lunedì 29 settembre 2014

Un semplice esame del sangue per rilevare i segni precoci di cancro

Come leggere e capire gli esami del sangue?

Rilevando la presenza di elevati livelli di calcio nel sangue, gli scienziati ritengono di poter stabilire se vi sono i segni precoci di alcuni tipi di cancro. Una nuova e rapida possibilità di diagnosticare per tempo la malattia, cosa che spesso può fare la differenza nella cura e nella guarigione

Con un semplice, veloce esame del sangue potrebbe essere possibile rilevare per tempo i primi segni della presenza di un cancro in fase di sviluppo. Secondo gli scienziati elevati livelli di calcio nel sangue – noti come ipercalcemia – possono essere utilizzati dai medici per diagnosticare in tempo alcuni tipi di tumore.Non a caso, è da tempo che l’ipercalcemia è la malattia metabolica più comunemente associata al cancro. Questa condizione si mostra infatti dal 10% al 20% delle persone che ottengono una diagnosi di carcinoma. Se pertanto la sua correlazione con il cancro è nota, un nuovo studio ha per la prima volta trovato che l’ipercalcemia può spesso precedere la diagnosi di cancro, e dunque permettere un intervento tempestivo e cure primarie.

La ricerca è stata condotta da un team di ricercatori dell’Università di Bristol e di Exeter, che hanno poi pubblicati i risultati sulla rivista British Journal of Cancer. Il team ha analizzato le registrazioni elettroniche di 54.000 pazienti a cui erano stati rilevati elevati livelli di calcio. Dopo questo primo screening, i ricercatori hanno consultato i dati relativi a quanti di essi hanno poi ricevuto una diagnosi di cancro.
L’analisi dei dati ha rilevato che vi erano differenze di genere. Negli uomini, anche un’ipercalcemia lieve (2,6-2,8mmol/L) aggiungeva un rischio di cancro in un anno dell’11,5%. Quando il calcio era sopra ai 2,8mmol/L, il rischio aumentava al 28%. Per contro, nelle donne i rischi erano molto più bassi: con le stesse cifre corrispondenti si riscontrava un rischio rispettivamente del 4,1% e dell’8,7%.

Negli uomini, l’81 per cento dei cancri associati all’ipercalcemia erano del polmone, della prostata, del colon, il mieloma e altri tumori ematologici. Nelle donne, invece, il cancro era molto meno comune.
Secondo il principale autore dello studio, dott. Fergus Hamilton, il motivo dietro la differenza di genere potrebbe essere che le donne avevano maggiori probabilità di soffrire di iperparatiroidismo, un’altra causa dell’ipercalcemia. Al contrario, gli uomini raramente presentavano questa condizione, per cui l’ipercalcemia era più probabile fosse in loro causa di cancro. Ecco pertanto come il poter rilevare livelli elevati di calcio possa diventare un modo per prevenire lo svilupparsi del cancro o, se scoperto per tempo, poter attuare tutte le strategie per combatterlo nelle prime fasi – cose che può fare la differenza nel processo di cura e guarigione.

FONTE: lastampa.it

lunedì 22 settembre 2014

Ecco la super-proteina che blocca le metastasi (per ora nei topi)

La proteina funziona come un’«esca avvelenata». Nei topi ha ridotto fino al 90% le neoplasie secondarie. A breve i test sull’uomo

Scienziati dell’università americana di Stanford hanno fabbricato in laboratorio una «super proteina» in grado di bloccare all’origine il processo che permette a un tumore di entrare nel sangue per invadere altri organi del corpo, dando origine cioè a delle metastasi. Si tratta di una proteina ingegnerizzata, versione modificata della proteina naturale Axl, che funziona come una specie di «esca avvelenata»: agganciandosi a un’altra proteina denominata Gas6, le impedisce di innescare il meccanismo attraverso il quale la neoplasia può viaggiare da un tessuto all’altro. Somministrata per via intravenosa in topi con tumori mammari e ovarici, la nuova proteina ha ridotto le metastasi rispettivamente del 78% e del 90% rispetto al gruppo di roditori controllo, non trattati con la sostanza.

Terapia promettente

Lo studio è pubblicato su Nature Chemical Biology. «Si tratta di una terapia molto promettente che dagli studi preclinici sembra efficace e non tossica. Potrebbe aprire a un nuovo approccio al trattamento del cancro», spiega Amato J. Giaccia, uno degli autori. «La maggior parte dei pazienti che muoiono per un cancro sono colpiti da forme metastatiche della malattia», sottolinea Jennifer Cochran del team di ricerca. Per cercare di rallentare o bloccare le metastasi oggi si utilizza infatti la chemioterapia, che non sempre funziona e in più è gravata da pesanti effetti collaterali.

Come funziona

Gli scienziati di Stanford hanno tentato un’altra via: cercare di impedire l’interazione fra le due proteine (Axl che si trova sulle cellule tumorali e la sua controparte circolante Gas6) che scatena la diffusione del tumore dando origine a metastasi. Quando infatti due Gas6 si agganciano a due Axl, si genera un segnale che permette al cancro di viaggiare da un organo o da un tessuto a un altro attraverso il sangue. I ricercatori hanno prodotto in laboratorio una versione alterata di Axl, che proprio come un’esca «pesca» Gas6 nel circolo sanguigno e gli impedisce di legare e attivare le proteine Axl presenti come setole sulla superficie delle cellule malate. La «super proteina» è già avviata allo sviluppo industriale grazie a Ruga Corporation, start-up biotech di Palo Alto in California, di cui Giaccia e Cochran sono consulenti scientifici. La società ha preso in licenza la proteina ingegnerizzata e procederà a ulteriori test preclinici per verificare se la sua somministrazione possa essere sicura e potenzialmente efficace anche nell’uomo.

FONTE: corriere.it

sabato 20 settembre 2014

Ebola, l’infermiere inglese guarito vola negli Usa per salvare un collega

Will Pooley (Epa)


Will Pooley è stato trattato col farmaco sperimentale Zmapp. Il Parlamento europeo: «Epidemia sottovalutata, l’Onu mandi una forza militare». Nuovo bilancio: 2.622 morti

Una delle speranze contro Ebola è l’uso del sangue di pazienti guariti per «stimolare» la risposta immunitaria nei malati. Ed è proprio ciò che si accinge a fare Will Pooley, l’infermiere inglese trattato con il farmaco sperimentale Zmapp. Pooley - dimesso dal Royal Free Hospital di Londra due settimane fa - è in viaggio verso Atlanta, negli Stati Uniti, per donare il suo sangue a un collega americano che ha lavorato con lui in Sierra Leone e che ha contratto il virus, di cui non è stata resa nota l’identità. Il Foreign Office inglese gli ha rilasciato un passaporto di emergenza, dal momento che il suo, insieme ad altri effetti personali, era stato incenerito per precauzione. Il sangue di Pooley è prezioso, perché contiene anticorpi naturali che possono proteggere dalla malattia. «Stiamo valutando tutte le opzioni terapeutiche possibili - spiega Aneesh Mehta, uno dei cinque medici dell’unità speciale che ad Atlanta si occupa di malattie infettive -. Crediamo che cure di sostegno, che consentano all’organismo di guarire se stesso, siano la terapia base». Il viaggio di Pooley è stato pagato dall’Organizzazione mondiale della sanità. Sta lottando contro Ebola anche una volontaria francese di Medici senza frontiere: la donna, impegnata in Liberia, sarà rimpatriata giovedì sera e ricoverata nell’ospedale militare di Saint-Mandé, alle porte di Parigi.

Settecento casi in una settimana

Intanto l’epidemia non concede tregua e anzi accelera la sua corsa: la settimana scorsa ci sono stati per la prima più di 700 nuovi casi in Africa. Secondo l’Oms, i i contagi sono 5.335, con 2.622 morti, e più di metà si sono verificati negli ultimi 21 giorni. La grande maggioranza in Liberia, Guinea e Sierra Leone, mentre in Nigeria, dove il virus è stato portato da un singolo viaggiatore liberiano, i nuovi casi negli ultimi 21 giorni sono stati sette. In Senegal, dove c’è stato un singolo malato sfuggito al controllo in Guinea, non ci sono stati nuovi contagi, ma sono ancora monitorate 74 persone che hanno avuto contatti con il paziente. Il nuovo rapporto dell’Oms mette in luce la carenza dei posti letto nei Paesi più colpiti. «In Guinea attualmente la capacità dei centri di trattamento per Ebola è di 130 letti - si legge -. In Liberia la capacità corrente di 315 letti soddisfa meno del 20% della domanda, che solo a Monrovia è di 1.210 letti. In Sierra Leone attualmente ci sono 165 letti per pazienti con Ebola, appena il 25% del fabbisogno».

«Onu invii forza militare»

Secondo il Parlamento europeo, la diffusione del virus Ebola è stata «sottovalutata» dalla comunità internazionale, ma è una questione di sicurezza mondiale e occorre valutare una missione militare sotto la bandiera delle Nazioni Unite. È scritto in una risoluzione non legislativa approvata dall’Aula riunita in sessione plenaria a Strasburgo. Gli eurodeputati sottolineano che c’è «un bisogno urgente di fondi» per contrastare la diffusione del virus, ma anche di «capacità operative, risorse umane qualificate e logistica». In questo senso «dovrebbe essere considerato l’utilizzo di asset militari e civili sotto la guida dell’Onu», considerando anche che i Paesi colpiti sono sull’orlo del collasso economico. L’Europarlamento invita la Commissione europea a «elaborare piani specifici per ogni Paese per gestire e coordinare la distribuzione di personale sanitario, laboratori mobili, attrezzature, indumenti protettivi e centri di cura» ed esorta il Consiglio Ue a convocare una ministeriale «per stabilire un piano d’emergenza».

Aiuti finanziari

L’Europarlamento chiede da una parte un aumento degli aiuti finanziari, dall’altra vuole controlli perché «l’intero importo previsto per porre fine al dilagare dell’Ebola sia effettivamente destinato alla lotta contro l’epidemia nei Paesi colpiti dal virus e non utilizzato per altri fini». Inoltre propone che i 28 coordinino voli per stabilire ponti aerei nelle zone colpite per inviare personale specializzato e attrezzature in grado di affrontare quella che la Oms ha definito l’epidemia «più grande mai registrata». Infine ai governi europei si chiede «un controllo scrupoloso dell’infezione», dando ai cittadini informazioni più complete sui rischi, e nel contempo di «coordinare e rafforzare la ricerca medica e la produzione di medicinali e vaccini efficaci».

Catastrofe economica

La Banca Mondiale ha valutato il possibile impatto economico di Ebola sui Paesi colpiti, Sierra Leone, Guinea e Liberia, definendolo potenzialmente «catastrofico». La stima dei danni è nell’ordine di un miliardo di dollari, pari a 770 milioni di euro. «Se il virus continua a diffondersi, il suo impatto economico potrebbe essere moltiplicato per otto, infliggendo uno choc catastrofico a economie già fragili» si legge nel report. Intanto l’Unione Europea, attraverso il commissario per gli aiuti umanitari Kristalina Georgieva, ha annunciato di aver stanziato ulteriori 78 milioni di euro per fronteggiare l’epidemia (in aggiunta ai 150 già stabiliti dalla Commissione). «L’Ue - ha affermato il commissario - deve ora proseguire i suoi sforzi di coordinamento degli aiuti a partire dalla riunione dei ministri della Sanità in programma per il 22 e il 23 settembre a Milano».

FONTE: corriere.it

giovedì 18 settembre 2014

Mieloma multiplo, nuove cure più efficaci e meglio tollerate

Grazie ad accostamenti di farmaci nuovi e chemioterapici tradizionali non solo sta aumentando la sopravvivenza ma anche la qualità di vita dei pazienti, spesso anziani

Diverse novità che corrispondono ad altrettante buone notizie. La ricerca sul mieloma multiplo, tumore del sangue che colpisce soprattutto in età avanzata, vive un periodo particolarmente prolifico e una buona parte dei successi non solo è già disponibile per i pazienti, ma riguarda proprio i malati più difficili, quelli che vanno incontro a ricadute o che non rispondono ad altre cure. Ne è un esempio uno studio appena pubblicato sulNew England Journal of Medicine che dimostra l’efficacia di un mix di farmaci nel miglioramento della sopravvivenza dei pazienti con diagnosi di mieloma multiplo non candidabili al trapianto di cellule staminali. Su un altro fronte, l’Agenzia Italiana del Farmaco (Aifa) ha espresso parere favorevole a estendere l’indicazione del chemioterapico bendamustina per il trattamento di malati con recidive di questo tumore, visto che l’utilità di questa soluzione è stata confermata ormai da numerosi studi.

Quattromila nuovi casi ogni anno in Italia

Ogni anno, in Italia, si registrano oltre quattromila nuove diagnosi di mieloma multiplo, seconda neoplasia ematologica per incidenza dopo il linfoma. È una malattia del midollo osseo caratterizzata dalla proliferazione incontrollata di plasmacellule, deputate alla produzione degli anticorpi, da fragilità ossea, anemia, difetti nella coagulazione, indebolimento delle difese immunitarie e frequente insufficienza renale. Interessa soprattutto gli ultrasessantenni e, sebbene non guaribile, è possibile convivere con la malattia anche per anni. La finalità delle cure è ottenere e mantenere nel tempo il miglior controllo della malattia, con la migliore qualità di vita possibile. Il percorso terapeutico non è però uguale per tutti, ma dev’essere definito tenendo conto delle caratteristiche del paziente e della patologia: in alcuni casi è indicato il trapianto di cellule staminali (autologo, cioè dal paziente stesso, o da donatore), in altri si procede invece con i chemioterapici tradizionali e nuovi farmaci, che possono essere usati in successione o combinazione fra loro seguendo diversi schemi.

Un «vecchio» chemioterapico ancora molto utile

Nonostante la disponibilità di diversi farmaci efficaci contro il mieloma multiplo, i pazienti vanno spesso incontro a numerose ricadute, che rendono necessaria la disponibilità di nuove terapie per un miglior controllo della patologia, specie nelle sue forme più resistenti alle cure. Essendo il mieloma una malattia prevalentemente dell’anziano, inoltre, è fondamentale poter contare su farmaci con effetti collaterali lievi e controllabili. Per rispondere a queste esigenze, dal 29 agosto, con pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale, l’Aifa, in seguito alla richiesta presentata dalla Società Italiana di Ematologia (Sie), ha notificato la possibilità di impiegare bendamustina in monoterapia o in associazione a bortezomib e desametasone per il trattamento del mieloma multiplo recidivato in pazienti nei quali l’utilizzo di altri farmaci sia inappropriato o inadeguato. Prima d’ora, il medicinale poteva essere usato esclusivamente in prima linea e in associazione a prednisone, in alcune particolari categorie di pazienti anziani. «Bendamustina è un agente chemioterapico nato più di 50 anni fa ma la cui struttura rimane ancora oggi innovativa - spiega Fabrizio Pane, presidente Sie -. Il farmaco è così in grado di superare il fenomeno della resistenza, che spesso rende le cellule tumorali non più responsive alle terapie, e si dimostra efficace anche in pazienti recidivati dopo più linee di trattamento. Nel corso degli anni, diverse evidenze cliniche hanno poi dimostrato che questo chemioterapico può essere somministrato con sicurezza ed è ben tollerato anche negli over 65».

Nuova opzione per i pazienti non trapiantabili

I risultati pubblicati sul New England Journal of Medicine, invece, riguardano malati che non hanno ancora fatto nessuna terapia e non possono sottoporsi a trapianto. La sperimentazione ha coinvolto oltre 1.600 pazienti che hanno ricevuto o la cura standard attuale nel loro caso (la combinazione di melfalan, prednisone e talidomide) o la nuova associazione di lenalidomide e desametasone. Dagli esiti del trial emerge un significativo miglioramento della sopravvivenza libera da progressione di malattia nei pazienti che hanno ricevuto il nuovo mix, nei quali si sono verificati anche minori e meno gravi effetti collaterali. Infine, anche la sopravvivenza generale dei malati è apparsa prolungata rispetto alla terapia standard, con il 59 per cento dei pazienti ancora vivi a quattro anni dalla diagnosi.

FONTE: Vera Martinella (corriere.it)

lunedì 15 settembre 2014

Milioni di euro sprecati con i farmaci che troppo spesso buttiamo via

Secondo l’Oms in Europa i costi della non aderenza alle terapie farmacologiche si aggirano intorno ai 125 miliardi di euro l’anno. Ecco i motivi degli sprechi

Farmaci di cui si fa uso eccessivo, o al contrario lasciati inutilizzati nell’armadietto anche se il dottore li ha prescritti; medicine non assunte nel modo giusto perché possano dare benefici - abusandone, o viceversa, in dosi insufficienti - o, ancora, terapie interrotte non appena si sta un po’ meglio, anche se la malattia è cronica e va tenuta sotto controllo. Tutti errori che si pagano, non solo in termini di salute, ma anche in termini di soldi “buttati via”, in un modo o nell’altro. In Europa i costi della non aderenza alle terapie farmacologiche, secondo le stime dell’Organizzazione mondiale della sanità, si aggirano intorno ai 125 miliardi di euro l’anno. E se le condizioni di salute peggiorano, bisogna fare ricorso nel migliore dei casi ad altre medicine, ma aumentano anche gli accessi al pronto soccorso, i ricoveri, le morti premature.Ma questa è solo una delle due facce della «appropriatezza delle cure farmacologiche»: l’altra è la prescrizione adeguata, ed è compito dei medici. Nel suoi due aspetti l’appropriatezza delle cure è, specie in un periodo di scarse risorse e in cui aumentano popolazione anziana e malattie croniche, una sfida per tutti i Servizi sanitari, compreso il nostro.

L’uso inappropriato degli antibiotici

Ma quali farmaci “sprechiamo”? Ce lo dice il “Rapporto OsMed 2013”, elaborato dall’Osservatorio nazionale sull’impiego dei Medicinali, istituito presso l’Aifa-Agenzia italiana del farmaco. Il Rapporto, per esempio, segnala ancora una volta l’annosa questione degli antibiotici: l’anno scorso il loro consumo è cresciuto del 3,5% rispetto al 2012. Se ne assumono di più, indicano i dati OsMed, in Campania, Puglia, Calabria e Sicilia. L’impiego non appropriato di antibiotici supera il 20% in tutte le condizioni cliniche, ma si arriva al 49,3% per la laringotracheite e al 36,3% per la cistite non complicata. E a poco sono serviti finora i moniti degli esperti, che ripetono, come fa una volta di più il direttore dell’Aifa, Luca Pani: «L’uso inappropriato degli antibiotici non rappresenta solo un problema di costi a carico del Servizio sanitario, ma soprattutto un problema di salute pubblica, poiché favorisce l’insorgenza di resistenze batteriche con una progressiva perdita di efficacia di questi farmaci».

Minore aderenza alle terapie

Dall’analisi dei dati delle Aziende sanitarie locali, poi, emergono bassi livelli di aderenza alle prescrizioni principalmente per i medicinali utilizzati nei disturbi ostruttivi delle vie respiratorie, per gli antidepressivi e i farmaci per la prevenzione del rischio cardiovascolare. In quest’ultimo caso, secondo il Rapporto OsMed, pur essendo circa 16 milioni gli italiani che soffrono di ipertensione (uno dei più importanti fattori di rischio per malattie cardiovascolari, ictus e insufficienza renale), ad assumere antipertensivi sono in meno di 8 milioni, sebbene abbiano ricevuto la diagnosi e quindi la prescrizione. A causare una minore aderenza alle terapie ci si mettono anche, stando almeno ad alcuni studi, i costi dei ticket. «L’aumento dei ticket sui medicinali in fascia A (a carico del Servizio sanitario), soprattutto in alcune Regioni con piani di rientro, è un “ostacolo” nell’accesso alle cure segnalato sempre più dai cittadini - sottolinea Tonino Aceti, coordinatore nazionale del Tribunale per i diritti del malato-Cittadinanzattiva, che ha promosso la campagna “I due volti della sanità: sprechi e buone pratiche” -. Per esempio, il Rapporto OsMed rileva i bassi livelli di aderenza ai farmaci di chi soffre di bpco, la broncopneumopatia cronica ostruttiva. Perché? Forse perché, pur essendo una malattia cronica, non è ancora riconosciuta come tale dalla nostra Sanità, per cui il malato non ha diritto all’esenzione e deve pagare i ticket, per molti troppo onerosi. E così si rinuncia ai farmaci prescritti».

Inappropriatezza delle prescrizioni

C’è poi, come si è detto, il fattore “inappropriatezza delle prescrizioni”. Per esempio, in base agli indicatori di appropriatezza utilizzati nel Rapporto, per il 46,5% dei pazienti che assumono inibitori di pompa per il trattamento dell’ulcera e dell’esofagite (a carico del Servizio sanitario) non ci sono i requisiti di rimborsabilità fissati dalle note Aifa, ovvero si tratta di «consumi altamente inappropriati». La stessa Associazione italiana gastroenterologi ed endoscopisti ospedalieri (Aigo) pensa che siano troppi, per citare un caso, i 20 milioni di euro spesi in un anno nel solo Lazio per farmaci contro il bruciore di stomaco e il reflusso gastrico. «Spesso si prescrivono gli “inibitori di pompa” come “copertura” quando il paziente deve assumere antinfiammatori o antibiotici: lo fanno anche otorini, dentisti, ortopedici - dice il presidente di Aigo, Antonio Balzano -. In molti casi potrebbe bastare un semplice sciroppo. Per migliorare l’appropriatezza delle prescrizioni abbiamo avviato uno specifico studio, prendendo come riferimento proprio il caso del Lazio».

Registri di monitoraggio e linee d’indirizzo

E i medici di famiglia? «Tutto sta nel rapporto di fiducia tra il medico - che non è un semplice “prescrittore” - e l’assistito - sottolinea Fiorenzo Corti della Federazione italiana medici di medicina generale -. Se ogni specialista prescrive farmaci, per esempio per il glaucoma, l’artrosi e la bronchite, spetta poi al medico di famiglia fare la sintesi, perché conosce le condizioni cliniche generali del paziente e può verificare anche se i farmaci interagiscono tra loro». Strumenti per assicurare l’appropriatezza d’impiego dei farmaci, ma anche per contenere la spesa farmaceutica, già esistono: dalle “Note Aifa”, al “Documento programmatico per la valutazione dell’uso dei farmaci nelle cure primarie” predisposto dall’Agenzia insieme ai medici di famiglia; dai registri di monitoraggio, ai piani terapeutici. Alcune Regioni hanno redatto anche proprie linee d’indirizzo per l’uso di specifici farmaci, altre hanno avviato report mensili della spesa farmaceutica. «Le linee guida vanno applicate - ricorda Corti -. In alcune Regioni, nell’ambito della “medicina di iniziativa”, i medici di famiglia in collaborazione con le Asl hanno attivato meccanismi di controllo sull’appropriatezza delle terapie, coinvolgendo i pazienti. Ma servono interventi più strutturati anche in altre realtà del Paese».

Le differenze tra Regioni

Nel consumo e nella spesa per farmaci pesano anche le differenze tra Regioni, che «non sempre sono spiegabili alla luce delle evidenze epidemiologiche» segnala il Rapporto OsMed. «A spendere meno in assistenza farmaceutica territoriale sono proprio le Regioni che garantiscono anche gli altri livelli essenziali di assistenza - commenta Giovanni Bissoni, presidente uscente di Agenas -. Ridurre le inefficienze in quelle meno “virtuose”, quindi, non significa tagliare la spesa sanitaria, ma ridistribuire i risparmi in altri servizi per i cittadini, come indica anche il nuovo Patto per la Salute 2014-2016, approvato in Conferenza Stato-Regioni nel luglio scorso». «Gli sprechi - incalza Aceti - andrebbero individuati anche nella burocrazia, in inutili doppioni di centri decisionali, come le Commissioni territoriali per i prontuari farmaceutici».

Gli sprechi «banali»

Ci sono poi sprechi più “banali”, dai quali si può recuperare non poco. Secondo le stime di Assosalute, Associazione nazionale dei produttori dei farmaci di automedicazione, ogni anno si distruggono circa 12 milioni di confezioni di farmaci da banco, per un valore di circa 30 milioni di euro. Le cause? Diverse, e riguardano anche gli altri medicinali. «Per esempio - spiega il presidente Gaetano Colabucci - si riscontra un difetto del packaging, per cui le scatole non vengono messe in commercio; altri farmaci sono ritirati dal mercato perché prossimi alla scadenza. Ma soprattutto, fino a pochi mesi fa, migliaia di confezioni integre venivano ritirate per aggiornare i foglietti illustrativi». Solo nel 2013 sono state circa 5 mila le variazioni dei “bugiardini”. Da giugno, però, la specifica delle modifiche approvate viene consegnata in farmacia al momento dell’acquisto del medicinale. Fino all’esaurimento delle scorte delle “vecchie” confezioni. Che così non finiscono buttate vie.

FONTE: corriere.it

martedì 9 settembre 2014

Tsunami: test in oceano Indiano, coinvolti 24 Paesi

Martedì 9 e mercoledì 10 simulate due scosse di 9 gradi Richter al largo di Giava e Iran per verificare stato di preparazione delle nazioni coinvolte

«È stato registrato un terremoto di magnitudo 9,1 con epicentro a sud di Giava a 10 km di profondità alle 2 (ora italiana) del 9 settembre 2014 a 10,4 latitudine Sud e 112,8 longitudine Est. Le coste indonesiane e australiane più vicine saranno investite da onde di maremoto alte fino a 29 metri». Questo è il comunicato che sarà emesso martedì dal Servizio regionale tsunami australiano (Rtsp) nel corso della più grande esercitazione di maremoto sotto l’egida dell’Unesco (IOWave 2014) per verificare il grado di preparazione. Il test coinvolgerà 24 nazioni affacciate sull’oceano Indiano, le stesse investite dallo tsunami (vero) del 26 dicembre 2004 che provocò oltre 230 mila morti e oltre un milione di sfollati.

Test

Il test si svolgerà nell’arco di due giorni (9 e 10 settembre) con scenari differenti generati da terremoti di diversa potenza in due distinte aree dove gli scienziati temono che nel prossimo futuro possano verificarsi sismi disastrosi: la fossa di Giava e la fossa Makran, nel mar Arabico al largo tra Iran e Pakistan (una scossa nel 1945 causò un’onda di tsunami di 12 metri che provocò almeno 4 mila vittime). Mercoledì 10 verrà simulato un terremoto tsunamigenico di magnitudo 9 nella fossa Makran, il giorno prima in quella di Giava.

Interessati 24 Paesi

Sono ben 24 le nazioni interessate all’esercitazione: Australia, Bangladesh, isole Comore, Timor Est, isola di Riunione (dipartimento francese d’oltremare), India, Indonesia, Iran, Kenia, Madagascar, Malaysia, Maldive, Mauritius, Mozambico, Myanmar, Oman, Pakistan, Seychelles, Singapore, Sudafrica, Sri Lanka, Tanzania, Thailandia e Yemen. Il test vuole verificare la capacità di allarme precoce, i tempi di comunicazione alle zone interessate, l’evacuazione delle popolazioni a rischio, le procedure di emergenza e il grado di integrazione della diffusione dei dati tra i diversi Paesi.

FONTE: Paolo Virtuani (corriere.it)

lunedì 8 settembre 2014

Esplora il significato del termine: La prima colazione è fondamentale protegge da diabete e sovrappesoLa prima colazione è fondamentale protegge da diabete e sovrappeso


La prima colazione è un pasto importantissimo per i bambini. Ma spesso, per mancanza di tempo o di abitudine, viene sottovalutata o saltata del tutto. A ribadirne l’importanza è uno studio dei ricercatori della St. George University di Londra, che hanno condotto una ricerca su 4.116 bambini di 9 e 10 anni, pubblicato su Plos Medicine.
Secondo lo studio, chi salta la colazione è più a rischio di soffrire di diabete alimentare e pesare troppo. Chi la fa è più protetto, soprattutto se sceglie cereali e fibre invece che biscotti. I ricercatori hanno controllato le abitudini alimentari dei piccoli e misurato i livelli di insulina, glucosio, e emoglobina glicosilata nel sangue. Il 26% non faceva colazione e aveva livelli di insulina a digiuno più alti del 26,4% rispetto a chi la faceva, oltre a insulino-resistenza più elevata del 26,7% e un livello leggermente più alto di glucosio. Fra i bambini che invece facevano colazione, chi mangiava cereali e fibre aveva livelli più bassi di insulino-resistenza rispetto a chi preferiva i biscotti.
«La colazione è associata a un miglioramento dello stato di salute e dei parametri metabolici del bambino, oltre che a un migliore rendimento scolastico. Chi la salta è destinato a mangiare di più dopo qualche ora, spesso sceglie snack meno salutari che favoriscono l’aumento di peso e modificano il metabolismo – commenta Claudio Maffeis, direttore dell’Unità operativa di Diabetologia, nutrizione clinica e obesità in età pediatrica all’Università di Verona -. Il pasto migliore è quello che include un elevato contenuto di carboidrati, come pane, fette biscottate integrali con un velo di marmellata».
«I biscotti non vanno esclusi se il bambino li gradisce, magari si possono alternare al resto, scegliendo quelli secchi – prosegue Maffeis -. Anche il latte è un’ottima fonte di carboidrati, viene digerito e assorbito lentamente in modo che il ragazzo sfrutterà i suoi zuccheri come energia per le prestazioni scolastiche. Attenzione invece ai cereali, alcuni alzano troppo la glicemia e sono privi di fibre. Altrettanto importante è, infine, fare colazione seduti a tavola insieme ai genitori, il buon esempio funziona più di tutto il resto».
Un altro recente studio inglese, dell’Università di Bath, ha invece messo in dubbio l’importanza della prima colazione, che – secondo gli autori - avrebbe un impatto marginale sul metabolismo e sui successivi pasti del giorno, dato che che chi non mangia al mattino tende ad assumere più calorie nella giornata ma anche a consumarne di più. Una teoria non condivisa da Gianvincenzo Zuccotti, professore di Pediatria all’Università di Milano, secondo cui «la prima colazione rimane, soprattutto nell’infanzia, un pasto cruciale, sia per la salute cardiovascolare, che contro l’obesità e per incentivare le performance intellettive».
FONTE: corriere.it

lunedì 1 settembre 2014

Cuore più protetto, 20% di morti in meno: nuova molecola cura lo scompenso cardiaco



Cuore protetto e meno morti. Una nuova arma, più efficace e con scarsi e dominabili effetti collaterali, per combattere lo scompenso cardiaco. La molecola innovativa, che per ora è solo una sigla (LCZ696), si è rivelata fondamentale per  ridurre del 20 per cento il numero di vittime di una patologia cardiaca la cui evoluzione è spesso fatale. Caratterizzato dalla progressiva incapacità del cuore a pompare sangue nell'organismo, lo scompenso presenta sintomi progressivamente invalidanti, dalla dispnea all'affaticamento, alla ritenzione di liquidi, fino all'impossibilità a svolgere le comuni attività quotidiane. 

La validità del nuovo farmaco (prodotto dalla Novartis e, secondo le previsioni, in commercio in Italia entro il 2015) è stata dimostrata dallo studio Paradigm-Hf, il più ampio condotto sullo scompenso cardiaco e interrotto precocemente a marzo scorso, proprio perché ritenuto vincente nei confronti di un altro farmaco, l'enalapril. I risultati sono stati presentati stamattina, nella conferenza introduttiva del congresso dell'European Society of Cardiology in corso a Barcellona fino a mercoledì prossimo. Per la ricerca sono stati arruolati 8442 pazienti in 44 centri tra cui l'Italia, con l'obbiettivo di verificare se LCZ696 fosse in grado di aumentare la sopravvivenza oltre i limiti raggiunti dall'enalapril appunto, un Ace-inibitore, attualmente farmaco chiave per il trattamento dello scompenso cardiaco. Il comitato scientifico che ha coordinato lo studio, ha confermato per i soggetti a cui è stata somministrata la molecola, ridotte probabilità di morte per cause cardiovascolari.

"Dall'analisi dei risultati emerge che ci si trova con una vita salvata in più ogni 32 pazienti trattati. In dieci anni è la migliore situazione raggiunta", premette Michele Senni, direttore di Cardiologia I all'ospedale Giovanni XXIIIesimo di Bergamo e coordinatore per l'Italia del Paradigm Hf che è stato pubblicato oggi sul New England Journal of Medicine. Secondo gli autori del trial, "il nuovo farmaco potrebbe a breve sostituire gli Ace-inibitori dopo 25 anni di utilizzo. L'Italia la confezionerà per tutto il mondo", nello stabilimento di Torre Annunziata (Napoli). 

Ma come agisce LCZ696? Capostipite di una nuova classe farmacologica, si esplica su due fronti, spiega Senni: "Da un lato interviene sul sistema renina-angiotensina, dall'altro incrementa la produzione degli ormoni natriuretici fabbricati dal cuore che non è solo una pompa, ma è anche una ghiandola". Formulato in compresse, si assume due volte al giorno. Sarà l'unico farmaco per lo scompenso? "No, va abbinato a beta-bloccanti e antialdosteronici", risponde lo specialista, "ma in futuro potrebbe scalzare gli Ace-inibitori". Per Milton Packer dell'University of Texas Southwestern Medical center di Dallas che con John McMurray (Glasgow) ha guidato lo studio interrotto in anticipo, per i pazienti e per i cardiologi si tratta di "una rivoluzione" frutto di risultati di "straordinaria potenza". Lo scompenso cardiaco è sempre più diffuso (anche per l'aumento della vita media e dei progressi scientifici): sono oltre 26 milioni le persone negli Usa e in Europa affette dalla malattia che  costa ogni anno 108 miliardi di dollari, cifra destinata a raddoppiare entro il 2030.

FONTE: Giuseppe Del Bello (repubblica.it)