mercoledì 30 aprile 2014

Fecondazione eterologa, è boom di domande: 3.400 in 22 giorni

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Sono circa 3.500 i contatti e le richieste di coppie per accedere alla fecondazione eterologa in soli 22 giorni, ovvero dallo scorso 9 aprile quando la Consulta ha dichiarato incostituzionale il divieto di eterologa della legge 40. 
Lo ha detto all'ANSA la presidente dell'associazione dei centri di fecondazione Cecos Italia, Elisabetta Coccia.

«Si sta registrando un 'boom' delle richieste per interventi di fecondazione eterologa - sottolinea Coccia, presidente dell'associazione che riunisce i centri di studio e conservazione ovociti e sperma umani, privati e convenzionati - ma è necessario che il ministero della Salute dia delle indicazioni chiare attraverso delle linee guida; ad oggi, però, non abbiamo avuto alcuna risposta rispetto alla richiesta avanzata di istituire un tavolo tecnico di confronto».

Il punto è che, anche se i Centri sarebbero «tecnicamente» pronti ad effettuare questo tipo di interventi, sottolinea l'esperta, «non potremo partire se il ministero non darà indicazioni per chiarire il quadro di riferimento».

Ogni anno, sono circa 2.500-2.700 le coppie italiane che si recano all'estero per poter effettuare un intervento di fecondazione eterologa. È questa l'ultima stima disponibile dell'Osservatorio sul turismo procreativo. «Circa 4-5000 coppie italiane l'anno, ma secondo altre stime si tratterebbe del doppio - spiega il presidente dell'Osservatorio, Andrea Borini - si recano all'estero per effettuare trattamenti per la procreazione assistita: oltre la metà di queste sceglie di espatriare per poter ricorrere alla fecondazione eterologa». La Spagna è la meta preferita per le coppie infertili italiane: secondo un'indagine condotta dall'Osservatorio, nel 2011 sono stati circa 950 i pazienti italiani che si sono rivolti a 8 centri spagnoli che hanno risposto ad un questionario dell'associazione. La Spagna è una delle destinazioni privilegiate anche perchè adotta una legge che consente la fecondazione assistita per le donne single, l'ovodonazione, l'embrio-donazione, nonchè l'anonimato dei donatori. In seconda posizione si colloca la Svizzera, con un flusso di circa 630 italiani sempre nel 2011. La Repubblica Ceca è il terzo paese più frequentato dalle coppie italiane. Considerando che, complessivamente, le coppie protagoniste del cosiddetto 'turismo procreativò sono almeno 4000, sono due su tre quelle che per tentare la fecondazione eterologa si rivolgono dunque a centri di procreazione stranieri. I costi dipendono dalle attrezzature e dall'assistenza offerte dai centri, ma anche dalla speculazione, e variano dai 2.500-3.000 euro dell'Ucraina ai 7.000- 8.000 della Spagna. 

Secondo le stime, nel nostro Paese i bambini nati da fecondazione eterologa - prima che questa fosse vietata con la legge 40 del 2004 (divieto dichiarato poi incostituzionale dalla Consulta con la sentenza dello scorso 9 aprile) - sono qualche migliaio. «Se almeno la metà delle coppie che vanno all'estero lo fa per ottenere i trattamenti per l'eterologa - conclude Borini - il restante 50% prende tale decisione perchè ritiene i centri esteri di eccellenza, ma anche perchè in vari casi ignora la possibilità di poter effettuare gli stessi trattamenti anche in Italia, come ad esempio la crioconservazione degli embrioni per effetto del pronunciamento della Consulta nel 2009».


FONTE: ilmessaggero.it

martedì 29 aprile 2014

L’aneurisma dell’aorta addominale

Quando compare un dolore violento alla parte bassa della schiena e al ventre non c’è tempo da perdere : la dilatazione di una grande arteria a rischio di rottura

L’aneurisma dell’aorta addominale è una dilatazione permanente di quest’arteria, che ne indebolisce la struttura, e la cui rottura causa almeno 6 mila morti in Italia. Più del 50% di chi ne è colpito non arriva neppure in ospedale e solo circa il 50-60% di chi è operato in urgenza riesce a salvarsi. Se invece si riesce a programmare un’operazione preventiva la mortalità cala drasticamente. «Le cause dell’aneurisma dell’aorta addominale non sono chiare — spiega Bruno Palmieri, responsabile del Centro di Riferimento per la chirurgia dell’aorta dell’Ospedale Niguarda di Milano — ma questa malattia dei vasi arteriosi è più comune in chi soffre di arteriosclerosi. Non solo, esistono alcune malattie degenerative della parete aortica, come la sindrome di Marfan, quella di Ehler-Danlos e altre malattie del connettivo, che favoriscono lo sviluppo di queste dilatazioni».


Come si riconoscono?
«In rari casi è possibile palpare al centro dell’addome una massa pulsante. Purtroppo, però, in oltre il 90% dei casi, non esistono campanelli d’allarme, fino a quando l’aneurisma è intatto. La comparsa di dolori addominali o disturbi legati a embolie periferiche, dovute al distacco di piccoli trombi dalla sacca aneurismatica, preludono a un’imminente rottura. Infine, quando il dolore diventa molto violento alla parte bassa della schiena e all’addome è possibile che la rottura stia avvenendo o sia già evidente, e quindi non c’è tempo da perdere, bisogna andare in ospedale immediatamente». 


Che cosa si può fare?
«Gli aneurismi dell’aorta addominale possono essere trattati con una terapia medica, basata sul controllo dell’ipertensione, dell’ipercolesterolemia e il monitoraggio ecografico ogni 6-12 mesi, quando sono di piccole dimensioni (meno di 5 cm), ma quelli con un diametro superiore o in rapido accrescimento devono essere trattati chirurgicamente, per prevenire la rottura. In linea generale il rischio di rottura è tanto più alto quanto è più grande l’aneurisma, ma ciò non significa che aneurismi piccoli non possano rompersi, soprattutto se hanno particolari caratteristiche morfologiche. Il rischio di rottura di un aneurisma con dimensioni comprese tra i 4 e i 5 centimetri si aggira intorno all’1% all’anno. Le attuali possibilità tecniche di correzione preventiva dell’aneurisma sono due: l’approccio chirurgico tradizionale a cielo aperto e il trattamento endovascolare, meno invasivo. Entrambi offrono ottimi risultati sia immediati sia a distanza. Sono, però, gravati da una certa mortalità operatoria, compresa tra 2-5 % per la chirurgia aperta e tra lo 0,7-1,5 % per la tecnica endovascolare. Nella scelta tra i due approcci si deve tener conto delle caratteristiche anatomiche dell’aneurisma, ma anche dell’età, delle condizioni di salute generale: ad esempio, una cardiopatia o un’insufficienza respiratoria associata, possono aggravare il rischio chirurgico e quindi la sua capacità di sopportare un’operazione più o meno invasiva».

FONTE: corriere.it

domenica 27 aprile 2014

"Abbiamo trasformato l'acqua marina in carburante"

"Abbiamo trasformato l'acqua marina in carburante"

Test positivo operazione riuscita agli scienziati della Us Navy. E' un progetto su cui stanno lavorando da nove anni, ma ne serviranno almeno altri dieci per la produzione a bordo

Un sogno che presto potrebbe diventare realtà: trasformare l'acqua di mare in carburante. E' l'operazione riuscita in laboratorio agli scienziati della marina militare americana, che sperano in futuro di diminuire la dipendenza degli stati uniti dal petrolio e rendere anche le navi più ecosostenibili. L'idea di partenza è semplice: gli idrocarburi sono composti da carbonio e idrogeno, presenti in grande quantità nell'acqua del mare. Catturando il biossido di carbonio (CO2) e l'idrogeno contenuti nell'oceano, è possibile produrre un cherosene utilizzabile nei motori di navi e aerei. I ricercatori del Naval Research Laboratory hanno dimostrato la fattibilità del progetto, riuscendo a far volare con il nuovo carburante un aeromodello. "E' una tappa enorme", ha commentato il viceammiraglio Philip Cullom. 

La Marina militare americana nel 2011 ha consumato quasi due milioni di tonnellate di carburante. La trasformazione dell'acqua di mare in cherosene potrebbe costare tra i 3 e i 6 dollari al gallone (3,8 litri), secondo i ricercatori, al lavoro sul progetto da nove anni. "Per la prima volta - ha commentato la ricercatrice Heather Willauer - siamo stati capaci di mettere a punto una tecnologia per catturare in modo simultaneo la CO2 e l'idrogeno contenuti nell'acqua di mare, facendone un carburante liquido. E' un passaggio molto importante". Il carburante ottenuto è molto simile al cherosene convenzionale, anche nell'odore, e il grande vantaggio è che può essere utilizzato già con i motori di navi e aerei attualmente in commercio.

Al momento, la produzione di questo carburante è limitata a piccole quantità in laboratorio. Il potenziale profitto del progetto deriva dalla capacità di produrre scorte di carburante direttamente in mare, riducendo la logistica, gli oneri ambientali e rafforzando di conseguenza la sicurezza e l'indipendenza energetica della marina. I ricercatori hanno comunque già spento i facili entusiasmi: serviranno almeno altri dieci anni prima che le navi americane siano in grado di produrre a bordo il carburante di cui hanno bisogno.

FONTE: repubblica.it

sabato 26 aprile 2014

Infarto, cure più efficaci e nuovi test

infarto

Le ultime ricerche sulla terapia dell’ infarto e gli esami per vedere le placche aterosclerotiche da vicino

Le malattie cardiovascolari sono ancora oggi un problema enorme in Italia: ogni anno oltre 200mila persone muoiono per una di queste patologie, che uccidono più dei tumori. Le prospettive di diagnosi e cura più innovative sono state al centro dell’ultimo convegno “Conoscere e curare il cuore” del Centro per laLotta contro l’Infarto, a Firenze: dal palloncino che rilasciando un farmaco nel trombo che occlude la coronaria risolve più efficacemente l’infarto alle nuove tecniche di diagnostica per immagini, che consentono di vedere molto da vicino le placche aterosclerotiche per capire meglio come evolveranno.

Infarto

A Firenze sono stati discussi i risultati dello studio Cocktail II, per il quale pazienti con infarto sono stati suddivisi a ricevere due diversi trattamenti mirati a eliminare il coagulo responsabile dell’occlusione della coronaria: in un caso il trombo veniva aspirato attraverso un catetere, nella cosiddetta trombectomia; nell’altro si portava un palloncino poroso a livello del trombo per rilasciare proprio dove serve un farmaco in grado di “scioglierlo”. Quattro anni fa una prima ricerca sull’argomento aveva mostrato che la somministrazione locale del trombolitico era molto più efficace nel ridurre l’entità del trombo rispetto allo stesso farmaco dato per via generale; lo studio Cocktail ha ora verificato che questo approccio migliora la circolazione sanguigna nelle arterie cardiache con vantaggi che aiutano a ridurre gli eventi avversi, dagli infarti successivi alla mortalità entro un anno dall’intervento. «Usare un metodo per la somministrazione locale del farmaco aumenta il flusso sanguigno nelle coronarie colpite dall’infarto, migliorando la prognosi dei pazienti – spiega Francesco Prati, presidente del centro per la Lotta contro l’Infarto –. Lo studio per la prima volta ha confrontato questo approccio alla trombectomia, rivelando la superiorità del palloncino poroso carico di farmaco rispetto all’aspirazione: si tratta perciò di una tecnica che può essere associata all’angioplastica per ridurre il trombo prima di applicare uno stent, ottimizzando gli esiti dell’intervento».

Placche

Le novità però non finiscono qui: una ricerca francese discussa durante il congresso ha mostrato per la prima volta come si comportano le placche aterosclerotiche che provocano gli infarti. I “restringimenti” delle coronarie responsabili dell’infarto nei pazienti partecipanti sono stati trattati con la semplice aspirazione del trombo, lasciando dov’era la placca aterosclerotica sottostante; quindi, gli autori hanno guardato la placca con la tomografia ottica a coerenza di fase (OTC) scoprendo che in alcuni casi questa si era ulcerata e una sua parte si era “rotta” nel lume del vaso, in altri era stata erosa. Non solo, andando ad analizzare nuovamente la placca mesi dopo l’infarto se ne sono potuti osservare i cambiamenti: quando si era rotta per ulcerazione restava un “cratere” praticamente identico anche a distanza di mesi, nelle lesioni prodotte per erosione invece restavano più “strati” nella placca. «La possibilità di osservare in grande dettaglio i segni dei vecchi eventi cardiovascolari è molto preziosa perché può fornirci utili informazioni – osserva Prati –. Ricostruire il comportamento delle placche nel tempo ci aiuta a capire infatti quali sono quelle più a rischio di provocare nuovi eventi cardiovascolari e quali invece non destano preoccupazione, personalizzando ancora di più le terapie». Gli studi sono agli inizi e servirà ancora tempo per capire con precisione le implicazioni cliniche delle diverse tipologie di placca ma grazie alle nuove tecniche di diagnostica per immagini, sempre più sofisticate, la strada verso una migliore comprensione e cura dell’infarto pare tracciata.

FONTE: Elena Meli (corriere.it)

venerdì 25 aprile 2014

SCOPERTO ALBERO GENEALOGICO DELLE METASTASI. CURE CONTRO IL CANCRO AD UNA SVOLTA DECISIVA?


Cancro, un test per definire l’albero genealogico delle metastasi

Basta un test per ricostruire 'l'albero genealogicò delle metastasi e prevedere in questo modo come il tumore si diffonde nell'organismo. Lo ha messo a punto il gruppo di ricerca guidato dall'Ospedale Generale del Massachusetts, che lo ha descritto sulla rivista dell'Accademia delle scienze degli Stati Uniti, Pnas.
 
Sperimentato su 22 pazienti con il tumore del colon, il test permette in particolare di determinare le relazioni di 'parentelà tra il tumore primario e le metastasi in atto. «Se riusciamo a ricostruire 'l'albero genealogico di tutte le metastasi di un paziente - ha spiegato Kamila Naxerova, responsabile dello studio - possiamo determinare come queste differenti masse tumorali sono 'imparentatè l'una con l'altra e ricostruire come sia evoluto il cancro».
 
Avere a disposizione questi dati è molto importante per definire cure mirate. Finora ottenerli richiedeva analisi genetiche molto complesse e lunghe, ma il nuovo test promette di essere più rapido. Invece di analizzare l'intera sequenza genetica del tumore, si concentra infatti solo sulle aree del Dna particolarmente suscettibili a mutazioni, errori frequenti che si registrano nel corso della divisione cellulare. Si tratta di mutazioni non legate direttamente al tumore, ma che comunque in grado di raccontarne la progressione e di chiarire la relazione di 'parentela tra le diverse cellule che lo compongono.

FONTE: leggo.it

giovedì 24 aprile 2014

Stratobus, l’era dei dirigibili ricomincia dalla stratosfera

La storia dei dirigibili si è interrotta ma non è finita. Un progetto italo-francese sta per riportarli in alto, a 20 mila metri

Il disastro dell’Hindenburg ne ha sancito la fine come mezzo di trasporto commerciale nel 1937, ma presto i dirigibili potrebbero tornare fortemente in auge. Secondo un report commissionato dal sito di vacanze britannico Thompson Holydays, nel 2030, a quasi cento anni dal drammatico incidente, gigantesche navi galleggianti potrebbero essere utilizzate come resort per il turismo di lusso. Il loro utilizzo per fini scientifici e tecnologici inizierà, però, molto prima, già nel 2019, quando il prototipo del progetto italo-francese Stratobus effettuerà il suo primo volo di prova.

Stratobus
Frutto di una joint venture tra Thales Alenia Space (partecipata da Finmeccanica), Airbus Defence and Space, Zodiac Marine e Cea-Liten, Stratobus è un progetto «stratosferico», in senso letterale. Quando arriverà a regime sarà composto da una flotta di dirigibili stazionari e completamente autonomi. Osserveranno la Terra da un’altezza di circa 20 mila metri, il limite inferiore della stratosfera, ben al di sopra di qualsiasi volo commerciale o privato. Simile concettualmente al progetto Loon di Google, con cui il gigante del web vuole portare l’accesso a internet anche alle aree più remote del mondo, lo Stratobus sarà uno strumento a metà tra un drone e un satellite. Come gli aerei teleguidati, osserverà la superficie prestando supporto agli operatori terrestri in caso di emergenze, scrutando i confini nazionali e identificando prontamente situazioni critiche come fuoriuscite di petrolio in mare o attacchi di navi pirata. Come un satellite, potrà essere utilizzato per le telecomunicazioni e per fornire informazioni in tempo reale su condizioni climatiche e ambientali, disastri naturali, incendi oppure sul traffico marino e terrestre, a supporto della rete Gps.

Tecnica
Il dirigibile stesso, che avrà un ciclo vitale di almeno cinque anni, sarà lungo tra 70 e 100 metri, con un diametro massimo di 20-30 metri. Per alimentarsi catturerà l’energia solare, che verrà amplificata e immagazzinata attraverso un sistema di fuel-cell ad alta efficienza brevettato da Thales Alenia. Due motori laterali permetteranno allo Stratobus di restare in posizione geostazionaria per oltre un anno, contrastando venti di oltre 90 km/h e trasmettendo tutte le informazioni raccolte a un mezzo leggero sulla Terra. Il tutto a costi estremamente ridotti e con una semplicità d’utilizzo senza pari.

I blimps
Il disastro Hindenburg, in cui l’idrogeno contenuto nel dirigibile di tipo Zeppelin (che è stato il più importante produttore di dirigibili commerciali con struttura interna rigida in metallo pesante) prese fuoco all’atterraggio in New Jersey, uccidendo più di 30 persone a bordo, ha scatenato una reazione psicologica irrazionale che, unita ad altri fattori, tra cui la seconda guerra mondiale alle porte, ha fatto in modo che per gli ultimi 75 anni gli unici dirigibili che abbiano regolarmente solcato i cieli siano stati quelli pubblicitari della Goodyear. Proprio Goodyear ha però annunciato che rimpiazzerà la sua flotta di blimps (dirigibili a struttura gonfiabile) con nuovi Zeppelin NT (i dirigibili rigidi di metallo come quelli del secolo scorso) rilanciando lapartnership sospesa oltre sette decenni fa.

Dragon Dream
Intanto la società Worlwide Aeros Corporation ha effettuato con successo il primo volo del suo gigantesco Dragon Dream, prototipo di un dirigibile da utilizzare per il trasporto merci. Il primo modello definitivo, l’ML866, sarà lungo 169 metri e potrà trasportare fino a 66 tonnellate di merce con una velocità di crociera di 120 nodi (222 km all’ora). Il modello ML868 che arriverà più avanti sarà lungo ben 230 metri e potrà trasportare fino a 200 tonnellate. Essendo più leggeri dell’aria, i nuovi dirigibili potranno galleggiare nell’aria da fermi, anche a pieno carico, sulla terra o sull’acqua. E chissà che per attraccarli non vengano usati i giganteschi grattacieli che stanno sorgendo un tutto il mondo. Il cielo risulterebbe piuttosto trafficato ma sarebbe uno scenario da fantascienza, degno di un universo parallelo.

FONTE: Davide Sher (corriere.it)

mercoledì 23 aprile 2014

Tempi e metodi per conservare il cordone ombelicale



A cura di: www.cellulestaminalicordoneombelicale.it

Conservare le cellule staminali del cordone ombelicale: ad oggi sono ancora molte le mamme che non si sentono preparate sull’argomento. Non sanno perché è utile farlo, né tantomeno come farlo. Ma conservare il cordone ombelicale (o, per utilizzare un’espressione più corretta, conservare le cellule staminali cordonali) è una scelta importante e molto più semplice di come appare.
L’importanza del cordone ombelicale, oltre a quella relativa alla sua primaria funzione di organo di scambio nutritivo ed ematico tra madre e bambino nel corso della gravidanza, è data dal fatto che, al momento della nascita del bambino, esso contiene preziose cellule staminali che si possono facilmente prelevare, conservare ed utilizzare poi per il trattamento di più di ottanta malattie, tra cui leucemie, linfomi ed anemie. L’efficacia dell’utilizzo delle cellule staminali per la cura di tali malattie è ormai conclamata ed è confermata anche dal Ministero della Salute italiano, come dimostra il decreto approvato il 18 novembre 2009.
Ma come si conservano? È possibile scegliere di donare le staminali del cordone al sistema pubblico, rinunciando alla proprietà sul campione, oppure è possibile scegliere di conservare privatamente le staminali cordonali raccolte al momento della nascita, mantenendo il campione a disposizione del bambino e della famiglia in caso di necessità. In questo secondo caso, la prima mossa da compiere è la scelta della biobanca a cui fare affidamento; una scelta che si deve compiere valutando la qualità della struttura, considerando le certificazioni internazionali ottenute, il numero di campioni conservati nonché il numero di trapianti fino a quel momento effettuati con campioni conservati presso quella biobanca. Questo perché il trapianto potrà avvenire ed avere esito positivo solo se i campioni di staminali sono stati conservati in modo corretto.  
Dopo aver scelto la biobanca di riferimento, si passa poi ai primi esami da effettuare, tra cui gli esami del sangue della mamma un mese prima della data prevista per il parto; la fase successiva è rappresentata dalla domanda di nulla osta all’esportazione, un’autorizzazione che dovrà essere richiesta dalla famiglia alla direzione sanitaria dell’ospedale dove avverrà il parto. Tale documento è previsto dalla legge italiana, che lo individua come indispensabile per portare a termine la procedura di conservazione privata di cellule staminali; una procedura che le famiglie, secondo la legge italiana, possono svolgere unicamente affidandosi a strutture con sede all’estero. La compilazione di alcuni moduli e un breve colloquio volto a verificare le conoscenze della famiglia sul tema è tutto ciò che occorre per completare la procedura burocratica necessaria e poi passare alla fase successiva.
A questo punto sarà la biobanca a doversi muovere, facendo arrivare a casa della futura mamma un contenitore con tutto ciò che occorre per effettuare il prelievo di sangue del cordone ombelicale il giorno del parto. Sarà proprio la mamma a portare con sé in ospedale al momento del parto questo kit di raccolta, affinché il personale medico o ostetrico che la assisterà possa effettuare il prelievo.
Una volta che il parto avrà avuto luogo e con esso anche il prelievo, la famiglia potrà contattare la propria biobanca che organizzerà prima il celere ritiro del kit presso l’ospedale dove è avvenuto il parto e poi la consegna al laboratorio che dovrà effettuare le analisi. A questo punto sarà il laboratorio a doversi occupare della verifica del campione di sangue prelevato dal cordone ombelicale, controllando, attraverso un’attenta valutazione di parametri essenziali quali la vitalità delle cellule, che il campione sia idoneo alla conservazione.
Terminati i controlli, il campione verrà conservato in speciali biocontainer e la biobanca invierà alla famiglia un certificato di crioconservazione. Nel biocontainer le cellule si conservano ad una temperatura costante di -196°C, temperatura che consente di mantenerlo inalterato negli anni.
E se in futuro il bambino o un altro componente della famiglia dovesse avere bisogno di tali cellule, il campione potrà essere trasferito in Italia, dopo aver ottenuto un’autorizzazione alla importazione da parte del Ministero della Salute.
                                                                                       
Per ulteriori informazioni: www.cellulestaminalicordoneombelicale.it

martedì 22 aprile 2014

La Giornata della Terra per un pianeta da amare

Valle coltivata a Poggiorsini nel Parco nazionale dell’Alta Murgia in Puglia. Foto di Diana Cimino vincitrice della menzione speciale Paesaggio agricolo nel concorso fotografico «Obiettivo Terra» di Fondazione Univerde e Società geografica italiana, che ha visto tra i promotori anche LifeGate

Oltre 1 miliardo di «azioni green» realizzate in occasione dell’Earth Day

Le città verdi è il tema scelto per l’edizione del 2014 della Giornata internazionale della Terra. Un momento di riflessione in un pianeta affollato da oltre 7 miliardi di persone e che è sull’orlo di una crisi ambientale se nei prossimi 16 anni non si agirà in modo significativo per contrastare le emissioni di gas serra, come ha ricordato il recente rapporto del Gruppo Onu sui cambiamenti climatici. Ma che, non di meno, vede segnali di speranza e di coinvolgimento generale. Più di 1 miliardo di «azioni verdi» sono già state realizzate proprio in previsione della Giornata della Terra, che le Nazioni Unite festeggiano il 22 aprile.

I piccoli «grandi» atti

Tanti piccoli «grandi» atti, come i cortili ecologici o il Clean up day europeodel prossimo 10 maggio, in cui tutti siamo chiamati a pulire la nostra Terra dai rifiuti che noi stessi disseminiamo. Tanti i contributi anche quest’anno di personaggi famosi o sconosciuti, aperti dal «Concerto per la Terra» di Arisa, testimonial della campagna italiana 2014 della Giornata della Terra. Un tema, quello della Terra, legato anche a quello di Expo 2015: nutrire il pianeta, energia per la vita.

Protocollo di Milano

Un tema che è stato alla base per lanciare il Protocollo di Milano, realizzato da Bcfc (Barilla Center for food and nutrition), al quale stanno aderendo un numero sempre maggiore di persone, enti e organizzazioni proprio perché si sta diffondendo la consapevolezza di quanto il rapporto ambiente-clima-cibo-modelli di vita sia ormai la vera sfida del prossimo futuro. Si prevede infatti una perdita di raccolto del 2% su scala globale ogni anno fino al 2030, perdita destinata ad aumentare se il riscaldamento globale supererà i 4 gradi centigradi e, contestualmente, si assiste a un aumento della popolazione che supererà i 9 miliardi di persone entro il 2050: diventa fondamentale quindi produrre meglio, risparmiando risorse e prestando attenzione al capitale naturale.

Green cities

Le green cities non sono solo un’utopia, ma si basano su fatti tangibili. Per esempio uno studio promosso dal comitato scientifico del premio fiorentinoIl monito del giardino, stima in circa 12 milioni le tonnellate annue di CO2 – quasi il 3% delle emissioni totali dell’Italia – assorbite dal complesso delle aree verdi urbane italiane. Lo studio valuta che ogni ettaro di verde urbano, composto da un mix standard di alberi di medio e alto fusto, arbusti e prato, abbia un assorbimento medio presunto di 4,2 tonnellate di CO2 annue.

FONTE: Paolo Virtuani (corriere.it)

giovedì 17 aprile 2014

Scoperto pianeta abitabile simile alla Terra


L’annuncio della Nasa: in orbita attorno a una stella nana a una distanza che potrebbe consentire la presenza di acqua liquida in superficie

La Nasa ha annunciato oggi la scoperta di un pianeta abitabile in orbita attorno a una stella nana a una distanza che potrebbe consentire la presenza di acqua liquida in superficie.  

Il nuovo corpo celeste, chiamato Kepler-186f, fa parte di un sistema di cinque pianeti in orbita attorno alla stella Kepler-186, più fredda e circa la metà per dimensioni e massa del nostro Sole. 
Il nuovo sistema si trova a circa 500 anni luce dalla Terra nella costellazione del Cigno. Kepler-186f è il pianeta più esterno e l’unico ad orbitare nella cosiddetta «zona abitabile», ossia ad una distanza dalla sua stella compatibile con la presenza di acqua liquida in superficie. Quest’ultima caratteristica è considerata un presupposto fondamentale per la vita. 

FONTE: lastampa.it


mercoledì 9 aprile 2014

Antidolorifici e antinfiammatori aumentano il rischio di ictus


L’uso di antidolorifici e antinfiammatori (FANS) è stato collegato a un elevato rischio di fibrillazione atriale, il battito cardiaco irregolare a sua volta correlato a insufficienza cardiaca, ictus e ridotta aspettativa di vita, in particolare nelle persone anziane

L’uso di antidolorifici e antinfiammatori non-steroidei (o FANS), un tipo di farmaco sempre più diffuso e utilizzato, è stato collegato a un elevato rischio di sviluppare un battito cardiaco irregolare, o fibrillazione atriale. Questa condizione è a sua volta collegata all’esordio di insufficienza cardiaca, ictus e, più in generale, a una ridotta aspettativa di vita.
Questa condizione, secondo un nuovo studio pubblicato sulla versione online del British Medical Journal (BMJ) Open, si mostra con più evidenza nelle persone anziane.

I ricercatori si sono basati su una precedente ricerca che indicava nell’uso dei FANS un aumento significativo del rischio di problemi cardiovascolari, tra cui l’infarto. Così, per valutare l’impatto dell’uso di antidolorifici e antinfiammatori sulla salute di cuore e arterie, gli autori hanno preso in esame i dati relativi a 8.423 persone di età superiore ai 55 anni che facevano parte del “Rotterdam Study”, uno studio olandese che tracciava lo sviluppo e lo stato di salute della popolazione.

Per mezzo di esami e registrazioni della salute del cuore tramite elettrocardiogramma (ECG), i ricercatori hanno rilevato i nuovi casi di fibrillazione atriale. Allo stesso tempo hanno raccolto i nomi dei farmaci prescritti ai partecipanti grazie ai dati memorizzati dalle farmacie che collaborano al progetto di ricerca.
L’età media dei partecipanti allo studio era di 68,5 anni, più della metà di essi (il 58%) erano donne e il periodo di monitoraggio è durato poco meno di 13 anni.

Durante il periodo di follow-up, 857 degli 8.423 partecipanti hanno sviluppato la fibrillazione atriale. Di questi casi, 261 non avevano mai assunto farmaci FANS quando hanno ottenuto la diagnosi, mentre 554 di essi avevano usato i FANS in passato. Infine, 42 partecipanti li stavano attualmente utilizzando.
L’uso corrente di farmaci antinfiammatori non-steroidei è stato associato con un 76% in più di rischio di fibrillazione atriale, rispetto a chi non li utilizza. L’elevato rischio rimaneva anche dopo aver preso in considerazione altri fattori di rischio, come l’età, il sesso, e sottostanti problemi cardiovascolari.

Il rischio di fibrillazione atriale, già di per sé molto alto, aumentava addirittura all’84% se l’uso di FANS era recente: entro i 30 giorni precedenti. Sebbene l’uso in dosi più elevate fosse poi associato a un ulteriore aumento del rischio, la tendenza non era statisticamente significativa.
Gli scienziati ritengono che i FANS possono contribuire allo sviluppo della fibrillazione atriale perché inibiscono la produzione dell’enzima cicloossigenasi, che può aumentare la pressione sanguigna a causa della ritenzione di liquidi. Tuttavia, anche un’infiammazione sottostante, che può essere alla base dell’uso di FANS potrebbe essere indicativa dell’aumento del rischio di fibrillazione atriale.

Quello che è apparso chiaro ai ricercatori è che qualunque sia la spiegazione del legame tra FANS e fibrillazione atriale, «il meccanismo di fondo dietro questa associazione merita ulteriore attenzione».
In ogni caso, se non strettamente indispensabili, andiamoci piano con l’assumere antidolorifici e antinfiammatori FANS. 

FONTE: lastampa.it

sabato 5 aprile 2014

"Vegetariani più a rischio per allergie, depressione e tumori"

"Vegetariani più a rischio per allergie, depressione e tumori"

A sostenerlo è un team di ricerca dell'Università austriaca di Graz, che ha esaminato i dati di 1320 cittadini. "Qualità della vita ridotta a causa di una dieta poco equilibrata"

I vegetariani più sani, longevi e contenti? Forse non è così. Secondo uno studio austriaco, i cui dati sono stati pubblicati sul portale "Plos One" (e destinato a riaprire vecchie polemiche anche tra studiosi), chi rinuncia alla carne sarebbe più a rischio di allergie, problemi mentali e persino tumori rispetto a chi mangia proteine animali all'interno di una dieta equilibrata con frutta e verdura in abbondanza.

A sostenerlo sono alcuni studiosi dell'Università di Graz, che hanno esaminato i dati dell'Austrian Health Interview Survey, un sondaggio periodico sullo stato generale di salute della popolazione austriaca condotto su circa 1320 cittadini.

I rischi. In pratica, gli esperti hanno notato che chi ha scelto di abbracciare la dieta vegetariana risulterebbe sì più attivo e meno propenso a vizi dannosi per la salute come fumo e alcol, ma al tempo stesso soffrirebbe maggiormente di ansia, depressione e allergie. Non solo. Secondo questo studio, per i vegetariani presi in considerazione il rischio di andare incontro a infarti o tumori sarebbe fino a 50 volte superiore. Inoltre, i vegetariani avrebbero anche una scarsa propensione a vaccinarsi e a poca prevenzione.

Necessari altri studi. "Il nostro studio - hanno scritto gli autori - ha mostrato che gli adulti austriaci che seguono una dieta vegetariana sono meno sani in termini di allergie, tumore e problemi mentali. Inoltre, hanno una ridotta qualità della vita e più bisogno di trattamenti medici. Dunque occorre un forte programma di salute pubblica nel Paese per ridurre i rischi dovuti a fattori nutrizionali". I ricercatori, comunque, sottolineano anche il fatto che la ricerca necessita comunque di ulteriori approfondimenti.

FONTE: repubblica.it

giovedì 3 aprile 2014

Dalla “droga da discoteca” una cura per la depressione


I ricercatori scoprono nella Ketamima – uno stupefacente illegale utilizzato per lo sballo dai frequentatori di discoteche – una sostanza capace di curare con successo la depressione, anche nelle forme gravi

Chi frequenta i locali come le discoteche sa che cos’è la Ketamina, dato che vi sono persone che la utilizzano come mezzo per sballare. E’ una sostanza utilizzata sia in medicina veterinaria che per uso umano, ed è un anestetico dissociativo. Tuttavia, assunta in dosi particolari (in genere inferiori a quelle mediche) ha degli effetti paragonabili a psichedelici come LSD. Per questo motivo è purtroppo illegalmente diffusa in certi ambienti.

Ora, i ricercatori del Dipartimento di Psichiatria dell’Università di Oxford hanno scoperto che la Ketamina può curare con un certo successo la depressione, anche nelle forme gravi e nei pazienti che non rispondono alle cure standard. L’effetto, che differisce dagli antidepressivi tradizionali, è rapido ed efficace, riportano gli scienziati.
Lo studio, condotto dal dott. Rupert McShane e colleghi è stato pubblicato sul Journal of Psychopharmacology, e suggerisce che la Ketamina possa essere considerata un nuovo promettente antidepressivo che funziona in modo diverso dagli antidepressivi esistenti.

Come accennato, l’effetto si mostra particolarmente evidente nei pazienti che soffrono di depressione grave, che dura da anni nonostante le molteplici terapie cui sono stati sottoposti.
Il team di ricerca ha sottoposto a trattamento con la Ketamina un primo gruppo di 45 pazienti affetti da depressione grave. In tutto sono state fornite circa 400 infusioni.
Sebbene molti pazienti così trattati abbiano sofferto di una ricaduta entro un giorno o due, il 29% ha sperimentato un beneficio che è durato almeno tre settimane, mentre per il 15% i benefici sono durati oltre due mesi, prima di avere una eventuale ricaduta.

I risultati si sono mostrati subito promettenti, e i ricercatori ora stanno valutando il modo di riuscire a mantenere l’effetto antidepressivo il più a lungo possibile, in modo da evitare ricadute.
Anche gli effetti collaterali pare siano minimi, dato che non vi sono stati effetti negativi sulle facoltà cognitive o sulla vescica. Alcuni pazienti hanno tuttavia sperimentato sintomi d’ansia o di malessere.
Ecco dunque come un farmaco, utilizzato anche in modo indiscriminato e pericoloso da certe persone, possa essere un aiuto per chi davvero ne avrebbe bisogno.

FONTE: lastampa.it