sabato 23 agosto 2014

Ebola: domande&risposte

I principali quesiti sull’infezione, sulla sua origine, sui suoi rischi diffusione e sulla possibilità di cura

L’epidemia di febbre emorragica da virus Ebola in corso in Africa è in assoluto la peggiore mai osservata e pone una serie di interrogativi sulle sue cause, su come contenerla, su come curare la malattia. Abbiamo chiesto alcune precisazioni e chiarimenti di fondo sulla situazione a Massimo Galli, ordinario si Malattie infettive all’università degli studi di Milano e primario di infettivologia all’Ospedale Luigi Sacco, di Milano

In primo luogo che cosa è Ebola?

È un virus, il cui ospite abituale è un animale molto «lontano», sia evolutivamente, sia, in condizioni normali, anche «fisicamente» dall’uomo. Una sorta di «alieno» per il quale noi siamo un «pianeta sacrificabile», nella nostra sfortunata qualità di ospiti accidentali. In realtà gli Ebola a oggi noti sono cinque, di cui tre molto patogeni per l’uomo, uno di cui si sa poco, ma che probabilmente è poco patogeno e uno, Ebola Reston, praticamente innocuo per noi. Il più letale di tutti, Ebola Zaire (ZEBOV), è il responsabile della epidemia in corso.

Da dove proviene il nome Ebola? 

Ebola è il fiume dello Zaire (oggi Repubblica Democratica del Congo, RDC) presso il quale nel 1976 sono stati documentati i primi casi dell’infezione.

Quante sono state le epidemie significative documentate?

ZEBOV è ricomparso dopo 18 anni in Gabon (1994), poi nel ’95 nella RC e nel ’96 e nel 2001 ancora in Gabon, nella RC (2002-2004) e nella RDC (2004-2007 e ancora nel 2008) e infine in Guinea alla fine del 2013.

Che cos’hanno in comune i Paese storicamente colpiti dalle epidemie?

Tutti questi Paesi sono compresi nell’areale di distribuzione del principale candidato al ruolo di animale ospite, il pipistrello della frutta dalla testa di martello (Hypsignathus monstruosus).

Come si spiega l’andamento irregolare delle epidemie?

È stato ipotizzato che l’infezione possa presentare riaccensioni stagionali nella specie serbatoio, forse condizionate da fattori climatici. La conseguente maggior circolazione del virus, associata a una scarsità di cibo nella stagione secca tale da indurre i pipistrelli a cercare fonti di nutrimento in aree abitate, creerebbero le condizioni per il passaggio all’uomo. L’ultima epidemia può essere stata favorita anche dalla intensa deforestazione, che ha probabilmente inciso sulle abitudini dei pipistrelli. La regione della Guinea attorno a Gueckedou, dove l’epidemia ha avuto inizio, si incunea tra Sierra Leone e Liberia, ed è stata tra le più intensivamente deforestate Si ritiene che l’infezione possa essere acquisita direttamente dalla frutta contaminata dalle deiezioni dei pipistrelli, che sono inoltre cacciati a scopo alimentare.

A quanto pare, quindi, Ebola c’entra poco con la nostra specie… ma potrebbe succedere che si «adatti» diventando un virus che ci infetta stabilmente ?

Poco probabile: è invece interessante sottolineare come si siano verificati successivi travasi dal serbatoio animale all’uomo. È chiamato fenomeno dello «spillover», per cui ogni epidemia è attribuibile a un virus uscito di fresco dalla foresta, almeno un po’ diverso dai ceppi responsabili delle epidemie precedenti. Tutte le epidemie, inoltre, si sono fino ad oggi arrestate dopo un numero molto limitato di passaggi tra uomo e uomo. In altre parole, noi non facciamo da serbatoio aggiunto, ma tutto ricomincia da capo ogniqualvolta si creino le condizioni per cui il virus possa uscire di nuovo dalla foresta.

L’epidemia in corso sembra espandersi molto più delle precedenti: è vero? E se si, perché? 

Bisogna tener conto delle caratteristiche dei Paesi colpiti. Poverissimi (nello United Nations Development Programme Human Development Index, Liberia,Sierra Leone e Guinea stanno rispettivamente al 174°, 177° e 178° posto su 187 Paesi), devastati (la Liberia e la Sierra Leone) da guerre civili e colpi di stato, con tassi d’alfabetizzazione molto bassi e un’organizzazione sanitaria precaria. A onor del vero, non è che gli altri Paesi africani ove ZEBOV è emerso in passato non siano quasi altrettanto poveri, ma la densità di popolazione dei tre Paesi in cui l’epidemia è in corso è molto maggiore, il che potrebbe aver favorito la diffusione della malattia. Difficile inoltre pensare che l’isolamento obbligatorio di malati possa essere facilmente accettato in luoghi in cui la stessa esistenza dei virus può essere concetto incomprensibile ai più. Anche perché nella maggioranza dei casi le persone isolate perché già sintomatiche sono destinate a morire, e non appena questo viene percepito, non stupisce che ci possa essere chi si sottrae, peggiorando la situazione per se e per i propri familiari. Non meraviglia, se collocato in questo contesto, l’assalto a mano armata verificatosi di recente in Liberia per «liberare» gli isolati da un ospedale. In questa situazione, il contenimento dell’epidemia nei Paesi colpiti richiederà fatica e tempo.

E fuori dai tre paesi? Cominciamo con la Nigeria ed il Congo… 

Il focolaio epidemico in Nigeria è un caso a sé, innescato da un funzionario governativo liberiano che aveva raggiunto Lagos in aereo ed è morto cinque giorni dopo, Il 25 luglio, in un ospedale cittadino. Altre quattro persone che avevano avuto contatti con lui sono decedute giorni dopo. Tra confermati e sospetti i casi in Nigeria sono in tutto 15 al 18/8, e il focolaio sembra avviarsi a contenimento. Diversa la situazione nella RDC: i casi, che necessitano ancora di conferma virologica, sono stati segnalati in Equateur, una provincia già interessata da ZEBOV, la cui lontananza dai Paesi interessati dalla epidemia principale fa pensare ad un fenomeno indipendente, a una nuova sortita del virus dalla foresta.

E l’Europa?

La gravità della malattia ostacola fortemente gli spostamenti individuali e ne limita la diffusione. Tenuto tuttavia conto della durata d’incubazione dell’infezione, in media circa sette giorni, il trasferimento di persone infettate mediante viaggi in aereo non può essere completamente escluso. Ciononostante, oltre al paziente liberiano volato a Lagos, si ha notizia di un solo caso di trasferimento per via aerea di una persona inconsapevole di essere infettata, avvenuto nel 1996 con un volo commerciale dal Gabon a Johannesburg. A oggi, non si è verificato nessun caso confermato di trasferimento inconsapevole di Ebola in Europa o in America. Una fugace apparizione in Europa ha fatto Ebola Reston, una specie scarsamente patogena per l’uomo, che non ha causato effetti di rilievo nelle 25 infezioni umane documentate. Anche in questo caso l’animale ospite sarebbe un pipistrello, ma delle Filippine: Reston è l’unico Ebola non africano, e ad oggi si è dimostrato in grado di causare malattia nelle scimmie e nel maiale.

Tornando al temutissimo Ebola Zaire: come si trasmette? 

Per contatto stretto con sangue, sudore, secreti genitali, saliva, urine e feci dei malati e per contatto con o consumo alimentare di animali malati o morti o con le deiezioni dell’animale ospite. I livelli viremici e quindi, presuntivamente, il rischio di trasmissione sono maggiori nelle fasi avanzate di malattia e correlano con la gravità della stessa. Il rischio di trasmissione in un reparto di isolamento tende ad annullarsi qualora vengano rispettate le raccomandazioni vigenti .

E per quanto riguarda il rapporto casi/decessi, l’epidemia in corso è la peggiore ?

Le epidemie da ZEBOV sono state fino ad ora gravate da una letalità compresa tra il 47 e l’89%. Direi che purtroppo siamo in media…

Le notizie sull’antisiero hanno suscitato speranze. Sono legittime? 

Come sempre in medicina non ci si può basare su due soli casi per gridar vittoria. Siamo però di fronte a un antisiero fatto da anticorpi monoclonali, cioè da anticorpi tutti rivolti contro il virus Ebola, che potrebbe svolgere un ruolo importante nel contenimento dell’infezione. Lo ZMapp, in particolare, è costituito da una miscela di tre diversi anticorpi monoclonali , pensata per avere più punti d’attacco contro il virus. Secondo quanto scritto sul sito dei CDC (Centers of Disease and Control di Atlanta) l’8 di agosto, sarebbero disponibili dosi solo per un numero molto limitato di trattamenti. Il governo USA, attraverso il National Institute for Allergic and Infectious Diseases (NIAID) ha investito 28 milioni di dollari in un progetto che coinvolge 25 laboratori di ricerca in sette Paesi, al fine di trovare il miglior cocktail di anticorpi monoclonali possibile, ma nessun prodotto ha ancora iniziato l’iter procedurale previsto per lo sviluppo di un farmaco. Lo stesso può essere detto per un farmaco, un analogo nucleosidico all’apparenza assai potente in provetta, sviluppato dall’U.S. Army Medical Research Institute of Infectious Diseases, che avrebbe un costo molto inferiore e sarebbe più facile da usare sul campo. Come si può immaginare, la febbre emorragica da Ebola non è che una delle tante malattie orfane, per le quali non c’è stato fino ad ora un vero interesse da parte delle case farmaceutiche, in questo caso in parte giustificate dalle limitazioni imposte all’impiego di isolati di Ebola al di fuori di un numero limitatissimo di laboratori certificati. Anche sul vaccino non è stato fatto molto, tanto che la rivista Science nell’editoriale del 25 luglio intitola la tabella che elenca l’avanzamento della ricerca sulla terapia e sul vaccino con un mesto too little, too late («troppo poco, troppo tardi).

FONTE: corriere.it

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