sabato 26 aprile 2014

Infarto, cure più efficaci e nuovi test

infarto

Le ultime ricerche sulla terapia dell’ infarto e gli esami per vedere le placche aterosclerotiche da vicino

Le malattie cardiovascolari sono ancora oggi un problema enorme in Italia: ogni anno oltre 200mila persone muoiono per una di queste patologie, che uccidono più dei tumori. Le prospettive di diagnosi e cura più innovative sono state al centro dell’ultimo convegno “Conoscere e curare il cuore” del Centro per laLotta contro l’Infarto, a Firenze: dal palloncino che rilasciando un farmaco nel trombo che occlude la coronaria risolve più efficacemente l’infarto alle nuove tecniche di diagnostica per immagini, che consentono di vedere molto da vicino le placche aterosclerotiche per capire meglio come evolveranno.

Infarto

A Firenze sono stati discussi i risultati dello studio Cocktail II, per il quale pazienti con infarto sono stati suddivisi a ricevere due diversi trattamenti mirati a eliminare il coagulo responsabile dell’occlusione della coronaria: in un caso il trombo veniva aspirato attraverso un catetere, nella cosiddetta trombectomia; nell’altro si portava un palloncino poroso a livello del trombo per rilasciare proprio dove serve un farmaco in grado di “scioglierlo”. Quattro anni fa una prima ricerca sull’argomento aveva mostrato che la somministrazione locale del trombolitico era molto più efficace nel ridurre l’entità del trombo rispetto allo stesso farmaco dato per via generale; lo studio Cocktail ha ora verificato che questo approccio migliora la circolazione sanguigna nelle arterie cardiache con vantaggi che aiutano a ridurre gli eventi avversi, dagli infarti successivi alla mortalità entro un anno dall’intervento. «Usare un metodo per la somministrazione locale del farmaco aumenta il flusso sanguigno nelle coronarie colpite dall’infarto, migliorando la prognosi dei pazienti – spiega Francesco Prati, presidente del centro per la Lotta contro l’Infarto –. Lo studio per la prima volta ha confrontato questo approccio alla trombectomia, rivelando la superiorità del palloncino poroso carico di farmaco rispetto all’aspirazione: si tratta perciò di una tecnica che può essere associata all’angioplastica per ridurre il trombo prima di applicare uno stent, ottimizzando gli esiti dell’intervento».

Placche

Le novità però non finiscono qui: una ricerca francese discussa durante il congresso ha mostrato per la prima volta come si comportano le placche aterosclerotiche che provocano gli infarti. I “restringimenti” delle coronarie responsabili dell’infarto nei pazienti partecipanti sono stati trattati con la semplice aspirazione del trombo, lasciando dov’era la placca aterosclerotica sottostante; quindi, gli autori hanno guardato la placca con la tomografia ottica a coerenza di fase (OTC) scoprendo che in alcuni casi questa si era ulcerata e una sua parte si era “rotta” nel lume del vaso, in altri era stata erosa. Non solo, andando ad analizzare nuovamente la placca mesi dopo l’infarto se ne sono potuti osservare i cambiamenti: quando si era rotta per ulcerazione restava un “cratere” praticamente identico anche a distanza di mesi, nelle lesioni prodotte per erosione invece restavano più “strati” nella placca. «La possibilità di osservare in grande dettaglio i segni dei vecchi eventi cardiovascolari è molto preziosa perché può fornirci utili informazioni – osserva Prati –. Ricostruire il comportamento delle placche nel tempo ci aiuta a capire infatti quali sono quelle più a rischio di provocare nuovi eventi cardiovascolari e quali invece non destano preoccupazione, personalizzando ancora di più le terapie». Gli studi sono agli inizi e servirà ancora tempo per capire con precisione le implicazioni cliniche delle diverse tipologie di placca ma grazie alle nuove tecniche di diagnostica per immagini, sempre più sofisticate, la strada verso una migliore comprensione e cura dell’infarto pare tracciata.

FONTE: Elena Meli (corriere.it)

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