giovedì 25 dicembre 2014

Creati in laboratorio i progenitori di spermatozoi e ovuli


Impresa degli scienziati del Weizmann Institute of Science (Israele) e della Cambridge University (Inghilterra): prodotte artificialmente cellule germinali primordiali umane

Una notizia destinata a far discutere. Un gruppo di scienziati del Weizmann Institute of Science (Israele) e della Cambridge University (Inghilterra) è riuscito nell'impresa di produrre artificialmente - a partire da staminali embrionali e da cellule adulte- cellule germinali primordiali, precursori di sperma e ovuli. A darne notizia con un'ampia pubblicazione è la prestigiosa rivista Cell. Un risultato che secondo quanto dichiarano i ricercatori potrebbe chiarire alcuni processi relativi allo sviluppo e, in futuro, permettere nuovi sviluppi nel campo della medicina riproduttiva.

Ringiovanire le cellule 
Per anni gli scienziati di tutto il mondo hanno tentato di produrre in laboratorio cellule germinali primordiali umane. Queste, opportunamente indirizzate, sono in grado di generare cellule uovo e sperma. Grazie allo sviluppo della tecnica che è valsa il premio Nobel a Yamanaka -che consiste nel produrre con un opportuno trattamento staminali a partire da cellule adulte- ottenerle risulta relativamente semplice. Nessuno, sino ad oggi, era però riuscito nell'impresa di replicare i risultati a partire da cellule umane.

La tecnica 
Ad abbattere questo muro ci ha pensato un gruppo di ricercatori anglo-israeliani. Da anni impegnati nella ricerca sulla differenziazione delle staminali, gli scienziati sono riusciti a mettere a punto una tecnica capace di pilotare le cellule allo stadio germinale primordiale. Ciò è stato possibile “spegnendo”quella serie di geni che risultano attivi durante al progressiva differenziazione cellulare. Sfruttando questo metodo i ricercatori, partendo sia da staminali embrionali umane sia da cellule adulte, sono riusciti a produrre le germinali primordiali in oltre il 40% dei casi.

Le prospettive 
Come spiega il professor Jacob Hanna, uno degli autori dello studio, «poter ricreare questo genere di cellule in laboratorio ci permetterà di studiare tutti i meccanismi molecolari implicati nello sviluppo. Ciò ci consentirà in particolar modo di porre le basi per un diffuso utilizzo terapeutico delle staminali». Le novità non finiscono però qui. Essere riusciti ad ottenere cellule germinali primordiali potrebbe aprire nuove e controverse prospettive nel campo della medicina riproduttiva: come affermano gli scienziati autori dello studio queste cellule rappresentano il primo passo nella creazione di sperma e ovuli umani

FONTE: Daniele Banfi (lastampa.it)

lunedì 15 dicembre 2014

Le dieci più importanti scoperte

 
 Chi c’è, chi non c’è. Perché questo sì e quello, che è più importante, no. Sono state molte le scoperte scientifiche del 2014, la redazione Scienze di Corriere.it ha scelto quelle che, a suo parere, sono le più importanti dell’anno. E che qui vengono presentate in ordine di importanza. Un ordine che i lettori possono capovolgere votando quelle che ritengono più meritevoli.
 
È stato costruito in laboratorio il primo cromosoma sintetico di un organismo complesso. «Syn III» è pienamente funzionante quando inserito nel Saccharomyces cerevisiae, microrganismo meglio noto con il nome di «lievito di birra»: sostituisce efficacemente il terzo dei sedici cromosomi che lo formano. Lo straordinario risultato è opera dei ricercatori delle università americane di New York e Johns Hopkins ed è stato coordinato da Jef Boeke: pubblicato il 27 marzo su Science, è un passo decisivo per trasformare in realtà la vita artificiale, con organismi progettati su misura per compiti specifici come produrre farmaci o biocarburanti.

Un passo atteso
«È un grande passo, molto atteso, che apre la strada alla realizzazione di qualsiasi tipo di cellula artificiale che possieda specifici geni», ha commentato il genetista Edoardo Boncinelli, dell’Università Vita e Salute di Milano. «Per la prima volta, nel campo della vita artificiale, si passa da un regno a un altro: da quello degli organismi più semplici, come i batteri, a quello degli eucarioti, le cui cellule hanno un nucleo come quelle dell’uomo».
 
Poteva essere questa la scoperta al primo posto della classifica, invece...
Alle 16 ora italiana di
lunedì 17 marzo una conferenza stampa scuote il mondo della fisica: «Sono state raccolte le prove che l’universo, 14 miliardi di anni fa, dopo la sua nascita con il Big Bang, ha subìto una repentina dilatazione, la cosiddetta inflazione, che durò soltanto una piccolissima frazione di secondo. Per la prima volta, il segnale dell’inflazione cosmica è stato registrato grazie agli strumenti di un telescopio a microonde chiamato Bicep2». Una scoperta da Nobel assicurato.

Bicep2
Nell’aula delle conferenze del Centro di astrofisica dell’università di Harvard, John Kovac e Chao-Lin Kuo, i due leader di un vasto gruppo di ricerca, annunciano una delle più grandi scoperte della cosmologia degli ultimi anni. Le prove sono state raccolte con un telescopio speciale che si trova al Polo Sud e che non capta luce visibile, ma microonde: Bicep2, dalle iniziali di Background Imaging of Cosmic Extragalactic Polarization. Gli scienziati di Bicep2 effettuano una rivelazione indiretta delle onde gravitazionali che si generarono durante l’inflazione cosmica. Come uno tsunami gravitazionale queste onde, partite una minuscola frazione di secondo dopo il Big Bang, hanno attraversato la radiazione fossile, lasciando impresso in essa un segnale particolare, chiamato «polarizzazione di modo B».

Importanza
Finora l’inflazione cosmica era soltanto un’ipotesi necessaria per giustificare la geometria e la struttura dell’universo come oggi lo vediamo, dove tutta la materia, da un capo all’altro di uno spazio sterminato, si organizza obbedendo alle stesse leggi. Solo una dilatazione esponenziale dello spazio-tempo, a partire dalle dimensioni di una biglia che contiene tutto: energia, materia elementare, spazio e tempo, avrebbe potuto spiegare la sorprendente omogeneità del cosmo.

Dubbi
Ma molti scienziati sollevano subito dubbi sui risultati di Bicep2. Secondo alcuni ricercatori, gli scopritori non hanno tenuto conto di certi fattori, per esempio la polvere cosmica, e hanno scambiato i risultati per la polarizzazione di modo B. Dopo l'estate un nuovo studio chiarisce definitivamente: c'erano errori nello studio Bicep2. Discorso chiuso e Nobel rimandato (per ora).
 
Una proteina chiave, l'osteopontina, normalmente presente al di fuori delle cellule, viene prodotta anche dalle cellule tumorali e ne assicura la loro sopravvivenza in ambiente ostile. Lo scoprono i ricercatori dell’Istituto nazionale dei tumori di Milano che pubblicano lo studio il 2 settembre sulla rivista Cancer Research.
Osteopontina
L’osteopontina ha una doppia personalità: viene prodotta sia dalle cellule tumorali e ne assicura la loro sopravvivenza in ambiente ostile, sia dalle cellule mieloidi del sistema immunitario, globuli bianchi (difese che dovrebbero attaccare il tumore) che non la rilasciano all’esterno ma la trattengono. Ed ecco che l’osteopontina protegge le cellule tumorali che stanno formando le metastasi dall’attacco delle cellule di difesa.
 
FONTE: Paolo Virtuani (corriere.it)

sabato 6 dicembre 2014

Orion, riuscito il primo viaggio-test della capsula che ci porterà su Marte

Orion sulla rampa di lancio a Cape Canaveral (Epa)

La prima navicella Nasa capace di portare astronauti in orbita nell'era post-Shuttle è tornata sulla Terra dopo circa quattro ore e mezza di «missione»

Missione compiuta: la capsula spaziale Orion è tornata sulla Terra ed è ammarata nell'Oceano Pacifico, dopo aver effettuato il viaggio d'esordio nello spazio «profondo», primo passo del programma che dovrebbe permettere un giorno di portare l'uomo su Marte. Dopo un ritardo di 24 ora a causa di un'anomalia tecnica, la Nasa ha lanciato Orion alle 7:05 ora locale (le 13:05 in Italia) dalla base di Cape Canaveral, in Florida. La capsula è rientrata 4 ore e 24 minuti dopo: il «tuffo» è stato seguito in diretta da un drone e due navi hanno poi effettuato il recupero. La navicella è la prima della Nasa dopo lo shuttle capace di trasportare gli astronauti nello spazio. Giovedì la partenza era stata annullata dopo essere stata posticipata per tre volte: le prime due per il vento, la terza per un problema tecnico a una delle valvole del serbatoio a idrogeno del razzo Delta IV. All’evento erano state invitate 27 mila persone. «Oggi è una grande giornata per il mondo», ha detto l’amministratore capo della Nasa, Charles Bolden, commentando il lancio. 

Il test

Quello di venerdì è stato il primo test di volo, al costo di 370 milioni di dollari (300 milioni di euro): la missione più importante della Nasa dell’anno in corso, che per l’occasione ha installato un nuovo orologio digitale per il conto alla rovescia. La navicella, senza equipaggio a bordo, ha compiuto solo due orbite fino a un’altezza di 5.800 chilometri (quindici volte più in alto della Stazione spaziale internazionale) e dopo circa 4 ore e 23 minuti è tornata sulla Terra affondando nell’atmosfera sopra il Pacifico a una velocità di 32.200 km all’ora ammarando a 965 km a ovest della penisola messicana della Bassa California. Il test - tenuto sotto controllo da 1.200 sensori - è servito soprattutto per verificare la tenuta dello scudo termico, che sarà sottoposto per undici minuti a una temperatura di 2.200 gradi, e i paracadute. Lo scudo termico è il più spesso mai costruito per una capsula.

Primo volo umano nel 2018

L’Orion Multi-Purpose Crew Vehicle pesa 8,6 tonnellate ed è sviluppata per trasportare equipaggi umani sulla Stazione spaziale internazionale (Iss), ma in prospettiva anche sulla Luna, gli asteroidi nel 2025 e una decina di anni dopo anche su Marte. Il prossimo test di volo sarà nel 2018, ma tra quattro anni a spedire in orbita la navicella sarà il nuovo razzo della Nasa: l’Sls (Space Launch System). Il primo volo di Orion con astronauti è previsto per il 2021. L’attuale configurazione può trasportare quattro astronauti per un viaggio di 21 giorni.

FONTE: Paolo Virtuani (corriere.it)

mercoledì 3 dicembre 2014

Dieta mediterranea elisir di longevità, le prove nei cromosomi

 
Per chi la segue maggiore lunghezza dei telomeri, ”spie” dell’aspettativa di vita
 
La dieta mediterranea non solo come uno “scudo” contro malattie croniche e cancro ma anche un elisir di longevità.  
 
Secondo uno studio americano pubblicato online su Bmj, condotto da un gruppo di scienziati del Brigham and Woman’s Hospital di Boston su dati relativi a oltre 4.600 donne sane, chi è fedele a uno stile alimentare “all’italiana” presenta infatti una maggiore lunghezza dei telomeri, sequenze di Dna che incappucciano le estremità dei cromosomi e rappresentano una “spia” di invecchiamento: telomeri più corti corrispondono a un’aspettativa di vita inferiore, mentre telomeri più lunghi fanno sperare in un futuro da Matusalemme.  
 
Fattori come obesità, fumo di sigaretta, e consumo di bevande zuccherate sono stati collegati a telomeri più corti. Inoltre è stato dimostrato che stress ossidativo e infiammazione accelerano l’accorciamento di queste strutture.  
 
Dato che frutta, verdura e noci, componenti chiave della dieta mediterranea, sono anti-ossidanti e anti-infiammatori naturali, i ricercatori, coordinati da Immaculata De Vivo, hanno voluto esaminare se questo stile alimentare possa essere associato in qualche modo alla lunghezza dei telomeri.  
 
Gli scienziati hanno utilizzato i dati del Nurses’ Health Study è hanno scoperto che, in generale, mangiare sano regala telomeri più lunghi. In particolare, però, l’associazione con telomeri “XL”risulta in assoluto più forte per chi segue i principi della dieta mediterranea.  
 
Il prossimo passo per i firmatari dello studio - Immaculata De Vivo, autore senior, e Marta Crous-Bou, primo autore - sarà quello di capire esattamente quali sono gli ingredienti della dieta patrimonio Unesco che permettono di proteggere i telomeri dagli effetti di stress e infiammazione. 
 
FONTE: lastampa.it

lunedì 1 dicembre 2014

AIDS, epidemia dimenticata. Ma nel 2013 c’è stato un record di casi


Contagi in aumento. Ma migliorano le tecniche e i successi sul fronte delle cure

I dati lasciano poco spazio alle interpretazioni: il 2013 è un anno nero per l’AIDS. L'ultima rilevazione dell'European Center for Diseaes Control and Prevention e dell'Oms, in occasione della giornata mondiale dell’AIDS che si celebra oggi, parlano di 136 mila nuovi casi registrati soprattutto provenienti dall’Est Europa. Un aumento dell'80% rispetto al 2004 che riguarda, purtroppo, i giovanissimi. Oltre l’80%  dei casi di contagi avviene per un rapporto sessuale non protetto.

La malattia
L’Aids– la sindrome da immunodeficienza acquisita - è una patologia causata dalla presenza del virus dell’HIV. Quest’ultimo, infettando in maniera specifica le cellule del sistema immunitario, rende le persone affette più vulnerabili a molte malattie che generalmente, nelle persone sane, non creano particolari problemi. Fungendo da vero e proprio cavallo di Troia il virus distrugge progressivamente le difese lasciando il corpo senza protezione. In questi casi una banale influenza può risultare fatale. Ad oggi si stima che nel mondo solo la metà delle persone con HIV sia a conoscenza del proprio stato. In Italia il 15-20% non è al corrente della propria sieropositività. Nel 2012 almeno il 50% di nuovi casi di infezione diagnosticati erano già in fase avanzata della malattia. Eppure, le armi adisposizioni, ci sono e funzionano.

Farmaci che funzionano
Se agli inizi degli anni ’90 la diagnosi significava una condanna oggi, grazie a sempre più innovative terapie, il corso della malattia è cambiato radicalmente. Oggi, se trattata in tempo, l’aspettativa di vita media è paragonabile a quella di chi non è mai venuto in contatto con il virus. Da quando sono state introdotte le terapie antiretrovirali nel nostro Paese, l’incidenza dell'Aids e il numero di decessi l’anno sono progressivamente diminuiti. Oggi infatti è possibile contare su nuove terapie monodose, più tollerabili e con meno effetti collaterali rispetto al passato, che hanno permesso di controllare la malattia nel lungo periodo, trasformando l’AIDS in malattia cronica. Attualmente quasi 13 milioni di persone sono in terapia antiretrovirale, circa un terzo dei 35 milioni di malati che ne avrebbero bisogno. Nei paesi a medio e basso reddito è particolarmente grave la situazione dei bambini, di cui solo il 25% riceve la terapia.

Aids in gravidanza
Dalla malattia purtroppo non si guarisce, eliminare il virus sembrerebbe impossibile. I casi di presunta guarigione –come Mississippi baby- inizialmente documentati  non si sono rivelati tali. Il virus, appena sospese le cure, si è ripresentato. Eppure, dare alla luce unbambino sano nonostante la sieropositività della madre, è possibile. Il virus dell’HIV può essere trasmesso dalla madre infetta al feto durante la gravidanza, il parto e mediante l’allattamento al seno. Si stima che in assenza di precauzioni la probabilità di trasmissione verticale del virus sia attorno al 30%, cioè un bambino su tre generato da madre sieropositiva nasce sieropositivo. Con l’assunzione di farmaci antiretrovirali durante la gravidanza queste percentuali possono ridursi ulteriormente: la madre che si sottopone alla terapia ha una minor carica virale e di conseguenza minori possibilità di contagiare il suo bambino. Terapie che, secondo un recente studio dell’Harvard University pubblicato dalla rivista Jama Pediatrics, avrebbero scarsi effetti collaterali. Nell’analisi, condotta su oltre 2500 bambini, si sono verificate anomalie alla nascita nel 5-7 % dei casi. Una percentuale di poco superiore ai parti delle madri non affette dal virus.

Vietato abbassalela guardia
I risultati raggiunti, seppur ottimi, sembrano però essere vanificati se si analizza l’ultimo rapporto OMS. Un recente sondaggio indica che nove italiani su 10 hanno sentito parlare di Hiv, ma non di recente, e il 75% ritiene che il tema sia poco trattato e vorrebbe che fosse più affrontato soprattutto nelle scuole (79%), sui mass media (66%), ma anche dal medico (54%). Senza una corretta informazione, come mostrano i dati, la malattia è destinata a ritornare. Secondo l’OMS 2030 potrebbe essere l'anno delle “nuove infezioni zero” e dei “morti zero” per questa malattia. Come? Se si riuscirà entro il 2020 a diagnosticare il 90% dei sieropositivi, a metterne il 90% sotto trattamento e a sopprimere il virus nel 90% dei pazienti. Un obbiettivo che, vista la situazione attuale, sembra ben lontano dall’essere raggiunto.

FONTE: Daniele Banfi (lastampa.it)

domenica 30 novembre 2014

È peggiorato il medico di Emergency contagiato da Ebola, febbre e vomito

(Ansa)

Il bollettino dello Spallanzani parla del 50enne siciliano: sottoposto da oggi al terzo trattamento sperimentale, presenta febbre, un esantema cutaneo e sonnolenza

E’ peggiorato dal pomeriggio di venerdì il medico di Emergency ricoverato allo Spallanzani. Secondo il bollettino medico diramato sabato «ha iniziato ad avere disturbi gastrointestinali importanti».

«Non ci sono emorragie ed è una nota positiva»
Il direttore scientifico del nosocomio, Giuseppe Ippolito, ha spiegato che le condizioni del paziente «sono peggiorate, ma questo non cambia sostanzialmente il quadro di attenzione, soprattutto perché la funzionalità renale si mantiene buona, e i parametri ematici sono stazionari, non ci sono emorragie ed è una nota positiva». Il medico siciliano presenta «febbre alta, nausea, vomito e diarrea. Le motivazioni di questo peggioramento - ha chiarito Ippolito - sono spiegabili sia con la malattia che con i trattamenti che fa. Il paziente è vigile e orientato, a tratti sonnolente». Il dottore presenta inoltre un esantema cutaneo diffuso.

Nuovo trattamento mai usato per Ebola
Il medico contagiato - fanno sapere dall’ospedale - ha appena iniziato il terzo trattamento sperimentale. Negli scorsi giorni aveva assunto un farmaco antivirale sul plasma di convalescente ed è stato aggiunto un farmaco che agisce anche sulla risposta immunitaria. Il nuovo farmaco non è mai stato utilizzato fino ad oggi su un paziente affetto da Ebola, ha detto all’Ansa il direttore scientifico, Giuseppe Ippolito. Il trattamento agisce sulla risposta immunitaria e ha un meccanismo finalizzato alla riduzione delle infiammazioni. Ad oggi era stato utilizzato in altre condizioni ma non in pazienti con Ebola.

FONTE: corriere.it

mercoledì 26 novembre 2014

Esplora il significato del termine: Tumore alla prostata: l’attività sessuale diminuisce il rischioTumore alla prostata: l’attività sessuale diminuisce il rischio

 

Il numero di rapporti sessuali sembrerebbe correlarsi con una riduzione di cancro alla ghiandola maschile. Ma più ancora valgono dieta e stile di vita come prevenzione

La notizia è di quelle che vanno «interpretate», ma ha un suo razionale scientifico ed è pubblicata su una rivista accreditata, l’americano Cancer Epidemiology . Secondo gli studiosi che hanno analizzato i dati di oltre 3.200 uomini alla ricerca di un legame fra il tumore alla prostata e l’attività sessuale o le infezioni sessualmente trasmissibili però la conclusione è piuttosto evidente: i maschi che hanno avuto rapporti con oltre 20 donne nella loro vita hanno un rischio di ammalarsi più basso rispetto ai monogami. Rischi più alti per etero monogami e omosessuali. 
Per giungere a questa conclusione i ricercatori canadesi dell’Università di Montreal e dell’Institut Armand-Frappier del Québec hanno valutato le risposte date a questionari somministrati a 3.208 uomini (nell’ambito di uno studio scientifico detto PROtEuS, Prostate Cancer & Environment Study) che rispondevano, fra l’altro, a domande sulla propria vita sessuale. A 1.590 soggetti fra i partecipanti era stato diagnosticato un carcinoma prostatico fra il 2005 e il 2009, gli altri erano invece privi di malattia oncologica. Dalle conclusioni dell’indagine è emerso che, in generale, quelli con un tumore avevano il doppio delle possibilità di avere almeno un parente con il cancro. E che chi aveva fatto sesso con 20 o più compagne risultava avere il 28 per cento in meno di probabilità di ammalarsi di una neoplasia alla prostata. Al contrario, il rischio appare duplice in chi ha avuto 20 o più partner maschili rispetto a chi non ha mai avuto un rapporto omosessuale.

Rimozione agenti cancerogeni
Fare sesso regolarmente fa bene alla prostata «Una possibile spiegazione sta nel fatto che aver avuto molte donne equivalga a una più elevata frequenza dell’eiaculazione, che è già stato dimostrato essere un fattore protettivo verso questa forma di cancro» spiega uno degli autori, Marie-Elise Parent. Infatti, precedenti ricerche avevano messo in luce che frequenti eiaculazioni possono ridurre la concentrazione di sostanze potenzialmente dannose e cancerogene presenti nel fluido prostatico. «Se praticata con regolarità l’attività sessuale ha effetti benefici – conferma Michele Gallucci, responsabile dell’Urologia all’Istituto Regina Elena di Roma e vicepresidente dell’Associazione Urologi Italiani (Auro) -. L’astinenza prolungata, infatti, provoca il ristagno delle secrezioni nella ghiandola prostatica favorendone la congestione e quindi la possibile infezione e infiammazione. Per lo stesso motivo sarebbe meglio evitare il “coitus interruptus”, perché lo stimolo all’eiaculazione va assecondato, mentre interromperlo frequentemente può causare congestione prostatica». Niente pericoli per gli omosessuali con un solo partner



Infezioni e tumore
Nessun legame chiaro è emerso fra cancro e infezioni sessualmente trasmesse, ma i ricercatori ipotizzano che queste possano avere un ruolo quando si arrivano ad esaminare i dati sui rapporti omosessuali. Se infatti il pericolo di cancro alla prostata non aumenta fra i maschi che hanno avuto un unico partner dello stesso sesso, i rischi salgono parecchio in chi ha avuto più compagni. Ma su questo gli studiosi canadesi non possono che avanzare «vaghe ipotesi – dicono -. Potrebbe essere che il rapporto anale comporti traumi o cambiamenti a livello prostatico. Oppure potrebbero avere un ruolo le infezioni sessuali», come avviene con i condilomi e lesioni precancerose causate dal Papillomavirus (o Hpv), che sono fra i responsabili ad esempio dei tumori di ano e pene. Consigli preventivi: sfuggire le infiammazioni croniche

La dieta
«Quello che però è certo, ad oggi, è cosa quello che tutti gli uomini possono fare per favorire la salute prostatica in chiave preventiva e limitare le pericolose infiammazioni croniche – conclude Gallucci -: limitare i grassi saturi da carni rosse cotte alla griglia, formaggi e fritti perché, come per altri tumori c’è una correlazione tra dieta ricca di grassi e cancro. Per lo stesso motivo vanno bandite le sigarette e limitati gli alcolici: al massimo 1-2 bicchieri di vino ai pasti, lasciando i superalcolici a occasioni davvero speciali. Vale sempre il consiglio di una dieta variegata e bilanciata, ricca in frutta, verdura, pesce, con tanta acqua che contribuisce a ridurre il peso specifico delle urine e a evitare le infezioni urinarie (disturbi frequenti che, a loro volta, causano infiammazione prostatica). Infine, fare attività fisica, i cui benefici consistono anche in un incremento della circolazione pelvica con effetto antinfimmatorio».
 
FONTE: lastampa.it

domenica 23 novembre 2014

Dal 2015 pillola dei «5 giorni dopo» senza ricetta nei Paesi Ue

Lo raccomanda l’Ema (European Medicine Agency). Il parere finale e vincolante spetterà però alla Commissione Europea

L’Agenzia europea dei farmaci (Ema) si è pronunciata favorevolmente sulla possibilità di rendere disponibile il contraccettivo di emergenza a base di ulipristal - meglio noto come la pillola efficace fino a cinque giorni dopo - senza il bisogno della ricetta. Il farmaco sarebbe così disponibile direttamente in farmacia senza obbligo di prescrizione da parte del medico e la decisione dovrebbe essere applicata in tutti gli stati membri europei nel 2015. L’annuncio è pubblicato sul sito dell’Ema.
Come funziona
Il farmaco, spiega l’Ema, è «un contraccettivo d’emergenza usato per prevenire gravidanze indesiderate se assunto entro 120 ore (5 giorni) da un rapporto sessuale a rischio, e agisce prevenendo o ritardando l’ovulazione. Il farmaco è più efficace se assunto entro le 24 ore». Dunque, sottolinea l’Ema, «rimuovere il bisogno di ottenere la prescrizione dal medico dovrebbe velocizzare l’accesso delle donne a tale medicinale e quindi aumentarne l’efficacia».
Decisione finale alla Commissione Europea
La raccomandazione dell’Ema passerà ora al vaglio della Commissione europea per la decisione finale legalmente vincolante. Il farmaco, prodotto dall’azienda HRA Pharma, è stato approvato in Europa con l’obbligo di prescrizione medica alla fine del 2009. È stato poi lanciato negli Stati Uniti nel 2010 dopo la sua approvazione da parte della FDA (Food and Drug Administration). Negli ultimi 5 anni, afferma l’azienda, il farmaco è stato utilizzato da più di 3 milioni di donne in 70 paesi. «Tale approccio - afferma Erin Gainer, CEO di HRA Pharma - probabilmente renderà possibile un rapido accesso alla contraccezione d’emergenza a più di 120 milioni donne in tutta Europa». Altri contraccettivi di emergenza a base di un altro principio attivo, il levonorgestrel (efficaci fino a 72 ore dopo il rapporto a rischio), precisa l’Ema, hanno già uno status di farmaci senza prescrizione medica, in 23 paesi europei. Tali farmaci necessitano invece di prescrizione medica in Croazia, Germania, Grecia, Ungheria, Italia, Liechtenstein e Polonia. (ANSA).
In Italia
«In Italia il farmaco è ancora sottoposto a obbligo di prescrizione e di test di gravidanza. Speriamo che l’Agenzia italiana del farmaco (Aifa), alla luce della decisione di oggi del comitato tecnico dell’ente europeo Ema» di eliminare la prescrizione medica, «intervenga su questa pratica», ha dichiarato all’agenzia Adnkronos Salute Alberto Aiuto, amministratore delegato della filiale italiana di Hra Pharma, aziende produttrice del contraccettivo d’emergenza . «In questi giorni abbiamo chiesto consulenze ad avvocati ed esperti di regolatorio - spiega Aiuto - e nessuno ci sa dire qualcosa né sui modi né sui tempi» necessari per far sì che il nostro Paese si adegui a quanto sta per avvenire in Europa. «L’azienda ha presentato all’Ema i dati di efficacia e soprattutto di sicurezza raccolti su 3.000 donne, in base ai quali il Comitato Chmp ha preso la decisione di oggi. Il prodotto non ha effetti negativi su eventuali gravidanze già in corso», agendo sull’ovulazione. «Quindi, in pratica, è stata eliminata la controindicazione `gravidanza´ dal foglietto illustrativo. E, quindi non serve più la ricetta medica (né tantomeno il test delle urine) per ottenere il medicinale. Avevamo presentato gli stessi dati all’Aifa e la commissione tecnico scientifica aveva riconosciuto la validità di questa richiesta, demandando però la decisione al direttore generale, che a luglio ha deciso di chiedere, su questo tema, un parere al Consiglio superiore di sanità». «Ma a questo punto, con l’arrivo del parere del Chmp europeo - prosegue l’ad - credo che non sia nemmeno più necessario che il Css si pronunci. Fra un mese il Comitato dell’Ema rilascerà un parere articolato e sarà rivista la scheda tecnica, in cui non sarà più indicata la controindicazione `gravidanza´. Riteniamo che non ci siano più i presupposti per mantenere in Italia l’obbligatorietà del test di gravidanza, né della ricetta medica. Anche perché, essendo una procedura centralizzata, arriveranno confezioni di prodotto con bugiardini già aggiornati, che riporteranno la dicitura “senza obbligo di ricetta medica”». 
 
FONTE: corriere.it

sabato 22 novembre 2014

Il volo di AstroSamantha, la prima donna italiana nello spazio

Così si fa chiamare su Twitter Samantha Cristoforetti. Che scrive: «Eccomi in rampa di lancio». Resterà sei mesi nello spazio

AstroSamantha vola nello spazio. Per Samantha Cristoforetti è arrivato il momento lungamente atteso e domenica 23 novembre alle 22.01 seduta sulla poltrona di sinistra della navicella Soyuz salirà rapida verso la stazione orbitale Iss.

Così inizierà la missione Futura; un soggiorno cosmico di sei mesi. «Ispirata da Star Trek, sono cresciuta con il sogno dello spazio chiuso nel cuore e nella mente. Il caso mi ha favorito: sono felicissima».

Samantha, 37 anni, milanese, dopo aver volato sui caccia dell’Aeronautica Militare, è stata selezionata dall’Esa tra 8.500 candidati europei nel 2009 e da allora la sua è stata una corsa tra i centri d’addestramento in Giappone, Russia e Usa per affrontare il lungo lavoro da compiere in assenza di peso: circa 200 esperimenti, una decina preparati dall’Agenzia spaziale italiana.

«Ho il privilegio di essere un’abitante della grande casa cosmica e per questo mi impegnerò a condividere la straordinaria esperienza attraverso Twitter», aggiunge. Sul social network si fa chiamare @AstroSamantha e poche ore fa scriveva: «Eccomi qui sulla rampa di lancio».

Ingegnere all’Università di Monaco, è la prima astronauta italiana e oggi anche l’unica europea seguendo le orme della britannica Helen Sharman e della francese Claudie Haigneré. «Vorrei scrivere un diario per raccontare la mia vita giorno dopo giorno» confessa, aggiungendo che attraverso il sitoAvamposto42.esa.int parlerà di scienza e della nutrizione per far capire l’importanza della relazione tra cibo e salute.

FONTE: Giovanni Caprara (corriere.it)

domenica 16 novembre 2014

Diabete, oggi la Giornata Mondiale: in aumento il numero di bambini malati


L’analisi del dottor Scaramuzza della clinica pediatrica presso l’ospedale Sacco di Milano. “L’Italia è passata da 6-10 a 15-20 nuovi casi all’anno”. 

Un italiano su dodici. Cinque milioni di cittadini, di cui circa un milione non sa di averlo. È questa la stima dei malati di diabete nel nostro paese. La giornata mondiale, istituita dalla Federazione Internazionale Diabete e dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, prevede numerose iniziative informative nel corso di tutto il fine settimana. Perché combattere l’ignoranza che ancora esiste su questa patologia cronica aiuta la vita dei malati, in particolare dei bambini.

La forma più grave e meno diffusa, il 5% di tutti i casi, è il diabete di tipo 1, patologia autoimmune che distrugge progressivamente le cellule del pancreas  che producono l’insulina, condizione che si traduce in uno stato di iperglicemia e nell’impossibilità di utilizzare gli zuccheri come fonte di energia.

I bambini. Il diabete di tipo 1 colpisce soprattutto i giovani e non è prevenibile con l’adozione di uno stile di vita sano. Oggi in Italia i malati sono 150mila, di cui 20-25mila hanno meno di 18 anni. L’incidenza è andata aumentando soprattutto in quelle aree e fasce di età dove prima il diabete era meno diffuso. Nei bambini fino a sei anni, l’aumento è stato del 20% negli ultimi dieci anni. «Non conosciamo le ragioni del fenomeno, ma i dati sono chiari» spiega Andrea Scaramuzza, responsabile del servizio di diabetologia della Clinica Pediatrica dell’Università di Milano presso l’Ospedale Luigi Sacco di Milano. «Guardando ai bambini con meno di 14 anni, i paesi scandinavi e la Sardegna – da sempre ad alta incidenza di diabete - si mantengono stabili con 40-50 nuovi casi all’anno ogni 100mila bambini, mentre l’Italia peninsulare è passata da 6-10 a 15-20 nuovi casi».

Il rischio emarginazione. Convivere con questa malattia cronica è possibile. Il bambino deve essere seguito da un’equipe composta da diabetologo, dietologo e psicologo, figura questa importantissima per sostenere sia i genitori che i bambini, ma spesso non ancora presente in tutti i centri. Da uno studio per la rilevazione del disagio che il piccolo e la famiglia si trovano a vivere dopo la diagnosi, cui anche il Servizio di Diabetologia dell’ospedale Sacco ha contribuito, è emerso che i più allarmati sono i genitori, preoccupati sia per la gestione della malattia, che richiede monitoraggio del glucosio ematico e iniezioni di insulina più volte al giorno, sia per le eventuali complicanze future che i figli potrebbero affrontare. I bambini, dal canto loro, sembrano soffrire di più per aspetti relazionali, come l’esclusione dal gruppo dei pari. «L’emarginazione e la discriminazione cui possono andare incontro i piccoli diabetici è frutto di ignoranza sulla patologia e l’arma vincente è l’informazione, cui punta la Giornata Mondiale di oggi».   

Rivolta non solo ai cittadini ma anche ai medici di base. «Oggi il 30% di nuovi esordi è di chetoacidosi, una condizione molto grave dovuta ad uno squilibrio insulinico elevato; sono 7 su 10 i bambini con meno di 6 anni che scoprono così di avere il diabete. Spesso tuttavia vi sono dei sintomi premonitori della malattia, come bere e urinare molto e perdere peso o avere difficoltà a crescere, ed è auspicabile una maggior allerta e prontezza nel riconoscerli immediatamente per evitare di arrivare a degli stadi così avanzati», spiega il pediatra, che parteciperà oggi all’iniziativa dedicata ai bambini in programma aMilano. Perché «i mezzi per compensare il disturbo dell’insulina esistono. I bambini possono condurre una vita normale e vivere i momenti importanti con i loro amici. Ci vorrebbe però più informazione».

FONTE: Nicla Panciera (lastampa.it)

domenica 9 novembre 2014

Iniezioni più facili grazie all’evidenziatore di vene

Il nuovo dispositivo renderà meno traumatico il prelievo del sangue. Con la luce a infrarossi le vene saranno immediatamente visibili

Chi ha paura di aghi e siringhe tirerà un leggero sospiro di sollievo. Gli aghi ahimè restano, ma un nuovo dispositivo a luci infrarosse sviluppato dagli scienziati della banca del sangue dalla Croce Rossa Australiana consentirà agli infermieri di individuare le vene prima dei prelievi, evitando così quei tentativi che talvolta non vanno a buon fine e che scatenano l’ansia dei donatori e di chi si deve sottoporre agli esami del sangue.
La luce a infrarossi
La tecnologia illumina con luce a infrarossi le braccia del paziente, evidenziando le vene, che in questo modo sono subito visibili sulla pelle. Le vene infatti contengono emoglobina deossigenata, che assorbe la luce infrarossa e genera una mappa delle vene in tempo reale.
I test
I test verranno effettuati su 300 volontari che doneranno il sangue per la prima volta e su 600 donatori abituali tra i 18 e i 30 anni. I ricercatori sperano che con questo nuovo metodo possa aumentare il numero di donatori.

sabato 8 novembre 2014

Ossitocina: l'ormone che combatte l'ansia


Quando i suoi livelli sono bassi, lo stato di agitazione aumenta. Presto sarà sufficiente un semplice prelievo di sangue, anziché del liquido cerebrospinale, per controllarne i livelli. Speranze e prospettive terapeutiche anche per i casi di autismo

Impropriamente lo chiamano l'ormone dell'amore. In realtà potremmo definirlo della tranquillità. È l’ossitocina. E a quanto emerge da uno studio della Stanford University School of Medicine da poco pubblicato sulla rivista Molecular Psychiatry, le persone con bassi livelli di questo ormone sono più soggette a crisi d'ansia. Non solo, per la prima volta in assoluto è stato dimostrato che per monitorare questo parametro basta un semplice esame del sangue. Un vantaggio non indifferente se si pensa che sino ad oggi la concentrazione di ossitocina veniva misurata attraverso un ben più complicato prelievo di liquido cerebrospinale. Una scoperta che ora potrebbe aprire a nuove terapie per la cura di alcuni disturbi comportamentali dove l'ansia è una componente importante nella vita del malato. 

LO STUDIO
Per arrivare al risultato i ricercatori statunitensi hanno monitorato i livelli di ossitocina di un gruppo di volontari sia con un prelievo sanguigno sia attraverso il prelievo di liquido cerebrospinale. Dalle analisi è emerso che la quantità di ormone circolante nel sangue, pur essendo in quantità differente, correla con quella contenuta nel liquido cerebrospinale. Come spiega Dean Carson uno degli autori dello studio, «per la prima volta abbiamo dimostrato che c'è una stretta correlazione tra i livelli di ormone presenti nei due comparti. Ma ciò che rende questo studio ancor più importante è il dato che riguarda il livello diansia. Ad una minore concentrazione di ossitocina corrisponde un maggior stato d'agitazione». 

IL PRELIEVO
Sino ad oggi, per monitorare la quantità di ormone, l'unica strategia certa era il prelievo del liquido cerebrospinale. Una procedura invasiva che richiede l'inserimento di un ago a livello lombare. Se lo studio venisse confermato su un più ampio numero di pazienti, saremmo di fronte ad una svolta.  

LE PROSPETTIVE
Ma, al di là del metodo attraverso cui prelevare i campioni per dosare l'ossitocina, lo studio in questione apre ora scenari inaspettati nella terapia di molte malattie in cui l'ansia gioca un ruolo fondamentale. Chiare le parole della professoressa Karen Parker, coordinatrice dello studio: «Questa ricerca ci dà la conferma scientifica che misurare l'ossitocina attraverso un prelievo di sangue è possibile. Inoltre, dato più importante, questo ormone potrebbe diventare presto un biomarker per lo stato d'ansia. Non solo, proprio perché è presente in basse quantità la somministrazione di ossitocina potrebbe diventare una possibile nuova terapia».  
Un'ottima prospettiva anche per le persone autistiche: recenti studi mostrano che chi soffre della malattia, soprattutto i bambini, presenta alterazioni nel livello di ossitocina. Ecco perché, una delle strategie per combattere gli stati d'ansia, potrebbe essere l'assunzione dell'ormone.
FONTE: Daniele Banfi (lastampa.it)

giovedì 6 novembre 2014

Cnr: scoperta una proteina che rende la chemio più efficace


Per il trattamento nel carcinoma renale, il più comune negli adulti

Una proteina per rendere più efficace la chemio. A scoprirla sono i ricercatori dell’Istituto di tecnologie biomediche del Consiglio nazionale delle ricerche (Itb-Cnr) di Bari (Mariano Francesco Caratozzolo, Flaviana Marzano e Elisabetta Sbisà) hanno identificato una proteina che rende più efficace il trattamento chemioterapico nel carcinoma renale, tumore resistente alla chemioterapia e alla radioterapia, che fa registrare ogni anno ogni anno circa 86.000 nuovi casi in Europa e 8.200 (5.600 uomini e 2.600 donne) in Italia. Lo studio è pubblicato sulla rivista Oncotarget.  

«Abbiamo scoperto - spiega Apollonia Tullo, ricercatrice dell’Itb-Cnr e coordinatrice del lavoro - che nei carcinomi renali a cellule chiare i livelli cellulari della proteina TRIM8 diminuiscono drasticamente e questa diminuzione sarebbe responsabile della mancata attivazione dell’oncosoppressore p53, gene che codifica la proteina principalmente coinvolta nell’esecuzione dell’arresto della proliferazione cellulare e dell’apoptosi o morte cellulare programmata, indotta dai chemioterapici. Il carcinoma renale a cellule chiare è il tipo di cancro al rene più comune negli adulti ed è notoriamente resistente alla radioterapia e alla chemioterapia perché, pur riportando raramente una mutazione nel gene p53, presenta alterazioni in altre proteine che regolano l’attività e la stabilità di p53».  

I ricercatori del Cnr hanno dimostrato che ripristinando i livelli cellulari di TRIM8, le cellule diventano sensibili all’azione dei chemioterapici e la proliferazione tumorale viene bloccata in modo significativo.  

«La scoperta apre promettenti prospettive terapeutiche sia per i pazienti affetti da carcinoma renale, che in generale per altri tumori che resistono all’azione dei chemioterapici, perché aggiunge un nuovo tassello alla comprensione dei meccanismi di arresto della proliferazione tumorale in risposta ai chemioterapici», aggiunge Tullo.  

Lo studio è stato condotto in collaborazione con i ricercatori dell’Istituto di biomembrane e bioenergetica del Cnr di Bari (Alessio Valletti e Graziano Pesole), delle Università di Bari (Anna Maria D’Erchia, Francesca Mastropasqua, Italia Aiello) e di Foggia (Margherita Gigante, Elena Ranieri) e del Centro di ricerca di cancerologia di Lione (Hélène Simonnet). 

FONTE: lastampa.it

mercoledì 5 novembre 2014

Una proteina estratta dagli scorpioni gialli illumina il tumore a beneficio del chirurgo


La tecnica con l’utilizzo della Tumor Paint BLZ-100, permette di rendere visibili i tessuti cerebrali malati rendendoli più individuabili rispetto a quelli sani

Partirà nel dicembre del 2015 il primo trial clinico su pazienti con gliomi cerebrali per la valutazione di Tumor Paint, la molecola in grado di legarsi alle cellule tumorali e di illuminarle, rendendole così distinguibili dal tessuto sano. Il via libera alla sperimentazione è appena arrivato dalla Food and Drug Administration (FDA), l'ente governativo statunitense che si occupa della regolamentazione dei prodotti alimentari e farmaceutici. 

La proteina si chiama Tumor Paint BLZ-100 ed è stata sintetizzata a partire da una clorotossina (la clorotossina Cy5.5) estratta dal veleno del pericolosissimo Scorpione Giallo (Leiurus quinquestriatus) da un gruppo di ricercatori del Fred Hutchinson Cancer Research Center, del Seattle Children’s Hospital e della University of Washington. L'idea di legare la clorotossina, che supera la barriera ematoencefalica e si fissa alle cellule malate, ad un colorante verde fluorescente che emette nel vicino infrarosso, è venuta al neuroncologo pediatrico Jim Olson del Fred Hutchinson Cancer Research Center, uno dei fondatori della società oggi produttrice di Tumor Paint.

La possibilità di vedere le cellule tumorali significherebbe un enorme progresso nel trattamento chirurgico dei tumori cerebrali, spesso altamente infiltranti in aree critiche (“eloquenti”) per il movimento, il linguaggio e altre funzioni cognitive complesse. Le cellule malate sono, infatti,  difficilmente distinguibili ad occhio nudo dal tessuto sano. Per risolvere l’eterno dilemma tra estirpare il tumore, asportando grandi porzioni di massa cerebrale e rischiando così di causare lesioni al tessuto sano circostante, oppure adottare una strategia più conservativa, per non compromettere le funzioni cerebrali fondamentali, oggi il neurochirurgo ha a disposizione alcuni strumenti come la localizzazione pre-operatoria delle aree con risonanza magnetica funzionale e la stimolazione corticale diretta, durante operazioni neurochirurgiche a paziente sveglio (awake surgery), per il mappaggio delle funzioni e il controllo in diretta delle aree su cui intervenire.

L’illuminazione delle cellule tumorali con Tumor Paint consentirebbe una precisa resezione del tumore. Infatti, la sensibilità di rilevazione della molecola è così elevata da permetterci di distinguere tumori delle dimensioni di 1 millimetro di diametro. Intanto, gli scienziati stanno lavorando anche alpotenziamento della tecnologia di imaging nell’infrarosso vicino, ottimizzandone il funzionamento a bassi livelli di agente fluorescente.

In Italia, l’incidenza annuale dei gliomi è di 6-7 ogni 100.000 abitanti e i tumori del cervello sono la prima causa di morte per cancro nei bambini, dopo le leucemie. La sperimentazione, che partirà nel dicembre 2015, coinvolgerà 21 pazienti con glioblastoma e di età compresa tra i 18 e i  75 anni, nel centro Cedars-Sinai Medical Center di Los Angeles e in Australia, presso la NEWRO Foundation di Brisbane. I ricercatori sperano di poter presto estendere la sperimentazione ad altri tipi di neoplasie, come il cancro al seno, pelle, prostata e colon. 

FONTE: Nicla Panciera (lastampa.it)