sabato 30 novembre 2013

Cicatrici, i laser ora sono efficaci

La chirurgia plastica e ricostruttiva associa elementi di laserterapia per ridurre le cicatrici. I nuovi efficaci metodi

La chirurgia plastica ha fatto passi da gigante negli ultimi anni, tuttavia, ci sono ancora piccoli problemi che non si riescono a risolvere facilmente, nonostante la vasta conoscenza e tecnologia adoperata in questo campo. Uno dei problemi che affligge molte persone, per esempio, sono le cicatrici. Secondo uno studio pubblicato nel numero di dicembre di Plastic and Reconstructive Surgery, il laser potrebbe rivelarsi il miglior rimedio nella prevenzione e nel trattamento delle cicatrici ipertrofiche.

La ricerca, guidata dal Dottor Qingfeng Li del Shanghai Ninth People’s Hospital, ha dimostrato però il trattamento laser è inefficace per quanto riguarda i cheloidi. Nelle cicatrici normali, invece, si è registrato il 70% di successi. Per arrivare a tali conclusioni, sono stati analizzati 28 studi precedenti relativi ai vari trattamenti laser.
Il motivo per cui sui cheloidi il laser sembra non avere effetto, è probabilmente alla caratteristica delle cicatrici ipertrofiche di essere limitate alla superficie della pelle lesa, mentre i cheloidi, più comuni nei soggetti di pelle scura, si diffondono anche oltre l’area ferita.

Il successo sulle cicatrici normali è stato calcolato su oltre 900 pazienti. I migliori laser sono stati: il Dye-laser pulsato alla lunghezza d’onda di 585-595 nanometri e 532nm.
Il trattamento si è mostrato maggiormente efficace quanto ripetuto dopo cinque o sei settimane.
I nuovi laser di concezione più moderna non sono ablativi, per cui non danneggiano il tessuto ed è quasi annullato il rischio di recidiva.
I ricercatori vogliono sottolineare l’importanza di condurre ulteriori studi in merito, in particolare per quanto riguarda il trattamento dei cheloidi.

FONTE: lastampa.it

giovedì 28 novembre 2013

Ecco il segreto di una gravidanza perfetta (puntando sui fattori positivi)

Una ricerca quantifica il ruolo delle abitudini buone rispetto alla probabilità di avere una gravidanza senza intoppi

Qual è il segreto di quelle donne che arrivano al parto senza alcun problema, se non le gambe un po’ gonfie? Se lo sono chiesti i ricercatori britannici in uno studio pubblicato sulBusiness Medical Journal che per una volta guarda ai fattori positivi di una gravidanza salutare anziché ai fattori di rischio e che prende in considerazione esclusivamente le donne primipare.
CONSIGLI UTILI E SCONTATI - Mangiare frutta, non fumare, avere un lavoro sicuro e una pressione bassa e mantenere sotto controllo il peso: questi sono gli ingredienti chiave per una dolce attesa senza complicazioni. Ma la notizia non sta tanto nella ricetta, per altro abbastanza prevedibile, quanto nell’aver quantificato il ruolo di ognuno di questi ingredienti necessari a una gestazione tranquilla e nell’aver individuato il numero di donne che vanta una gravidanza senza problemi.
PUNTARE SUI FATTORI BUONI - Gli scienziati hanno studiato un campione di 5.628 donne alla prima gravidanza, reclutando il campione dallo Screening for Pregnancy Endpoints tra il 2004 e il 2008 (3.196 dall’Australia e dalla Nuova Zelanda e 2.432 dalla Gran Bretagna e dall’Irlanda) e confermando che anche le abitudini di vita precedenti al concepimento sono fondamentali e soprattutto che è necessario enfatizzare il link tra buone abitudini e gravidanza sana anziché rovesciare il discorso come d’abitudine, parlando solo delle cattive abitudini.
LE VERE NOTIZIE - La prima informazione che emerge dallo studio riguarda il fatto che tra le donne britanniche il tasso di gravidanze senza complicazioni è risultato più basso (58 per cento) rispetto a quello delle donne australiane (63 per cento) e che in generale esiste un’alta percentuale di complicazioni nella gestazione. I criteri per definire una gravidanza senza intoppi sono l’assenza di alcuni fenomeni tipici, elencati nel dettaglio dagli studiosi. Prima causa di problemi è la gestosi ipertensiva, che riguarda l’8 per cento delle future mamme, mentre la seconda è la cosiddetta preeclampsia, che è a sua volta una forma di gestosi in cui si registra un aumento improvviso della pressione sanguigna associato a proteinuria (una concentrazione anomala di proteine nelle urine) ed edema. Tra i neonati invece le principali conseguenze delle complicazioni citate rimangono il sottopeso del bambino in seguito a gestosi (nel 5 per cento dei casi) e la gravidanza pre-termine (nel 4 per cento dei casi). In tutti questi casi sono stati segnalati nella maggior parte delle situazioni prese in esame una crescita ponderale eccessiva da parte della futura madre, una pressione sanguigna elevata e un uso di sostanze stupefacenti o di alcol, soprattutto nel primo trimestre della gravidanza.
QUANTIFICARE - A questo punto gli autori spiegano anche l’impatto preciso di alcuni fattori di rischio nella qualità della gestazione. Per esempio una diminuzione di 5 mm Hg nella pressione sistolica materna si traduce in un aumento del 3 per cento delle possibilità di avere una gestazione tranquilla. Come ha sottolineato con convinzione il professor Knight, del Nuffield Department of Public Health, la priorità nel sensibilizzare le madri sulla gravidanza va data alla normalità, piuttosto che all’anormalità, e diventa fondamentale far capire come un moderato consumo di sale, l’eliminazione di alcol e sigarette e in generale l’introduzione di uno stile di vita sano si traducano in una dolce attesa serena. Ma anche la mente, come sempre, esercita un ruolo cruciale e va segnalato che tra i segreti di una buona gravidanza c’è anche un impiego sicuro, con tutta la tranquillità psicologica e pratica che regala a una futura mamma.
FONTE: corriere.it

mercoledì 27 novembre 2013

Inverno, per la salute è tempo di vitamina C


Per “armarsi” contro i virus invernali bisogna stimolare il sistema immunitario e dargli uno scudo per difendersi. Dunque, serve un pieno di Vitamina C che troviamo negli agrumi e in altri alimenti. Una recente ricerca dell’Osservatorio nutrizionale Grana Padano ha valutato l'assunzione di vitamina C attraverso gli alimenti consumati da un campione di circa 7.600 individui sopra i 18 anni: nel periodo invernale c’è un maggiore consumo di agrumi e uno minore di verdure che contengono vitamina C, come pomodori, verdura a foglia larga, cavoli, broccoli e legumi in generale. Un’abitudine che può determinare un’insufficiente assunzione di questa importante vitamina. Abbiamo chiesto a Michela Barichella, responsabile del U.O. Dietetica e Nutrizione Clinica ICP Milano, di darci dei consigli per assumere vitamina C nel modo giusto

L’indagine ha valutato l'assunzione di vitamina C (Acido L-ascorbico) attraverso gli alimenti consumati da un campione di circa 7.600 individui sopra i 18 anni, di cui 4681 femmine (61,2%) e 2964 maschi (38,8%). I dati dei consumi invernali sono stati poi confrontati con le abitudini alimentari nelle diverse stagioni e allo stile di vita. Dalla ricerca emerge che negli alimenti assunti in inverno, la quantità di vitamina C introdotta giornalmente è mediamente 143 mg per le donne e 146 mg negli uomini, un valore adeguato al fabbisogno giornaliero di una persona sana secondo i LARN (Livelli Assunzione di Riferimento Nutrienti) della SINU (Società Italiana Nutrizione Umana). Interessante anche notare che i fumatori (15,7% del campione) ne introducono mediamente meno rispetto a chi non fuma (75,6%) ed ex fumatori (8,7% del campione).

FONTE: Irma D'Aria (repubblica.it)

lunedì 25 novembre 2013

Ecco «Attila»: l’aria gelida dal Baltico Previsti -5 gradi in pianura al nord

Neve lungo le coste adriatiche dalle Marche alla Puglia

Un nucleo d’aria gelida si sta preparando a invadere l’Italia: martedì scenderà dal Nord Europa, dal Baltico e poi dalla Russia, «Attila» un’invasione di aria artica che farà arrivare l’inverno con valori di -5 gradi in pianura al nord, oltre 10 in meno rispetto a questi giorni, e farà tornare la neve lungo le coste adriatiche dalle Marche alla Puglia. Nevicherà tra le Marche e l’Abruzzo fino in pianura e lungo le coste sia domani che mercoledì, e i fiocchi scenderanno anche a Pescara: sulle coste adriatiche sono dieci anni che la neve non scende nel mese di novembre.
GELATE NOTTURNE A ROMA - Il portale www.ilmeteo.it, avverte che intanto i venti si stanno disponendo da nord e le piogge si concentrano sulle regioni adriatiche dal riminese alla Puglia, al Sud e Sicilia, e residue sulla Sardegna orientale.«Attila» sarà responsabile delle prime gelate notturne anche a Roma. Una tregua al freddo pungente si avrà solo nel weekend, con le temperature che si alzeranno al centro e al sud, ma giungerà una perturbazione con neve a quote basse al nord fino in pianura sull’Emilia. (fonte: Agi)

domenica 24 novembre 2013

In arrivo il preservativo che dà più piacere

 Ricercatori britannici stanno utilizzando uno dei materiali più sottili al mondo, il grafene, per produrre nuovi condom capaci di essere più resistenti, sicuri e regalare più piacere a chi li indossa

Il preservativo di per sé ha molti pregi: non solo è un metodo anticoncezionale, ma soprattutto protegge dalle malattie sessualmente trasmissibili.
Ma, nonostante i molti pregi, ha anche un difetto: quello di ridurre la sensibilità dei genitali di chi lo indossa. E, per quanto esistano oggi dei condom particolarmente sottili, il problema rimane comunque.

Ecco però che dall’Inghilterra arrivano buone notizie per tutti coloro che sono scontenti dell’effetto desensibilizzate e coloro che, per questo e altri motivi, sono ancora restii a utilizzare il preservativo. Scienziati dell’Università di Manchester stanno infatti studiando il modo di creare preservativi più forti, più sottili, più sicuri e più piacevoli da indossare. Il segreto sta nell’utilizzare il più sottile, più forte e più conduttivo materiale al mondo: il grafene.
E il grafene è davvero sottile, pensate che un foglio di grafene ha lo stesso “spessore” di un atomo di 
carbonio.

La ricerca, ritenuta innovativa perfino dalla Fondazione Bill e Melinda Gates, è stata premiata con la sovvenzione di 100mila dollari al fine di sviluppare proprio questo nuovo tipo di preservativi.
A guidare la ricerca sarà il dottor Aravind Vijayaraghavan del neonato “National Graphene Institute” di Manchester (Uk).
L’idea dei ricercatori è quella di combinare il grafene con il lattice in modo da ottenere un materiale tanto resistente quanto sottile, ma che favorisce e migliora anche la sensazione naturale durante il rapporto sessuale – come se non s’indossasse nulla. Questo, sperano gli scienziati, dovrebbe incoraggiare e promuovere l’uso del preservativo. Così, quando sarà in commercio il nuovo condom non ci saranno più scuse del tipo: si può rompere, non sento nulla e via discorrendo… Ma, prima di tutto, è importante sapere che con il preservativo il sesso è più sicuro.

FONTE: lastampa.it

sabato 23 novembre 2013

Consumi eccessivi di alcol e fumo insieme accelerano il declino cognitivo

 
L’effetto combinato di tabacco e alcolici sull’invecchiamento del cervello è maggiore della somma dei loro singoli effetti
  
Il fumo, si sa, nuoce gravemente alla salute: favorisce per esempio l’insorgenza dei tumori a polmone, gola, bocca e collo dell’utero e ha effetti nocivi sul sistema cardiocircolatorio. Così come è risaputo che il consumo eccessivo di alcolici sia uno dei maggiori fattori di rischio per la salute e la sicurezza individuale e collettiva. Nell’Unione europea, per esempio, l’alcol è ritenuto responsabile di 120mila morti premature all’anno. E l’Organizzazione Mondiale della Sanità stima che solo in Italia i costi annuali relativi all’impatto sociale e sanitario dell’alcol ammontino a 50 miliardi. Se poi i due vizi si accompagnano gli effetti sono ancora peggiori. Uno studio pubblicato sulla rivista British Journal of Psychiatry evidenzia infatti che il fumo combinato all’alcol accelera l’invecchiamento del cervello.
LO STUDIO - Ricercatori del dipartimento di Epidemiologia e salute pubblica dell’University College di Londra hanno scoperto che i fumatori che alzano frequentemente il gomito hanno un declino cognitivo più rapido rispetto ai bevitori moderati e non fumatori. Il team ha misurato i danni alle funzioni cognitive (capacità mnemoniche, verbali e di ragionamento), causati dalla dipendenza da sigarette e dall’abuso di alcolici, coinvolgendo 6.473 adulti (4.635 uomini e 1.838 donne) di età compresa tra i 45 e i 69 anni. Intervistati sul consumo abituale di sigarette e alcol, i partecipanti si sono sottoposti a test di valutazione delle loro funzioni cognitive, più volte nel corso di 10 anni. È così emerso che molti bevitori pesanti sono anche fumatori e che l’effetto combinato di tabacco e alcol sulla cognizione è maggiore della somma dei loro singoli effetti. «La nostra ricerca dimostra che il declino cognitivo è del 36% più veloce nelle persone che hanno riferito sia di fumare sigarette che di bere alcol oltre i limiti raccomandati: 14 unità a settimana per le donne, 21 unità a settimana per gli uomini. E quando abbiamo esaminato le persone che erano fumatori e bevitori forti, abbiamo scoperto che dopo 10 anni, il loro cervello era invecchiato come se ne fossero passati 12» spiega Gareth Hagger-Johnson.
UN CONSIGLIO - «Dal punto di vista della salute pubblica - aggiunge - il crescente onere associato all’invecchiamento cognitivo potrebbe essere quindi ridotto adottando stili di vita più salutari». Il consiglio, dunque, è molto chiaro: «Le persone non dovrebbero bere molto alcol nella falsa convinzione che sia un fattore protettivo contro il declino cognitivo, anzi dovrebbero evitare di bere alcolici pesanti, e i fumatori dovrebbero abbandonare le sigarette, o almeno ridurne il numero. Inoltre non bisognerebbe combinare questi due comportamenti non salutari, soprattutto a partire dalla mezza età, per evitare che il declino cognitivo anticipi la vecchiaia». Messaggio condiviso anche da Alecia Dager, ricercatrice del dipartimento di psichiatria della Yale University: «Gli effetti combinati di queste “droghe” sono particolarmente dannosi e diventano ancora più evidenti in età avanzata». «In generale - aggiunge - con l’avanzare dell’età tutti hanno un declino cognitivo. Tuttavia, sembra che anni di uso combinato di alcol e sigarette aggravino questo processo, contribuendo a una riduzione ancora maggiore delle capacità di pensiero negli anni successivi». «Ipotizziamo - spiega in proposito Timothy Durazzo, professore al Dipartimento di Radiologia e Imaging Biomedico dell’Università della California di San Francisco e autore di un articolo pubblicato sulla rivista Alcoholism: Clinical Experimental Research - che l’esposizione per lungo tempo al fumo di sigaretta e l’eccessivo consumo di alcol interagiscano con il fisiologico processo di invecchiamento, causando un maggiore declino neurocognitivo, perché espongono il cervello a un’enorme quantità di radicali liberi che procurano un danno ossidativo nei tessuti cerebrali, danneggiando direttamente i neuroni e le altre cellule del cervello».
DOPAMINA, FUMO E ALCOL - Uno studio pubblicato sulla rivista Neuron fornisce una possibile spiegazione della correlata assunzione cronica di alcol con il consumo cronico di sigarette. Secondo il team di ricercatori del Dipartimento di neuroscienze del Baylor College of Medicine di Houston, l’esposizione alla nicotina influenza i sistemi neurali della ricompensa connessi al consumo di alcolici. In pratica, sia nicotina che alcol favoriscono il rilascio da parte dell’organismo di dopamina, un neurotrasmettitore che provoca una sensazione di piacere e appagamento, ma la nicotina, attraverso l’attivazione degli ormoni dello stress, riduce i segnali dopaminergici indotti dall’alcol, innescando quindi il desiderio di ulteriori dosi di alcolici per stimolare un ulteriore rilascio di dopamina e accrescere, quindi, il piacere. Per lo meno questo è l’effetto che i ricercatori hanno osservato in laboratorio conducendo esperimenti con i ratti.
FONTE: corriere.it

venerdì 22 novembre 2013

Biostampanti e bioinchiostri. Ecco la medicina del futuro

Per protesi su misura, operazioni chirurgiche «impossibili» e stampa 3D di organi

Una bambina inglese di 2 anni aveva bisogno di una protesi per la mano sinistra che non si era formata nell’utero materno. A quell’età il costo di una protesi su misura è proibitivo, anche perché dopo pochi mesi diventa inutilizzabile. Allora i genitori si sono rivolti alla società Zero Point Frontier che, usando una stampante 3D della società Makerbot, ne ha stampata una per meno di 5 dollari. Il suo caso non è unico: Makerbot, la società newyorkese che oggi è il principale produttore di stampanti 3D personali, ha donato due dei suoi modelli (Replicator 2 a Robohand Project) a un’associazione che si specializza proprio nella produzione di protesi su misura a costi ridottissimi, grazie alla precisione che solo gli ultimi progressi dell’elettronica e della robotica hanno permesso di raggiungere.

NON SOLO MANI - Questo non è il futuro: è il presente e molti ne hanno già beneficiato. Più di 20 mila persone, infatti, hanno scaricato il modello digitale dal sito di Makerbot. I design sono ancora piuttosto basilari ma i progressi sono rapidissimi: grazie alla stampa 3D un nuovo modello può essere sviluppato nel giro di pochi giorni e prodotto istantaneamente. Le mani, per le dimensioni ridotte e la complessità, sono tra le frontiere più interessanti di questa nuova manifattura personale, ma non sono l’unica. Per un’altra bambina, affetta da Amc (artrogriposi multipla congenita), un processo simile è stato usato per creare un esoscheletro (Wrex) che le permettesse di usare le braccia. In questo caso è stata necessaria una stampante 3D industriale, prodotta da Stratasys, la casa madre di Makerbot e attuale leader del mercato. La società americana sponsorizza molte iniziative benefiche come questa, ma il potenziale della stampa 3D nella medicina è enorme e siamo solo agli albori.
CHIRURGIA IMPOSSIBILE - Sofamor Danek, una multinazionale leader nella produzione di strumenti chirurgici, usa una stampante 3D Fortus di Stratasys per creare - in giornata - strumenti su misura per i chirurghi che devono effettuare operazioni particolarmente complesse. Ancora maggiori sono le opportunità nella preparazione delle operazioni, un settore in cui opera la società inglese Cavendish Imaging. Parte di un gruppo che fa della stampa 3D il suo strumento principale per spaziare dalle protesi ossee e ortodontiche alle creazioni artistiche, Cavendish produce modelli perfetti in base alle scansioni tridimensionali ottenute da risonanze e tomografie. Quando un chirurgo deve effettuare un’operazione particolarmente complessa, ad esempio ricostruire la faccia di un uomo devastato da un tumore, parti di una mandibola e poi collegare i denti o un bacino frammentato, può studiare ogni dettaglio delle parti da inserire sulla copia stampata in 3D: così, invece di procedere per tentativi con il paziente sul tavolo operatorio, l’operazione viene pianificata nei minimi dettagli e si svolge in pochi attimi.
MODELLI VIVENTI - Questi sistemi sono già stati applicati a tantissimi livelli ma uno dei più sensazionali è stato il caso di due gemelline indiane, Rital e Ritag, collegate attraverso la parte superiore del cranio. Poter studiare e simulare l’operazione su un modello che riproduceva pareti ossee, vasi, vene e arterie è stato fondamentale per ridurre i tempi in sala operatoria ed effettuare l’operazione con successo. Per creare questi modelli, Cavendish sfrutta un tipo di stampa 3D chiamato laser sinteringe stampanti industriali avanzatissime ma esistono già anche metodi meno costosi per ottenere risultati simili. La società irlandese Mcor Technologies stampa i modelli tridimensionali usando normali fogli di carta. Strato su strato i fogli vengono posizionati e intagliati fino a creare un modello tridimensionale perfetto, biocompatibile, sterilizzabile e quindi utilizzabile anche in ambienti asettici come gli ospedali.
L’ULTIMA FRONTIERA - Stampare modelli ossei e protesi è il primo passo. La vera grande sfida per la stampa 3D è quelle di creare tessuti morbidi e vascolari, adatti per riprodurre organi come la pelle, il fegato o il pancreas. La richiesta sempre maggiore e la disponibilità sempre minore di organi da trapiantare ha spinto diversi istituti universitari a sperimentare con bioinchiostri da utilizzare in apposite biostampanti. I processi sono simili a quelli della stampa 3D tradizionale solo che questi fluidi, a base di materiali biologici, non possono essere scaldati e raffreddati come si fa con le plastiche. Il processo usato quindi è più simile alla stampa 2D, quella delle classiche stampanti inkjet, solo che richiede una precisione infinitamente più elevata. Per stampare con cellule viventi, Alan Faulkner-Jones della Heroit Watt University di Edimburgo ha creato una personal bioprinter, controllata da una scheda Arduino Uno, in grado di distribuire i liquidi misurandoli in nanolitri (cioè miliardesimi di litro).
ORGANI ARTIFICIALI TRA 5 ANNI - Gli scienziati del Fraunhofer Institute of Interfacial Engineering and Biotechnology (Igb) di Stoccarda hanno ottenuto un risultato simile sviluppando uno speciale idrogel a base di cellule viventi che si solidifica quando viene irradiato da raggi ultravioletti. Questa gelatina può essere usata per stampare i tessuti con una precisione tale da creare anche tutti i vasi capillari che permetto il flusso sanguigno e quindi il sostentamento dell’organo. Si tratta di un passo avanti notevole che non sarà certo sfuggito a Organovo, una società americana quotata in Borsa che produce biostampanti. Il mese scorso i ricercatori di Organovo sono riusciti a riprodurre un tessuto epatico che per un mese ha funzionato come un fegato vero, reagendo ai farmaci somministrati. Non è più tanto questione di «se» avremo organi artificiali funzionanti ma, grazie alla stampa 3D, sembra essere solo questione di «quando». Secondo Faulkner-Jones, ideatore della biostampante personale, «cinque anni al massimo».
FONTE: corriere.it

giovedì 21 novembre 2013

Il caffè fa davvero bene a cuore e arterie


La caffeina contenuta nella nota bevanda, secondo gli esperti può ridurre il rischio di morte per malattie cardiovascolari, grazie alla sua azione positiva sui vasi sanguigni. Bere caffè migliora il flusso sanguigno

Buone nuove per gli amanti della tazzina: il caffè, o meglio la caffeina, svolge un’azione positiva nel migliorare il flusso sanguigno, riducendo potenzialmente il rischio di sviluppare o essere vittima di malattie cardiovascolari.

Lo studio che promuove il caffè quale sorta di “medicamento” per cuore e arterie è stato presentato ieri all’American Heart Association’s Scientific Sessions 2013 dal dottor Masato Tsutsui dal dipartimento di farmacologia dell’Università di Ryukyu di Okinawa, in Giappone.
Sono stati 27 adulti sani a essere stati coinvolti nella ricerca che ha misurato la capacità del flusso sanguigno di riprendere la normale attività dopo essere stato interrotto volontariamente in un dito della mano dei partecipanti.

Prima di misurare l’efficienza dell’apparato circolatorio e della capacità del flusso sanguigno, i volontari sono stati invitati a bere una tazzina di caffè normale e una di decaffeinato in due tempi diversi, in modo da testarne separatamente gli effetti. I partecipanti erano tutte persone che non bevevano regolarmente caffè ed erano di età compresa tra i 22 e i 30 anni.
Dopo aver bevuto il caffè con caffeina, i ricercatori hanno utilizzato una flussimetria laser Doppler per misurare il flusso sanguigno nel dito della mano dei partecipanti. Questa è una tecnica non invasiva per misurare la circolazione sanguigna a livello microscopico. Due giorni dopo, l’esperimento è stato ripetuto con il caffè decaffeinato. Sia i ricercatori che i partecipanti non sapevano quando stavano bevendo caffè con caffeina o meno.

Gli esami comprendevano una valutazione della pressione arteriosa, della frequenza cardiaca e livelli di resistenza vascolare. Sono anche stati prelevati dei campioni di sangue per analizzare i livelli di caffeina ed escludere il ruolo degli ormoni sulla funzione dei vasi sanguigni.
I risultati finali dei test hanno mostrato che negli appartenenti al gruppo caffè normale (non decaffeinato) vi era stato un incremento del 30% del flusso sanguigno nel corso di un periodo di 75 minuti, rispetto a quando avevano bevuto il caffè decaffeinato.
Inoltre, rispetto al caffè decaffeinato, quello normale – con caffeina – aveva aumentato leggermente la pressione sanguigna dei partecipanti e migliorato la funzione del rivestimento interno dei vasi sanguigni. Infine, i livelli di frequenza cardiaca erano gli stessi in entrambi i casi.

«Questo ci dà un indizio su come il caffè può aiutare a migliorare la salute cardiovascolare», ha commentato il dotto. Tsutsui.
Il caffè non smette di sorprenderci e, forse, questo è uno dei motivi per cui è così amato dalla maggioranza delle persone.

FONTE: lastampa.it

mercoledì 20 novembre 2013

Scoperta la proteina che rende il glioblastoma così «resistente»

Aggressivo e letale, questo tumore del cervello si ripresenta dopo le terapie. Ecco l’origine delle recidive

Un altro piccolo passo avanti per riuscire a capire meglio come cresce e resiste alle terapie il più letale e aggressivo tumore del cervello, il glioblastoma, di cui si contano circa 1200 nuovi casi ogni anno in Italia e per il quale purtroppo ancora non esistono terapie efficaci. Una ricerca italiana da poco pubblicata sul Journal of the National Cancer Institute ha individuato il ruolo chiave svolto nello sviluppo della neoplasia dalla proteina CLIC1 (Chloride Intracellular channel 1), che potrebbe ora diventare il bersaglio su cui costruire nuovi farmaci in grado di fermare la crescita del tumore.

CONOSCERE MEGLIO IL TUMORE PER CAPIRE COME CURARLO - Ad oggi ancora poco si sa dei meccanismi molecolari alla base della formazione e progressione di questa forma di cancro, che è caratterizzata dall’elevata tendenza ad infiltrarsi all’interno del cervello. La sua natura invasiva rende il glioblastoma difficile da trattare con il risultato che, nella stragrande maggioranza dei casi, la malattia si ripresenta anche dopo interventi chirurgici estesi e aggressivi trattamenti di chemio e radioterapia. Come per altre forme di cancro, è stato provato che la maggior parte di cellule maligne del glioblastoma viene generata da un piccolo gruppo di potenti cellule staminali cancerogene, che si autorigenerano e sono responsabili sia dell’origine che della progressione e recidiva della neoplasia. «Questo «gruppetto originario» appare resistente a tutte le cure e riesce a riprodurre la malattia dopo le terapie: ecco perché la nostra ricerca si è focalizzata su questo punto – spiega Giuliana Pelicci, ricercatrice dell’Istituto Europeo di Oncologia di Milano e autrice dello studio, in collaborazione con Michele Mazzanti del Dipartimento di Bioscienze dell’Università Statale di Milano -. Analizzando campioni di tessuto tumorale in laboratorio siamo riusciti a individuare alti livelli della proteina CLIC1 nei tumori ottenuti dai pazienti con prognosi peggiore. Abbiamo quindi capito che CLIC1 favorisce la proliferazione e la «rigenerazione» delle cellule staminali nei glioblastomi e che eliminandola il tumore non è più in grado di crescere e riprodursi. Il prossimo passo da compiere è dunque quello di creare farmaci in grado di bloccare proteina».
TEMPI LUNGHI, MA SI CONOSCE MEGLIO LA MALATTIA - Serviranno certo nuove conferme e altri studi in laboratorio prima di arrivare a mettere a punto un medicinale capace di inibire l’attività di CLC1 e testarlo poi sui pazienti. I ricercatori, insomma, avranno ancora bisogno di alcuni anni. «Ma abbiamo una nuova strada su cui procedere per creare nuove cure efficaci contro questo tumore così aggressivo - conclude Pelicci -. Ora conosciamo anche altri geni che sono stati identificati come importanti nello sviluppo del glioblastoma e se ci sono alcuni medicinali, mirati contro «bersagli» differenti, già arrivati ai primi stadi di sperimentazione sui malati». 
 
FONTE: corriere.it

 

martedì 19 novembre 2013

Creato un nuovo gel intimo che protegge dall’HIV


Scienziati hanno sviluppato un gel unico nel suo genere, efficace e sicuro, che somministrato in via vaginale e rettale può prevenire l’HIV, il virus responsabile dell’Aids

La lotta contro il micidiale virus HIV responsabile dell’Aids non si ferma – anche perché l’epidemia stessa non accenna a fermarsi. E l’unico modo per combatterla è la prevenzione, che passa anche e soprattutto attraverso il sesso sicuro.

E, su questo fronte, una buona notizia arriva dal “2013 American Association of Pharmaceutical Scientists (AAPS) Annual Meeting and Exposition”, il più grande incontro del mondo scientifico farmaceutico che si è tenuto a San Antonio dal 10 al 14 Novembre.
Qui, un team di ricercatori del ImQuest BioSciences, insieme con i colleghi della Duke University, Magee-Womens Hospital e l’Università di Pittsburgh, hanno presentato i risultati della loro ricerca che è sfociata nello sviluppo di un gel chiamato “DuoGel” che ha proprietà antiretrovirali (similmente ai farmaci comunemente utilizzati nella terapia antiretrovirale, il cui obiettivo è la riduzione e il contenimento della replicazione di nuove copie di virus) in grado di prevenire la trasmissione per via sessuale del virus da immunodeficienza umana acquista, o HIV.

Questo nuovo gel si può somministrare sia per via vaginale che per via rettale. E’ un gel unico nel suo genere che è risultato efficace, garantendo una protezione sicura. Un rimedio dunque che potrà essere utilizzato per avere rapporti sessuali sicuri, dato che la maggioranza dei casi di contagio avviene proprio per via sessuale.
Supportato dal National Institutes of Health (NIH), un equivalente del nostro SSN, lo studio aveva l’obiettivo primario di creare un gel sicuro ed efficace per la gestione dei prodotti antivirali sia per la vagina che per il retto, mentre i gel attuali sono consigliati solo per un’applicazione vaginale. Il DuoGel contiene il composto antiretrovirale ImQuest IQP-0528.

Affinché si valutasse l’efficacia nei due ambienti – quello vaginale e rettale  – che sono dissimili, i ricercatori hanno testato il gel sia su tessuti esocervicali che del colon-retto. Il DouGel contenente l’IQP-0528 è stato applicato sui tessuti che sono poi stati esposti al virus HIV-1.
L’applicazione del gel ha mostrato che questo era stato in grado di veicolare correttamente il principio attivo, proteggendo così i tessuti dal virus HIV-1.
 
«Si è stimato che i rapporti sia vaginali che rettali si verificano durante lo stesso atto sessuale – ha spiegato il dotto Anthony Ham, principale autore dello studio – per cui un singolo prodotto che è sicuro per entrambi i comparti ha senso in termini di convenienza, il che si traduce in una maggiore rispondenza. Inoltre, questi DuoGels saranno prodotti molto più sicuri per la prevenzione dell’HIV nei maschi che praticano rapporti anali».

Il prossimo passo dei ricercatori sarà quello di sperimentare il DuoGel in studi clinici, mentre allo stato attuale si sta valutando la conformità e l’accettazione da parte delle persone utilizzando un gel placebo. Secondo le intenzioni degli autori il DuoGel potrà essere reso ancora più potente aggiungendo un secondo farmaco antiretrovirale chiamato Tenofovir. 

FONTE: lastampa.it

domenica 17 novembre 2013

Inghilterra, boom della chirurgia estetica per la vagina. Ma i medici: "E' inutile e dannosa per le minorenni"


Nel Regno Unito gli interventi di riduzione labiale sono aumentati di 5 volte negli ultimi 10 anni. Molti anche su under 14. Gli specialisti lanciano l'allarme: "Colpa dei porno"


"Donne inglesi, soprattutto se minorenni, non fate ricorso alla chirurgia estetica della vagina: è inutile e per di più dannosa". In Gran Bretagna gli interventi di "desgin della vagina" (come sono definite le operazioni di rimodellamento dei genitali femminili) sono aumentati di 5 voltenegli ultimi 10 anni, con un picco di 2mila riduzioni labiali nel solo 2010. Tra il 2008 e il 2012, 266 operazioni sono state eseguite su ragazze con età inferiore ai 14 anni. Le statistiche sono del sistema sanitario nazionale (quindi non tiene conto del lavoro fatto dalle cliniche private) e il Comitato Etico del Collegio inglese Ostetrici e Ginecologi le usa per gridare il proprio: "basta!". "La chirurgia estetica genitale femminile - è il tenore del loro allarme - è quasi sempre inutile, può essere dannosa e non dovrebbe essere proposta alle ragazze di età inferiore ai 18 anni". La mania della chirurgia finalizzata ad avere una vulva più carina, secondo gli esponenti del comitato, è solo frutto di comunicazione "distorta da quanto viene rappresentato nella cultura popolare, nella pornografia e negli annunci pubblicitari delel cliniche private". "Se siete preoccupate per i vostri genitali e vi informate attraverso internet - denuncia Suzi Leather, presidente del Comitato Etico - troverete solo pubblicità e pornografia. I medici si devono impegnare - aggiunge - a fornire alle pazienti una gamma molto più accurata di ciò che è normale. Ciò le aiuterà a fare scelte più informate".

Le proteste -  Il Comitato Etico chiede un vero e proprio giro di vite da parte del sistema sanitario: le operazioni dovrebbero essere autorizzati solo in presenza di una giustificazione medica chiara e mai per le minorenni. Gli esperti spiegano che non è accertato se dagli interventi di vagina design le donne che denunciano disagio nell'attività sessuale o nella vita quotidiana traggano realmente beneficio. Al contrario, il Comitato si dice preoccupato per le ragazze minorenni che si sottopongono all'operazione quando lo sviluppo genitale non è ancora completo, perché loro potrebbero andare incontro a complicanze. Ma in Inghilterra c'è chi si oppone al clima di allarme sulla riduzione labiale sollevato dal Comitato etico. Secondo un membro dell'Associazione inglese dei Chirurghi Plastici ed Estetici "come alcune signore hanno grandi seni e vogliono seni più piccoli, allo stesso modo donne che ritengono di avere labbra troppo grandipossono desiderarne la riduzione".

FONTE: ilmessaggero.it

sabato 16 novembre 2013

Wow, la nuova scoperta italiana che elimina la radioattività dall’acqua

Riduce di 7.500 volte la concentrazione di cesio radioattivo partendo da un livello simile a quello di Fukushima

A guardarla così, sembra una lavastoviglie in terapia intensiva. Dentro, invece, contiene una tecnologia che può aprire una speranza concreta per la decontaminazione delle acque radioattive. I test del Lena (Laboratorio energia nucleare applicata) della facoltà di chimica di Pavia, hanno certificato che l’apparecchiatura - prodotta da un ingegnere padovano - garantisce risultati straordinari, tanto da strappare più di un wow ai tecnici specializzati.

WOW - L’esclamazione si è fatta brand: in laboratorio, Wow ha ridotto di 7.500 volte la concentrazione di cesio radioattivo nell’acqua, partendo da livelli di contaminazione simili a quelli presenti nelle piscine di raffreddamento del reattore di Fukushima. Ha ridotto anche i volumi delle acque da stoccare: la radioattività presente in 5 mila metri cubi può essere concentrata in un litro.
FUKUSHIMA - Per comprendere le potenzialità economiche di Wow basta confrontare un’altro dato: con i metodi utilizzati oggi in Giappone, considerati i più efficienti, vengono depurati 25 mila metri cubi d’acqua al mese e si producono 5 mila metri cubi di fanghi radioattivi. Tutti da stoccare e monitorare in enormi serbatoi.
BREVETTO MONDIALE - Non solo, l’invenzione italiana permette di salvaguardare la macchina da ogni contaminazione - può ripartire dopo un semplice lavaggio - e non produce nuove scorie. Il metodo? Bocche cucite da parte dell’inventore, Adriano Marin: «Un processo termo-dinamico di evaporazione», si limita a dire. «Il resto è top-secret, coperto da un brevetto mondiale».
UN AFFARE - Lo scenario del business è invece molto chiaro a un gruppo di investitori - in gran parte del Nord-est - che hanno sostenuto il progetto e confidano nell’apertura di un mercato mondiale. L’ultimo scoglio che dovrà superare Wow è una prova d’urto: trattare le acque contenute nelle vasche di stoccaggio di materiale radioattivo di Saluggia (in provincia di Vercelli). «Puntiamo a mantenere Wow in Italia, a creare una filiera e tanti posti di lavoro specializzati», conferma Marin. Sono già arrivate offerte interessanti dall’estero? «No comment».
FONTE: corriere.it

giovedì 14 novembre 2013

La pizza? Non va demonizzata

Per chi invece è a dieta la pizza rappresenta lo «strappo» concesso non più di una volta alla settimana dai nutrizionisti

Storicamente era un alimento “povero”, composto soltanto da pochi ingredienti: farina, passata di pomodoro e mozzarella. Nel tempo, invece, le ricette più complesse e un aumento della facilità di consumo hanno portato molti ad associarla al junk food. Ma la pizza, nonostante il suo corposo carico di chilocalorie, rimane un alimento sano e da non demonizzare.

PASTO PER TUTTI? - Chi ama la pizza e pratica un’attività fisica costante fa bene a non porsi troppi scrupoli. Il problema, invece, emerge quando si è a dieta. Per i nutrizionisti che redigono schemi alimentari controllati, la pizza rappresenta lo “strappo” concesso non più di una volta alla settimana. «Una margherita garantisce un apporto energetico, di poco superiore a quello di un piatto di pasta condito, di norma compreso tra 600 e 700 chilocalorie - spiega Andrea Ghiselli, medico nutrizionista e dirigente di ricerca del Cra-Nut, Centro di ricerca per gli alimenti e la nutrizione -. Chi ha un fabbisogno di 2.200-2.300 chilocalorie al giorno può mangiare anche una margherita al giorno, mentre chi segue un regime dietetico ipocalorico da 1.400 chilocalorie deve sicuramente consumarla con minor frequenza. Ma non è possibile dare un’indicazione valida su larga scala».

I NUTRIENTI - Carboidrati, innanzitutto: per una quota prossima al 70%. Poi grassi (20%) e proteine (10%). Pur con la dovuta variabilità, una pizza margherita è sbilanciata in favore degli zuccheri complessi. Non per questo, però, va demonizzata. «Ciò che conta è il bilancio giornaliero, non quello di un singolo pasto - prosegue Ghiselli -. L’importante, quando si opta per una buona pizza, è rinunciare al pane e bilanciare gli altri nutrienti nei pasti successivi». Una margherita, che in peso può oscillare tra 300 e 600 grammi, apporta quote non trascurabili di sale: 1,5 grammi, pari al 25% del fabbisogno giornaliero raccomandato. E poi: modeste quantità di vitamina A, vitamina C, ferro e calcio, grazie al pomodoro e al formaggio utilizzato.

LA PIZZA EQUILIBRATA - Il frequente accostamento della pizza al “cibo spazzatura” ha portato un gruppo di nutrizionisti dell’università di Glasgow a renderla più equilibrata senza alterarne il sapore. In uno studio apparso su Public Health Nutrition, i ricercatori hanno analizzato le proprietà nutrizionali di 25 pizze margherita surgelate. Estremamente variabili i dati riscontrati, con apporti calorici compresi tra 250 e 600 chilocalorie. Così, in collaborazione con la start-up Eatbalanced.com, gli studiosi hanno provveduto alla formulazione di una pietanza più equilibrata: con meno sale, più farina integrale, un maggior apporto di micronutrienti (vitamina A, B12, C, ferro e iodio) e fibre e un miglior equilibrio tra carboidrati, proteine e grassi. È così venuta fuori la margherita ideale, in grado di apportare meno di 600 chilocalorie e con una più equa ripartizione dei nutrienti. Quanto al gusto, nessun problema: un gruppo di assaggiatori, composto da adulti e bambini, ha dato l’ok all’esperimento e si è dichiarato disponibile a spendere qualche centesimo in più per mangiare una margherita più “sana”. «Molte pizze commerciali, per migliorare la conservazione del prodotto, hanno una quota eccessiva di sale e grassi - affermano gli autori della pubblicazione -. Questo studio dimostra come, con qualche accortezza in più, sia possibile mangiare in maniera corretta anche quando si consuma un alimento già pronto».

FONTE: corriere.it

sabato 9 novembre 2013

Scoperto un gene che aiuta a combattere l’ictus emorragico

Aperta la strada a possibili terapie in grado di indurre la regressione di queste malformazioni vascolari nel cervello

Se le nostre arterie soffrono e manifestano pericolose debolezze la colpa è anche di un gene, scoperto da scienziati italiani. Le arterie sono i vasi che portano il sangue dal cuore alla periferia del nostro corpo (le vene lo riportano invece indietro) e per resistere bene al flusso scandito dalla macchina cardiaca devono avere adeguate caratteristiche. A stabilire quali ci pensa, fra l’altro, un gene identificato da un gruppo di ricercatori dell’Ifom (Istituto Firc di oncologia molecolare) di Milano con la collaborazione di alcuni colleghi del Max Planck Institute di Monaco di Baviera. E i risultati sono stati pubblicati dalla rivista britannica Nature Communications.

IL RUOLO DEL GENE - Battezzato Sox 17, il suo ruolo è determinante nel governare il lavoro delle cellule quando fabbricano i vasi. Se non entra in azione sono guai perché non prendono forma come dovrebbero e quindi posso diventare fragili e favorire emorragie. Gli aneurismi cerebrali all’origine di ictus sono stati proprio collegati al cattivo o inesistente intervento di Sox 17. «La nostra ricerca – spiega Elisabetta Dejana dell’Ifom che ha diretto lo studio – non solo ha decifrato il meccanismo di azione del gene ancora sconosciuto al momento dello studio sull’uomo, ma si è aperta la strada a possibili terapie in grado di indurre la regressione di queste malformazioni vascolari nel cervello». Le ricadute benefiche della scoperta di cui erano primi autori Monica Corada e Fabrizio Orsenigo dell’Ifom e raggiunta con il contributo dell’European Research Council, dell’Airc, dell’Unione Europea e Itn Vessel Network, potranno essere numerose e interessare diverse patologie vascolari (dall’aterosclerosi agli aneurismi, dall’angiogenesi dei tumori all’ipertensione) favorendo lo sviluppo di nuove e più efficaci terapie.
IL RUOLO DELLA SPERIMENTAZIONE ANIMALE -L’importante risultato si è raggiunto non solo attraverso delle colture cellulari ma, soprattutto, grazie ad un’oculata sperimentazione animale ricreando su dei topolini la patologia che si manifesta nell’uomo. Senza di essi alcun passo avanti sarebbe stato possibile e le cure allontanate nel tempo. Ora simili progressi rischiano di essere bloccati e impediti nel nostro paese se non si accettano le regole europee sulla sperimentazione animale. «Perché non rispettare la normativa europea approvata dopo vent’anni di discussioni e già recepita da 19 Paesi senza variazioni ? - si chiede Elisabetta Dejana -. Invece il Parlamento italiano nel luglio scorso ha introdotto restrizioni contrarie alla direttiva che ci hanno portato fuori legge, paralizzando molte ricerche importanti per la medicina», sottolinea l’illustre scienziata che all’Ifom dirige l’unità di ricerca impegnata nello sviluppo vascolare del cancro.
LA CARRIERA DELLA STUDIOSA - Dejana è rientrata in Italia dopo aver lavorato in Canada, in Francia, in Israele, all’Università di Harvard negli Stati Uniti. Ha ricevuto onorificenze internazionali, compresa la laurea honoris causa dall’Università di Helsinki. Ora insegna all’Università degli studi di Milano. Tra gli ultimi suoi 300 lavori di ricerca c’è pure la scoperta riguardante la cura dei cavernomi cerebrali pubblicata daNature nel giugno scorso.
SPERIMENTAZIONE ANIMALE: L’APPELLO- Dejana, con la consapevolezza di quanto accade altrove, vede con seria preoccupazione le conseguenze degli emendamenti approvati contro la direttiva europea sulla sperimentazione animale nel 2010 e chiede, con gli altri ricercatori, che il governo compia un passo indietro sulla riforma rispettando le norme europee. Con forza, in tal senso, si è espressa anche Elena Cattaneo, scienziata neoeletta senatore a vita. «Ci sono almeno tre aspetti fondamentali a cui porre rimedio – dice Dejana – e il primo riguarda la proibizione dei xenotrapianti, cioè il trapianto di organi o cellule da una specie all’altra. Questo impedirà di migliorare molte patologie. Ad esempio per rendere più efficaci alcune cure tumorali si sperimenta la terapia sui topi impiantando su di essi le cellule ammalate. Con i risultati si può trattare meglio il paziente. Oppure l’uso di cellule staminali di altre specie che inserite in un organo malato dell’uomo come potrebbe essere il cuore, lo curano. Oppure, ancora, trattare malattie degenerative come l’Alzeimer. Ma altrettanto vietato sarà l’uso di valvole cardiache biologiche di origine suina: oggi ne sono state impiantate 300 mila più altre 400 mila di tipo bovino. Il loro impiego rispetto a quelle di metallo, garantisce una qualità di vita migliore, riducendo il rischio di ictus o la formazione di trombi. Questo non si potrà più fare». Un altro aspetto che inciderà negativamente riguarda il ricorso all’anestesia imposto dall’emendamento votato per evitare il dolore. «Secondo quanto è scritto anche per l’iniezione nella coda di un topo bisognerebbe ricorrere all’anestesia. È come se anche noi per un prelievo di sangue dovessimo venire anestetizzati. Nel testo non si precisa il livello di dolore dal quale deve essere obbligatoria». Altrettanta nebulosità si riscontra intorno agli “ambiti sperimentali” senza dire che cosa si intende. «Così formulato – nota Dejana – impedirebbe ai nostri studenti, ma pure ai ricercatori di biologia, biotecnologie, zootecnica, acquacoltura, qualsiasi tipo di indagine. Ciò penalizzerà ancor di più la competitività della nostra ricerca fornendo ulteriore motivo ai giovani per andarsene anche per preparasi meglio». Quello che si osserva sul delicato tema della sperimentazione è la mancanza di informazione adeguata e una strumentalizzazione politica che ignora e manipola la realtà. Oggi il 98 per cento degli animali usati sono topolini, moscerini della frutta, pesci e rane. L’uso dei grandi animali è quasi scomparso: si è fatto ricorso alle scimmie per le indagini sull’Aids perché non c’era altra via. «Non è corretto – aggiunge Dejana – mostrare foto di cani, gatti o scimmie sotto chirurgia che magari risalgono ai primi anni del Novecento, solo per muovere a compassione. Questo non accade più. Tutti siamo impegnati a trovare vie alternative che arrivano persino alla simulazione con i computer, ma non si può sperimentare in provetta la diffusione di un tumore. Quindi non restano che i piccoli animali per arrivare alla cura adeguata che tutti desideriamo». I ricercatori chiedono il ripristino e l’approvazione della direttiva così come era stata accettata in sede europea.
FONTE: corriere.it

venerdì 8 novembre 2013

Dall’incenso una possibile cura per il cancro al seno


Ricercatori trovano in una particolare varietà di incenso, quello di Oman, un insieme di sostanze che potrebbero essere una possibile cura contro il cancro del seno

Si chiama AKBA, ed è un acronimo che riunisce i nomi dei diversi acidi che compongono l’incenso dell’Oman, un particolare tipo di resina che si produce in questo Paese e che pare abbia le potenzialità per divenire un trattamento contro il carcinoma mammario, o cancro del seno.

Sono stati i ricercatori dell’Università di Nizwa (Oman) ad aver isolato e fatto aumentare la percentuale di AKBA (acido beta-boswellico, acido cheto-beta-boswellico e acetil-acido cheto-beta-boswellico) contenuta nell’incenso dell’Oman.
Il dottor Ahmad Sulaiman Al Harrasi e colleghi dell’Oman’s Medicinal Plants and Marine Natural Products University, hanno condotto uno studio in cui si è sperimentato quali effetti aveva l’AKBA sulle cellule tumorali del seno, così come riportato da Gulf News.

L’AKBA è stato precedentemente trovato essere attivo nell’indurre l’apoptosi, ovvero la morte programmata delle cellule tumorali, in particolare nei tumori cerebrali, il cancro del colon e nella leucemia. Quello che ancora non era stato provato era l’effetto sulle cellule del cancro del seno.
Sebbene a seguito dei risultati positivi ottenuti molti media avessero diffuso la notizia che era stata trovata una vera e propria cura per il cancro al seno, il prof. Al Harrasi ha negato che così fosse – così come ha negato che il composto attivo fosse ricavato dall’olio. Sì, il composto ha dimostrato di avere effetti significativi sulle cellule tumorali, tuttavia sarà necessaria ulteriore ricerca prima di dichiarare di avere effettivamente trovato una cura. Le speranze e le premesse ci sono, ma bisogna attendere ulteriori sviluppi. Non resta dunque che attendere buone notizie.

FONTE: lastampa.it

giovedì 7 novembre 2013

Ecco i Paesi dove si invecchia meglio

L’indice AgeWatch misura il benessere degli anziani. Il Paese migliore per invecchiare è la Svezia, Italia solo al 27° posto

Una buona pensione, un servizio sanitario che riesca a fornire l’assistenza necessaria, un ambiente adatto alle proprie esigenze, un’istruzione superiore e la possibilità di lavorare, se lo si vuole. Sono questi gli elementi che contribuiscono a farci invecchiare bene, utilizzati dagli esperti di HelpAge International per creare il Global AgeWatch Index, un indice che aiuta a capire come si invecchia oggi nel mondo.
INDICE - Creato con il supporto del Fondo delle Nazioni Unite per le Popolazioni e la collaborazione del Centre for Research on Ageing dell’università di Southampton in Inghilterra, AgeWatch è la prima misura quantitativa del benessere degli anziani in 91 Paesi. Lo scopo è incoraggiare le nazioni a rendersi conto di quanto fanno per gli over 60, visto che si tratta di un segmento di popolazione in rapidissimo aumento: oggi ha più di 60 anni l’11 per cento della popolazione mondiale, ma nel 2030 la proporzione salirà al 16 per cento e nel 2050 addirittura al 22 per cento. Come spiega Silvia Stefanoni di HelpAge International, «Il mondo sta rapidamente invecchiando e già oggi il numero di over 60 supera quello dei bambini con meno di cinque anni; nel 2050 sarà maggiore degli under 15. Escludere l’invecchiamento dall’agenda politica dei Paesi è uno dei più grossi errori che si possano commettere oggi, con le prospettive che abbiamo di fronte. L’Indice AgeWatch serve proprio a capire dove si è fatto qualcosa di positivo, per prenderlo a modello altrove, e a individuare le aree “critiche” dove intervenire in ciascun Paese». Non è insomma solo un “metro” per sapere dove si invecchia meglio, ma anche uno strumento per intervenire dove e come serve.
PAESI - I parametri considerati per costruire l’indice sono quattro: la sicurezza economica (data dalla certezza delle pensioni, dal PIL pro-capite, dal tasso di povertà in età avanzata, dal welfare per anziani), il benessere e la salute (benessere psicologico, aspettativa di vita a 60 anni e aspettativa di vita senza malattia a 60 anni), l’impiego e il livello di educazione, l’ambiente (ovvero le connessioni sociali, la sicurezza, l’accesso ai trasporti pubblici, la libertà personale). I dati provengono da fonti inattaccabili come la Banca Mondiale, l’Organizzazione Mondiale della Sanità, l’Institute for Health Metrics, l’Organizzazione Internazionale del Lavoro e il database Gallup World Poll. Dando “voti” a ciascuno dei vari parametri gli esperti sono riusciti a stilare una classifica che riserva qualche sorpresa e conferma alcune certezze: Svezia e Norvegia, ad esempio, sono i luoghi migliori per invecchiare seguiti da Germania, Olanda, Canada. Gli Stati Uniti sono ottavi e nella top ten ci sono solo Paesi europei o del Nord America, fatta eccezione per la Nuova Zelanda (settima) e il Giappone (decimo); l’isola di Mauritius è il Paese migliore in Africa, il Cile si guadagna il primo posto in Sudamerica mentre i posti peggiori dove vivere (non solo da vecchi, si suppone) sono l’Afghanistan e, solo di poco migliori, il Pakistan, la Tanzania e la Giordania.
ITALIA - L’Italia se la cava con un dignitoso ventisettesimo posto, preceduta di poco da Argentina e Repubblica Ceca: la “pagella del Paese”, che si può consultare sul sito internet dell’iniziativa, spiega che già oggi da noi il numero degli anziani è enorme (gli over 60 sono il 27 per cento della popolazione e siamo il secondo Paese più vecchio al mondo, nel 2050 diventeranno il 38 per cento), tuttavia siamo solo al 62° posto per numero di over 60 con un impiego e un’istruzione superiore. Va un po’ meglio con l’ambiente di vita, per cui ci piazziamo al 53° posto: la maggioranza degli italiani infatti giudica bene l’accesso ai trasporti pubblici, la sicurezza delle città, la possibilità di scelte libere, inoltre l’83 per cento afferma di poter contare su un familiare in caso di necessità a riprova di una “rete” sociale adeguata. Siamo quindicesimi per la salute, perché abbiamo un’aspettativa di vita sana alta (a 60 anni possiamo vivere ancora 25 anni, di cui oltre 18 in piena salute) e un buon benessere psicologico nella terza età; l’Italia infine è addirittura sesta per la sicurezza economica degli anziani perché il PIL pro capite è abbastanza elevato, il tasso di povertà si ferma all’11 per cento e soprattutto vengono erogate a tutti le pensioni, in buona parte perfino prima dei 65 anni. Quest’ultimo punto rischia di essere uno specchio forse un po’ distorto della realtà, perché come in tutte le statistiche si mettono assieme gli “estremi”, dalle pensioni d’oro, ai baby-pensionati, agli assegni minimi (la media delle pensioni, stando al “calcolatore” PensionWatchdella stessa organizzazione, è di 464 euro: non proprio da nababbi). Allo stesso modo non giustifica ottimismi osservare la classifica generale e accorgersi che siamo superiori solo di poco rispetto a Paesi come Costa Rica, Ecuador, Sri Lanka o Albania. Insomma, non va malissimo ma di certo si può migliorare e chissà che vedere nero su bianco le differenze fra Paesi e le “pagelle” date dagli esperti non serva a prendere, finalmente, decisioni che aiutino gli anziani italiani, di oggi e del futuro.
FONTE: corriere.it