martedì 25 febbraio 2014

Arriva il preservativo elettrico, per un piacere da brivido


Per chi vuole provare un piacere inaspettato ecco che è in arrivo il condom che regala nuove sensazioni grazie a un scarica elettrica inviata lungo la parte inferiore, personalizzabile e programmabile

Prima di tutto la sicurezza dei rapporti sessuali: è questo il principale scopo dei preservativi (o condom), che si devono utilizzare per evitare gravidanze indesiderate e la trasmissione di malattie più o meno gravi. Ma, nonostante siano tutti d’accordo che il preservativo è utile, sono in molti a non volerlo utilizzare perché l’immagine che si è costruita suo malgrado nel tempo è quella di un oggetto poco pratico, che può spegnere la libido e che riduce il piacere.

Per ovviare a questa poco edificante immagine, i ricercatori hanno nel tempo studiato nuovi e più performanti condom. Nascono così quelli sempre più sottili e sensibili, come per esempio quelli al grafene. Ma, a volte, anche questo non basta per convincere i più restii all’uso. Così, per trovare altre qualità in grado di farne aumentare l’appeal, ecco dagli Stati Uniti arrivare la notizia di un nuovo tipo di condom elettrico.

Sì, avete capito bene. I ricercatori del Georgia Institute of Technology di Atlanta (Usa) si sono inventati il preservativo elettrico, in grado – secondo loro – di regalare nuove e intense sensazioni di piacere a chi lo indossa.L’idea arriva dal programma “Digital Media” del Georgia Tech e si presenta come il preservativo rivoluzionario del XXI secolo; l’unico in grado di regalare un nuovo piacere grazie a brevi impulsi elettrici inviate lungo la parte inferiore del preservativo.

Il meccanismo studiato dagli scienziati «aumenta le sensazioni provate durante il sesso e apre le porte alla tecnologia da utilizzare con altri dispositivi indossabili e sensori», così come hanno sottolineato Firaz Peer e Andrew Quitmeyer dal GIT di Atlanta, i due inventori del preservativo elettrico.

Il dispositivo, spiegano i ricercatori, è alimentato da un microcontrollore programmabile detto “Lilypad”, che può inviare impulsi elettrici a piccoli elettrodi che rivestono l’interno del preservativo, denominato “Electric Eel”.
«Questo tipo di dispositivo può essere collegato a numerosi controllori, gestiti dalla persona o tramite il già esistente software Internet», ha spiegato il designer.

Nuovi più intensi piaceri dunque con il rivoluzionario preservativo che, gli esperti, si augurano possano stimolare le persone a utilizzarli di più.
Se poi qualcuno può essere frenato perché teme per la propria sicurezza, gli ideatori rassicurano dichiarando che l’importo di energia elettrica applicata è molto piccolo e innocuo. 

FONTE: lastampa.it

giovedì 20 febbraio 2014

Il solare di terza generazione avrà pannelli a perovskite

Ancora sperimentali ma con ampi margini di incremento. E a costi molto bassi

«Il fotovoltaico è sicuramente una delle principali tecnologie per la produzione di energia da fonti rinnovabili e l’Italia è all’avanguardia nell’utilizzo di questa energia pulita, anche grazie agli incentivi messi a disposizione dal governo negli anni passati. Ora, però, che gli incentivi sono terminati, il futuro del fotovoltaico è affidato alla capacità di ridurre il costo dell’energia prodotta». Ne è convinto Aldo Di Carlo, docente al dipartimento di ingegneria elettronica dell’Università di Roma Tor Vergata e coordinatore del Polo solare organico della Regione Lazio.

PUNTARE SULL’INNOVAZIONE - «In pratica», afferma, «è necessario puntare a una sostanziale innovazione dei materiali e dei processi di fabbricazione al fine di ridurre i costi delle celle solari». E proprio in questa direzione va l’attività di ricerca del suo team: un modulo fotovoltaico di perovskite. In collaborazione con il gruppo della collega Silvia Licoccia, del dipartimento di scienze e tecnologie chimiche, ha realizzato infatti il primo modulo fotovoltaico, in scala reale, a base di perovskite. «La perovskite è un minerale inorganico con funzionalità organiche dalla struttura cristallina, utilizzabile per una varietà di applicazioni», precisa la professoressa dell’ateneo romano. «In particolare, la sua capacità di assorbire luce, e di trasportare la carica elettrica creata quando la luce lo colpisce, lo rende il candidato ideale per produrre celle solari di nuova generazione a basso costo e garantire maggiore risparmio energetico».
PEROVSKITE - La perovskite, che in natura è un ossido di calcio e titanio, che prende il nome dal suo scopritore (il mineralogista russo Lev Aleksevich von Perovski), ha conquistato negli ultimi anni l’attenzione della comunità scientifica perché consente di fabbricare celle solari ibride (organiche/inorganiche) con un rendimento di circa il 15% quando usato come semiconduttore. «Il rendimento è la percentuale di energia solare che le celle fotovoltaiche riescono a trasformare in energia elettrica. Tecnicamente è il rapporto tra la massima potenza elettrica generata dalla cella e la potenza della radiazione solare incidente sulla cella. L’efficienza record attuale delle celle di laboratorio, che tipicamente hanno un’area molto piccola (0,1 cm quadrati), è del 16,2%» spiega Di Carlo. Prestazioni considerevoli se si pensa che la generazione di celle solari di perovskiti è appena all’inizio, rispetto a quella più che cinquantenaria delle celle in silicio.
CELLE DI DIMENSION MAGGIORI - «Finora però», aggiunge, «sono state realizzate solo celle piccolissime, che hanno sì dimostrato la capacità di questi nuovi materiali di produrre un notevole effetto fotovoltaico, trasformare cioè la luce solare in energia elettrica, quando il flusso luminoso investe il materiale semiconduttore, ma dalle dimensioni tali da non poter essere considerate industrializzabili». Ora il team di ricercatori romani è finalmente riuscito a semplificare il processo di fabbricazione e a realizzare un modulo di dimensioni di oltre 20 cm quadrati, dove le celle connesse tra di loro aumentano la tensione prodotta. «Abbiamo prodotto in pratica il modulo fotovoltaico “stampando” i vari strati di materiale», spiega il professore. «Le perovskiti ibride si presentano infatti come inchiostri che possono essere facilmente depositati su una lamina di vetro, assieme a pochi altri strati di materiali porosi che facilitano il movimento degli elettroni attraverso la cella, ricorrendo alle convenzionali tecniche di stampa.
BREVETTO - Si tratta, dunque, di una tecnologia molto semplice che permetterà una sostanziale riduzione del costo dell’energia prodotta dal fotovoltaico». Il passo più difficile era quello di dimostrare che anche la produzione di un modulo fotovoltaico dalle dimensione paragonabili alle convenzionali celle al silicio poteva essere ottenuto con queste tecniche di stampa. «Ci siamo riusciti attraverso procedure innovative per le quali abbiamo fatto domanda di brevetto», commenta soddisfatto il coordinatore del team. Convinto che il fotovoltaico con perovskiti ibride rivoluzionerà il modo con cui verranno prodotte celle e moduli fotovoltaici nei prossimi anni, «perché il metodo di produzione è molto semplice (ovvero tecnologia della stampa) e perché i risultati che emergono dalla ricerca indicano che a breve potremmo arrivare a efficienze, per le celle di area piccola, del 20%».
IL FUTURO - Come spiegano sulla rivista Physical Chemistry Chemical Physics, il modulo realizzato ha un rendimento del 5,1% «ma il margine di miglioramento», assicurano, «è notevole: infatti dalla pubblicazione dell’articolo siamo già riusciti ad aumentarne l’efficienza al 7,2%. Insomma assistiamo a veloci progressi». «Le cariche generate dalla luce catturata dal nostro pannello», aggiunge Licoccia, «hanno tempi di permanenza più lunghi rispetto alle tradizionali celle fotovoltaiche, permettendo un elevato accumulo di energia, perché la quantità di energia dipende dalla quantità di carica elettrica che il sistema riesce ad accumulare. Con le perovskiti, quindi, sarà possibile ridurre notevolmente i costi di produzione grazie alla loro flessibilità e all’abbondanza dei materiali attivi, ovvero ossidi di diversi metalli preparati ad hoc che permettono di ottimizzarne le prestazioni, e attraverso procedure di fabbricazione facilmente riproducibili su larga scala».
RICERCA - Ora la ricerca del team romano si focalizzerà sulla capacità di mantenere inalterata l’efficienza per ore, mesi, anni, ovvero sulla stabilità del modulo. «Al momento, abbiamo dimostrato che utilizzando un particolare incapsulamento della cella possiamo sufficientemente stabilizzarla. È chiaro però che è necessario un ulteriore sforzo per rendere la cella completamente stabile e capace di sostenere una prova di certificazione prevista dalla normativa del fotovoltaico».
OLTRE IL SILICIO - Anche secondo l’Istituto italiano di tecnologia (Iit) la strada da percorrere per produrre energia fotovoltaica a basso costo e ad alta efficienza è lo sviluppo di celle solari a base di film sottili di perovskite. «Con una corretta progettazione dei cristalli di perovskite può essere realizzato un dispositivo solare ad alta efficienza di conversione, semplice e poco costoso allo stesso tempo», commenta infatti Annamaria Petrozza, ricercatrice del Center for Nano Science and Technology dell’Iit di Milano. «E a condizione che la stabilità della tecnologia fotovoltaica a base di perovskiti possa essere migliorata», ha sottolineato Henry Snaith in occasione dellapubblicazione su Science, a ottobre, di un articolo in cui svela insieme a Petrozza i meccanismi di funzionamento di queste promettenti celle solari, «si assisterà alla nascita di un concorrente per il silicio che porterà in ultima analisi alla produzione a basso costo di energia solare. Demolendo il paradigma, in cui molti attualmente credono, per cui non si possano combinare i parametri di basso costo, lunga durata e alte efficienze per i dispositivi fotovoltaici di nuova generazione atti a produrre energia solare».
SFIDE APERTE – «Certo che il fotovoltaico di prima generazione, mi riferisco dunque al silicio, al momento garantisce una maggiore efficienza e una maggiore stabilità. La durata di un pannello si attesta infatti intorno ai 25 anni, contro la media di cinque per quelli in materiale organico», commenta Filippo Spertino, docente al Politecnico di Torino. «Ma i risultati dei colleghi di Roma sul fotovoltaico di terza generazione (le celle di perovskite rappresentano un’evoluzione del fotovoltaico organico, ndr) sono molto promettenti: rispetto agli altri materiali organici, infatti, la perovskite ha un maggior rendimento, per di più migliorabile. Ottimizzare l’efficienza e la stabilità rimane, dunque, la sfida aperta per rendere le celle in perovskite competitive con il silicio, tenendo presente, tra l’altro, che il basso costo e la loro versatilità possono fare la differenza».
FONTE: corriere.it

sabato 15 febbraio 2014

Povertà sanitaria, sempre più italiani si rivolgono agli ambulatori sociali

Pensati in principio per gli stranieri, oggi forniscono prestazioni anche ai connazionali, che chiedono soprattutto i farmaci da banco che non possono più permettersi

Farmaci sempre più cari, cure mediche considerate ormai un lusso quando non strettamente necessarie: la povertà sanitaria è un problema che riguarda oggi anche gli italiani che si rivolgono sempre più ai servizi offerti dalle associazioni, prima pensati quasi esclusivamente per gli stranieri. Ambulatori sociali, spesso portati avanti con il contributo di volontari, che provano così a supplire o a fare da ponte con il Servizio sanitario nazionale. Una goccia nel mare, ma che si scopre sempre più essenziale in un momento in cui per la crisi molti italiani rinunciano a curarsi per problemi economici. 
Da Milano a Roma, passando per Firenze e Padova, ecco gli ambulatori dedicati a chi non può permettersi le cure.

Il poliambulatorio Fratelli di San Francesco di MilanoDalle 100 alle 150 prestazioni ogni giorno. Sono i numeri totalizzati nel 2013 dal poliambulatorio e dal reparto odontoiatrico dei Fratelli di San Francesco a Milano. Un centro di assistenza medica a cui basta pagare 5 euro per accedere. «Abbiamo introdotto questa quota per responsabilizzare anche i malati: prima in molti fissavano gli appuntamenti e non si presentavano», spiega Silvia Furiosi, responsabile comunicazione dei Fratelli di San Francesco. Il centro, nato nel 1999, ha visto negli anni un forte aumento dell’utenza: tra 2012 e 2013, l’ultimo registrato, le richieste sono cresciute del 14 per cento. L’aumento degli italiani è ancora più consistente: più 30 per cento. È cambiata l’utenza con l’allargarsi delle fasce povere: da servizio solo per senza dimora e immigrati senza permesso di soggiorno, il centro ha aperto le porte anche a padri separati e ad anziani, che arrivano al centro attraverso i custodi sociali della Onlus. La medicina generale pesa per il 34,4 per cento del totale delle visite, a cui si aggiunge il 38 per cento di visite specialistiche e il 27,6 di visite odontoiatriche. «Diamo anche prestazioni di implantologia e siamo tra i pochi che lo fanno», spiega Furiosi. Sono le malattie parassitarie quelle più diffuse, secondo l’osservatorio del poliambulatorio dei Fratelli di San Francesco. Le cartelle cliniche però hanno sempre diversi fattori che aggravano la patologia del malato. A curare i malati sono medici in pensione che dopo anni di servizio nel pubblico hanno deciso di dedicarsi al volontariato. «Molti hanno anche esperienze all’estero, cosa che aiuta a parlare con i pazienti», conclude Furiosi.
Il poliambulatorio del Centro di solidarietà San Martino di Milano
Più della metà delle visite al Poliambulatorio del Centro di solidarietà San Martino sono presso la struttura odontoiatrica: sono 400 sulle 700 del 2013. È quanto emerge dai numeri del poliambulatorio del Centro di solidarietà San Martino, uno dei centri specializzati nella cura ai più poveri di Milano. «Ci si arriva per passaparola, in particolare dai centri come la casa del giovane e l’asilo Mariuccia», spiega il responsabile Carlo Michele Izzo. Rispetto allo scorso anno le richieste sono raddoppiate: «C’è sempre più bisogno, ma le nostre disponibilità sono limitate. Non riusciremo a curare più di quanto non facciamo oggi», commenta. Il problema è il personale disponibile: gli otto medici volontari non riescono a stare dietro a tutto. L’aumento delle richieste è soprattutto tra gli italiani. Fino allo scorso anno nessuno accedeva alla struttura, mentre nel 2013 il 20 per cento delle richieste è di poveri italiani. «Sono soprattutto carie e ascessi che curiamo, mentre non abbiamo la possibilità di mettere ponti, che ci costano troppo», continua Izzo. L’igiene orale è tra i problemi più frequenti che ricorrono tra i pazienti che non hanno soldi: «Non hanno nemmeno la cultura di farci attenzione e questo provoca poi delle complicazioni», conclude Izzo. La struttura, nata nel 1989, dopo il trasferimento nella nuova sede di via Cascini 20 ha perso parte dell’utenza. Poi, l’ultimo anno, c’è stato il boom delle richieste.

L’ambulatorio della comunità di Sant’Egidio di Roma
«Abbiamo riscontrato negli ultimi tempi un aumento di italiani che si rivolgono a noi - spiega Sandro Mancinelli, docente di Sanità pubblica all’Università Tor Vergata di Roma e responsabile dell’ambulatorio medico di Sant’Egidio -. Quello che ci chiedono sono soprattutto farmaci da banco, il paracetamolo per esempio, perché non hanno la possibilità di acquistarlo. Davanti a un problema serio, come una cardiopatia, magari fanno il sacrificio di comprare il farmaco o fare analisi accurate, anche perché in questi casi sono sostenuti dal sistema sanitario. Ma quando la patologia non è considerata grave si tende a trascurare e questo può creare problemi seri». Pur essendo il nostro un servizio sanitario concepito bene, secondo Mancinelli è proprio sul fronte dell’odontoiatria e della salute mentale che rivela i suoi aspetti più “farraginosi”. «Se voglio curarmi i denti col sistema pubblico sono pochi i posti dove posso andare a fare una cura canalare, per esempio. E per prendere un appuntamento ci vogliono mesi - aggiunge -. È normale che così il settore resti in mano al privato, ma è un problema per le tasche dei malati». Quello di Sant’Egidio è un ambulatorio medico aperto tre volte a settimana: il lunedì per gli stranieri, il martedì per gli italiani e il venerdì per i rom. «Tra gli italiani, accedono al nostro servizio in particolare i senza dimora o persone in una condizione di grave povertà - aggiunge -. Gli stranieri, invece, sono soprattutto persone giovani, che presentano malattie legate alla vita insana che fanno nel nostro Paese: dalle ulcere alle sciatalgie gravi, sintomi di un cattivo di stile di vita e dei lavori faticosi che sono costretti a fare». L’ambulatorio è inserito all’interno del centro di accoglienza di via Anicia. «Questo è importante - spiega Mancinelli - perché inserire queste persone in un contesto sociale più ampio può guarire più di mille medicine. Ma anche perché è necessario coordinare gli interventi. Nel caso della scabbia, malattia molto diffusa tra i senza dimora, non ci limitiamo a fornire le creme e le medicine per curarla ma diamo anche abiti e lenzuola puliti, stando attendi a sterilizzare i vecchi. Altrimenti la cura non avrebbe efficacia».

Il Camper del Medu a Roma e Firenze
Si muove per le strade di Roma e Firenze il Camper per i diritti di Medu (Medici per i diritti umani). «Il nostro progetto è rivolto in particolare ai senza fossa dimora - spiega Alberto Barbieri, responsabile dell’associazione -. I nostri utenti sono per la maggior parte migranti, rifugiati e richiedenti asilo, ma abbiamo anche pazienti italiani Il problema per tutti sono le spese sanitarie, un problema reale, perché spesso i nostri pazienti non hanno la possibilità di pagarsi il ticket e rinunciano alla cura. Oppure rinunciano alla cura perché i farmaci costano troppo». Anche in questo caso le patologie riscontrate sono soprattutto malattie della povertà: infezioni respiratorie acute per la vita all’addiaccio, ma anche problemi dermatologici legati a cattive condizioni igieniche. «Ci sono poi i problemi dentali gravi, carie diffuse e ascessi - aggiunge Barbieri -, ma le cure dentali sono costose e ormai anche per italiani è un lusso potervi accedere. Ormai la debolezza del Sistema sanitario la riscontriamo sempre più spesso, nella nostra funzione di “ponte” tra il disagio e gli ospedali. Ed è fenomeno che non ha ricadute solo sugli stranieri, che sono la nostra principale utenza, ma su tutti».

L’ambulatorio odontoiatrico dei Comboniani di Roma
Sempre ai migranti è rivolto l’ambulatorio odontoiatrico dell’associazione dei Comboniani, che a Roma fornisce circa duemila prestazioni l’anno a persone che vengono da 80 Paesi del mondo. «Siamo tutti volontari, dalla segretaria ai dentisti - spiega Giuseppe Teofili -. Le persone si rivolgono a noi perché hanno difficoltà ad accedere ad altre strutture, soprattutto per motivi burocratici. Questo è un problema che riguarda in particolare i migranti, nonostante l’abbassamento della soglia di povertà, infatti, gli italiani ancora la possibilità di accedere al Servizio sanitario che però andrebbe riprogrammato mettendo al centro la salute».

L’ambulatorio di Anteas di Centocelle (Roma)
Volontario è anche il servizio fornito a Centocelle dal primo ambulatorio infermieristico sociale del Lazio, un’iniziativa di Anteas rivolta ad anziani e immigranti, che non possono permettersi anche le prestazioni mediche più banali.

L’ambulatorio sociale di San Giorgio in Bosco (Padova)
L’ambulatorio sociale di San Giorgio in Bosco, nel Padovano, è stato inaugurato lo scorso settembre. La struttura, realizzata grazie alla collaborazione tra amministrazione comunale, Ulss 15 e l’associazione TerritorioeVita.org, si avvale della collaborazione di quindici medici specialisti in diversi ambiti, tra cui cinque primari. Dal giorno dell’apertura a oggi sono state dieci le persone che hanno avuto accesso alle cure. «Un dato in linea con le nostre aspettative - spiega l’assessore Fabio Miotti -, tenendo conto che siamo un piccolo comune di 6.300 abitanti e che non facciamo visite a chiunque, ma solo alle persone davvero bisognose». Gli utenti sono stati finora per lo più anziani, uomini e donne in egual misura.

FONTE: corriere.it

giovedì 6 febbraio 2014

Capire i cristalli per creare i tecnomateriali del futuro

Cristalli di una proteina (International Union of Crystallography)

Gli studi cristallografici sono fondamentali anche nella progettazione dei farmaci moderni

Gemme, fiocchi di neve, grani di sale: i cristalli si trovano ovunque in natura. «La grande maggioranza delle sostanze solide ha una struttura cristallina: metalli, minerali, proteine, farmaci», spiega Alessia Bacchi, docente di chimica all’Università di Parma. «Fin dall’antichità siamo stati affascinati dalla bellezza e dalle forme dei cristalli, ma solo nell’ultimo secolo, con la nascita della cristallografia moderna, è stato possibile esplorarne la natura, la loro struttura, e capirne di conseguenza le proprietà».  

L’ANNO INTERNAZIONALE - È trascorso infatti un secolo da quando i cristalli hanno dischiuso i loro segreti, grazie agli esperimenti di Max von Laue prima e di William Henry e William Lawrence Bragg poi. Ecco perché le Nazioni Unite hanno dichiarato il 2014 - a cento anni dall’assegnazione a von Laue del premio Nobel per la fisica per la scoperta della diffrazione dei raggi X da parte dei cristalli – Anno internazionale della cristallografia, con una cerimonia che si è svolta il 20 gennaio a Parigi nella sede dell’Unesco. 

LA NASCITA DELLA CRISTALLOGRAFIA – Max von Laue, in pratica, ha aperto la strada alla possibilità di comprendere le proprietà della materia attraverso la visualizzazione della struttura tridimensionale delle molecole. Nel 1912, infatti, mettendo un cristallo sotto un fascio di raggi X, ha scoperto che i raggi venivano deviati. Poco dopo, Bragg padre e figlio hanno replicato l’esperimento, scoprendo che proprio dalla diffrazione dei raggi è possibile risalire alla struttura della disposizione interna degli atomi. «Fino ad allora nessuno conosceva la struttura intima della materia: come era fatta cioè a livello atomico, molecolare», ribadisce la coordinatrice del comitato italiano per l’anno dedicato alla cristallografia. «Ecco perché anche la loro scoperta fu riconosciuta con l’assegnazione del Nobel nel 1915. I loro esperimenti, poi, hanno innescato una sorta di rivoluzione copernicana in diverse discipline: dalla chimica alla biologia molecolare, dalle scienze farmaceutiche alla fisica dei materiali».

ALLA BASE DEI FARMACI MODERNI - Grazie alla cristallografia, per esempio, è stata svelata, nel 1945, la struttura molecolare della penicillina. Scoperta che ha permesso di comprenderne il meccanismo di azione, aprendo di fatto la strada allo sviluppo di altri antibiotici fondamentali per la cura delle malattie infettive. Così come è stato possibile determinare la struttura a doppia elica del Dna, della mioglobina e dell’emoglobina, le proteine che permettono di trasportare l’ossigeno nel sangue, e il meccanismo di funzionamento dei ribosomi, le macchine molecolari alla base della trascrizione del codice genetico. Tutte scoperte coronate con il Nobel, che hanno aperto nuove frontiere alla scienza farmaceutica. «L’analisi della struttura delle macromolecole biologiche, come le proteine, infatti, è fondamentale per comprenderne le funzioni ed è alla base della progettazione di farmaci. Grazie a tecniche cristallografiche, inoltre, riusciamo a fotografare il momento in cui il farmaco si abbina al recettore, al suo bersaglio, e capire dunque, a livello nanoscopico, perché agisce in un determinato modo. Così come modificandone la struttura cristallina possiamo migliorarne le proprietà e renderlo più efficace. Altrimenti, senza la cristallografia, sarebbe come dover riparare un’auto, senza però poter aprire il cofano del motore», spiega Bacchi. 

NUOVI MATERIALI - «Negli ultimi decenni», aggiunge Michele Saviano, direttore dell’Istituto di cristallografia del Cnr e presidente dell’Associazione italiana di cristallografa, «questa scienza e le tecniche basate sulla diffrazione dei raggi X hanno vissuto una rapida evoluzione, consentendo lo sviluppo di materiali all’avanguardia». Per esempio le memorie dei computer, le celle fotovoltaiche o materiali dalla struttura estremamente porosa da renderli come spugne capaci di assorbire la CO2 per mitigare l’inquinamento ambientale. Insomma, la cristallografia ha aperto le porte alla comprensione della materia ed è la chiave per modificarne le proprietà. 

RELAZIONE TRA FORMA E FUNZIONE - Tutte le proprietà di una molecola dipendono dalla sua forma, da come gli atomi che la costituiscono sono disposti e legati nella sua struttura tridimensionale. La cristallografia consente di determinare con esattezza la geometria molecolare, quindi offre la possibilità di comprendere le relazioni fra struttura e proprietà. Per esempio, il diamante e la grafite sono entrambi costituiti da carbonio puro, ma la grafite è nera e sfaldabile perché al suo interno gli atomi di carbonio sono legati in strati laminari come foglietti in un bloc notes, mentre il diamante è costituito da una rete di atomi di carbonio tridimensionale solidissima che lo rende duro e difficile da tagliare. «Proprio basandosi sulla conoscenza delle relazioni tra struttura e funzione, è possibile progettare materiali che abbiano una struttura tale da conferirgli particolari proprietà», spiega la docente dell’Università di Parma. «Per esempio progettare un cristallo che presenti una struttura porosa, dotata di cavità tali da poter immagazzinare grandi quantità di idrogeno e fungere da serbatoi di combustibile, oppure progettare cristalli in cui gli atomi sono allineati come aghi di tante bussole, così da conferire proprietà di magneti superconduttori a materiali per i treni a levitazione magnetica. Naturalmente», aggiunge, «per “entrare” in un cristallo e capirne le proprietà dobbiamo rimpicciolirci un miliardo di volte, perché sono dettagli grandi quanto un decimiliardesimo di metro a determinare con precisione inesorabile le proprietà di un componente elettronico o l’efficacia di un farmaco. Per questo», conclude, «per studiare la struttura dei materiali usiamo sorgenti molto potenti di raggi X, come il sincrotrone Elettra di Trieste». 

EVENTI IN ITALIA - In Italia l’Associazione di cristallografia promuove una serie di iniziative sparse sul territorio: incontri, dibattiti, attività nelle scuole. All’Università di Padova, per esempio, è aperta fino al 28 febbraio la mostra Cristalli! Uno sguardo sul mondo della cristallografia, che nel corso dell’anno farà tappa in altre città. Ed è in cantiere un testo didattico per illustrare a studenti e insegnanti la storia, le applicazioni e il fascino di questa scienza. Il 13 febbraio a Firenze il professor Luca Bindi terrà una conferenza sui quasi-cristalli naturali, con visita al museo di cristallografia.

FONTE: corriere.it

domenica 2 febbraio 2014

Diabete, addio iniezioni: buoni i risultati dello studio su pillola insulina


Le iniezioni potrebbero diventare un ricordo, se le promesse della nuova capsula sperimentale di insulina orale “Made in Israele” saranno mantenute.
La capsula sperimentale, frutto delal ricerca della Oramed Pharmaceuticals Inc, ha infatti superato con successo il trial clinico di fase II, condotto su pazienti con diabete di tipo 2 sulla base di un protocollo d'indagine della Food and Druga administration.«Lo studio ha raggiunto gli obiettivi primario e secondario» spiega l'azienda.

La capsula di insulina orale battezzata per il momento con la sigla Ormd-0801, è stata testata su 30 pazienti con diabete di tipo 2 per una settimana. Sicurezza ed effetto farmacocinetico e farmacodinamico sono stati valutati contro placebo. I risultati completi saranno presentati nelle prossime settimane. «Siamo molto soddisfatti dei risultati che ci danno una solida validazione per la piattaforma recnologica Oramd in generale e per il nostro programma sull'insulina orale in particolare», aggiunge l'azienda. Sulla base di qeusti risultati sarà avviato uno studio multicentrico di fase IIb nel corso di quest'anno. 

FONTE: salute.leggo.it