venerdì 29 agosto 2014

Contro l’Alzheimer è efficace la marijuana


Gli scienziati scoprono che il principio attivo della cannabis, il Thc, può offrire un valido trattamento per la malattia di Alzheimer, arrestando o rallentando la progressione della malattia

Dibattuta, avversata – ma da qualcuno anche sostenuta – la marijuana è da molto tempo oggetto di studi che ora ne esaltano le qualità; ora ne evidenziano i pericoli. Forse, come per tutte le cose, dipende sempre dall’uso che se ne fa e il contesto in cui questo viene fatto. Comunque la pensiate, a favore di un uso terapeutico è anche un nuovo studio preclinico che indica come il Thc – il principio attivo delle foglie di cannabis – può rallentare o arrestare la progressione della malattia di Alzheimer. Un tipo di grave patologia che, lo ricordiamo, ancora non ha una cura.

Un nuovo studio, dunque, che sostiene il ruolo terapeutico del delta-9-tetraidrocannabinolo (Thc) nel trattamento o controllo di alcune malattie. Il fatto che questo composto sia risultato attivo nel trattamento di una malattia devastante come l’Alzheimer, di fatto ne eleva lo status. 
Sono stati i ricercatori dell’Università della Florida del Sud (USF) – Health Byrd Alzheimer’s Institute ad aver dimostrato con il loro studio che livelli estremamente bassi di Thc possono rallentare o arrestare la progressione della malattia. I risultati completi degli esperimenti, eseguiti utilizzando un modello cellulare della malattia di Alzheimer, sono stati pubblicati sulla versione online del Journal of Alzheimer.

Il dott. Chuanhai Cao e colleghi dell’USF hanno potuto osservare come piccole dosi di Thc riducano la produzione di beta-amiloide – il noto peptide e maggior componente delle placche amiloidi – che si trova in una forma solubile nella maggior parte dei cervelli anziani. Il Thc è stato anche trovato prevenire l’accumulo anomalo di questa proteina, laddove l’accumulo di beta-amiloide (o betaamiloide) si sa essere uno dei processi considerati tratto distintivo patologico evidente fin dall’inizio della malattia.
Infine, basse concentrazioni di Thc hanno anche selettivamente potenziato la funzione mitocondriale, che è necessaria per favorire l’approvvigionamento energetico, la trasmissione di segnali nervosi e mantenere un cervello sano.

«Il THC è noto per essere un potente antiossidante con proprietà neuroprotettive – spiega il dott. Cao – ma questo è il primo rapporto a dimostrare che il composto influisce direttamente sulla patologia di Alzheimer, diminuendo i livelli di beta amiloide, inibendo l’aggregazione e migliorando la funzione mitocondriale».
«Una diminuzione dei livelli di beta amiloide significa meno aggregazione – prosegue Cao – che può proteggere contro la progressione della malattia di Alzheimer. Poiché il Thc è un inibitore amiloide naturale e relativamente sicuro. Il Thc o suoi analoghi possono aiutare a sviluppare un trattamento efficace per il futuro».

Quanto ai possibili effetti avversi derivanti dall’uso del Thc, i ricercatori sottolineano che alle basse dosi impiegate i benefici terapeutici del Thc sembrano prevalere sui rischi associati di tossicità e disturbi della memoria. Ma, come detto, sull’uso del Thc e i suoi derivati il dibattito è ancora e sempre acceso.
«Anche se siamo ancora lontani da un consenso – sottolinea infatti il dott. Neel Nabar, coautore dello studio – questo studio indica che il Thc e i composti Thc correlati, possono essere di valore terapeutico nella malattia di Alzheimer. Stiamo forse sostenendo che le persone devono usare droghe illecite per prevenire la malattia? No. E’ importante tenere a mente che solo perché un farmaco può essere efficace non significa che possa essere tranquillamente utilizzato da chiunque. Tuttavia, questi risultati possono portare alla sviluppo di composti correlati che sono sicuri, legali e utili nel trattamento della malattia di Alzheimer».

FONTE: lastampa.it

giovedì 28 agosto 2014

Ebola, si allarga epidemia in Africa, Oms: «Possibili 20mila casi»

In Nigeria primo decesso fuori da Lagos. A settembre sarà sperimentato nuovo vaccino su volontari sani. L’accusa di Msf: «I numeri dell’epidemia sono sottostimati»

Si allarga l’epidemia di Ebola nell’Africa occidentale, che in base a un bilancio aggiornato ha già causato 1.552 morti. L’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) ha parlato del virus come dell’emergenza sanitaria «più complessa degli ultimi anni» e ha lanciato l’allarme: l’epidemia potrebbe colpire oltre 20mila persone. I casi di contagio in Guinea, Liberia, Sierra Leone e Nigeria sono 3.062 e le autorità di Abuja hanno confermato la prima morte per ebola al di fuori di Lagos, dove finora si sono concentrati i casi. Infatti un medico che ha contratto il virus è morto nella città di Port-Harcourt nel sud est della Nigeria. Secondo Medici Senza Frontiere l’epidemia di Ebola è rimasta «fuori controllo per mesi» e denunciano che la comunità sanitaria internazionale ci ha messo troppo tempo a reagire. Inoltre spiega Anja Wolz, operatrice della ong francese Medici senza frontiere in Sierra Leone: «Ogni giorno vediamo persone morire. Sicuramente muoiono di Ebola, ma non vengono conteggiate dal ministero della Sanità perché la causa non è stata confermata dai test di laboratorio».

I costi dell’epidemia

L’Oms ha messo a punto un piano per combattere la diffusione del virus nei quattro Paesi africani, con particolare attenzione alle zone più affollate, come le capitali, e ai porti maggiori. Il costo stimato per contenere l’epidemia nei prossimi sei mesi, secondo l’organizzazione, è di 490 milioni di dollari (370 milioni di euro) che non include le spese per assicurare i servizi essenziali nei Paesi colpiti. Un progetto più ampio, guidato dall’Onu, partirà entro la fine di settembre e si concentrerà su sicurezza alimentare, approvvigionamento di acqua, igiene, istruzione e sanità. L’epidemia si sta diffondendo in un «numero notevole di località», ha avvertito l’Oms, che ha ribadito la necessità di una risposta «potente e coordinata».

Sperimentazioni sul nuovo vaccino

Intanto, sono stati accelerati i test su un vaccino contro l’ebola e «già per settembre» il siero potrebbe essere sperimentato su volontari. A dare la notizia è stato il gigante farmaceutico GlaxoSmithKline (Gsk), che sta sviluppando il vaccino insieme all’Istituto nazionale della salute statunitense. A usufruirne per primi saranno candidati sani in Gran Bretagna, Gambia e Mali, mentre la speranza dei ricercatori è che il processo possa concludersi entro la fine del 2014. In caso di successo, il vaccino verrà fornito alle persone infettate dall’epidemia. L’ente di beneficenza londinese Wellcome Trust, insieme al Medical Research Council britannico e al Dipartimento per lo Sviluppo Internazionale del Regno Unito, sta contribuendo a coprire le spese per i test con 2,8 milioni di sterline (pari a 3,5 milioni di euro). Lo studio in corso coinvolgerà 60 volontari nel Regno Unito e 40 ciascuno in Gambia e Mali. I test devono ancora ottenere il via libera etico e normativo. La Gsk intende produrre 10mila dosi extra di vaccino di modo che, in caso di risultato positivo, possa essere immediatamente disponibile.

FONTE: corriere.it

mercoledì 27 agosto 2014

Acne tardiva, alopecia, dermatite Quando lo stress affiora sulla pelle


Le più comuni manifestazioni cutanee possono avere origini psicosomatiche. I pazienti però spesso fanno molta resistenza a un trattamento psicoterapico

Un complimento audace, uno scatto d’ira, una gioia improvvisa e subito il viso prende colore, si tinge di rosso. Accade perché la pelle dice quello che le emozioni non rivelano a parole. Moltissime mail giunte alla redazione diCorriere Salute ci hanno chiesto di chiarire se ci sia davvero un legame fra pelle e e sistema nervoso. «C’è eccome,» spiega il professor Marcello Monti, responsabile dell’Unità operativa di Dermatologia dell’Istituto clinico Humanitas di Milano «perché originano dallo stesso foglietto embrionale, che poi, separandosi, va a formare la pelle e il sistema nervoso. E sebbene nella vita adulta i due apparati svolgano compiti diversi, la relazione, con tutta probabilità, resta. Ecco perché ci capita, poi, di vedere tanti disagi psicologici riversarsi sulla pelle». Un dialogo costante, quindi, che supporta i due apparati nelle fatiche della vita: la mente si agita, la cute raccoglie lo sfogo. Un legame stretto che, non di rado, mette in crisi i dermatologi nel trovare le cure più adatte.


Alopecia areata
Ma quali sono le patologie cutanee che più di altre rinforzano l’antico legame?
«Per esempio, l’alopecia areata, chiamata in passato Area celsi » spiega l’esperto, indicando la malattia che porta alla repentina perdita dei capelli, o dei peli del corpo, creando chiazze tonde. «Un fenomeno che non ha nulla a che vedere con lo stato di salute dei capelli, che sono sanissimi, ma con la psiche - puntualizza Monti -. Infatti, chi soffre di questo disturbo dichiara spesso di essere reduce o di vivere, un profondo stato di stress lavorativo, familiare, ambientale. Che il dermatologo deve saper cogliere, attraverso il racconto del paziente, così da aiutarlo a superare il problema. Non con le lozioni, però, perché i peli e i capelli, nel 90% dei casi, ricrescono spontaneamente. Adottare questi rimedi, inoltre, induce la persona a concentrarsi tutto il giorno su quello che gli sta accadendo. Invece, chi manifesta questo problema, va distratto. Dopo alcuni mesi, se la situazione non cambia, si può pensare di stimolare, con interventi ad hoc, la ricrescita dei capelli». 


Acne tardiva
Altra manifestazione cutanea “psicosomatica” può essere l’acne tardiva , che colpisce soprattutto le donne fra i 20 e i 25 anni. «Un’età che, almeno da un punto di vista estetico, dovrebbe essere di massimo splendore, viene invece vissuta con angoscia - dice il dermatologo -. Tra foruncoletti, cisti e punti neri, la ragazza, provando vergogna, nasconde il viso dietro a trucchi pesanti. Con il risultato di peggiorare, e molto, la situazione. Un circolo vizioso che aggiunge ansia a un’indole già chiusa, poco incline ad affrontare i problemi, insoddisfatta di se stessa. Ancora una volta il dermatologo dovrà vedersela con i grovigli della mente. E convincere la paziente ad abbandonare per un po’ fondotinta & Co, e affidarsi a cosmetici contenenti sali minerali e a micropeeling, in modo da tenere la pelle ben pulita». 


Dermatite atopica
La dermatite atopica è un’altra cartina di tornasole del rapporto mente e cute. E questo vale sia per gli adulti, sia per i bambini. «Ad esempio, per quanto riguarda i bambini, poniamo che i genitori litighino sempre, o che la mamma sia di nuovo incinta. Il bimbo di 2 o 3 anni ha un eloquio molto limitato e così, non potendo esprimere verbalmente le proprie paure, a volte esprimere il proprio disagio attraverso la pelle, con prurito, eritemi, desquamazioni e croste - spiega l’esperto -. La madre, preoccupata, lo porta dal dermatologo: l’obiettivo del piccolo, però, non è farsi curare, ma attirare l’attenzione della mamma. Ecco perché ogni cura potrebbe risultare vana. Solo il tempo aiuterà il bambino a ritrovare un proprio equilibrio, con grande pace anche per la cute». 


Prurito patologico
Altro segnale di disagio psicologico può essere il prurito patologico. Stabilito che il fastidio non sia frutto di malattie organiche o di comportamenti scorretti (detergenti sbagliati, docce troppo calde, intolleranza ai farmaci) che portano la pelle a seccarsi, con il bisogno di grattarsi, occorre individuare il disagio emotivo che provoca il prurito. E qui si aggiunge un altro problema. «Spingere il paziente a intraprendere un percorso di psicoterapia è arduo. Perché la persona desidera curare la pelle, non rimettere in discussione la propria vita» precisa Monti. 


L’iperidrosi emozionale
L’iperidrosi emozionale, infine, già dal nome tradisce la sua natura. «Nella persona che ne soffre, in occasione di una forte emozione dovuta ad esempio a un appuntamento, a una riunione di lavoro o a un’interrogazione, scatta un errato coinvolgimento delle ghiandole sudoripare, con il risultato di iniziare, letteralmente, a grondare di sudore - precisa il dermatologo -. «Ne consegue un disagio invalidante, frequente nei giovani, che impedisce una normale vita di relazione. I trattamenti topici servono a poco; occorre, piuttosto, che la persona, grazie anche all’aiuto di uno psicoterapeuta, impari a gestire la propria sfera emotiva».

FONTE: Lucia Cordero (corriere.it)

lunedì 25 agosto 2014

Aspirina, riduce incidenza fino al 50% dei tumori al colon, esofago e stomaco


Aspirina, riduce incidenza fino al 50%
dei tumori al colon, esofago e stomaco

Ridurre l'incidenza e la mortalità per una serie di tumori con una banale dose di aspirina ogni giorno: un nuovo studio rivela come dosi basse di acido acetilsalicilico - tra i 75 ed i 325 mg quotidiani - possono diminuire la formazione di tumori dell'apparato digerente fino al 35% ed il relativo tasso di decessi sino al 50%. 

Pubblicata sulla rivista specializzata “Annals of Oncology”, l'indagine condotta in Gran Bretagna ha osservato che 10 anni di uso continuato di aspirina riducono l'incidenza dei tumori del colon del 35%, e dell'esofago e stomaco del 30%.

La mortalità è risultata diminuita rispetto alla media, tra i consumatori di aspirina, del 40% per il cancro del colon, del 50% per quello dell'esofago e del 35% per il tumore dello stomaco. Il rapporto precisa che è stata osservata qualche riduzione anche nella comparsa di tumori del seno, della prostata, dei polmoni, ma il legame con l'aspirina è risultato più debole.

Secondo gli scienziati del centro per la prevenzione del cancro alla “Queen Mary University” di Londra che hanno condotto la ricerca «l'uso preventivo di aspirina per un minimo di cinque anni a dosi tra i 75 ed i 325 mg quotidiani appare produrre un risultato positivo in termini di prevenzione dei tumori. Un uso prolungato con tutta probabilità avrà ancora più benefici».
Anche i rischi di infarto in concomitanza all'uso del medicinale sono risultati ridotti del 18%. Secondo il rapporto, per vedere un qualche risultato benefico dall'aspirina ci vogliono comunque almeno tre anni di uso. Gli autori hanno osservato un lieve aumento dei rischi di emorragie legato all'aspirina, passati da un'incidenza media del 2,2% a 3,6%.

FONTE: salute.leggo.it

domenica 24 agosto 2014

Un mix di farmaci e creme può migliorare la psoriasi

Nei pazienti con lesioni gravi o resistenti alle altre cure abbinare i biologici alle terapie locali può dare buoni risultati. Strategia ben tollerata dai pazienti

Ad oggi non esiste una cura risolutiva per la psoriasi, che può però essere tenuta sotto controllo con le molte strategie terapeutiche a disposizione. Ne soffrono circa due milioni e mezzo di italiani e i farmaci biologici, relativamente nuovi, vengono solitamente impiegati per forme gravi o particolarmente estese, oppure in quei pazienti nei quali i trattamenti locali o fototerapici si sono dimostrati inefficaci. Tuttavia ad oggi non è del tutto certo se sia utile o meno combinare questi medicinali con le terapie topiche a base di gel, creme o lozioni varie. Uno studio da poco comparso sulla rivista American Journal of Clinical Dermatology ha tentato di fare chiarezza in merito, analizzando i dati contenuti in centinaia di ricerche scientifiche pubblicate in lingua inglese tra il 1996 e il 2014 che riguardassero l’impiego abbinato delle due strategie terapeutiche nella cura della psoriasi.

Il mix può far scomparire le lesioni

La psoriasi si manifesta come un’infiammazione della pelle, solitamente di carattere cronico e recidivante, che (specie nei casi più gravi) può essere collegata ad altre patologie. «È una malattia cronica che può portare gravi conseguenze sulla qualità di vita - dice Salvatore Amato, direttore della Dermatologia dell’Ospedale Civico di Palermo -. Da circa dieci anni nei pazienti con una psoriasi medio-grave vengono utilizzati, accanto ai farmaci così detti tradizionali, gli innovativi farmaci biotecnologici che hanno migliorato notevolmente la qualità di vita dei pazienti in trattamento. Nella maggior parte dei casi il trattamento provoca un netto miglioramento della sintomatologia e i pazienti quasi “dimenticano” di avere la malattia. A volte, però, dopo parecchi mesi dall’inizio della terapia, può capitare che il farmaco perda un po’ di efficacia e che ci sia un lieve peggioramento del quadro clinico o che qualche piccola lesione si evidenzi durante un periodo di particolare stress psico-fisico. A questo punto per aiutare il paziente, il trattamento con il farmaco biologico può essere integrato, solo per periodi circoscritti, con l’utilizzo di farmaci topici, che hanno il vantaggio di andare ad agire solo sulla parte corporea interessata, non appesantendo ulteriormente l’organismo con altri farmaci sistemici».

Meno effetti collaterali

I ricercatori statunitensi, nel recente studio, sono giunti alla conclusione che l’aggiunta di unguenti, creme, paste, lozioni e gel ai farmaci generalmente consente di diminuire il dosaggio dei farmaci e, conseguentemente, anche gli effetti collaterali. Inoltre il mix di terapie permette di mantenere nel tempo la risposta alla cura biologica o di accelerarne l’efficacia in casi particolarmente gravi, così rende possibile ottenere risultati in lesioni che non si riesce a far scomparire con il solo trattamento farmacologico. Infine, secondo i dati a disposizione (sebbene limitati, per cui servono studi mirati e ulteriori conferme), la combinazione di strategie appare oltre che efficace ben tollerata dai malati, migliorando la loro qualità di vita.

FONTE: Vera Martinella (corriere.it)

sabato 23 agosto 2014

Ebola: domande&risposte

I principali quesiti sull’infezione, sulla sua origine, sui suoi rischi diffusione e sulla possibilità di cura

L’epidemia di febbre emorragica da virus Ebola in corso in Africa è in assoluto la peggiore mai osservata e pone una serie di interrogativi sulle sue cause, su come contenerla, su come curare la malattia. Abbiamo chiesto alcune precisazioni e chiarimenti di fondo sulla situazione a Massimo Galli, ordinario si Malattie infettive all’università degli studi di Milano e primario di infettivologia all’Ospedale Luigi Sacco, di Milano

In primo luogo che cosa è Ebola?

È un virus, il cui ospite abituale è un animale molto «lontano», sia evolutivamente, sia, in condizioni normali, anche «fisicamente» dall’uomo. Una sorta di «alieno» per il quale noi siamo un «pianeta sacrificabile», nella nostra sfortunata qualità di ospiti accidentali. In realtà gli Ebola a oggi noti sono cinque, di cui tre molto patogeni per l’uomo, uno di cui si sa poco, ma che probabilmente è poco patogeno e uno, Ebola Reston, praticamente innocuo per noi. Il più letale di tutti, Ebola Zaire (ZEBOV), è il responsabile della epidemia in corso.

Da dove proviene il nome Ebola? 

Ebola è il fiume dello Zaire (oggi Repubblica Democratica del Congo, RDC) presso il quale nel 1976 sono stati documentati i primi casi dell’infezione.

Quante sono state le epidemie significative documentate?

ZEBOV è ricomparso dopo 18 anni in Gabon (1994), poi nel ’95 nella RC e nel ’96 e nel 2001 ancora in Gabon, nella RC (2002-2004) e nella RDC (2004-2007 e ancora nel 2008) e infine in Guinea alla fine del 2013.

Che cos’hanno in comune i Paese storicamente colpiti dalle epidemie?

Tutti questi Paesi sono compresi nell’areale di distribuzione del principale candidato al ruolo di animale ospite, il pipistrello della frutta dalla testa di martello (Hypsignathus monstruosus).

Come si spiega l’andamento irregolare delle epidemie?

È stato ipotizzato che l’infezione possa presentare riaccensioni stagionali nella specie serbatoio, forse condizionate da fattori climatici. La conseguente maggior circolazione del virus, associata a una scarsità di cibo nella stagione secca tale da indurre i pipistrelli a cercare fonti di nutrimento in aree abitate, creerebbero le condizioni per il passaggio all’uomo. L’ultima epidemia può essere stata favorita anche dalla intensa deforestazione, che ha probabilmente inciso sulle abitudini dei pipistrelli. La regione della Guinea attorno a Gueckedou, dove l’epidemia ha avuto inizio, si incunea tra Sierra Leone e Liberia, ed è stata tra le più intensivamente deforestate Si ritiene che l’infezione possa essere acquisita direttamente dalla frutta contaminata dalle deiezioni dei pipistrelli, che sono inoltre cacciati a scopo alimentare.

A quanto pare, quindi, Ebola c’entra poco con la nostra specie… ma potrebbe succedere che si «adatti» diventando un virus che ci infetta stabilmente ?

Poco probabile: è invece interessante sottolineare come si siano verificati successivi travasi dal serbatoio animale all’uomo. È chiamato fenomeno dello «spillover», per cui ogni epidemia è attribuibile a un virus uscito di fresco dalla foresta, almeno un po’ diverso dai ceppi responsabili delle epidemie precedenti. Tutte le epidemie, inoltre, si sono fino ad oggi arrestate dopo un numero molto limitato di passaggi tra uomo e uomo. In altre parole, noi non facciamo da serbatoio aggiunto, ma tutto ricomincia da capo ogniqualvolta si creino le condizioni per cui il virus possa uscire di nuovo dalla foresta.

L’epidemia in corso sembra espandersi molto più delle precedenti: è vero? E se si, perché? 

Bisogna tener conto delle caratteristiche dei Paesi colpiti. Poverissimi (nello United Nations Development Programme Human Development Index, Liberia,Sierra Leone e Guinea stanno rispettivamente al 174°, 177° e 178° posto su 187 Paesi), devastati (la Liberia e la Sierra Leone) da guerre civili e colpi di stato, con tassi d’alfabetizzazione molto bassi e un’organizzazione sanitaria precaria. A onor del vero, non è che gli altri Paesi africani ove ZEBOV è emerso in passato non siano quasi altrettanto poveri, ma la densità di popolazione dei tre Paesi in cui l’epidemia è in corso è molto maggiore, il che potrebbe aver favorito la diffusione della malattia. Difficile inoltre pensare che l’isolamento obbligatorio di malati possa essere facilmente accettato in luoghi in cui la stessa esistenza dei virus può essere concetto incomprensibile ai più. Anche perché nella maggioranza dei casi le persone isolate perché già sintomatiche sono destinate a morire, e non appena questo viene percepito, non stupisce che ci possa essere chi si sottrae, peggiorando la situazione per se e per i propri familiari. Non meraviglia, se collocato in questo contesto, l’assalto a mano armata verificatosi di recente in Liberia per «liberare» gli isolati da un ospedale. In questa situazione, il contenimento dell’epidemia nei Paesi colpiti richiederà fatica e tempo.

E fuori dai tre paesi? Cominciamo con la Nigeria ed il Congo… 

Il focolaio epidemico in Nigeria è un caso a sé, innescato da un funzionario governativo liberiano che aveva raggiunto Lagos in aereo ed è morto cinque giorni dopo, Il 25 luglio, in un ospedale cittadino. Altre quattro persone che avevano avuto contatti con lui sono decedute giorni dopo. Tra confermati e sospetti i casi in Nigeria sono in tutto 15 al 18/8, e il focolaio sembra avviarsi a contenimento. Diversa la situazione nella RDC: i casi, che necessitano ancora di conferma virologica, sono stati segnalati in Equateur, una provincia già interessata da ZEBOV, la cui lontananza dai Paesi interessati dalla epidemia principale fa pensare ad un fenomeno indipendente, a una nuova sortita del virus dalla foresta.

E l’Europa?

La gravità della malattia ostacola fortemente gli spostamenti individuali e ne limita la diffusione. Tenuto tuttavia conto della durata d’incubazione dell’infezione, in media circa sette giorni, il trasferimento di persone infettate mediante viaggi in aereo non può essere completamente escluso. Ciononostante, oltre al paziente liberiano volato a Lagos, si ha notizia di un solo caso di trasferimento per via aerea di una persona inconsapevole di essere infettata, avvenuto nel 1996 con un volo commerciale dal Gabon a Johannesburg. A oggi, non si è verificato nessun caso confermato di trasferimento inconsapevole di Ebola in Europa o in America. Una fugace apparizione in Europa ha fatto Ebola Reston, una specie scarsamente patogena per l’uomo, che non ha causato effetti di rilievo nelle 25 infezioni umane documentate. Anche in questo caso l’animale ospite sarebbe un pipistrello, ma delle Filippine: Reston è l’unico Ebola non africano, e ad oggi si è dimostrato in grado di causare malattia nelle scimmie e nel maiale.

Tornando al temutissimo Ebola Zaire: come si trasmette? 

Per contatto stretto con sangue, sudore, secreti genitali, saliva, urine e feci dei malati e per contatto con o consumo alimentare di animali malati o morti o con le deiezioni dell’animale ospite. I livelli viremici e quindi, presuntivamente, il rischio di trasmissione sono maggiori nelle fasi avanzate di malattia e correlano con la gravità della stessa. Il rischio di trasmissione in un reparto di isolamento tende ad annullarsi qualora vengano rispettate le raccomandazioni vigenti .

E per quanto riguarda il rapporto casi/decessi, l’epidemia in corso è la peggiore ?

Le epidemie da ZEBOV sono state fino ad ora gravate da una letalità compresa tra il 47 e l’89%. Direi che purtroppo siamo in media…

Le notizie sull’antisiero hanno suscitato speranze. Sono legittime? 

Come sempre in medicina non ci si può basare su due soli casi per gridar vittoria. Siamo però di fronte a un antisiero fatto da anticorpi monoclonali, cioè da anticorpi tutti rivolti contro il virus Ebola, che potrebbe svolgere un ruolo importante nel contenimento dell’infezione. Lo ZMapp, in particolare, è costituito da una miscela di tre diversi anticorpi monoclonali , pensata per avere più punti d’attacco contro il virus. Secondo quanto scritto sul sito dei CDC (Centers of Disease and Control di Atlanta) l’8 di agosto, sarebbero disponibili dosi solo per un numero molto limitato di trattamenti. Il governo USA, attraverso il National Institute for Allergic and Infectious Diseases (NIAID) ha investito 28 milioni di dollari in un progetto che coinvolge 25 laboratori di ricerca in sette Paesi, al fine di trovare il miglior cocktail di anticorpi monoclonali possibile, ma nessun prodotto ha ancora iniziato l’iter procedurale previsto per lo sviluppo di un farmaco. Lo stesso può essere detto per un farmaco, un analogo nucleosidico all’apparenza assai potente in provetta, sviluppato dall’U.S. Army Medical Research Institute of Infectious Diseases, che avrebbe un costo molto inferiore e sarebbe più facile da usare sul campo. Come si può immaginare, la febbre emorragica da Ebola non è che una delle tante malattie orfane, per le quali non c’è stato fino ad ora un vero interesse da parte delle case farmaceutiche, in questo caso in parte giustificate dalle limitazioni imposte all’impiego di isolati di Ebola al di fuori di un numero limitatissimo di laboratori certificati. Anche sul vaccino non è stato fatto molto, tanto che la rivista Science nell’editoriale del 25 luglio intitola la tabella che elenca l’avanzamento della ricerca sulla terapia e sul vaccino con un mesto too little, too late («troppo poco, troppo tardi).

FONTE: corriere.it

venerdì 22 agosto 2014

Tre chili in meno se si usano i mezzi pubblici


Una ricerca inglese conferma i benefici sulla salute per chi lascia l’auto a casa per recarsi al lavoro. Servono politiche pubbliche adeguate, enfatizzano gli scienziati

Chi passa dall’auto ai mezzi pubblici (ma anche bici e gambe) abbassa in media il suo Indice di Massa Corporea - ovvero il rapporto tra altezza e peso - di un punto, che corrisponde in media a più a circa tre chili di peso in meno per gli uomini. Per le donne il valore scende un poco sotto al punto (0.7): due chili e mezzo circa.«Una scoperta cruciale di questo studio è che gli effetti osservati in chi utilizza il trasporto pubblico sono molto simili in quanto a portata e valore a quelli che si hanno camminando o andando in bicicletta al lavoro - scrive Ellen Flint, autrice principale della ricerca pubblicata sulBritish Medical Journal. L’ipotesi è che l’uso dei mezzi pubblici comporti comunque attività fisica – camminata o pedalata – per raggiungere le fermate. Non solo: gli effetti sul peso corporeo di tale movimento sarebbero maggiori di quelli ottenuti grazie a diete e programmi di esercizio fisico individuali, affermano gli scienziati.

Urgono migliore politiche pubbliche

I ricercatori, affermando la solidità dei dati ottenuti grazie a questo studio, si uniscono alla voce di altri esperti che cercano di spronare il governo ad adottare politiche di trasporto pubblico mirate a ridurre l’utilizzo dell’auto. «Dare maggiore importanza all’incoraggiamento verso un passaggio dal trasporto privato a quello pubblico avrebbe plausibilmente un significativo effetto sulla salute della popolazione, il che potrebbe rendere tale passaggio più facile da accettare per i pendolari - scrive ancora Flint - Tale strategia potrebbe apportare anche grandi benefici a livello ambientale, e rappresentare un importante intervento strutturale per combattere l’obesità». La portata dell’effetto di tale cambiamento viene infatti definita «clinicamente significativa» dagli scienziati.

Automobile e obesità

Era in effetti ciò che la ricerca si riproponeva: fornire robuste prove scientifiche sul legame tra obesità e metodi quotidiani di spostamento, per aggiungere solidità a ciò che altri studi scientifici avevano già dimostrato. Negli Stati Uniti l’86 percento dei cittadini usano un mezzo di trasporto privato per recarsi al lavoro; nel Regno Unito sono il 76 percento degli uomini e il 72 percento delle donne, mentre il trasporto pubblico viene utilizzato rispettivamente dal 10 e l’11 percento; bici&piedi dal 14 e 17 percento. La percentuale di lavoratori che usano bici e gambe è rimasta però molto bassa al di fuori delle grandi città nell’ultima decade. In Italia sono quasi l’80 percento le persone che si recano al lavoro con mezzo privato. Soltanto il 13.4 percento dei cittadini opta per i trasporti collettivi come treno, tram, metropolitana e corriera, mentre il 3.3 usa la bicicletta, e ad usare i mezzi pubblici sono in particolare le donne (più del doppio rispetto agli uomini). I costi, economici e in termini di vite umane, legati all’obesità sono pesantissimi - l’obesità è associata a molte delle principali cause di morte, a partire da quelle cardiache.

FONTE: Carlo Traverso Salbante (corriere.it)

mercoledì 20 agosto 2014

Ebola, aglio e capsule d’argento La truffa dei farmaci venduti online

Si moltiplicano le offerte in Rete di medicinali che promettono la guarigione dalla febbre emorragica: l’allarme della Food and Drug Administration

Ebola si presta anche alle truffe. Il mix di paura e speranza che si scatena quando esplodono epidemie, offre ai “venditori di fumo” facile presa sulla popolazione. Soprattutto online. È accaduto con l’aviaria, con la Sars, con la nuova influenza. Ogni volta che non ci sono vaccini o farmaci disponibili, scatta la sindrome del credulone. Si parla di aviaria e non si mangia più pollo, di suina e via dalle tavole il maiale, e online si comincia a vendere di tutto. Già accade per i tumori con il veleno dello scorpione blu o con prodotti naturali miracolistici, con rimedi stregoneschi per virus e batteri. Fino all’aglio per Ebola, giocando sul parallelismo vampiri-Dracula. I vampiri africani sono i principali trasmettitori del virus, pur non ammalandosi, attraverso la carne di animali da loro feriti o attraverso la frutta che amano smozzicare (mai mangiare frutta non integra nelle zone dell’epidemia).

L’allarme dalla Fda

L’allarme mercato parallelo sul web è partito dalla Food and drug administration (Fda), l’agenzia statunitense che regola farmaci e cibi, che ha diramato un avviso ai consumatori contro la nuova “truffa” sanitaria. La promessa è curare quest’infezione emorragica per la qual al momento non esistono rimedi, a parte la promettente cura sperimentale somministrata finora a poche persone. Si promette la cura, nemmeno la prevenzione. Supplementi dietetici, nanocapsule d’argento e sostanze non meglio identificate sono tra i prodotti spacciati su internet quali toccasana garantiti. Da chi non è chiaro, ma garantiti. In realtà sono falsi, inefficaci o, qualora ipoteticamente promettenti, privi di ogni verifica scientifica.

Nanocapsule d’argento

Da quando è scoppiata l’epidemia di Ebola in Africa occidentale sono diversi i reclami ricevuti dall’Fda su vari rimedi. C’è per esempio la dottoressa Rima Laibow della Natural solutions foundation che ha scritto una lettera lo scorso luglio ai rappresentanti dei vari Stati africani coinvolti dall’epidemia e pubblicato un video su Youtube, in cui sostiene che delle nanocapsule d’argento da loro sviluppate possono curare Ebola, e che l’epidemia in realtà fa parte di un piano globale di riduzione della popolazione mondiale. Questo integratore non è però stato testato da alcuna agenzia regolatoria, può essere tossico ed è in vendita sul sito della fondazione insieme a olio di canapa e cioccolato.

La sostanza «miracolosa»

Altra sostanza spacciata come miracolosa: la monolaurina, derivata dal latte dei mammiferi. Chi la vende assicura una difesa contro tutti i ceppi di influenza, un’arma che uccide tutti i batteri cattivi e ben 14 virus, assorbendo le molecole di grasso che compongono batteri e virus. Compreso quello di Ebola. È economico, facile da prendere e, secondo il sito che lo vende, la sua efficacia sarebbe documentata da centinaia di studi. Peccato che, come chiarisce l’Fda, sono fantomatici o non proprio scientifici. L’Fda ripete ossessivamente: «Attualmente non ci sono vaccini da noi approvati o farmaci in grado di prevenire o trattare Ebola. Anche se alcuni vaccini e farmaci sperimentali sono in via di sviluppo, si tratta di prodotti ai primi stadi, ancora non testati pienamente quanto a sicurezza ed efficacia e le cui scorte sono molto limitate». Non ci sono «vaccini approvati, farmaci o prodotti sperimentali – continua l’Fda - specifici per Ebola e disponibili per l’acquisto su internet. Per legge, i supplementi dietetici non possono essere reclamizzati come trattamenti preventivi o curativi della malattia».

Come viene prodotto ZMapp

Chi promuove questi prodotti, non approvati e fraudolenti, deve subito correggere o rimuovere le asserzioni di efficacia, altrimenti «l’Fda prenderà provvedimenti – conclude - e qualsiasi consumatore trovi questi prodotti è invitato a segnalarli». E’, invece vero, che occorrono le foglie di tabacco per sviluppare il farmaco sperimentale anti-Ebola potenzialmente salva-vita. Quello con cui sono stati trattati i due operatori sanitari americani che hanno contratto la malattia mortale. Il medicinale si chiama ZMapp ed è stato messo a punto dalla piccola azienda biotech californiana Mapp Biopharmaceutical. Gli unici test finora sono stati effettuati sulle scimmie, ma i rapporti della sperimentazione affermano di aver riscontrato miglioramenti nelle cavie. Il farmaco è un cocktail di 3 anticorpi che inattiverebbero il virus. Viene prodotto utilizzando piante di tabacco della Kentucky Bioprocessing, parte del gigante del tabacco Reynolds American. Un tabacco Ogm in grado di produrre gli anticorpi che, data la loro “origine verde”, sono stati soprannominati “planticorpi”. Secondo gli esperti, il bioreattore verde tabacco è un buon veicolo per gli anticorpi, è meno costoso rispetto alla coltura cellulare e può produrre grandi quantità di prodotto. Il processo di sviluppo dello ZMapp (questo il nome del medicinale con i tre “planticorpi”) prevede l’introduzione di un gene in un virus vettore che infetta la pianta di tabacco, inducendola a produrre la proteina (anticorpo) codificata dal gene aggiunto. Le foglie della pianta possono essere poi raccolte appena una settimana dopo per raccogliere l’anticorpo. Il processo di sviluppo completo del farmaco è però molto più lungo. La Mapp Biopharmaceutical di San Diego è una minuscola società, sconosciuta ai più, ma con rapporti con il Pentagono. In particolare con l’azienda texana Caliber Biotherapeutics, nata con fondi del Pentagono per rispondere al bioterrorismo e altre minacce biologiche. Mapp è specializzata nell’utilizzo di coltivazioni agricole per produrre proteine del sistema immunitario con l’obiettivo di curare malati. Il suo approccio è definito «immunoterapia passiva», perché si limita a fornire anticorpi al paziente. Oggi ha solo nove dipendenti e vive di finanziamenti e contratti governativi. A parte ZMapp, ci sono allo studio altri tre farmaci e due vaccini. Tutti allo studio con contributi del dipartimento della Difesa Usa, perché il virus Ebola è considerato una potenziale arma bioterroristica. Finora tutti questi prodotti hanno dato buoni risultati nei test sugli animali e potrebbero entrare velocemente nella fase clinica.

Farmaci e vaccini anti Ebola

In realtà, le aziende stavano studiandoli a rilento non essendoci un vero e proprio interesse di mercato (l’Africa è povera e si muore già per tante altre cause, in primis la malnutrizione). L’impulso a tirarli fuori dai cassetti è venuto dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) sorpresa dagli sviluppi di quest’ultima epidemia di Ebola. Quali sono questi farmaci? Già detto di ZMapp, usato su due volontari statunitensi (un medico e una missionaria) rimpatriati dopo l’infezione e su un prete spagnolo (che però è morto). I due americani sono invece migliorati (sono in isolamento ad Atlanta da fine luglio) e meglio stanno anche tre medici liberiani trattati con la triade di anticorpi. Una seconda cura si basa su piccoli frammenti di Rna che si legano al virus impedendogli la replicazione. Questa cura era entrata nella fase dei test sull’uomo, ma l’Fda l’ha interrotta per la comparsa di alcuni effetti collaterali. Ora l’agenzia statunitense ha eliminato in parte il blocco. Scimmie trattate con il farmaco dopo l’infezione hanno mostrato un tasso di guarigione dell’82% se curate entro le prime 48 ore dall’infezione. Un terzo farmaco, simile al secondo, è sviluppato dalla statunitense Sarepta ed è già all’inizio della fase di sperimentazione sull’uomo. E anche l’italiano Giorgio Palù, virologo dell’università di Padova, sta studiando un possibile farmaco (il quarto), per ora sugli animali. I vaccini, invece, sarebbero due. Uno ancora misterioso. Quello più avanzato è prodotto dalla Profectus BioSciences, ha dato risultati soddisfacenti sulle scimmie, ma non è mai stato sperimentato sull’uomo. Una versione simile, messa a punto da ricercatori universitari canadesi, è stata usata nel 2009 per una ricercatrice che si era punta con una siringa contenente il virus, che non si è infettata. Pochi giorni fa, infine, gli Nih (gli Istituti americani di medicina pubblica) hanno annunciato l’avvio di un proprio studio sull’uomo di un vaccino a settembre. Non è chiaro se si tratta dello stesso che l’Oms ha deciso di testare, prodotto dalla multinazionale Gsk. Drammatico, infine, l’ultimo bollettino dell’Oms sull’epidemia: nei 4 paesi colpiti si contano 1.251 morti su 2.270 casi accertati.

FONTE: Mario Pappagallo (corriere.it)