mercoledì 29 gennaio 2014

Sesso: più bravi degli italiani solo brasiliani e spagnoli. I peggiori al mondo? I tedeschi



Dimenticate Casanova, l'avventuriero veneziano il cui nome è divenuto sinonimo di seduzione in tutto il mondo e simbolo dell'amante per eccellenza, quello italiano, romantico e passionale al tempo stesso.

Gli uomini del Bel Paese non sono i più bravi a fare l'amore. Secondo un sondaggio One Poll sottoposto a 15.000 donne di venti nazionalità e pubblicato tra gli altri da Telegraph, Daily Mail e Hindustan Times, i migliori amanti del mondo sono i brasiliani, seguiti dagli spagnoli e dagli italiani, al terzo posto in classifica.

Non c'è da lamentarsi, tutto considerato. Fuori dal podio rimangono i francesi (al quarto posto) e gli irlandesi (quinti). Seguono sudafricani, australiani, newzelandesi, danesi e canadesi, al decimo posto.

Il quiz sull'universo maschile sotto le lenzuola ha decretato anche gli amatori peggiori: sarebbero i tedeschi, penalizzati perché «troppo puzzolenti».

Dopo di loro non hanno conquistato il favore delle intervistate gli svedesi, «troppo sbrigativi», gli inglesi, «troppo pigri», ma anche gli olandesi, per l'eccessiva «voglia di dominare», e gli americani, «esageratamente agitati».

I greci, poi, sono considerati «sdolcinati», i gallesi «egoisti», gli scozzesi «chiassosi», i turchi «smielati» e, infine, i russi, «troppo villosi».

FONTE: salute.ilmessaggero.it

sabato 25 gennaio 2014

Con le stoviglie autopulenti in nanocellulosa i piatti non si laveranno più

Il prototipo dei piatti autopulenti in nanocellulosa (da Tomarrowmachine.se)

Con risparmio di acqua ed energia e senza immettere detersivi nell’ambiente

Chi ama lavare i piatti alzi la mano, tutti gli altri possono invece cominciare a sperare di non dover più affrontare questa faccenda domestica tra qualche anno. Lo studio di design svedese Tomorrow Machine ha infatti realizzato, insieme alla società di ricerca Innventia, un prototipo di stoviglie autopulenti o meglio che non necessitano di essere lavate, una volta usate. Le due socie di Tomorrow Machine, Hanna Billqvist e Anna Glansén, sono specializzate nella creazione di packaging alimentari, o per altri tipi di oggetti, realizzati con materiali intelligenti e sfruttando le più nuove tecnologie. Così l’Associazione federale forestale svedese si è rivolta anche a loro per il progetto Ekoportal 2035 chiedendo lo sviluppo di tre prodotti a base di cellulosa.  

NANOCELLULOSA - Oltre ai piatti e alle tazze, il team di Tomorrow Machine ha progettato oggetti di plastica stampabili in 3D e un touch screen trasparente a base di nanocellulosa che può essere utilizzato per scattare fotografie. Studiando questa materia le designer di Tomorrow Machine hanno scoperto che, oltre a essere dura come la ceramica, ma al tempo stesso infrangibile in caso di caduta, la cellulosa può essere resa idrorepellente grazie a un rivestimento idrofobico – a base di cera sciolta ad alta temperatura e pressione – che respinge le molecole dei liquidi.

PROTOTIPI - Il piatto e la tazza, che sono stati realizzati come prototipi grazie al Kth (Istituto reale di tecnologia di Stoccolma), si comportano come le foglie di loto che fanno scivolare le gocce di acqua: allo stesso modo per pulire queste stoviglie basta inclinarle senza dover usare acqua né detersivi. L’innovazione non faciliterebbe solo la vita delle persone, ma sarebbe anche di aiuto per l’ambiente perché eviterebbe il consumo di una grande quantità d’acqua e di energia (per riscaldare la temperatura dell’acqua) e l’inquinamento da parte dei detersivi. «Questa tecnologia è stata sviluppata per essere il più sostenibile e priva di sostanze chimiche possibile», ha detto Hannah Billqvist. Il materiale è attualmente in attesa dell’approvazione necessaria per essere utilizzato con il cibo, infatti già alcuni tessuti e vernici funzionano nello stesso modo, ma per la prima volta un materiale di questo tipo verrebbe a contatto con cibi e bevande.
 
FONTE: corriere.it

lunedì 20 gennaio 2014

Google, lenti a contatto per diabetici monitorano il glucosio con un chip

Google, lenti a contatto per diabetici
monitorano il glucosio con un chip
 Dopo i Google Glass e i termometri intelligenti dentro casa, Big G esplora nuove frontiere. Sono in fase di test lenti a contatto“smart” pensate pr monitorare il diabete, che colpisce una persona su 19 al mondo.
Frutto di Google, laboratorio per i progetti atipici come i palloni aerostatici per portare il wi-fi, al momento le lenti sono un prototipo in fase di sperimentazione. Coinvolta nella sperimentazione anche la Fda, l'agenzia del governo Usa che regolamenta cibi e medicinali in commercio.

Le lenti a contatto intelligenti, spiegano sul blog di Google i co-fondatori del progetto Brian Otis e Babak Parviz, sono state concepite «per misurare i livelli di glucosio nelle lacrime attraverso un minuscolo chip wireless e un sensore di glucosio miniaturizzato, posti tra due strati morbidi di materiale per lenti a contatto».

Al momento, precisano, «stiamo testando dei prototipi per effettuare questa lettura una volta al secondo».«Inoltre - aggiungono - stiamo approfondendo se questa tecnologia abbia il potenziale per diventare un sistema di allarme per chi la indossa, integrando minuscolo luci Led in grado di illuminarsi per informare che i livelli di glucosio sono saliti o scesi oltre una determinata soglia».

«Questa tecnologia è ancora agli inizi ma abbiamo già portato a termine studi clinici di ricerca che ci stanno aiutando a perfezionare il prototipo - dicono ancora Otis e Parviz -. Abbiamo intenzione di cercare partner esperti in materia in modo che posaano essere loro a portare sul mercato questo genere di prodotti».

sabato 18 gennaio 2014

Herpes genitale: una possibile cura

Un farmaco sperimentale potrebbe risolvere il problema di molte persone affette da Herpes Genitale. Ulteriori studi saranno necessari, ma le promesse ci sono tutte. La ricerca

L’Herpes genitale è una malattia che si trasmette sessualmente e purtroppo e nonostante le campagne d’informazione sul sesso sicuro, è ancora assai diffusa. Questa infezione è causata dal virus “herpes simplex”, noto come HSV-2 e senza precauzioni, allo stato attuale, sembra impossibile evitarne la trasmissione o eliminare totalmente l’infezione.

Tuttavia, alcuni ricercatori aprono le porte a una possibile soluzione, dando alla luce un farmaco denominato “Pritelivir” che pare sia in grado di frenare la diffusione virale nelle persone che hanno già contratto questa forma di Herpes. Inoltre, si è riusciti a dimezzare il tempo di vitalità del virus, riducendo così il rischio di trasmissione al proprio partner.

I risultati dello studio sono stati riportati il 16 gennaio sul New England Journal of Medicine. Qui si riporta che per condurre la ricerca gli studiosi hanno scelto di reclutare 156 pazienti affetti dalla malattia, che saranno seguiti per circa un mese. Nonostante si tratti di uno studio di durata molto breve, i ricercatori si dicono soddisfatti dei risultati. Il farmaco, infatti, è di nuovissima concezione rispetto ai classici già in uso. Pertanto la loro speranza è che Pritelivir possa davvero dimostrarsi efficace anche per prevenire la trasmissione del virus.

«C’è stata una drammatica diminuzione della probabilità di diffusione virale in questo studio – spiega il dottor Richard Whitley, esperto di malattie infettive presso l’Università di Alabama (Birmingham) – Siamo all’inizio di una nuova era».
Ovviamente, gli studiosi sono consapevoli del fatto che occorrerà fare ancora moltissima ricerca in merito. Tuttavia, ritengono di essere sulla buona strada.

L’infezione da HSV-2 può portare a piaghe genitali molto dolorose che, in genere, possono interessare anche il retto. La sua pericolosità, tuttavia, diventa molto più elevata nel caso di una donna incinta: se viene passata al neonato durante la nascita, per lui potrebbe essere fatale. Nel caso in cui interessasse il cervello, l’infezione ne causerebbe infatti la morte.
Il problema consiste anche nella latenza del virus una volta che lo si è contratto: esso rimane infatti latente nelle cellule nervose per tutta la vita. E’ sufficiente un indebolimento immunitario per far sì che venga riattivato.

I farmaci attualmente in uso non garantiscono un’immunità totale e quello del nuovo studio ancora non è perfezionato.
«Chiaramente, vorremmo fare di meglio», spiega la dott.ssa Anna Wald, professore di allergie e malattie infettive presso l’Università di Washington School of Public Health a Seattle.
Il farmaco più “antico” nel trattamento dell’Herpes sembra essere l’Aciclovir, sviluppato intorno agli anni Ottanta. Ma anche gli altri farmaci di uso più comune, secondo il dottor Lawrence Stanberry, un esperto di malattie infettive presso la Columbia University Medical Center/NewYork-Presbyterian Hospital, hanno dato sollievo alla vita di molte persone. Tuttavia, ora, molti medici stanno notando una resistenza virale ai farmaci come l’Aciclovir, in particolare nelle persone affette da HIV (il virus responsabile dell’AIDS). La speranza è dunque quella di sviluppare un nuovo farmaco che sia in grado anche di eliminare totalmente il virus che rimane latente nelle cellule nervose.

«Ma noi non abbiamo niente di simile. […] Tuttavia è eccitante che ci sia una nuova classe di farmaci. Questo ha il potenziale di migliorare il trattamento», ha commentato Stanberry.

Lo studio è stato finanziato dalla casa farmaceutica “AiCuris” e durante la ricerca i volontari sono stati suddivisi in maniera casuale in cinque gruppi. Solo un gruppo ha ricevuto il placebo; gli altri, quattro dosaggi differenti del farmaco sperimentale. I migliori effetti si sono evidenziati nei soggetti che hanno assunto la dose più alta del farmaco (75 mg/die). In tali soggetti, la diffusione virale si era ridotta al 2%, contro il 27% delle persone che assumevano il placebo. Ottimi risultati anche nel gruppo che ha assunto il Pritelivir solo una volta a settimana ma a dosaggio più elevato (400 mg).

Secondo il dott. Stanberry questo è un eccellente risultato perché l’assunzione di una sola volta a settimana rende il trattamento più semplice ed economico.
Attualmente non sono state registrate conseguenze significative su eventuali effetti collaterali del farmaco, tuttavia sarebbe necessario condurre uno studio più lungo per valutare anche questi. Anche perché lo scorso maggio la FDA Americana ha sospeso una ricerca sul farmaco condotta su modello animale (scimmie) perché si erano mostrati alcuni imprevisti: anomalie al sangue e alla pelle.
Non è chiaro come ciò sia accaduto, perché «non abbiamo osservato questi effetti sugli esseri umani», spiega Wald.

Indubbiamente, se il farmaco è davvero benefico per i soggetti affetti da Herpes, è il caso di condurre nuovamente degli studi clinici sugli esseri umani. Solo così sarà possibile comprendere davvero se c’è la possibilità che si manifestino eventuali effetti collaterali e che l’efficacia sia effettiva.

FONTE: lastampa.it

mercoledì 15 gennaio 2014

Un robot per curare il tumore alla prostata


Il cancro di questo tipo colpisce ogni anno 25.000 uomini. Il punto sulle tecniche più avanzate per curarlo

Colpisce ogni anno in Italia 25.000 uomini. Nella maggior parte dei casi non è una forma aggressiva e raramente, se presa per tempo, dà luogo a metastasi. Ma il tumore alla prostata, può lasciare strascichi tutt'altro che piacevoli, in particolare come conseguenza degli interventi chirurgici. Fra le tecniche più avanzate per curarlo c'è la chirurgia robotica. Una tecnica minimamente invasiva con la quale è possibile effettuare manovre di altissima precisione, che non traumatizzano la muscolatura del paziente. Un metodo consolidato negli Stati Uniti, in Europa e in Asia e uno dei settori in cui il nostro paese ha un ruolo-guida.

Con il passare degli anni a causa di alcune patologie la prostata può ingrossarsi fino a dare disturbi soprattutto di tipo urinario. Ma poiché si tratta di una situazione che spesso si manifesta dopo i 50 anni, si tende a procrastinarne i controlli che ne rallentano la prevenzione. Parliamo di una ghiandola molto sensibile all'azione ormonale , in particolare di quelli maschili, come il testosterone, che ne influenzano la crescita. Il tumore della prostata ha origine proprio dalle cellule presenti all'interno della ghiandola che cominciano a crescere in maniera incontrollata.

Quasi tutti i tumori prostatici diagnosticati originano dalle cellule della ghiandola e sono chiamati adenocarcinomi. Molto più comuni sono invece le patologie benigne che colpiscono la prostata, soprattutto dopo i 50 anni, e che talvolta provocano sintomi che potrebbero essere confusi con quelli del tumore. Nell'iperplasia prostatica benigna la porzione centrale della prostata si ingrossa e la crescita eccessiva di questo tessuto comprime l'uretra - canale che trasporta l'urina dalla vescica all'esterno attraversando la prostata che, compressa, crea problemi nel passaggio dell'urina

Ma quali sono i vantaggi dell'intervento con l'aiuto del robot? "La chirurgia robotica- spiega Claudio Anceschi, primario dell'Unità Operativa di Urologia dell'Ospedale San Camillo, che da pochi mesi ha ripreso questa tecnica - rappresenta presente e futuro in campo oncologico, ma è l'Urologia che vede il più vasto campo di applicazione dei robot. Inoltre la chirurgia robot assistita è indicata nel trattamento del carcinoma della prostata e nei tumori del rene, specialmente nei casi in cui si intende asportare solo la lesione e non l'intero organo".

Secondo molti esperti con questa tecnica il paziente torna a casa prima e c'è un minor rischio di incontinenza. "Le condizioni del paziente nel post operatorio, sono migliori rispetto ad interventi con chirurgia tradizionale, con un recupero molto più rapido - aggiunge Anceschi - . Ma c'è bisogno di un sostegno economico da parte delle amministrazioni delle strutture sanitarie, come nel nostro caso, con degli investimenti per l'utilizzo di macchinari all'avanguardia. Si rilancia così l'eccellenza nel settore pubblico nell'interesse del cittadino".

Uno dei principali fattori di rischio per il tumore della prostata è l'età: le possibilità di ammalarsi sono molto scarse prima dei 40 anni, ma aumentano sensibilmente dopo i 50 anni e circa due tumori su tre vengono diagnosticati in persone con più di 65 anni. I ricercatori hanno dimostrato che moltissimi (tra il 70 e il 90 per cento) uomini oltre gli 80 anni hanno una lesione prostatica , anche se nella maggior parte dei casi la malattia non dà sintomatologia.

L'80% degli italiani con oltre 60 anni soffre di una patologia urologica. Non solo tumore della prostata, la neoplasia maschile piu' diffusa per la quale si registra un boom di incidenza del 53% negli ultimi dieci anni, ma anche incontinenza urinaria, neoplasia del rene, disfunzione erettile. Patologie che colpiscono sempre di più anche i giovani, se si considera che il tumore del testicolo ha fatto registrare un aumento del 45% negli ultimi 30 anni tra i ragazzi tra i 16 e i 24 anni. Ma i disturbi vengono troppo spesso sottovalutati.

FONTE: repubblica.it

domenica 12 gennaio 2014

L’eco-villaggio al cento per cento dove cibo ed energia sono a «km 0»

L’imprenditore agricolo Giovanni Leoni, 52 anni (Cavicchi)

(nella foto: l'imprenditore Giovanni Leoni)

Ci vivranno 240 persone in 60 abitazioni. «Caso unico nel mondo»

C’è un grande prato verde dove nascono speranze cantava Gianni Morandi. Il prato verde di Giovanni Leoni, 52 anni, imprenditore agricolo parmense con una rivoluzionaria idea in testa e un progetto che a mesi diventerà realtà, sono i 28 ettari sui quali il prossimo settembre verranno posate le 60 abitazioni (per altrettante famiglie, totale 240 persone) del suo Agrivillaggio, un quartiere ecologico totalmente autosufficiente dal punto di vista alimentare ed energetico, fornito di negozi e servizi, dove nulla viene sprecato, tutto viene prodotto secondo i cicli naturali dell’agricoltura e i cui abitanti si muovono a piedi, in bici o con auto elettriche.

Un eco-villaggio, «unico al mondo» afferma Leoni, capace di provvedere ai bisogni dei residenti nel rispetto dell’ambiente. Dove la filosofia del «Km 0» trova piena attuazione (Leoni parla di «iperzero»): «Tra il consumatore residente nel villaggio e l’agricoltore non ci sono intermediari né sprechi di risorse per il trasporto: tutto viene prodotto all’interno dell’Agrivillaggio, a cominciare dai prodotti di stagione».

Il cuore pulsante, «il polo energetico» come lo chiama Leoni, è la stalla già perfettamente funzionante e in linea con le migliori tecnologie, che sforna cibo, consente il riciclo dei rifiuti e produce energia (biogas, quindi metano).
Il progetto di Leoni, a un tiro di schioppo da Parma, a Vicofertile, dove la campagna lambisce la prima periferia, non è un ritorno al Medioevo, «né una suggestione da eremita». È un modo diverso di pensare il futuro, l’alimentazione, l’abitabilità, i rapporti sociali. Un modello alternativo alle grandi megalopoli-dormitorio che parte dalla constatazione «dell’enorme debito ecologico che il genere umano ha ormai contratto con la Terra». Un modello che punta, nel rispetto dei cicli, a creare un mondo con più beni e servizi e un minor impatto ambientale:«A differenza di adesso, l’agricoltura del futuro dovrà partire dal fabbisogno ideale di ciascuno, guardando in faccia il consumatore». È quella che Leoni chiama «agricoltura on demand»: «Nel villaggio gli orti e i frutteti produrranno cibo per un migliaio di persone, anche se i residenti sono 200: l’eccedenza sarà venduta all’esterno».
Se negli ultimi dieci anni Leoni ha potuto dedicarsi anima e corpo al progetto dell’Agrivillaggio - che decollerà ufficialmente all’inizio del 2015 per sfruttare la scia dell’Expo di Milano e che si è avvalso della consulenza di architetti, biologi e ingegneri - lo si deve alla solidità della sua azienda agricola, leader nel settore, che produce ogni anno 1500 forme di Parmigiano-Reggiano, 22 mila quintali di pomodori e 10 mila di cipolle.

L’azienda sarà il cuore pulsante dell’Agrivillaggio. È in essa che Leoni ha riversato le conoscenze accumulate nelle più diverse aree del mondo (dall’Argentina all’Australia) nel campo della sperimentazione agricola e ora confluite in una sorta di «fattoria didattica» per gli studenti delle scuole medie e superiori. Anche sul piano urbanistico il progetto presenta lati innovativi. Ispirato dalle teorie dell’architetto Frank Lloyd Wright («La città vivente», 1958) e dalle transition towns fondate in Irlanda e in Inghilterra dall’ambientalista Rob Hopkins, l’Agrivillaggio prevede nuove concezioni abitative: «Case a un piano con un tetto che fa da terrazza sugli orti. Ogni modulo poggia su una piattaforma di cemento e ha una superficie di 18 metri quadrati. Saranno i residenti a scegliere la metratura: basterà aggiungere o togliere i moduli».
Il costo della casa, fornita di fotovoltaico e solare termico, è volutamente basso per consentire a tutti di usufruirne: «Non si acquista la terra, che resta di proprietà dell’azienda, ma il diritto di superficie. Chi vuole può acquistare una quota che diventa una sorta di pensione integrativa». Autogestita anche l’urbanizzazione. Non ci saranno fogne: «Tramite la fitodepurazione i rifiuti vengono trasformati in cibo per piante, biomassa e quindi energia». Di notte funzionerà un’illuminazione al passaggio. E poi c’è l’aspetto sociale: «La spesa a “Km 0”, la possibilità del telelavoro e i servizi del villaggio consentiranno ai residenti di dedicare più tempo ai figli e agli anziani».

La grande incognita tra Leoni e il suo sogno si chiama, guarda caso, burocrazia: «Stiamo aspettando il varo del Piano strutturale comunale, ci hanno assicurato una corsia preferenziale». E ci mancherebbe. Parma è governata da un monocolore 5 Stelle. E uno degli ispiratori dell’Agrivillaggio, nonché presidente della scuola, è Maurizio Pallante, teorico della «decrescita felice», totem dei grillini.  

FONTE: corriere.it

sabato 11 gennaio 2014

Prodotta in laboratorio la pelle artificiale con sensori che replicano la (vera) sensibilità

 

Nuove frontiere. Tre grandi studi dell’Istituto italiano di tecnologia sono testati su iCub, piccolo robot androide

Guanti per realtà virtuali avanzate con cui fare operazioni chirurgiche a distanza, in situazioni di urgenza in cui il medico non può essere vicino al paziente. Vestiti con sensori in grado monitorare nel tempo il grado di contrazione di articolazioni di persone che hanno subito ictus o eventi traumatici. Oppure tappetini e pedane che registrano con precisione maggiore di quanto permettano gli strumenti oggi disponibili l’evoluzione di un problema ortopedico. O ancora lavagnette da tavolo e display per non vedenti e ipo-vedenti capaci di riprodurre fedelmente e in tempo reale scritte e disegni tracciati da un docente su uno schermo luminoso. Sono queste alcune delle applicazioni su cui possono essere trasferiti i risultati degli studi che l’Istituto italiano di tecnologia (Iit) sta curando sul tema della pelle artificiale. 

ROBOT - La piattaforma dove vengono testate tecnologie e risultati della ricerca è sempre iCub, il piccolo robot androide, presentato nel 2009. «La pelle è la membrana che più di ogni altra ci mette in contatto con il mondo. Grazie alle pelle sentiamo se fa freddo o caldo, percepiamo le caratteristiche dei materiali e delle superfici, possiamo avere una prima impressione sulla forza di una trazione o sul peso di un oggetto. Replicare la sensibilità della pelle, almeno in alcune delle sue peculiarità, è un passaggio fondamentale per qualunque percorso scientifico che si occupi di intelligenza artificiale», spiega il direttore dell’Iit Roberto Cingolani.
SENSORI - L’Iit sta lavorando su tre diverse tecnologie: le prime due idonee a essere impiegate in tempi brevi; la terza, che prevede la riproduzione in laboratorio di tessuti di pelle umana, destinata ad acquisire importanza in un arco di tempo più lungo. Giorgio Metta, specializzato in ingegneria robotica, e il suo gruppo di lavoro stanno installando su iCub dei sensori capacitivi che permetteranno al robot di sviluppare una sensibilità tattile. Il progetto sarà ultimato nei primi mesi del 2014: sono stati già applicati circa 2.000 sensori su 4.200, distribuiti sui polpastrelli, i palmi delle mani, le braccia, le piante dei piedi e, con una densità minore, sulle altre parti del corpo. La tecnologia adottata è simile a quella che viene usata negli schermi touchscreen. Tuttavia, i ricercatori dell’Iit hanno lavorato sulle caratteristiche dei materiali, in modo da ottenere sensori flessibili e capaci di rispondere anche al contatto con superfici diverse rispetto a quella delle nostre dita.
PROTOTIPI DI SENSORI - Parallelamente, i ricercatori coordinati dal professor Massimo De Vittorio del Centro per le nanotecnologie biomolecolari hanno realizzato dei prototipi di sensori tridimensionali, flessibili e con proprietà piezoelettriche, ossia capaci, se sottoposti a pressione, a torsione o a una diversa forma di contatto, di trasmettere, senza bisogno di alimentazione, segnali elettrici specifici e coerenti con il tipo di impulso ricevuto. I sensori piezoelettrici sono in grado di rilevare con particolare efficacia le peculiarità delle superfici, ovvero la loro eventuale rugosità. Si arriva a questo risultato attraverso le nanotecnologie che in laboratorio permettono di intervenire sulla struttura molecolare dei materiali, esaltandone la capacità di reagire agli impulsi sensoriali e riproducendo le caratteristiche della pelle.
PELLE COLTIVATA - Un terzo gruppo di ricerca, guidato dal professor Paolo Netti, a partire da una coltura cellulare ha sintetizzato in laboratorio un campione di pelle umana di oltre dieci centimetri quadrati. L’obiettivo è realizzare nei prossimi mesi un campione di pelle grande quanto un foglio A4. Quest’ultimo studio potrà aprire nel giro qualche anno prospettive preziose per i trapianti di pelle generata da cellule dello stesso paziente sulle vittime di ustioni o di altri episodi traumatici. Inoltre, la cute ottenuta in laboratorio potrà essere usata per testare medicinali e prodotti cosmetici in modo più efficace di quanto non avvenga sulle cavie animali. 
 
FONTE: corriere.it

martedì 7 gennaio 2014

La rivista «Nature» boccia Stamina: “Preoccupano sicurezza ed efficacia”

“Nel protocollo errori e omissioni”. E spuntano sezioni copiate da Wikipedia

È un vaso di Pandora, quello che la rivista Nature ha aperto sulla vicenda Stamina: dai documenti che la rivista ha potuto visionare emergono «seri e profondi dubbi e preoccupazioni sulla sicurezza e sull’efficacia del metodo» e sulla validità di un protocollo in parte copiato da Wikipedia, come avevano rilevato gli esperti del primo Comitato scientifico istituto dal ministero della Salute per esprimere un parere sul metodo Stamina. Imprecisioni, omissioni e lacune sono evidenziate nei verbali del Comitato scientifico del ministero, che si era detto contrario alla segretezza circa il protocollo imposta dal presidente della Fondazione Stamina, Davide Vannoni. 

Dai verbali del Comitato scientifico emergono, scrive Nature, «serie imperfezioni e omissioni nel protocollo Stamina». Tra queste, «un’apparente ignoranza della biologia delle cellule staminali». Gli esperti rilevavano inoltre che «il protocollo non contiene un metodo per lo screening di patogeni come prioni o virus», che il metodo può generare «un mix di cellule diverse, come precursori di cellule del sangue e frammenti di osso» e che non include «un metodo per fare differenziare le cellule staminali mesenchimali in cellule nervose». Dai verbali emerge inoltre che «i trattamenti non sono standardizzati» e che «sezioni del protocollo sono copiate da Wikipedia». 

Nature riferisce inoltre di perplessità e dubbi del Comitato sulla necessità di tenere segreto il protocollo. «I membri del Comitato - scrive Nature - espressero turbamento circa l’inusuale accordo di stretta confidenzialità che avevano dovuto firmare». Secondo l’accordo fatto firmare al Comitato Scientifico, nessuno dei membri poteva divulgare dettagli del protocollo. Inoltre, scrive Nature, «ogni membro del Comitato aveva ricevuto da Stamina una copia individualizzata del metodo in modo da rendere più facile identificare eventuali fughe di notizie». Secondo il Comitato, prosegue la rivista, «una tale segretezza non era necessaria poiché non erano in gioco alcuna proprietà intellettuale né interessi commerciali». 

Nature dedica infine un ampio spazio ai ricercatori italiani di fama internazionale che prendono le distanze dall’associazione The Cure Alliance e dal centro Rimed di Palermo, entrambi presieduti da Camillo Ricordi, il diabetologo dell’università di Miami che nel luglio scorso - rileva Nature - aveva definito «sicuro» il metodo Stamina. Asciutto il commento di Vannoni raccolto da Nature, per il quale «chi si dimette da un centro di ricerca perché un collega ha deciso di studiare un nuovo metodo ha un approccio non corretto alla scienza» e che considera Ricordi «obiettivo e aperto a idee nuove», ma non un suo «sostenitore». 

Dopo la pubblicazione della notizia di Nature, sulla sua pagina Facebook Vannoni ironizza: «Attenzione Stamina è pericolosa e non serve a nulla (al massimo fa ingrassare)». Il prossimo atto domani, con la prima riunione della Commissione Sanità del senato nell’ambito dell’inchiesta promossa su Stamina.

FONTE: lastampa.it

giovedì 2 gennaio 2014

Nascite, il record negativo del 2013: la crisi riporta l'Italia ai livelli di 33 anni


Più di 60 neonati in meno al giorno rispetto al 2012, un trend negativo mitigato appena dai numeri in crescita dei bambini nati con almeno un genitore straniero (uno su cinque). I bassi livelli di fecondità, sommati all'aumento dell'aspettativa di vita, rendono l'Italia uno dei paesi più vecchi del mondo. Oltre uno su 4 i nati da coppie di fatto

Il 2013 si avvia a far registrare il record negativo di nascite dal 1980 a oggi. E' questa la fotografia scattata dai dati Istat riferiti ai primi sette mesi dell'anno che sta per concludersi. Più di 60 i neonati in meno al giorno rispetto al 2012, un dato che si registra in maniera più o meno stabile lungo tutta Italia, seppur con qualche differenza geografica: i capoluoghi tengono meglio rispetto alla provincia. Per quanto riguarda le grandi città invece Roma e Milano registrano dati in aumento, mentre Firenze è stabile. A sorpresa, un po' di fiducia arriva dalle zone terremotate dell'Emilia dove c'è stato, sebbene solo in alcuni comuni colpiti, un incremento di natalità.

Nel 2013 è proseguito, accentuandosi, l'andamento negativo che si era registrato nel corso degli ultimi anni. Le cause principali restano la precarietà economica e l'incertezza per il futuro, che costringono molte coppie a rinviare a tempi migliori la decisione di avere un figlio. In base ai dati, che rappresentano statisticamente il 57% dei nati dell'intero anno, si registra una perdita del 4,3% di nuove nascite rispetto ai dati del 2012. Facendo una proiezione, in base a quest'andamento, si stima che, nel 2013 si avranno in totale 511.430 nascite, cioè 22.756 bebè in meno rispetto allo scorso anno. Addirittura 57.427 rispetto al 2009, cioè 152 nascite in meno al giorno. Crescono invece i bambini nati fuori dal matrimonio, diventati ormai il 28% del totale: un dato quasi triplicato rispetto al 2000 (10,2%).

Un crollo mitigato in parte dall'aumento dei bambini nati con genitori stranieri (oramai uno su cinque nel 2011). Secondo il quarto rapporto sulla coesione sociale presentato oggi da Inps, Istat e ministero del Lavoro, è in controtendenza il dato sul numero medio di figli per donna, che risulta in lieve aumento per le donne italiane (fra il 2005 e il 2011 è passato da 1,2 a 1,4 figli) mentre è in calo per le straniere (da 2,4 figli a testa nel 2005 a 2).

I bassi livelli di fecondità rendono l'italia uno dei paesi più vecchi al mondo. Nel 2012 si registrano 148,6 persone over 65 ogni 100 ragazzi sotto i 14 anni, a metà degli anni novanta se ne contavano 112. E' un trend destinato a crescere. Secondo le previsioni, nel 2050 ci saranno 263 anziani ogni 100 giovani. Contestualmente, continua ad aumentare anche l'aspettativa di vita della popolazione italiana, che nel 2011 si attesta a 79,4 anni per gli uomini e a 84,5 per le donne, con un guadagno rispettivamente di circa nove e sette anni in confronto a trent'anni prima.

Il trend è crescente anche per le persone in età avanzata: un uomo di 65 anni può aspettarsi di vivere altri 18,4 anni e una donna altri 21,9 anni, un ottantenne altri 8,3 e una ottantenne 10,1 anni. A livello territoriale, l'area del Paese più longeva è quella del Centro-nord.

FONTE: repubblica.it