lunedì 31 marzo 2014

Piante nanobioniche per catturare energia


Inseriti nanotubi di carbonio nei cloroplasti. Possibile controllare anche gli inquinanti ambientali

Sappiamo che le piante ci forniscono cibo, ossigeno, farmaci, carburanti, proteggono e abbelliscono l’ambiente. Ora i ricercatori vogliono che le piante si spingano ancora più in là, cioè che aumentino la loro capacità di catturare l’energia luminosa e assumano funzioni completamente nuove, per esempio quella di monitorare gli inquinanti ambientali. Un team di ricerca del Massachusetts Institute of Technology (Mit) ha ottenuto i primi risultati incorporando nei cloroplasti, gli organelli delle piante in cui avviene la fotosintesi, nanotubi di carbonio. Si è così riusciti a far catturare a una pianta il 30% in più di energia luminosa, oppure, con altri microtubi, a farle rilevare la presenza del monossido d’azoto. E i ricercatori stanno lavorando anche per incorporare dispositivi elettronici nelle piante. Si è aperto insomma un nuovo capitolo: quello delle piante nanobioniche.

Nanoparticelle
«Le piante sono molto attraenti come piattaforma tecnologica», spiega Michael Strano, professore di ingegneria chimica e capo della squadra di ricerca del Mit. «Il potenziale è davvero infinito. Possiamo per esempio immaginare di trasformare le piante in dispositivi fotonici, autoalimentati come rivelatori per esplosivi o armi chimiche». L’idea delle piante nanobioniche è nata da un progetto per costruire celle solari che si autoriparano sul modello delle cellule vegetali. Come passo successivo i ricercatori hanno voluto provare a migliorare la funzione fotosintetica dei cloroplasti isolati dalle piante, per un eventuale uso in celle solari. Per prolungare la vita dei cloroplasti, estratti da una pianta , i ricercatori hanno incorporato nanoparticelle di ossido di cerio, noto anche come nanoceria. Queste particelle sono forti antiossidanti che eliminano i radicali dell’ossigeno e altre molecole altamente reattive prodotte dalla luce e dall’ossigeno, evitando che i cloroplasti vengano danneggiati.

Più luce catturata

Le piante in genere fanno uso di solo circa il 10 per cento della luce solare disponibile, ma i nanotubi di carbonio possono fungere da antenne artificiali che permettono ai cloroplasti di catturare lunghezze d’onda della luce, oltre a quelle della gamma normale utilizzata dalle piante, quali i raggi ultravioletti, il verde e la parte vicina all’infrarosso. Con i nanotubi di carbonio che agiscono come unaprotesi fotoassorbente, l’ attività fotosintetica, misurata dal flusso di elettroni, è risultata del 49% superiore a quella in cloroplasti isolati senza nanotubi incorporati. I ricercatori hanno anche provato a infondere nanoparticelle, attraverso gli stomi, i pori che abitualmente permettono il flusso dell’ossigeno e dell’ anidride carbonica, nella pianta da laboratorioArabidopsis thaliana, osservano che i nanotubi hanno determinato un incrementato del flusso di elettroni fotosintetici di circa il 30%.

Sensori chimici

I ricercatori hanno anche dimostrato che potrebbero trasformare piante di A. thaliana in sensori chimici introducendo nanotubi di carbonio che rilevano l’ossido nitrico, un inquinante ambientale prodotto dalla combustione. Quando la molecola bersaglio si lega a un polimero avvolto intorno il nanotubo, si altera la fluorescenza del tubo. «Un giorno potremmo usare questi nanotubi di carbonio a fare sensori che rilevano in tempo reale, a livello di singola particella, radicali liberi o molecole che sono molto difficili da rilevare a bassa concentrazione», dice Juan Pablo Giraldo, biologo e primo autore del lavoro pubblicato su Nature Materials. Adattando i sensori per obiettivi diversi, i ricercatori sperano di sviluppare piante che potrebbero essere utilizzate per monitorare l’inquinamento ambientale, pesticidi, infezioni fungine o esposizione a tossine batteriche. Stanno anche lavorando sull’incorporazione dei nanomateriali elettronici, come il grafene, nelle piante.

FONTE: Massimo Spampani (corriere.it)

mercoledì 26 marzo 2014

Bere acqua con limone al mattino: ecco perchè provarci!

acqua e limone

Al mattino appena svegli e a digiuno proviamo a iniziare bevendo una tazza di acqua tiepida e limone, elementi semplici ma benefici.
Il succo così acido del limone ha la sua principale proprietà proprio nell'avere nel nostro organismo, un'azione contraria, cioè alcalinizzante. Gli acidi che lo caratterizzano una volta introdotti nell'organismo danno infatti reazione basica, questo perché durante la metabolizzazione l'acido citrico si ossida e i sali che ne derivano danno origine a carbonati e bicarbonati di calcio e potassio che contribuiscono all'alcalinità del sangue.
Questi benefici dell'iniziare la giornata con il limone:

1. Rafforza il sistema immunitario: I limoni sono ricchi di vitamina C e di potassio, che stimola le funzioni cerebrali e nervose. Il potassio aiuta anche il controllo della pressione arteriosa.
2. Bilancia il PH: Bere acqua di limone ogni giorno riduce l'acidità totale del vostro corpo. Il limone è uno degli alimenti più alcalini. Sì, il limone ha acido citrico, ma non crea acidità nel corpo una volta metabolizzato.
3. Aiuta la perdita di peso: I limoni sono ricchi di fibre di pectina, che aiutano a combattere la fame. È stato anche dimostrato che le persone che hanno una dieta più alcalina perdono peso più velocemente.
4. Aiuta la digestione: Incoraggia il fegato a produrre la bile, che è un acido che è richiesto per la digestione. La digestione risulta efficiente e si riducono il bruciore di stomaco e la costipazione.
5. È un diuretico: limoni aumentano il tasso di minzione nel corpo, che aiuta a purificare. Le tossine sono, pertanto, rilasciate in modo più veloce per aiutare a mantenere la salute del tratto urinario.
6. Pulire la pelle: Il componente di vitamina C aiuta a diminuire le rughe e imperfezioni. Acqua di limone elimina le tossine dal sangue e aiuta a mantenere la pelle chiara. In realtà, può essere applicato direttamente sulle cicatrici per ridurre il loro aspetto.
7. Rinfresca l'alito: Non solo questo, ma può aiutare ad alleviare il dolore e gengiviti. L'acido citrico può erodere lo smalto dei denti, quindi questo deve essere controllato molto bene. Consigliamo quindi di risciacquare a fondo con acqua dopo averlo bevuto o di lavare i denti.
8. Allevia i problemi respiratori: acqua calda limone aiuta a sbarazzarsi di infezioni polmonari e fermare la fastidiosa tosse.
9. Aiuta contro la disidratazione: Una tazza di acqua e limone al mattino previene la disidratazione e la cosiddetta fatica cronica o fatica surrenale. Quando il corpo è disidratato, o profondamente disidratato (fatica surrenale) non può svolgere tutte le sue funzioni in modo appropriato, e questo porta ad accumuli di tossine, stress, costipazione, e tutta una serie di altri disturbi.
10. Aiuto a eliminare il caffè: Dopo aver preso un bicchiere di acqua calda limone, la maggior parte delle persone suggeriscono che non hanno alcun desiderio di caffè al mattino.
L'acqua deve essere tiepida, perchè l'acqua fredda crea uno shock al nostro intestino, e la dose di limone va da 1/4 a 1/2 al giorno. E' bene partire sempre da meno in modo tale che abituiamo il nostro organismo.
FONTE: 

lunedì 24 marzo 2014

L’elogio della pennichella: bastano sei minuti per risvegliarsi riposati

Il sonnellino pomeridiano stimola la memoria, i tempi di reazione e la produttività. Il riposo aumenta la produttività lavorativa e persino evitare incidenti.

Forse non tutti sanno che alcuni dei più gravi incidenti passati alla storia sono da addebitarsi alla mancanza di sonno, che causa una pericolosa distorsione della capacità percettiva e un abbassamento della soglia di attenzione. Fu così per la Exxon Valdez, che nel 1989 si incagliò in una scogliera dello stretto di Prince per colpa (anche) delle poche ore di sonno di chi dirigeva le manovre. Ma anche a Chernobyl e nel disastro dello Space Shuttle Challenger sembra che la mancanza di sonno abbia giocato un ruolo importante nel determinare, accelerare e amplificare, quell’errore umano sempre possibile, ma sicuramente più probabile nel caso di mancanza di riposo. Eppure secondo gli studi sarebbe bastato un riposino.

La regola dei novanta minuti

«Il riposino può persino salvarti la vita»: è una delle frasi di Richard Wiseman, autore di un lungo articolo su questo tema che nel suo ultimo libro «Night School» (in uscita il 27 marzo) dedicato al sonno, ai sogni e ai poteri magici del nap (riposino) spiega le tecniche e la giusta durata di un giusto riposo, elencandone gli innumerevoli vantaggi. Secondo Wiseman, essendo il sonno naturalmente diviso in cicli da 90 minuti a cui corrispondono le sue varie fasi, sarebbe innanzitutto ideale impostare la sveglia in modo che termini in corrispondenza di una di questa fasi. Oltre alla regola dei novanta minuti, Richard Wiseman sottolinea poi i poteri di un riposo diurno, anche di breve durata: bastano sei minuti.

Elogio del riposino

Uno studio dell’Università di Harvard ha recentemente dimostrato come una siesta di una trentina di minuti sia in grado di tagliare del 37 per cento i rischi di attacco cardiaco. Un ulteriore studio dell’Università di Dusseldorf, risalente al 2008, individuava le prodigiose proprietà della pennichella in termini di potenziamento della memoria e una ricerca della Nasa evidenzia come i piloti che fanno un riposino di 25 minuti (si spera con la sostituzione del co-pilota) siano il 35 per cento più pronti nei riflessi. Nel 2009 inoltre Kimberly Cote, della Brock University canadese, ha diretto uno studio che ha aggregato i risultati di precedenti ricerche, arrivando alla conclusione che poco è comunque meglio di niente e a volte basta anche una mini siesta per potenziare i tempi di reazione e regalare all’umore un raggio di sole. Infine i ricercatori del College of the Holy Cross del Massachusetts hanno voluto studiare il link tra profitto degli studenti e ore di sonno per scoprire che i migliori allievi fruivano quotidianamente e mediamente di una trentina di minuti di sonno in più.

C’era una volta la pennichella

Non troppi decenni fa i signori (meno le signore) usavano ritirarsi dopo il pranzo (che non si chiamava lunch e comprendeva pastasciutta, secondo e frutta), per schiacciare un sonnellino pomeridiano in attesa del rientro in ufficio. Erano ancora i tempi in cui tutto scorreva più lentamente, in cui si pranzava con la famiglia riunita, i bambini uscivano da scuola a mezzogiorno e ci si concedeva persino la pennichella. Poi è diventata demodè e soprattutto decisamente impraticabile in un mondo che corre veloce, troppo veloce. Ma la verità è che il riposino pomeridiano ha delle proprietà miracolose: poche decine di minuti di sonno possono salvare la vita, impedire incidenti e regalare una meravigliosa sensazione ristoratrice.

Le ricerche sul sonno

Sarà che la società ha iniziato a diventare troppo frettolosa e a dormire poco, fatto sta che a un certo punto i ricercatori hanno iniziato a studiare le conseguenze nefaste della deprivazione del riposo. Iniziando dai ratti. Uno dei primi studi su questo tema fu promosso dagli studiosi dell’Università di Chicago e fotografò spietatamente, in un esperimento su cavie, lo scenario che si può verificare se un organismo viene privato delle necessarie ore di sonno. I topi deprivati (attraverso un meccanismo a dir poco sadico) morirono tutti dopo aver iniziato a perdere velocemente peso, nonostante l’abbondanza di cibo. Un’altra pietra miliare delle ricerche sul ciclo circadiano è stata posta da Gregory Belenky e dai suoi colleghi dello Sleep And Performance Research Centre della Washington State University, arrivando anche in questo caso alla conclusione che lo scarso riposo può essere pericoloso in termini di disattenzione e mancanza di concentrazione. E ancora i ricercatori dello University College London hanno trascorso vent’anni a studiare un campione di 10 mila persone, pubblicando le loro conclusioni nel 2007 in uno studio che sanciva, per coloro a cui mancavano due o più ore di riposo, un rischio di morte prematura duplicato. Insomma, bisognerebbe creare una cultura tale per cui se si salta il riposino ci si sente un po’ in colpa nei confronti di sé stessi. E poi avere una guida pratica sulla siesta, ormai semi sconosciuta ai più: sono importanti i minuti, ma è anche importante azzeccare il nap time (l’ora del riposo) a seconda dell’ora in cui ci si è svegliati. Per una normale sveglia mattutina delle sette, l’ora della siesta consigliata è intorno alle 14, mentre se ci si è svegliati alle 9 il consiglio è di ritirarsi verso le 15.

FONTE: Emanuela Di Pasqua (corriere.it)

domenica 23 marzo 2014

Pronta IXV, la prima navicella spaziale automatica europea

Un po’ capsula e un po’ shuttle, lunga cinque metri e larga poco più di due. Il lancio è previsto per la fine di ottobre

Siamo agli ultimi ritocchi per la prima navicella spaziale europea. In maggio sarà portata al Centro Estec dell’Esa in Olanda per sottoporla alle prove che dovrà affrontare nel viaggio verso il cosmo e poi sarà trasferita all’equatore nella base di Kourou, in Guyana per prepararla al lancio previsto per la fine di ottobre. Stiamo parlando di IXV (Intermediate Experimental Vehicle), che l’Agenzia spaziale europea (Esa) ha realizzato per affrontare i problemi di rientro dall’orbita di un veicolo abitato o automatico. E su questa frontiera l’Italia agisce da primo attore perché il dimostratore sperimentale ha preso forma a Torino, nelle camere bianche di Thales Alenia Space accudito da un centinaio di tecnici e ingegneri.

Italia in prima linea

La società franco-italiana guida infatti l’impresa che vede coinvolte una quarantina di società europee essendo il programma sostenuto da Italia, Belgio, Francia, Spagna, Portogallo, Irlanda, Svizzera, Germania. La navicella automatica è lunga cinque metri e larga poco più di due, ma interessante è la sua architettura frutto di una sintesi tra un navetta, tipo shuttle, e una capsula come le Soyuz russe, prendendo il meglio delle facoltà di entrambe. «È un compromesso ideale tra la semplicità di concezione tipica delle capsule e la manovrabilità garantita da uno shuttle», commenta Giogio Tumino, programme manager in Esa dell’astronave europea.

Un po’ capsula, un po’ shuttle

Guardandola, infatti, si vede che ha una forma chiamata dagli aerodinamiciportante (un po’ come l’ala di un aeroplano) che, unita ai propulsori a razzo di cui è dotata e alle sue superfici di governo, consente un certo controllo della traiettoria alle diverse quote, dallo spazio all’atmosfera, fino alla terra. L’IXV è concepito, per il momento, perché rientri in mare per ragioni di semplicità essendo oggi prioritario un lavoro sperimentale diverso. «Con questo veicolo», aggiunge Tumino, «vogliamo studiare tutti gli aspetti del rientro che riguardano la sua guida e controllo nei momenti in cui le molecole atmosferiche si dissociano e il veicolo deve sopportare temperature di 1.600 gradi centigradi causate dall’attrito. Si tratta di conoscenze che l’Europa ancora non possiede e deve acquisire».

300 sensori

A tal fine la mavicella è dotata di 300 sensori e di una camera all’infrarosso la quale scruterà i flussi calore sulle sue superfici mobili. Quindi, oltre la sfida con i materiali ceramici e ablativi (sughero e silicio) una seconda altrettanto ardua è rappresentata dal cervello che deve gestire il veicolo nelle diverse fasi del volo riportandolo a terra integro.

I test

Il primo lancio prevede una traiettoria suborbitale salendo a 412 chilometri per tuffarsi poi verso l’atmosfera sopra il Pacifico alla velocità di 7,7 chilometri al secondo. A portarlo lassù ci penserà, appunto, il razzo Vega alla sua terza missione e dal quale si separerà a 320 chilometri d’altezza. Per l’occasione il nuovo vettore italo-europeo collauderà sia una traiettoria diversa dal passato (equatoriale e non polare) sia lo sfruttamento di tutta la sua capacità di carico. La missione durerà un’ora e 40 minuti concludendosi con l’IXV appeso al paracadute in discesa verso le acque oceaniche atteso dalle navi di recupero. Tutta la spedizione verrà controllata dal centro Altec di Torino, accanto al luogo dove la navicella è nata.

Sfida tecnologica

«È stata una sfida tecnologica importante che ci ha portato conoscenze e capacità nuove», nota l’ingegner Luigi Quaglino alla guida degli stabilimenti torinesi di Thales. «E tutto rispettando il tempo stabilito di cinque anni siglato nel contratto con Esa del 2009 e soprattutto i costi». Con il nuovo programma la tecnologia industriale italiana ha acquisito competenze preziose nel campo del volo spaziale in collaborazione con l’università. Oltre a Thales Alenia Space ci sono Avio, Alenia Aermacchi, Selex Es, Telespazio, AeroSekur, TelematicSolutions, Neri, i centri Altec e Cira di Capua e l’Università La Sapienza di Roma. Durante un test di ammaraggio l’IXV aveva manifestato un problema ai galleggianti. «Ora abbiamo corretto il software di gestione delle manovre finali, troppo stringente», precisa Roberto Angelini, programme manager in Thales, «e nelle prove seguenti effettuate al Cira tutto ha funzionato».

Costi e futuro

Il programma IXV, compreso il lancio, è costato 200 milioni di euro. E il futuro? «Nei piani c’è il ritorno in volo fra tre anni», anticipa Tumino, «magari con la capacità di portare questa volta in orbita degli strumenti con cui osservare la Terra. Ma il primo obiettivo rimane quello di imparare ad andare e tornare dallo spazio acquisendo le cognizioni necessarie».

FONTE: Giovanni Caprara (corriere.it)

domenica 16 marzo 2014

La crisi raddoppia lo stress: sonno difficile per 12 milioni di italiani



Più colpiti la fascia di età tra i 35 e i 54 anni, chi vive nel Lazio e al Sud, i diplomati e i membri di famiglie numerose. Oltre a chi non ha un lavoro

Sonni difficili per gli italiani: dodici milioni di adulti tra i 18 e i 70 anni (tre su dieci) vivono in deficit cronico di sonno: dormono poco e male, si svegliano spesso, non riescono a riposare bene. In occasione del World Sleep Day (14 marzo), a fare il punto sul rapporto tra gli italiani è il sonno è un’indagine di AstraRicerche condotta nel 2012. Dei dodici milioni, il 50% dice di svegliarsi spesso nel cuore della notte, mentre il 45% non riposa abbastanza perché si addormenta tardi e si sveglia presto la mattina. Oltre il 40% di chi non chiude occhio o passa notti agitate dà la colpa a preoccupazioni e stress in privato o sul lavoro, mentre il 16% sente la pressione delle scadenze: troppe cose da fare in poco tempo. In particolare le donne, costrette a dividersi faticosamente tra lavoro e famiglia. Negli ultimi anni il numero degli insonni è in crescita. «A causa della crisi economica lo stress dichiarato dagli italiani è raddoppiato (+118% negli ultimi 6 anni), con conseguenze negative anche sul riposo notturno - spiega Enrico Finzi, presidente di AstraRicerche -. Il fenomeno colpisce maggiormente le donne, la fascia di età tra i 35 e i 54 anni, i residenti nel Lazio e al Sud, i diplomati e i membri di famiglie numerose. Con un’aggiunta interessante: non lavorare diminuisce la quantità e peggiora la qualità del sonno». Dormire male significa vivere peggio. Sei intervistati su 10 definiscono «compromesso» il proprio benessere mentale e fisico e riconoscono che la carenza di sonno riduce le prestazioni professionali e pesa sui rapporti familiari. L’11% degli intervistati lamenta «un notevole impatto sulla qualità della propria vita». In questa quota spiccano imprenditori, dirigenti e professionisti.

Sonno riposante, buon respiro, corpo sano

La Giornata mondiale del sonno si svolge ogni anno, dal 2008, il venerdì prima dell’equinozio di primavera: quest’anno cade il 14 marzo e lo slogan scelto è «Sonno riposante, buon respiro, corpo sano». L’attività informativa si svolge prevalentemente sul sito www.worldsleepday.org, con la presenza di video e materiale educativo. Un’iniziativa importante perché la maggior parte dei disturbi del sonno sono prevenibili o curabili, ma nonostante questo meno di un terzo dei soggetti con queste patologie si rivolge a uno specialista. I disturbi del sonno colpiscono almeno il 45% della popolazione mondiale, con rischi per la salute e la qualità della vita. Lo slogan di quest’anno pone l’accento sul «buon respiro», una merce preziosa. I disturbi respiratori in sonno e la sleep apnea possono infatti portare vari problemi: ipertensione, patologie cardiache, ictus e diabete. Quando respirare è faticoso, la qualità del sonno si riduce. Ci sono fattori di rischio su cui si può intervenire. I soggetti in sovrappeso possono avere un accumulo di grasso nelle vie aeree superiori che, assieme a una lingua ingrandita, ostacola un buon passaggio di aria. Un addome voluminoso interferisce con l’azione di pompa del diaframma. I bambini con tonsille ingrandite o infiammate possono avere un’ostruzione delle vie aeree e una sleep apnea significativa. La sleep apnea nei bambini può ritardare la crescita mentale e fisica; la tonsillectomia può essere risolutiva. Alcune medicine infine riducono l’attività dei centri respiratori e possono aggravare la sleep apnea: tra queste i sedativi e gli ipnotici. Medicine contenenti codeina (antidolorifici, sedativi della tosse) possono diminuire la forza di contrazione dei muscoli respiratori durante il sonno e peggiorare la sleep apnea. L’altra parte dello slogan è dedicata al «corpo sano»: è la premessa che conduce a un sonno ristoratore. Durante le malattie non si dorme bene; curare le malattie ed evitare abitudini di vita a rischio contribuisce a migliorare la qualità del sonno.


I numeri dei disturbi del sonno

Questi i numeri dei principali disturbi del sonno nel mondo. Il 35% delle persone riferisce di non dormire a sufficienza, con impatto negativo sia sulla salute fisica che mentale. L’insonnia colpisce tra il 30 e il 45% della popolazione adulta. La sindrome delle apnee ostruttive durante il sonno (OSAS) colpisce approssimativamente il 4% degli uomini e il 2% delle donne della popolazione adulta. Se non trattata correttamente, l’OSAS può portare a un peggioramento significativo del benessere e della salute delle persone. L’insonnia primaria (non dovuta ad altre patologie) colpisce l’1-10% della popolazione generale, aumentando fino al 25% nei soggetti anziani. La sindrome delle gambe senza riposo colpisce il 3-10% della popolazione, sebbene la percentuale di soggetti affetti e le gravità di malattia differisca nei diversi Paesi.

FONTE: corriere.it

lunedì 10 marzo 2014

Esplora il significato del termine: Ecco il Li-Fi, il Wi-fi che usa la luceEcco il Li-Fi, il Wi-fi che usa la luce

Uno nuovo studio permette in teoria di creare dispositivi 50 volte più veloci di quelli esistenti e concorrenziali con la tecnologia che usa le onde radio

In molti hanno avuto modo di utilizzare il wi-fi, la tecnologia di trasmissione di dati attraverso le onde radio che sta crescendo enormemente nelle case e negli uffici, attraverso la diffusione di internet. In pochi sanno però che c’è chi sta pensando allo sviluppo di una tecnologia alternativa che possa subentrare una volta che in un prossimo futuro lo spettro delle comunicazioni radio diventi completamente saturo. L’alternativa si chiama Li-fi, una sigla che indica il wi-fi ottico, in cui le informazioni vengono trasmesse attraverso la luce. Fatta conoscere al grande pubblico da Harald Haas docente di comunicazioni mobili all’Università di Edinburgo durante il Technology Entertainment Design del 2011 che si teneva nella città scozzese, questa tecnologia funziona un po’ come il vecchio codice Morse. Con gli zero e gli uno che sono alla base del contenuto informativo che vengono trasmessi da speciali led mediante impulsi di luce.
VANTAGGI
Il Li-fi è considerato particolarmente appetibile dall’industria perché, almeno sulla carta, risolve molti problemi delle normali trasmissioni radio come la disponibilità di frequenze libere (lo spettro luce è circa 10 mila volte più grande di quello radio) oltre ai problemi d’interferenza che ne limitano l’uso in luoghi quali aerei e ospedali. Si risolverebbero anche problemi correlati alle infrastrutture radio, come la scarsa efficienza energetica delle stazioni base, il cui raffreddamento comporta grandi costi in termini di consumo energetico. L’utilizzo di una comunicazione Li-Fi implica anche una sicurezza maggiore dal momento che il segnale luminoso può essere facilmente indirizzato con precisione.
LIMITE
Ma finora, anche a livello sperimentale, il Li-fi si è imbattuto in un limite significativo. Al momento infatti, la velocità massima raggiunta è di 3,5 gigabit al secondo su una distanza di 5 centimetri contro i circa 100 di una trasmissione Wi-Fi, su una distanza analoga. Si pensa che ragionevolmente si potrebbe raggiungere una velocità trasmissiva potenziale di 100 megabit al secondo entro un raggio di 20 metri. Che potrebbero sembrare sufficienti per un uso comune, ma che non lo sono per rendere concorrenziale questa tecnologia alternativa. Un recente studio pubblicato su Nature Nanotechnology, finanziato in parte dalla Marina militare statunitense (le onde radio hanno difficoltà di diffusione all’interno dei sottomarini ad esempio), consente di sperare in un significativo passo in avanti sulla velocità di trasmissione dati del Li-fi. I quattro ricercatori , Dylan Lu, Jimmy J. Kan, Eric E. Fullerton e Zhaowei Liu hanno dimostrato come modificando i led utilizzati per la trasmissione con metamateriali (strati di silice e argento di dimensione nanometrica) è possibile incrementare la velocità di trasmissione di circa 50 volte. Un risultato che ne avvicinerebbe di molto la convenienza per il passaggio dalla fase sperimentale a quella dei prototipi e infine a quella industriale.

FONTE: corriere.it

sabato 8 marzo 2014

Cannabis prescritta dai medici di famiglia: c’è il sì del governo


Ok alla legge abruzzese: uso terapeutico. La consulta aveva bocciato il passaggio sui dottori per le cure a domicilio

Venerdì il governo ha dato il via libera alla cannabis per uso terapeutico. Tecnicamente è andata così: il consiglio dei ministri non ha impugnato la legge regionale dell’Abruzzo che, approvata lo scorso gennaio, prevede l’erogazione su ricetta medica di farmaci a base di cannabinoidi. Ma tradotto in termini pratici quello di ieri del governo è un vero e proprio disco verde nazionale. 
Del resto è stato Sandro Gozi, sottosegretario alla Presidenza del consiglio a voler dire con chiarezza: «La decisione del governo su cannabis terapeutica è un grande passo in avanti umano, sanitario e giuridico». 


Il ruolo dei medici di base
Non c’è dubbio, perlomeno a vedere la legge al quale è stato data il via libera in Abruzzo. Qui viene previsto che l’uso della cannabis venga autorizzato gratuitamente sia per pazienti ricoverati in ospedale sia per pazienti che proseguano le cure a casa, grazie a ricette che possono essere redatte anche dai medici di base.I medici di base non hanno limiti (possono prescriverla fin quando ci sarà bisogno) per una serie di malattie che vanno dal glaucoma al tumore. 
Ma è proprio questa indicazione sui medici che sembrerebbe in contrasto con una sentenza della Corte costituzionale (la 141 del 20 giugno 20134). 


Le reazioni
L’Abruzzo, infatti, non è la prima Regione che legifera in materia di uso terapeutico della cannabis e per ben due volte il governo (sempre l’esecutivo guidato da Monti) aveva impugnato le leggi, in particolare quella del Veneto e della Liguria. Ed è la sentenza che riguarda la Liguria che più avrebbe potuto sbarrare la strada all’Abruzzo, lì dove dice che una norma che «indica i medici specialistici abilitati a prescrivere i farmaci cannabinoidi e definendo le relative indicazioni terapeutiche interferisce con le competenze dello Stato». Ovvero la Consulta ha sollevato un problema di Titolo V e di agenzia del farmaco che ieri il consiglio dei ministri ha superato con uno slancio e con la benedizione di uno fra i più acerrimi nemici della cannabis, Carlo Giovanardi (Ncd): «È una legge in sintonia con la legislazione nazionale in vigore che ammette la cannabis per ragioni curative dietro presentazione della ricetta medica. Ed ha fatto il bene il governo a non impugnarla». 
Non dello stesso parere il vice presidente del Senato Maurizio Gasparri (Forza Italia): «Io non ho problemi diplomatici di maggioranza e dico quello che penso: questa storia di far passare la cannabis come terapia è soltanto per regalarle un aurea di positività. E poi questa metodologia contrasta con la Costituzione: un farmaco non può essere tale in Abruzzo e non in Calabria». 
Esultano a sinistra (in Abruzzo la legge è stata presentata da Prc) e per tutti il deputato di Sel Daniele Farina: «Nel mondo la tendenza è legalizzare il consumo e la vendita, sia per fini terapeutici sia ricreativi. L’Italia, che su questo è in ritardo, non perda anche questo treno. Mi auguro che la Camera approvi la modifica della legge sugli stupefacenti, il cui iter riprende la prossima settimana in Commissione Giustizia, nel più breve tempo possibile consentendo l’uso terapeutico, quello ricreativo, ma soprattutto la possibilità per i malati di coltivarla per uso personale». 

FONTE: Alessandra Arachi (corriere.it)

venerdì 7 marzo 2014

Let’s prevent! Da donna a donna


(Nella foto: la Dott.ssa Patrizia Presbitero)

Il cuore delle donne merita cura e, ancora prima,  prevenzione. Due medici di Humanitas, donne e specialiste dei problemi del cuore,  fanno il punto sulle nuove cure  e sui metodi efficaci per prevenire le malattie cardiovascolari. Dalla penna della dottoressa Patrizia Presbitero è nato un libro dedicato agli addetti ai lavori e da quella della dottoressa Lidia Rota un vademecum speciale per aiutare le donne a salvaguardare il proprio cuore.

Donne, prevenzione, cuore: un libro e un decalogo per spiegare le ultime scoperte della ricerca scientifica. “Il cuore della donna” è il titolo del libro firmato dalla cardiologa Patrizia Presbitero che spiega le ragioni per le quali i cuori si ammalano e come possono essere curati in fretta, per tempo e bene.Let’s prevent è il decalogo ideato dalla dottoressa Lidia Rota Vender, esperta di malattie da trombosi, responsabile del Centro di Prevenzione Cardiovascolare di Humanitas e presidente di ALT. Un invito che diventa un vademecum per invitare a prendersi cura del proprio cuore, minacciato dalle malattie da trombosi, responsabili della maggioranza degli infarti, degli ictus cerebrali e delle trombosi che colpiscono arterie e vene, uomini e donne, a tutte le età,  ma che potrebbero essere prevenute in un caso su tre.

Il libro “Cuore della donna”
L’infarto nelle donne si può manifestare  in maniera differente rispetto a quanto accade negli uomini. Spesso, infatti, i sintomi non si manifestano chiaramente come nell’uomo - spiega la dott.ssa Patrizia Presbitero nel suotesto scientifico* che fa il punto sulle malattie cardiache delle donne, oggi sempre più di attualità -. Niente dolore al braccio, ma solo pallore e stanchezza, soprattutto nella popolazione anziana, motivo per cui, le pazienti spesso arrivano in ospedale quando ormai è tardi per intervenire. In parte la maggior mortalità per infarto miocardico nella popolazione femminile è dovuta a questo. Vi sono poi – continua la Presbitero nel libro edito da OGM, One Global Medicine con la collaborazione di alcuni fra i più noti specialisti italiani - delle cause di infarto non aterosclerotico, per fortuna rare, come la dissezione coronarica (rottura della parete vasale) che avvengono per l’80% nella popolazione femminile e in un terzo dei casi nel periodo peripartum legato all’influenza degli ormoni che indeboliscono la parete del vaso”. La dottoressaPresbitero La dottoressa Presbitero è una delle poche donne che si dedicano alla cardiologia interventistica (emodinamica), specialità che esercita con passione da anni e che l’ha resa autorevole e conosciuta a livello internazionale.

Il cuore delle donne va protetto
“Prevenire vuol dire intervenire prima che sia tardi - spiega la dottoressa Lidia Rota -, prima che la parete dei vasi sia rovinata, prima che il sistema della coagulazione del sangue si confonda e crei trombi laddove e quando non dovrebbe. Le malattie cardiovascolari  (infarto, ictus cerebrale, ischemia, trombosi delle arterie e delle vene) sono la grande epidemia del nostro tempo, ma potrebbero essere evitate e prevenute almeno in un caso su tre: si tratta di effettuare un investimento con un ritorno straordinario, evitando non solo la perdita della vita ma anche  invalidità gravi in almeno 200.000 persone ogni anno solo in Italia. La prevenzione è un’arma efficace e vincente per contrastare l’incremento delle malattie cardiovascolari ma non funziona se noi non lo vogliamo. Lo stile di vita è determinante nella prevenzione quanto i farmaci: dobbiamo riflettere su questo punto, che ci coinvolge tutti, anzi, in particolare tutte, a partire da oggi”.
  
Il decalogo della prevenzione
Da queste considerazioni, ormai condivise a livello globale, è nato lo slogan del vademecum  “Let’s prevent”, realizzato dalla dottoressa Lidia Rota:

LISTEN (ASCOLTA): ascolta il tuo cuore, il tuo corpo e i sintomi (dolore toracico, stanchezza associata a sudorazione, pressione molto bassa e mancanza di fiato) che, se riconosciuti in tempo, possono salvarti la vita

ERASE (CANCELLA): cancella le abitudini pericolose: meno grassi, fumo, alcool, stress, sale nel cibo e porzioni abbondanti. Più attività fisica, controllo della pressione, del livello degli zuccheri e del colesterolo nel sangue

TIME (TEMPO): prenditi il ​​tempo per imparare a vivere meglio, per condividere esperienze, progetti e sogni con i tuoi cari. Questo migliorerà la qualità della tua vita

' questo apostrofo è la lacrima che i tuoi cari non verseranno perché tu non ti ammalerai per scelte di vita scellerate

STRESS: lo stress può essere positivo, negativo, a volte inevitabile. L’importante è imparare a gestirlo

PRESSURE (PRESSIONE): controlla la pressione del sangue e, se supera i limiti ideali (140 la massima, 80 la minima) fai attività fisica, preferibilmente aerobica, per almeno quaranta minuti al giorno. Se il tuo medico lo suggerisce prendi i farmaci regolarmente e non modificare le dosi

RYTHM (RITMO): ascolta il ritmo del tuo cuore, lo puoi percepire mettendo due dita sul polso proprio alla base del pollice. Lì troverai la pulsazione del tuo cuore che deve essere regolare e non eccessivamente rapida (inferiore a 80 battiti al minuto a riposo)

ENERGY (ENERGIA): affronta con entusiasmo e positività ogni esperienza

VERIFY (VERIFICA): controlla periodicamente il tuo peso, la circonferenza della vita, i livelli di colesterolo e la glicemia. Se necessario prendi provvedimenti per riportarli nei giusti limiti

EDUCATE (EDUCA): educa te stessa e i tuoi cari a uno stile di vita intelligente, che preveda un’attività fisica regolare ed adeguata, e una alimentazione equilibrata per quantità e qualità

NO (NO): impara a dire qualche volta no a qualche caffè, dolce, alcol e a cibi non sani conservati e ricchi di sale e di grassi saturi 

THINK (PENSA): pensa che il tuo cuore ti mantiene in vita, che ha diritto a una manutenzione accurata. Le malattie cardiovascolari possono essere evitate almeno in un caso su tre, peccato sprecare questa straordinaria opportunità. Si può cominciare da oggi: un bel modo di regalarci una festa…

In Humanitas percorsi diagnostici ad hoc
Le malattie cardiovascolari rappresentano la prima causa di morte nelle donne. Il tumore al seno la seconda. La prevenzione è un’arma vincente. Per questo Humanitas ha ideato un percorso di prevenzione “in rosa” che permette a tutte le donne di effettuare, in mezza giornata, un check-up completo del cuore e del seno. Poche tappe essenziali e non invasive garantiscono un’efficace prevenzione attraverso l’utilizzo delle più moderne strumentazioni e la competenza di un team multidisciplinare di specialisti dedicati. Info: www.humanitas.it

* Il libro “Il cuore della donna” è stato diffuso agli specialisti grazie all’industria farmaceutica italiana “Lusofarmaco”.

FONTE: Ufficio Stampa Humanitas - Walter Bruno - Monica Florianello - Simona Camarda

giovedì 6 marzo 2014

“Curata” una bimba sieropositiva Nuove speranze nella lotta all’Aids


L’annuncio di un’equipe Usa: 11 mesi dopo le cure antiretrovirali non c’è più traccia dell’infezione. I ricercatori: «Ma ora è sbagliato parlare di guarigione»

Una bimba nata con l’Hiv e curata da subito con antiretrovirali, 11 mesi dopo non mostra più alcuna traccia di infezione. Lo hanno annunciato ricercatori statunitensi ed il caso è il secondo che fa sperare in una remissione della malattia quando curata precocemente. 

I medici hanno dato farmaci alla piccola appena quattro ore dopo la sua nascita da una madre sieropositiva e che non si curava e non hanno mai interrotto il trattamento, ha spiegato Yvonne Bryson, professore di pediatria presso la facoltà di medicina dell’Università della California a Los Angeles, uno dei consulenti che ha partecipato alla cura della piccola. I risultati sono stati presentati alla 21° Conferenza sui Retrovirus e le Infezioni Opportunistiche (CROI 2014) che si svolge a Boston.  

Audra Deveikis, pediatra al reparto di malattie infettive del Miller Children’s Hospital Long Beach, dove la piccola è nata, le fece il test e cominciò a darle alte dosi del farmaco ancor prima di avere i risultati (il fato che fosse nata da una madre che non si curava rendeva altamente probabile il contagio). La cura iniziò appena poche ore dopo la sua nascita e poi i risultati, arrivati qualche giorno dopo, furono positivi. «Quel che è stato più notevole con questa bambina è stata la rapidità con cui il virus è sparito: i test del Dna erano negativi quando aveva sei giorni e sono rimasti tali», ha spiegato il dottor Bryson, precisando che il piccolo è ancora in trattamento antiretrovirale. «In questa fase non si può ancora parlare di guarigione, ma di remissione. E l’unico modo per scoprirlo sarebbe interrompere il trattamento antiretrovirale». 

Il primo caso di un neonato Hiv-positivo apparentemente guarito dopo esser stato trattato subito dopo la nascita con farmaci anti-retrovirali è stato annunciato nel marzo 2013: anche in quel caso si trattava di una bambina, nata in Mississippi, e alla quale i farmaci sono stati somministrati 30 ore dopo la nascita.

FONTE: lastampa.it