sabato 31 maggio 2014

Impiantato in Italia pacemaker senza fili più piccolo al mondo


Impiantato in Italia pacemaker
senza fili più piccolo al mondo

E' stato impiantato per la prima volta in Italia il più piccolo pacemaker senza fili al mondo, dal peso di appena due grammi. L'intervento è stato eseguito a Pisa, nell'ambito della sperimentazione internazionale Micra,che coinvolge 780 pazienti reclutati in oltre 50 centri in tutto il mondo. Ad eseguire l'intervento è stato il gruppo di Maria Grazia Bongiorni, direttore dell'unità operativa di Cardiologia 2 dell'Azienda ospedaliero-universitaria pisana. 
E' uno dei primi centri al mondo inclusi nello studio Micra (Micra trancatheter pacing system, ossia Sistema di stimolazione intracardiaco transcatetere). I risultati iniziali sui primi pazienti, a distanza di tre mesi dall'impianto, saranno resi noti all'inizio del 2015.

Realizzato da Medtronic, il piccolo pacemaker persa 2 grammi e misura poco più di 2 centimetri (è poco più grande di una pillola) e ha una durata che può variare da 7 a 14 anni. Viene inserito attraverso la vena femorale e si ancora nel ventricolo destro con quattro piccoli arpioni. Non ha bisogno di alcun filo inserito nelle vene e, agganciato direttamente all'interno del cuore, il sistema Micra emette impulsi elettrici in grado di regolarizzare il battito cardiaco attraverso un elettrodo posizionato sul dispositivo.

«Questa tecnologia miniaturizzata, dall'approccio mininvasivo - spiega Bongiorni - è stata studiata per fornire ai pazienti una tecnologia avanzata in alternativa ai sistemi di stimolazione tradizionali».

FONTE: salute.ilmessaggero.it

giovedì 29 maggio 2014

Svolta (italiana) nella terapia genica Corretto errore nel Dna malato


Utilizzando dei “bisturi molecolari”, i ricercatori hanno aggiustato il difetto all’origine di una grave immunodeficienza ereditaria: la SCID-X1

Svolta italiana sul fronte della terapia genica, quella che prova a curare le malattie “scritte” nel Dna correggendo il difetto responsabile. Invece di introdurre dall’esterno la copia sana del gene anomalo, gli scienziati dell’Istituto San Raffaele-Telethon per la terapia genica (Tiget) di Milano sono riusciti a cancellare l’errore direttamente sul gene malato, grazie a una tecnica chiamata “editing del genoma” ideata dal premio Nobel per la Medicina Mauro Capecchi. Utilizzando dei “bisturi molecolari”, i ricercatori hanno aggiustato il difetto all’origine di una grave immunodeficienza ereditaria (Severe combined immunodeficiency-X1 o SCID-X1), in cui la tradizionale terapia genica aveva dato problemi di sicurezza. In pratica, per la prima volta l’équipe italiana ha riscritto il Dna di cellule staminali del sangue agendo direttamente sul codice della vita. Lo studio, pubblicato su Nature, è stato condotto sui topi ma apre le porte a possibili applicazioni sull’uomo.

Nuove strategie di cura

Al lavoro, finanziato da Fondazione Telethon, Ue e Ministero della Salute, ha collaborato anche la società biotech americana Sangamo Biosciences. A firmarlo sono Luigi Naldini, direttore del Tiget e docente all’Università Vita-Salute San Raffaele, e il ricercatore Angelo Lombardo. Il gruppo di Naldini, che in questi giorni è stato premiato a Washington dalla Società americana di terapia genica e cellulare con l’Outstanding Achievement Award, già a luglio scorso aveva pubblicato su Science uno studio che dimostrava come la nuova tecnica rappresenti una speranza concreta per gravissime malattie genetiche dell’infanzia, quali la leucodistrofia metacromatica e la sindrome di Wiskott-Aldrich. Con la nuova strategia, confidano gli scienziati di via Olgettina, «sarà possibile in futuro non solo superare alcuni dei più importanti ostacoli che oggi rallentano l’applicazione della terapia genica, ma anche ingegnerizzare le staminali in modo sempre più preciso e innovativo, disegnando nuove strategie di cura delle malattie».

I bisturi molecolari

«Fino ad oggi - spiega Naldini - la terapia genica consisteva soprattutto nell’aggiungere una copia funzionante di un gene quando quello presente era difettoso, usando un virus manipolato e reso innocuo: un po’ come usare una stampella quando ci si sia rotti una gamba. Con il nuovo studio abbiamo fatto un importante passo avanti, perché l’editing del genoma ci consente di correggere direttamente il difetto genetico sul Dna: un po’ come riparare l’osso fratturato. È un vantaggio straordinario, perché ci permette di ripristinare non solo la funzione, ma anche la naturale regolazione di quel gene (quanto, quando e dove viene espresso)». I bisturi molecolari usati dagli scienziati sono proteine fabbricate in laboratorio, dette endonucleasi artificiali. «Sono costituite da due porzioni - spiega Lombardo, premiato nel 2011 come miglior giovane ricercatore dalla Società europea di terapia genica e cellulare, e dal 2007 al lavoro con Naldini per perfezionare questi speciali microchirurghi -: una si lega a una precisa sequenza di lettere sul Dna, scelta nel gene da riparare, l’altra taglia il Dna attivando i normali meccanismi riparativi che ricopiano nel sito del taglio una sequenza corretta da noi fornita alla cellula».

I soldati del sistema immunitario

Naldini e colleghi hanno deciso di sperimentare la tecnica sulla SCID-X1, patologia causata dal difetto del gene IL2RG, che nelle staminali ematopietiche del midollo osseo regola la produzione dei “soldati” (le cellule) del sistema immunitario. In passato la malattia era stata trattata con la terapia genica tradizionale, in una sperimentazione condotta in Francia. La metodica aveva funzionato, ma per un tragico effetto collaterale alcuni pazienti si erano ammalati di leucemia. Serviva un’alternativa, ma finora i ricercatori non erano riusciti a utilizzare l’editing del genoma sulle staminali “madri” delle cellule del sangue. «Normalmente - sottolinea Pietro Genovese, ricercatore Tiget e primo autore dello studio - queste staminali si trovano nel midollo osseo in uno stato di quiescenza», da cui si ogni tanto si risvegliano per produrre cellule di ricambio. «Siamo riusciti a individuare la giusta combinazione di stimoli per risvegliarle e poter utilizzare i nostri bisturi molecolari per riparare il difetto del gene IL2RG. Abbiamo poi dimostrato la sicurezza e l’efficacia di questo approccio in un modello murino», cioè in topi che mimano la malattia umana. «Le cellule da noi corrette - conclude il ricercatore - sono riuscite da sole a rigenerare il sistema immunitario, dando origine a linfociti completamente funzionanti. Bastano poche cellule staminali corrette per ottenere l’effetto terapeutico: la ricostituzione di un sistema immunitario funzionante». 

(Fonte: Adnkronos Salute)

mercoledì 28 maggio 2014

Esplora il significato del termine: Quale attività fisica è più efficace per perdere i chili in eccesso?Quale attività fisica è più efficace per perdere i chili in eccesso?

Gli esercizi aerobici, come la marcia, la corsa, il nuoto, sono chiari esempi di attività in cui le grandi masse muscolari sono coinvolte consentendo di bruciare molte calorie

Sono in notevole sovrappeso, almeno di una decina di chili di troppo, e la dieta che mi ha consigliato il medico non sembra funzionare più di tanto anche se sono a «stecchetto» ormai da un mese. Perciò ho pensato di prendere sul serio il consiglio, che pure mi ha dato il medico di famiglia, di iniziare a praticare attività fisica. A questo punto mi pongo, anzi le pongo, due domande. Quale attività fisica scegliere per alzare il metabolismo e consumare più calorie? E, visto che non sono più giovanissimo e non vorrei correre rischi, qual è la frequenza cardiaca ideale da tenere durante l’attività fisica?

Risponde Gianfranco Beltrami, docente Corso di laurea in Scienze motorie, Università di Parma

Associare alla dieta un idoneo programma di esercizio fisico è fondamentale per ottenere migliori risultati con la bilancia. L’attività va fatta però nel modo giusto, meglio se con una guida esperta, senza porsi traguardi impossibili e con un programma che sia anche divertente e rilassante. Quali attività scegliere dipende molto dallo stato di salute e dal grado di allenamento. Bisogna in primo luogo evitare che un esercizio fisico troppo intenso ed esasperato porti a danni o traumatismi all’organismo: prudenza, gradualità e un check up preliminare sono sempre consigliati. Detto questo, gli esercizi aerobici, come la marcia, la corsa, il nuoto, sono chiari esempi di attività in cui le grandi masse muscolari sono coinvolte consentendo di bruciare molte calorie. Ciò che conta, però, è la frequenza dell’attività, che non deve essere sporadica ma possibilmente quotidiana, ed è soprattutto la durata dell’allenamento, che dovrebbe raggiungere gradualmente almeno i 50 minuti continuativi. Per quanto riguarda la frequenza cardiaca, è utilissimo controllarla e mantenerla su un valore pari ad almeno il 70 per cento della frequenza cardiaca che si riesce a raggiungere con uno sforzo massimale.

Questo tipo di esercizio consente di far arrivare molto ossigeno ai muscoli, di migliorare l’efficienza della circolazione e del metabolismo a livello muscolare e di sfruttare anche il maggior consumo calorico che si ha nelle ore che seguono l’allenamento. Al termine di un esercizio fisico, infatti, le attività metaboliche non ritornano immediatamente al loro livello di riposo, ma necessitano di un tempo più o meno lungo a seconda dell’intensità e della durata dell’esercizio per ripristinare le scorte energetiche, smaltire l’acido lattico, riparare le cellule lesionate dall’esercizio ecc. Più lo sforzo è stato intenso, più si allunga questo periodo in cui anche stando a riposo vengono bruciate più calorie. L’orario migliore per allenarsi è quello del mattino, prima di colazione, quando le scorte di glicogeno sono state in parte consumate dal digiuno notturno ed è più facile mobilizzare i grassi di deposito; è assolutamente da evitare invece l’attività dopo i pasti, quando l’afflusso di sangue ai muscoli viene ostacolato dalla digestione. Per chi vuole dimagrire è validissima anche una attività di potenziamento per i principali gruppi muscolari, da eseguire un paio di volte alla settimana, in grado non solo di mantenere il corpo più agile e snello ma anche di innalzare il metabolismo basale (i muscoli sono la componente corporea che consuma più energia). Sono poi sufficienti alcuni minuti di esercizi quotidiani di allungamento muscolare per la prevenzione dei traumi.

FONTE: corriere.it

martedì 27 maggio 2014

Individuato lo “starter” dei tumori


Analizzato il primo evento molecolare all’origine delle metastasi

Un insieme di segnali nelle cellule tumorali controllano e danno il via alla loro corsa verso i tessuti che le circondano, per invaderli e creare metastasi. 

A scoprirlo alcuni ricercatori dell’Albert Einstein College of Medicine della Yeshiva University di New York, che hanno pubblicato uno studio sulla rivista Nature Cell Biology

Un risultato che permette di capire il primo evento molecolare all’origine delle metastasi. Per migrare dal tumore primario, una cellula cancerosa deve prima ”sfondare” il tessuto connettivo circostante, formando come dei piccoli “piedi”, delle protrusioni dette invadopodia, che usa per compiere la propria invasione. Le invadopodia rilasciano degli enzimi che degradano il tessuto circostante, mentre le altre protrusioni tirano la cellula tumorale, come la locomotiva con il treno. Con questo meccanismo le cellule riescono a viaggiare dal tumore nel flusso sanguigno, raggiungendo altre parti del corpo distanti. 

«Sapevamo che le invadopodia erano guidate da filamenti di proteine, l’actina - spiega il coordinatore dello studio Louis Hodgson - ma non era chiaro che cosa regolasse esattamente l’actina in queste protrusioni».  

Altri studi avevano ipotizzato che la proteina Rac1 avesse un ruolo in questo processo. Quando i suoi livelli erano elevati, le cellule tumorali erano infatti più invasive. Ma finora si era riusciti solo a dedurre questo processo, non ad osservarlo direttamente. Così i ricercatori hanno ideato una proteina-biosensore fluorescente che ha rivelato esattamente quando e dove Rac1 è attivata nelle cellule del cancro. Con questo biosensore nelle cellule tumorali del seno di roditori ed esseri umani, gli studiosi hanno visto che quando la protrusione si forma e si attiva per degradare il tessuto circostante, i suoi livelli di Rac1 sono bassi. Invece, quando l’Rca1 è elevato, l’invapodium scompare. «Inibitori dell’Rac1 sono stati sviluppati - conclude Hodgson - ma non sono abbastanza sicuri. Rac1 serve anche alle cellule sane. Bisogna spegnere questi segnali solo nelle cellule tumorali». 

FONTE: lastampa.it