venerdì 27 giugno 2014

Creati in laboratorio mini-cuori per testare potenziali farmaci

I ricercatori utilizzano le piccole sfere, della dimensione di un millimetro, per studiare possibili cure per una malattia finora ritenuta incurabile: l’ipertrofia cardiaca

Migliaia di cuori umani in miniatura sono stati coltivati in laboratorio da un team di scienziati scozzesi, a partire da cellule staminali. Le piccole sfere di cellule del cuore battono insieme in una piastra di Petri (recipiente piatto di forma cilindrica) ogni due secondi, e il tessuto corrisponde a quello del muscolo cardiaco umano. I ricercatori dell’Abertay University di Dundee (Scozia) li utilizzano già per testare potenziali farmaci con l’obiettivo di trattare una malattia al momento incurabile. La ricerca è stata presentata al Congresso mondiale sulla biotecnologia di Valencia, in Spagna.

La dimensione non conta

Le sfere di cellule del cuore sono state realizzate con delle staminali e misurano appena un millimetro. Cellule del cuore battente sono già state prodotte, ma è la prima volta che i mini-cuori vengono utilizzati per studiare una malattia incurabile, l’ipertrofia cardiaca. «Sono davvero cellule umane, fisiologicamente le stesse del cuore, e in questo caso la dimensione non ha importanza - spiega il ricercatore Nikolai Zhelev alla Bbc online -. Abbiamo indotto delle malattie in questi mini-cuori, cosa che nessuno aveva ancora fatto, in particolare l’ipertrofia cardiaca. Non solo: abbiamo testato diversi farmaci che hanno bloccato lo sviluppo di questa patologia».

Testare potenziali cure

Nell’ipertrofia cardiaca il cuore diventa più spesso e rigido, rendendo più difficile pompare sangue in tutto il corpo. In casi estremi, può fermarsi all’improvviso. Zhelev ha spiegato che i mini-cuori hanno permesso ai ricercatori di valutare rapidamente una vasta gamma di prodotti chimici e di testare così delle potenziali cure. «Possiamo lavorare ora, in un esperimento, con mille cuori umani e testare grandi quantità di composti contemporaneamente, cosa che non si può fare negli animali». Il lavoro avrebbe già portato i primi frutti. I ricercatori pensano di aver trovato un farmaco, attualmente utilizzato per trattare il cancro, che potrebbe aiutare a prevenire l’ipertrofia. 

(Fonte: Adnkronos Salute)

sabato 21 giugno 2014

Yara, test Dna: tutti ne parlano, pochi sanno cos’è e come si esegue

Test Dna: sviluppato in Inghilterra nella seconda metà degli anni Ottanta, se eseguito bene ha margini di errore minimi

Sviluppato in Inghilterra nella seconda metà degli anni Ottanta, se eseguito bene ha margini di errore minimi. Ma dipende dalla quantità di Dna a disposizione

Il caso Yara ha riacceso i riflettori sul test del Dna, che tutti ormai pronunciano quasi automaticamente per indicare una prova regina in grado di trovare un’incontestabile uguaglianza tra due profili genetici messi a confronto. Ma che cos’è in realtà questo esame capace d’inchiodare un presunto omicida, di riconoscere il papà o la mamma di un bambino, di individuare un portatore di una malattia genetica, nonché di stabilire i discendenti di una popolazione o di dare un nome a un reperto antico?

Tutte le nostre cellule hanno lo stesso Dna

«È un’analisi che caratterizza principalmente la sequenza delle basi azotate (adenina, timina, guanina, citosina) del Dna, importanti per distinguere un individuo dall’altro», spiega Fulvio Cruciani, professore di genetica umana e forense presso il dipartimento di biologia e biotecnologia Charles Darwin dell’Università La Sapienza di Roma. «Tutte le nostre cellule hanno infatti lo stesso Dna, cioè lo stesso corredo genomico, distribuito in 46 cromosomi uguali a due a due (tranne i due cromosomi sessuali X e Y). Se tuttavia confrontiamo il Dna di uno dei cromosomi con quello di un’altra persona, notiamo che c’è una differenza in media ogni mille basi, per esempio una timina al posto di un’adenina, e il grado di diversità è via via inferiore quanto più i due individui considerati sono imparentati tra loro».

Non è uno solo

Nonostante lo si pronunci sempre al singolare, sarebbe più corretto declinarlo al plurale. I test del Dna sono infatti tanti e diversi a seconda del quesito a cui sono chiamati a rispondere. Nella genetica forense si usa oggi principalmente un tipo di test che va a indagare i cosidetti microsatelliti, corte sequenze di Dna composte da una a otto basi ripetute in tandem per un piccolo numero di volte. Esse costituiscono un motivo semplice che, sebbene occupi la stessa posizione sul Dna di tutti gli esseri umani, differisce da un individuo all’altro per il numero delle sue ripetizioni determinando un’impronta digitale univoca. Nella genetica medica si impiegano altri test del Dna eseguiti con l’intento di studiare un gene e identificare una particolare mutazione responsabile di una determinata malattia genetica. E nella genetica di popolazione si utilizzano esami del Dna ancora diversi, capaci ad esempio d’indagare marcatori d’elezione posti sul cromosoma Y e sul genoma mitocondriale trasmessi rispettivamente per via paterna e materna che, scomponendo la variabilità genetica della popolazione in due componenti, quella maschile e quella femminile, permettono di ricostruire più facilmente la storia di una popolazione.

Come si esegue

L’evoluzione dei test del Dna è strettamente legata alla messa a punto di una tecnica di biologia molecolare, la Pcr (Polymerase Chain Reaction), introdotta nella seconda metà degli anni Ottanta, in grado di amplificare il Dna. «Questo metodo inizia con l’estrazione del Dna dal materiale organico di partenza, vale a dire dal nucleo delle cellule prelevate da sperma, bulbo dei capelli, urine, sangue, saliva, ma anche da qualsiasi parte del corpo e addirittura dalle impronte lasciate su un oggetto, il cosiddetto touch Dna; prosegue con la denaturazione del Dna in una soluzione tampone contenente primer, corte sequenze che riconoscono regioni specifiche del Dna da analizzare, alle quali si aggiungono basi azotate con un enzima chiamato polimerasi. Questi passaggi vengono ripetuti per 20-30 cicli, raddoppiando il Dna ogni volta: da quantità minime di Dna (nanogrammi), amplificate decine o centinaia di migliaia di volte, si ottengono pertanto microgrammi di Dna», illustra Cruciani cercando di rendere semplice un procedimento in realtà molto complesso.

I molteplici ruoli

A questo punto il Dna estratto da una traccia organica lasciata sul corpo di una vittima, da un fossile, da un campione da indagare a scopi diagnostici, diventa maneggiabile in laboratorio. «Piccole quantità di Dna amplificato vengono prelevate dalla soluzione Pcr e analizzate con metodiche differenti, quali l’elettroforesi (separa le molecole di Dna in base alla loro lunghezza), il sequenziamento diretto delle basi, la spettrometria di massa (distingue le molecole di Dna in base al loro peso) o utilizzando enzimi di restrizione (tagliano le molecole del Dnain punti precisi)», dice Cruciani. L’obiettivo è quello di distinguere filamenti di Dna che differiscono tra loro anche di una sola base azotata e di confrontarli con quelli di individui diversi per capire per esempio se il Dna di un reperto coincide con quello di un individuo sospettato (genetica forense), come una mutazione si distribuisca in un gruppo d’individui (genetica di popolazione) o se il Dna di alcuni geni differisca o meno da sequenze di riferimento provenienti da un database pubblico (genetica medica).

Il margine d’errore

Quanto è affidabile questo test in grado di mettere delle bandierine, cioè dei punti di riferimento sulla storia di un individuo o su quella di un’intera popolazione? «Il test del Dna dà un risultato assolutamente attendibile se viene eseguito in modo corretto», sottolinea Cruciani. «Un problema tecnico può tuttavia insorgere quando si ha a che fare con Dna degradato o recuperato in tracce minime: in questi casi la sua precisione diminuisce».

Diffusione lenta

Messo a punto nella prima metà degli anni Ottanta, questo test non ha tuttavia avuto subito una grande diffusione e non ha goduto neppure di un particolare interesse nel contesto della medicina legale. La sua considerazione cambiò quando nel 1985 lo scienziato Alec Jeffreys scoprì nel suo laboratorio dell’Università di Leicester nel Regno Unito i minisatelliti, cioè unità di Dna contenenti da dieci a centinaia di basi che differivano nel modo in cui si ripetevano nei vari individui: proprio come le impronte digitali, erano capaci di delineare un profilo genetico unico per ciascun individuo.

Una storia intrigante

Da test sperimentale che girava nello stretto ambito dei laboratori, agganciò ben presto l’applicazione pratica. Il suo primo debutto nella genetica forense risale al 1986 e curiosamente fu usato non per incolpare un presunto maniaco ma per discolpare Richard Buckland, un ragazzo inglese che si era autoaccusato di aver commesso due stupri a due anni di distanza l’uno dall’altro: il test del Dna rivelò che era innocente. Per risolvere i due casi, che all’epoca avevano coinvolto due quindicenni ed erano avvenuti tra l’altro nella stessa zona dove lavorava il professor Jeffreys, si dovette organizzare il primoscreening genetico di massa: quello eseguito per indagare il caso di Yara non è stato dunque il primo in assoluto. Il test del Dna fu eseguito a 5 mila individui nel Leicestershire con gruppo sanguigno A, lo stesso che era stato ritrovato nelle tracce di liquido seminale lasciato sul corpo delle vittime: purtroppo nessuno dei profili genetici trovati corrispondeva a quello dell’assassino.

L’inizio dell’era del Dna fingerprinting

Nel 1987 si venne a sapere per puro caso che una persona che abitava nel Leicestershire aveva chiesto a un amico di sostituirlo nello screening di massa. Invitato a eseguire comunque il test del Dna, si rivelò essere l’autore dei due delitti: il suo Dna coincideva con quello delle tracce organiche trovate sui corpi delle vittime. Si chiamava Colin Pitchfork e il suo nome è ormai legato a doppia mandata all’esame a cui è stata riconosciuta da quel momento in poi la capacità di farci risalire al passato e di fotografare un avvenimento accaduto anche molto indietro nel tempo.

FONTE: Manuela Campanelli (corriere.it)

lunedì 16 giugno 2014

Endometriosi: arriva in Italia una nuova cura, la Neuropelveologia


La Fondazione di Ricerca e Cura Giovanni Paolo II porta in Italia la Neuropelveologia, una metodica innovativa per curare le patologie del piccolo bacino come l’endometriosi pelvica profonda e patologie che possono influenzare i nervi del piccolo bacino causando dolore pelvico

Sono molte le donne a soffrire di disturbi del piccolo bacino. Soltanto in Europa, si conta siano circa 9 milioni di giovani donne. E il ritardo tipico di diagnosi è di 9 anni.
L’endometriosi, per esempio, è una patologia che provoca dolore pelvico cronico e peggiora la qualità della vita, sino a diventare una vera e propria causa di invalidità personale e professionale. Allo stato attuale, le uniche cure per questa patologia sono quelle farmacologiche: come quelle che bloccano gli ormoni ovarici, o la chirurgia, con interventi come la laparoscopia. Questo intervento può limitarsi a una semplice asportazione dei focolai, o arrivare alla isterectomia e annessiectomia, ossia l’asportazione delle ovaie e tube nei casi più gravi.

Per offrire maggiori possibilità e opzioni di cura, è stata sviluppata negli ultimi anni in Svizzera dal prof. Marc Possover, direttore medico del Neuropelveology Center di Zurigo, la “Neuropelveologia”, una metodica innovativa per curare condizioni quali l’endometriosi pelvica profonda e patologie che possono influenzare i nervi del piccolo bacino causando dolore pelvico. E, ora, a portarla per la prima volta in Italia è stato il dott. Vito Chiantera, Direttore dell’Unità operativa di Ginecologia della Fondazione di Ricerca e Cura “Giovanni Paolo II” di Campobasso, e allievo del prof. Possover. 

Di questa nuova metodica si è discusso al dipartimento di Ginecologia della Fondazione in occasione di una giornata monotematica alla presenza dei massimi esperti internazionali per discutere della patologia endometriosica e della sua terapia nelle forme più avanzate.
Con l’ausilio di questa innovativa tecnica, il dott. Chiantera – tra i massimi esperti in Italia ed in Europa nelle tecniche mini-invasive in chirurgia ginecologica – si prefigge come obiettivo portare a una completa “restituito ad integrum” di tutte le funzioni sessuali, vescicali e intestinali, risolvendo il dolore pelvico neuropatico e preservando anche negli interventi chirurgici più demolitivi di endometriosi profonda i nervi della pelvi. 

«Questa patologia colpisce quasi 9 milioni di giovani donne in Europa, la cui qualità della vita peggiora significativamente fino a sfociare nei casi estremi a una totale impossibilità di eseguire le attività lavorative quotidiane – afferma il dott. Vito Chiantera – Il ritardo tipico di diagnosi per questa patologia è di 9 anni, tempo in cui queste pazienti sono per lo più trattati con cure mediche quasi sempre inefficaci o trattamento dei soli sintomi senza risolvere ab origine la causa della loro condizione».

Il bacino pelvico contiene non solo diversi organi quali la vescica, il retto e gli organi sessuali, ma anche plessi nervosi la cui lesione può portare a disturbi delle funzioni intestinali, urinarie e sessuali. Nonché difficoltà nel movimento degli arti inferiori, dolore neuropatico come la sciatica (dolore al gluteo e la gamba verso il basso fino alle dita dei piedi), vulvodinia (dolore alle parti esterne dei genitali nelle donne), vaginodinia (dolore nella vagina), dolore nella regione del nervo pudendo, dolore al basso ventre (dolore pelvico) e dolore allo svuotamento della vescica. Una situazione che mette a dura prova le donne che ne soffrono. Ecco perché sono importanti tutte le innovazioni che offrano nuovi promettenti trattamenti.

FONTE: lastampa.it

domenica 15 giugno 2014

I superguanti del Pentagono per soldati alla «Mission: impossible»

Il progetto Z-Man: palette e guanti che sorreggono il peso di un soldato su una parete di vetro

L’Uomo Ragno, dopo anni di prove e test di laboratorio, potrebbe finalmente diventare reale: gli ultimi test svolti dal Pentagono infatti hanno dimostrato come sia possibile per un uomo arrampicarsi sui muri e aggrapparsi ai vetri con il solo ausilio delle mani e di piccole palette adesive (come Tom Cruise che scala il grattacielo Burj Khalifa in Mission: impossible-Protocollo fantasma). I risultati ottenuti ricordano le imprese fantascientifiche del supereroe della Marvel, ma ancor più si riconducono agli esempi della natura: è proprio il geco, campione di sospensione e agilità, l’animale imitato e usato come esempio.

L’esempio del geco

La prova del nove è avvenuta nei laboratori di Draper a Cambridge, Massachusetts, dove da anni si lavora, grazie ai contributi del Darpa (Defense Advanced Research Projects Agency), a una sostanza speciale che possa reggere e sorreggere grandi pesi mentre si sta scalando una parete. Qui un uomo di circa cento chili di peso, zavorrato ulteriormente con altri 22 kg, ha scalato senza corde una parete di vetro alta oltre 7 metri. Con un solo ausilio: speciali palette costruite con polimeri altamente avanzati in grado di sorreggere l’intero peso, ancorare l’uomo al vetro, staccarsi e spostarsi in altezza per permettergli di arrivare in cima alla sua scalata. Proprio come accade nella storia dei fumetti a molti supereroi, ma anche e soprattutto imitando la forza e le movenze del geco, il piccolo rettile che è in grado di aderire a qualsiasi tipo di superficie, per via delle cosiddette setae posizionate sulle sue zampe, ma anche di cadere e atterrare con una pronta presa della parete e ancora, di restare in sospensione, ancorato a una sola zampa mentre l’intero corpo ciondola per via della forza di gravità.

Z-Man

Il progetto dell’agenzia del Pentagono si chiama Z-Man e punta a preparare ed equipaggiare i soldati americani in modo che siano in grado di operare su qualsiasi terreno, con qualsiasi condizione di contorno, pur garantendo loro una mobilità totale. Una trasformazione dunque da uomo a supereroe, giacché nella pagina di presentazione del progetto si legge espressamente che i soldati dovranno scalare muri di qualsivoglia materiale camminando in verticale, con carichi sulle spalle e senza l’aiuto di nessuna attrezzatura ingombrante. L’idea, recita il programma Z-Man, è quella di trasformare i soldati in ragni o gechi, prendendo spunto da questi animali in grado di aderire perfettamente alle pareti sfruttando le forze fisiche attrattive di Van der Waals, le stesse che permettono ai rettili come i gechi di restare in sospensione.

La sfida dei ricercatori che da anni lavorano al progetto di costruzione in laboratorio di un materiale speciale, è quella di capire la fisica e la biologia alla base del comportamento di questi animali per poi svolgere un’operazione direverse-engineering per ricreare artificialmente queste caratteristiche, mettendole a disposizione dei soldati. Dal 2012 a oggi, sono già stati provati diversi materiali fino ai tentativi più recenti. Ma dopo l’uso militare, quando la tecnologia sarà perfezionata, dai laboratori del Darpa questi materiali potranno diventare la base per sostanze da usare in biomedica e in altri settori per la vita di tutti i giorni.

FONTE: Eva Perasso (corriere.it)

mercoledì 11 giugno 2014

Leucemia: un nuovo trattamento promette efficacia e una significativa riduzione degli effetti collaterali


Ricercatori australiani trovano una nuova via per una più mirata terapia contro le cellule tumorali nei pazienti con leucemia. La promessa? Più efficacia e una riduzione degli effetti collaterali

Da un nuovo studio condotto dai ricercatori del the South Australian Health and Medical Research Institute (SAHMRI) e l’University of Adelaide Centre for Personalised Cancer Medicine, emerge un nuovo promettente approccio per sopprimere le cellule tumorali in pazienti con leucemia.
In questo lavoro, la dott.ssa Deborah White e colleghi, hanno scoperto che le cellule tumorali arrivano a decidere se vivere o morire dopo un breve periodo di intensa esposizione alla terapia mirata, al contrario di quanto avviene con i più lunghi e attuali trattamenti. Secondo i ricercatori, questa nuova strategia si tradurrà in una possibile maggiore efficacia e una significativa riduzione degli effetti collaterali per i pazienti.

«Questa scoperta è un cambiamento di paradigma – spiega la dott.ssa White, Direttore del SAHMRI e professore all’Università di Adelaide – I nostri risultati non sono solo applicabili alla terapia per la leucemia mieloide cronica (CML), ma a tutti i trattamenti antitumorali mirati».
«Nella nostra ricerca – aggiunge la White – stiamo cercando metodi che si traducano nell’induzione al suicidio della cellula tumorale. Ciò costituirebbe un trattamento migliore e ridurrebbe il rischio di recidiva di cancro».

Focalizzandosi su questo aspetto, Deborah White, Lisa Schafranek e colleghi hanno identificato un nuovo bersaglio nella malattia resistente e persistente. Essi mostrano che bloccando una proteina comune possono più efficacemente causare la morte delle cellule leucemiche.
Nello specifico, gli scienziati hanno indagato il ruolo di una proteina comune conosciuta come “STAT5”.

«L’attività di STAT5 sembra essere un fattore determinante nella decisione delle cellule tumorali se vivere o morire – sottolinea la prof.ssa Schafranek, della Leukaemia Foundation of Australia – La nostra ricerca ha scoperto che bloccando STAT5 in concomitanza con l’esposizione a un trattamento anticancro regolare, siamo stati in grado di colpire più efficacemente le cellule leucemiche. Ora noi siamo in grado anche di capire meglio la tempistica necessaria per combinare il trattamento in modo che sia efficace».
Lo studio è stato pubblicato sulla versione online della rivista Leukemia.

FONTE: lastampa.it

venerdì 6 giugno 2014

Tumore al pancreas: la prevenzione inizia a tavola e senza rinunciare al gusto


Prevenire il tumore al pancreas o combattere la malattia attraverso un’alimentazione sana, senza imporre troppe rinunce al palato. A questo scopo il Policlinico Campus Bio-Medico di Roma ha messo insieme chirurghi, oncologi, nutrizionisti e uno Chef stellato del calibro di Fabio Campoli, noto al pubblico televisivo per i suoi consigli sul cucinare “sano” dispensati su RaiUno. Un incontro gratuito con pazienti e familiari

Uno dei tumori ancora tra i più difficili da curare è senza dubbio quello del pancreas.
Una malattia subdola, poiché in fase precoce non dà sintomi particolari e vienediagnosticata allo stadio iniziale soltanto nel 7% dei casi. Da qui l’importanza non solo degli screening per eventualmente ottenere una diagnosi tempestiva, ma soprattutto della prevenzione che, secondo gli esperti, può anche essere fatta a tavola e senza rinunciare al gusto.

A questo scopo il Policlinico Campus Bio-Medico di Roma ha messo insieme chirurghi, oncologi, nutrizionisti e uno Chef stellato del calibro di Fabio Campoli, noto al pubblico televisivo per i suoi consigli sul cucinare “sano” dispensati su RaiUno. Un team variegato di esperti che sabato 7 giugno 2014, presso l’Aula magna dell’Università Campus Bio-Medico di Roma (Via Alvaro del Portillo, 200 – Roma), incontra chi la malattia la sta affrontando e chi, per familiarità, deve imparare più di altri a prevenirla. Una mattinata di consigli e suggerimenti gratuiti per contribuire a sconfiggere una delle neoplasie più insidiose, che solo nel 2013 si stima abbia colpito 12.200 persone, delle quali poco meno di duemila nella sola regione Lazio.
 
«Presso il nostro Policlinico Universitario – sottolinea il Dr. Sergio Valeri, chirurgo del Campus – è attivo un gruppo di esperti, il “Pancreas Club”, che si occupa di questa patologia, ognuno per il suo campo di interesse. Questo ha consentito di ottenere un netto miglioramento in termini di riduzione del tasso di complicanze, mortalità e tempi di degenza».
 
Se con la giusta alimentazione si può prevenire il cancro del pancreas, è altresì e purtroppo vero che la stessa alimentazione può essere causa di questa grave patologia. Un alto consumo di grassi saturi e la scarsa assunzione di verdura e frutta fresca sono infatti tra i fattori alimentari di rischio. Ma vi sono anche la conseguente obesità e una ridotta attività fisica. Ecco dunque come la dieta possa essere in un caso salutare e nell’altro deleteria. Cosa confermata dalla proporzione con i casi attribuibili al fumo, che varia tra il 20 e il 30% nei maschi e il 10% tra le donne.
Tra le patologie, la pancreatite cronica aumenta di dieci volte il pericolo d’insorgenza di questa neoplasia, così come di 3-5 volte superiore alla popolazione generale è l’esposizione di chi soffre di diabete mellito. Senza dimenticare che un paziente su dieci ha alle spalle una storia familiare di tumore al pancreas.
 
Da qui l’idea di estendere l’incontro di sabato 7 giugno anche ai familiari dei pazienti. Per loro, l’opuscolo che verrà distribuito nel corso dell’incontro elenca otto suggerimenti da tenere bene a mente:1. controlla il peso e mantieniti sempre attivo; 
2. più cereali, legumi, ortaggi e frutta; 
3. scegli la qualità e limita la quantità di grassi; 
4. assumi zuccheri, dolci e bevande zuccherate nei giusti limiti; 
5. bevi ogni giorno acqua in abbondanza; 
6. poco sale, rieducando il palato con spezie ed erbe aromatiche; 
7. sì alle bevande alcoliche, ma solo in quantità controllata; 
8. varia spesso le tue scelte a tavola.

Consigli ai quali si aggiungono quelli per comporre un buon carrello della spesa, partendo da un’attenta lettura delle etichette nutrizionali; passando per la riduzione ai minimi termini dei grassi che aumentano il colesterolo LDL (o cattivo), come quelli saturi (presenti soprattutto in formaggi e carni grasse) e quelli trans (presenti per esempio nei fritti); finendo con l’indicazione di almeno due porzioni al giorno di verdura e di due-tre porzioni di frutta, oltre a un piatto di legumi per garantire la giusta assunzione di fibre.
 
Se la dieta è fondamentale per la prevenzione, lo è ancora di più per chi sta invece combattendo la sua battaglia contro la malattia. In questo caso, il nemico da sconfiggere è quello della malnutrizione, dato che la carenza di apporti proteici e calorici è un male per tutti i tipi di tumore, ma ancor più per quello al pancreas. E poi, la malnutrizione può interferire negativamente con la terapia oncologica e aumentarne gli effetti collaterali.
«Ma il nostro impegno – spiega lo Chef Fabio Campoli – è anche quello di coniugare il mangiar sano con il gusto». Da qui tutta una serie di consigli su come esaltare in cucina le proprietà nutritive di quel che abbiamo messo in carrello. «Per esempio, condire le verdure prima di passarle velocemente in padella, limitando i tempi di cottura anche in rapporto alle dimensioni dei vegetali prima tagliati. Oppure – aggiunge Campoli – eliminare l’olio utilizzato per rosolare il cibo e condire poi con buon extravergine a crudo».
 
«E’ stato dimostrato – dichiara il Prof. Roberto Coppola, Responsabile della UOC di Chirurgia Generale – che una corretta alimentazione non solo aiuta a prevenire il tumore del pancreas, ma aumenta anche l’efficacia delle terapie».
Proprio per questo, il ruolo del dietista ha un valore importante. «In realtà – spiega la dott.ssa Sara Emerenziani, nutrizionista dell’Unità Operativa di Gastroenterologia – non è il singolo alimento a fare la differenza, ma il bilancio energetico, fatto dalla quantità di cibo assunto e delle energie perse. Per la prevenzione del tumore del pancreas è importante non prendere chili di troppo, ma nei pazienti in cura bisogna cercare di vincere diverse problematiche, come nausea e inappetenza, che determinano spesso una perdita di peso, a sfavore del proseguimento delle terapie».

Sediamoci dunque a tavola con spensieratezza, ma anche con consapevolezza che quello che mangiamo può fare la differenza nella salute.

FONTE: lastampa.it