni benefiche?
Alla domanda hanno risposto i ricercatori dell’Università di Leicester – Department of Cancer Studies and Molecular Medicine, con uno studio finanziato dal Cancer Research UK.

Lo studio, pubblicato sulla rivista, Science Translational Medicine, mostra che non solo il resveratrolo mantiene le sue proprietà, una volta che sia metabolizzato dal corpo, ma promuove un’azione anticancro.
Il dubbio circa la biodisponibilità era nato dalla constatazione che il resveratrolo viene metabolizzato molto rapidamente, per cui si è pensato che questo processo troppo veloce lo rendesse inutilizzabile.

I risultati della ricerca hanno invece dimostrato che questa sostanza può ancora essere trovata nelle cellule dopo che è stata metabolizzata in solfato di resveratrolo. Accade così che gli enzimi all’interno delle cellule restano in grado di scomporre il resveratrolo ancora una volta – cosa che sta a significare che i livelli di resveratrolo nelle cellule sono più alti di quanto si pensasse. Ma non solo, la “nuova forma” di resveratrolo – nata dal solfato – può essere più efficace poiché le concentrazioni sono maggiori.

Le prove cliniche sono state ottenute testando gli effetti e la presenza di resveratrolo libero nel sangue in modelli animali. La prof.ssa Karen Brown e colleghi hanno somministrato a un gruppo di topi del solfato di resveratrolo, scoprendo che questa forma metabolizzata è in grado di rallentare la crescita delle cellule tumorali, impedendone anche la proliferazione.

«Ci sono molte e grandi evidenze in modelli di laboratorio che il resveratrolo può fare tutta una serie di cose benefiche: dal proteggere contro una serie di tumori, alle malattie cardiache fino a estendere la durata della vita – spiega la prof.ssa Brown – E’ noto da molti anni che il resveratrolo viene rapidamente convertito in metaboliti solfato e glucuronide nell’uomo e negli animali: ossia la concentrazione plasmatica di resveratrolo stesso rapidamente diventa molto bassa dopo la somministrazione».

«E’ sempre stato difficile capire come il resveratrolo sia in grado di svolgere un’azione in modelli animali in cui le concentrazioni presenti sono così basse – continua Brown – per cui alcune persone erano scettiche sul fatto che potesse avere alcun effetto sugli esseri umani. Il nostro studio è stato il primo a dimostrare che il resveratrolo può essere rigenerato dai metaboliti solfato nelle cellule e che questo resveratrolo può poi avere un’attività biologica che potrebbe essere utile in un’ampia varietà di malattie negli esseri umani».

FONTE: lastampa.it

mercoledì 2 ottobre 2013

Salute, gli italiani fanno sesso 9 volte al mese e dura appena due minuti a rapporto



Gli italiani dichiarano di avere in media 9 rapporti sessuali al mese, più della media mondiale, ma sono anche tra i più insoddisfatti, e per 4 milioni, ovvero una coppia su quattro, il rapporto non supera i due minuti. Lo affermano i dati di un'indagine che sarà presentata l'8 ottobre, in contemporanea al congresso nazionale della Società Italiana di Urologia(Siu) e dell'Associazione Ginecologi Ospedalieri Italiani (Aogoi).

La ricerca, condotta dalla DoxaPharma su un campione di 3000 uomini e donne di età compresa tra i 18 e i 55 anni, ha rivelato anche che il 70% degli italiani si sente insoddisfatto nonostante i 108 rapporti l'anno dichiarati, e 800mila coppie sono a rischio d'infedeltà e rottura proprio per i problemi a letto.

«L'eiaculazione precoce è il disturbo sessuale maschile più comune e comporta molta frustrazione in entrambi i partner» spiega Vincenzo Mirone, Segretario Generale Siu -. Lui diventa insicuro e perde l'autostima, lei reagisce con rabbia e aggressività. Tutto ciò crea tensioni che possono portare alla crisi della coppia».

Nonostante la maggioranza degli uomini con questo problema dichiari di voler migliorare la situazione, sottolineano gli esperti, solo uno su dieci si rivolge al medico, mentre spopola la ricerca di rimedi 'fai da tè sul web. In occasione dei congressi verrà annunciata la creazione dei Dipartimenti per la Salute sessuale della coppia, in cui urologi e ginecologi agiranno insieme.

FONTE: salute.ilmessaggero.it

martedì 1 ottobre 2013

La prima benzina prodotta con batteri Ogm

Da un litro di brodo di coltura si ricavano 0,58 grammi di carburante. I ricercatori: «È un inizio promettente»

Mentre il 9 ottobre a Crescentino (in provincia di Vercelli) sarà inaugurato il primo impianto al mondo per la produzione di bioetanolo di seconda generazione da biomasse non alimentari con una capacità produttiva di 60 mila tonnellate annue, su Nature è apparso lo studio che annuncia che, per la prima volta, è stata prodotta benzina da batteri geneticamente modificati.
BENZINA SOSTENIBILE - Il risultato è stato ottenuto dal gruppo coordinato da Sang Yup Lee dell'Istituto avanzato di scienza e tecnologia coreano (Kaist), secondo il quale è il primo passo verso la benzina sostenibile. La benzina è stata ottenuta modificando geneticamente uno dei microrganismi più studiati nei laboratori di tutto il mondo, il batterio Escherichia coli, che in passato ha già dimostrato di poter produrre gasolio grazie all'ingegneria genetica.
CATENA CORTA - Finora grazie alla ingegneria genetica sono stati ottenuti ceppi di E. coli in grado di produrre alcani a catena lunga, costituiti da 13-17 atomi di carbonio, adatti a sostituire il diesel. Ma è la prima volta che il batterio riesce a produrre alcani a catena corta, adatti per la benzina. I ricercatori hanno modificato geneticamente il batterio in modo da progettare su misura il suo metabolismo per produrre alcani a catena corta. Con questa tecnica si riescono a produrre 0,58 grammi di benzina per litro di brodo di coltura. «Non è una quantità alta», sottolinea Sang Yup Lee, «ma è un buon inizio per cominciare a produrre benzina in modo sostenibile per l'ambiente».
FONTE: corriere.it