venerdì 31 ottobre 2014

Un fungo giapponese efficace contro l’infezione da HPV


I risultati di uno studio pilota umano presentati alla riunione SIO a Houston, mostra che un estratto da un fungo giapponese, o AHCC, ha letteralmente sradicato l’infezione da virus del papilloma umano, o HPV, nelle donne

Grazie a un fungo giapponese, e al suo estratto, potrebbe essere possibile curare l’infezione da virus del papilloma umano, o HPV, che è stata correlata anche a diversi tipi di cancro.
I risultati di questa nuova ricerca sono stati presentati alla Society for Integrative Oncology (SIO) 11th International Conference di Houston. E mostrano per la prima volta che è possibile eliminare l’infezione da HPV nelle donne con un integratore nutrizionale prontamente disponibile, chiamato AHCC (Active Hexose Correlated Compound).

«L’HPV è associato con il 99% dei tumori della cervice, così come molti altri tipi di tumore a rischio di vita – ha spiegato la dott.ssa Judith A. Smith, principale autore dello studio – I pazienti che vengono a sapere di avere l’HPV, e loro medici, sono comprensibilmente frustrati, perché tutto ciò che possiamo fare è monitorare i cambiamenti anomali associati al cancro. Ciò di cui abbiamo bisogno è un trattamento sicuro ed efficace per l’HPV prima che si sviluppi il cancro».

La dottoressa Smith, Professore associato presso il Dipartimento di Ostetricia, Ginecologia e Scienze della Riproduzione presso l’Università del Texas Health Science Center a Houston (UTHealth) Medical School, ha coinvolto con il suo team dieci donne che sono state diagnosticate come HPV-positive con il Cervista HPV HR test. Tutte le partecipanti sono state trattate per via orale con l’estratto di fungo giapponese AHCC, una volta al giorno, per un massimo di 6 mesi. Al termine del periodo di trattamento, 5 pazienti hanno ottenuto un risultato negativo nel test HPV. Tre hanno mostrato un’eradicazione totale del virus, dopo la sospensione della cura con l’AHCC. Infine, altre due pazienti hanno continuato la cura.

«Con questo studio, per la prima volta, abbiamo dimostrato che è possibile sradicare l’HPV in donne che utilizzano l’AHCC anche solo per 3 mesi o fino a 6 mesi – ha sottolineato la dott.ssa Smith – Abbiamo studiato l’efficacia dell’integrazione di AHCC con agenti chemioterapici comuni per oltre un decennio, e avevamo già sradicato con l’AHCC l’infezione da HPV in tre modelli di ratto ortotopico. Questo studio conferma i precedenti risultati».

L’estratto AHCC lavora con il principio dell’immunoterapia, che sfrutta il sistema immunitario del proprio corpo per aiutare a combattere la malattia. Studi su esseri umani e in vivo hanno dimostrato che l’AHCC aumenta il numero e/o l’attività delle cellule Natural Killer (NK), delle cellule dendritiche, e delle citochine, che permettono al corpo di rispondere in modo efficace alle infezioni e bloccare la proliferazione dei tumori.
I risultati della ricerca della dottoressa Smith sono stati scelti per la presentazione nella sessione “Best of SIO”, svoltasi il 28 ottobre 2014, tra un numero record di abstract presentati per questa XI Conferenza Internazionale della Society for Integrative Oncology, l’organizzazione leader a livello mondiale dedicata alla medicina integrativa specifica per i malati di cancro.

L’infezione da papillomavirus umano HPV è una malattia sessualmente trasmessa. E’ uno dei più diffusi e comuni virus negli Stati Uniti e nel mondo occidentale. Fino al 70% di adulti sessualmente attivi acquisirà l’HPV a un certo punto della loro vita, si legge nel comunicato dell’AHCC Research Association. Il DNA del papillomavirus umano è stato rilevato nel 99,7% delle biopsie di cancro cervicale, ottenendo il più grande rapporto causale di qualsiasi tipo di cancro [1]. Secondo i Centers for Disease Control, molti altri tipi di cancro sono correlati all’HPV, tra cui il 95% di cancro anale, il 60% cento di cancro orofaringeo, il 65% di cancro vaginale, il 50% di cancro della vulva e il 35% di cancro del pene.

A proposito di AHCCAHCC (Active Hexose Correlated Compound) è un composto immunitario modulante naturale derivato da una frazione unica, appositamente coltivata, di miceli dei funghi medicinali che è stato clinicamente dimostrato rafforzare il sistema immunitario del corpo. AHCC è supportato da oltre 20 studi clinici umani e da più di 40 pubblicazioni su riviste PubMed indicizzate. Negli ultimi dieci anni, AHCC è stato ampiamente utilizzato come ingrediente di integratori alimentari. Studi sull’uomo e sugli animali hanno dimostrato che AHCC aumenta il numero e l’attività dei Natural Killer (NK), cellule dendritiche e citochine, e che supporta la risposta immunitaria complessiva.

Per maggiori informazioni sull’AHCC e l’AHCC Research Association si può visitare il sito:www.ahccresearch.org.

[1] Clinical Perspectives on the Role of the Human Papillomavirus Vaccine in the Prevention of Cancer, Justin M. Julius, Pharm.D., Lois Ramondeta, M.D., Katherine A. Tipton, Pharm.D., Lincy S. Lal, Pharm.D., Ph.D., Karen Schneider, M.D., Judith A. Smith, Pharm.D., FCCP, FISOPP. Pharmacotherapy. 2011;31(3):280-297

martedì 28 ottobre 2014

Sesso. Più ne fai, meno rischi il cancro della prostata


Gli uomini che hanno avuto più rapporti sessuali, o con più di 20 donne nel corso della propria vita, hanno un rischio ridotto del 28 per cento di sviluppare il cancro alla prostata, a differenza di chi ha avuto una sola partner nella vita o rapporti omosessuali. Lo studio.

Un nuovo studio suggerisce chi ha più rapporti sessuali, specie con partner diverse, corre meno il rischio di sviluppare il cancro alla prostata. Un elogio del latin lover? No, un’evidenza che dimostra come fare sesso sia salutare. Anche se, le cose sono un po’ diverse se i rapporti sono con partner dello stesso sesso.

In questo studio, i ricercatori dell’Università di Montreal e l’INRS – Institut Armand-Frappier, hanno scoperto che gli uomini che nella loro vita hanno avuto rapporti sessuali con più di 20 partner femminili avevano un rischio di cancro alla prostata ridotto del 28%, rispetto a chi aveva avuto una sola partner nel corso della propria vita (o un solo rapporto). Tuttavia, le cose cambiano se i rapporti sessuali l’uomo li ha con un partner dello stesso sesso. In questo caso, 20 o più partner fanno invece aumentare di due volte il rischio di ottenere una diagnosi di cancro alla prostata, rispetto a coloro che non hanno avuto alcun partner sessuale dello stesso genere.

Gli autori dello studio, dott.ssa Marie-Elise Parent e dott.ssa Marie-Claude Rousseau, professori all’University School of Public Health, insieme al collega Andrea Spence, hanno pubblicato i risultati sulla rivista Cancer Epidemiology. Questi sono stati ricavati grazie allo studio canadese Montreal study PROtEuS (Prostate Cancer & Environment Study) che ha visto il coinvolgimento di 3.208 uomini. Tra tutti i partecipanti, 1.590 hanno ottenuto una diagnosi di cancro alla prostata tra il settembre 2005 e l’agosto 2009. Del totale, 1.618 uomini facevano parte del gruppo di controllo.
Durante lo studio, i partecipanti hanno dovuto compilare un questionario che, tra l’altro, riguardava la loro vita sessuale. Le informazioni raccolte hanno rivelato che, in generale, gli uomini con cancro alla prostata erano due volte più soggetti ad avere un parente con il cancro. Tuttavia, l’evidenza suggerisce che il numero di partner sessuali influisce sullo sviluppo stesso del cancro.
In questo caso, gli uomini che hanno detto di non aver mai avuto rapporti sessuali avevano quasi il doppio delle probabilità di diagnosti di cancro alla prostata, rispetto a coloro che hanno riferito di aver avuto rapporti sessuali.

Quando poi un uomo è andato a letto con più di 20 donne durante la sua vita vi era una riduzione del 28% del rischio per tutti i tipi di cancro della prostata e una riduzione del 19% per i tipi di cancro più aggressivi.
«E’ possibile che avere molti partner sessuali femminili si traduca in una maggiore frequenza di eiaculazioni – spiega Parent – il cui effetto protettivo contro il cancro alla prostata è stato precedentemente osservato in studi di coorte».
Secondo precedenti studi, il meccanismo alla base di questo effetto protettivo è che l’eiaculazione ridurrebbe la concentrazione di sostanze cancerogenenel liquido prostatico, o perché si abbassa la produzione di cristalloidi endoluminali.

I ricercatori sottolineano che per tutti i partecipanti, sia l’età in cui hanno avuto il primo rapporto sessuale o il numero di infezioni trasmesse sessualmente (STI) che avevano contratto non ha influenzato il rischio di cancro alla prostata. Inoltre, solo il 12% di tutti i partecipanti hanno riferito di aver avuto almeno una STI nella loro vita che, sempre secondo i ricercatori, è poco.

I problemi nascono tuttavia quando i partner sessuali sono dello stesso sesso. Se per esempio, i dati indicano che avere un solo partner maschile non influenza il rischio di cancro alla prostata rispetto a chi non ha mai avuto rapporti sessuali con un uomo, le cose cambiano quando il numero aumenta. In questo caso, coloro che hanno avuto rapporti sessuali con più di 20 uomini hanno due volte più probabilità di ottenere una diagnosti di cancro alla prostata di tutti i tipi, rispetto a coloro che non hanno mai dormito con un uomo. Infine, il rischio di avere un cancro alla prostata meno aggressivoaumenta del 500% rispetto a quelli che hanno avuto un solo partner maschile.
L’ipotesi dei ricercatori è che questo «Potrebbe derivare da una maggiore esposizione a malattie sessualmente trasmissibili, o potrebbe essere che il rapporto anale produce traumi fisici alla prostata».
Secondo gli autori, questo studio evidenzia la necessità di indagare anche quali e quanti partner sessuali può aver avuto durante la propria vita una persona che riceva una diagnosi di cancro alla prostata.

FONTE: lastampa.it

sabato 25 ottobre 2014

Tumori, mortalità in calo ma tra le donne, per il fumo, cresce il cancro al polmone



Le morti per cancro sono in netto calo. In circa venti anni (1996-2014) sono diminuite del 14% fra gli uomini e del 10% fra le donne anche se, fra queste ultime, si contano sempre più pazienti colpite da cancro al polmone. In casi di questa malattia al femminile sono, infatti, cresciuti del 61%. 

Il numero di nuovi casi, invece, è sostanzialmente stabile rispetto al 2013: saranno, infatti, 365.500 nel 2014 (erano 366mila lo scorso anno e 364 nel 2012): 196.100 (54%) negli uomini e 169.400 (46%) nelle donne.
E' il censimento che fotografa i dati del cancro in tempo reale grazie al lavoro dell'Associazione italiana di oncologia medica (Aiom) e dell'Associazione italiana registri tumori (Airtum) raccolto nel volume «I numeri del cancro in Italia 2014» presentato al congresso nazionale Aiom.

Il fattore di rischio più importante è il fumo di sigaretta che risulta ancora troppo diffuso: un trzo degli italiani under 35 è fumatore, con conseguenze allarmanti. Complessivamente, il cancro del colon retto è il più frequente seguito da quello della mammella, del polmone, della prostata e della vescica.

«Il libro - afferma Stefano Cascinu, presidente Aiom - rappresenta una strumento fondamentale di aggiornamento sullo stato dell'oncologia del nostro Paese. La mortalità, in costante riduzione, è il più solido degli indicatori e dimostra che il nostro sistema sanitario è efficace: di cancro si muore sempre meno. Oggi nella Penisola 2 milioni e 900mila persone vivono con una precedente diagnosi di tumore. E nel 2020 saranno 4milioni e 500mila».

FONTE: salute.ilmessaggero.it

martedì 21 ottobre 2014

Uomo paralizzato torna a camminare dopo il trapianto di cellule


Uomo paralizzato torna a camminare dopo il trapianto di cellule

Quello che viene definito come un intervento rivoluzionario ha permesso al 40enne cittadino bulgaro Darek Fidyka, che era paralizzato dal 2010 dalla vita in giù dopo un accoltellamento, di tornare a camminare. 

Secondo il sito della Bbc, il trattamento compiuto da chirurghi polacchi in collaborazione con scienziati britannici, si è basato su un trapianto di cellule del suo sistema olfattivo inserite nel midollo spinale.

«È stato raggiunto qualcosa di più impressionante dell'uomo che cammina sulla Luna», ha detto Geoff Raisman, dell'Istituto di Neurologia dell'University College London che ha guidato il team di ricerca nel Regno Unito. I risultati di questo trattamento, che apre uno scenario del tutto nuovo per le persone paralizzate, sono stati pubblicati sulla rivista "Cell Transplantation".

FONTE: salute.ilmessaggero.it



sabato 18 ottobre 2014

Con Wow anche l’acqua radioattiva torna pura: una scoperta italiana

L’impianto Wow a Saluggia

(impianto wow a Saluggia)

Si sta completando la prima sperimentazione su vasta scala nel sito nucleare di Saluggia, nel Vercellese. Un’idea anche per le bonifiche di Fukushima

A vederla da vicino nessuno direbbe che questa è l’invenzione del secolo. Sembra un grosso scaldabagno circondato da tubi di acciaio, e invece è la prima macchina al mondo capace di trasformare liquami radioattivi e rifiuti di ogni tipo in acqua purissima, senza utilizzare nessun filtro e con una bassissima produzione di scorie. Una scoperta tutta italiana, creata dall’ingegnere padovano Adriano Marin che, con il professor Massimo Oddone, chimico dell’Università di Pavia, e un’équipe di dieci ingegneri, sta completando la prima sperimentazione su vasta scala nel sito nucleare di Saluggia.

Tutto iniziò un giorno del 2005

Marin stava armeggiando nel garage di casa con la «pentolaccia», una macchina inventata da lui, semplice, economica e facilmente trasportabile, con cui voleva realizzare il sogno di rendere potabile l’acqua nei Paesi del Terzo mondo. Le prove del «vaporizzatore», originariamente simile a una lavatrice, avevano già dato buoni risultati. Ma all’improvviso accadde un imprevisto. Manovrando qualcosa, dalla macchina iniziò a uscire acqua purissima, con parametri infinitamente migliori di quelli che si attendevano. Abbandonato il garage, gli esperimenti proseguirono in laboratorio e nel «calderone» cominciarono a finire «ingredienti» via via sempre più terrificanti: veleni di ogni tipo, fanghi, metalli pesanti, prodotti chimici, batteri, virus, idrocarburi, radioisotopi. E ogni volta il risultato era stupefacente: acqua così pura che anche le misurazioni diventavano difficili. 

«La scoperta fu un fatto del tutto casuale»

Adriano Marin, 51 anni, ingenere elettronico, per lungo tempo dirigente del gruppo Riello e poi fondatore dell’impresa di consulenze Cross Technology, avrebbe potuto dire di aver fatto un’invenzione clamorosa dopo anni di studi. Invece ammette con sincerità: «La scoperta fu un fatto del tutto casuale, e ci mettemmo due anni per capire quale principio fisico portava a quel risultato». Il sistema, chiamato Wow (Wonderful Water), è stato poi perfezionato e testato a lungo dai laboratori Arpav di Padova, dal Cnr, dall’Università di Pavia e dal Laboratorio per l’energia nucleare applicata, ottenendo tutte le attestazioni necessarie (in questo momento sta certificando i risultati anche il National Physical Laboratory del Regno Unito). E oggi è un brevetto mondiale. 

Ultima fase della sperimentazione

Adesso qui a Saluggia, nell’area in cui si trova il supersorvegliato deposito di scorie nucleari Avogadro, è in corso l’ultima fase della sperimentazione. Wow ,che tecnicamente è un separatore di molecole, è stato costruito in versione più grande e dal 23 settembre sta trasformando in acqua purissima 45 mila litri di liquidi radioattivi conservati in due cisterne. Quando, il 5 dicembre, avrà completato il suo lavoro, di tutto quel liquido contaminato resteranno solo dieci litri di concentrato insoluto. Sarà questa la prova più tangibile delle enormi possibilità della macchina, in moltissimi campi, a partire proprio dal nucleare. 

Invenzione tutta italiana

Un’invenzione da Nobel, tutta italiana, sostenuta anche da un gruppo di lungimiranti finanziatori e resa possibile da un team affiatato che condivide lo spirito del progetto: realizzare qualcosa di utile alla società. Ora Wow è in cerca, per ognuna delle applicazioni, di vari partner, possibilmente italiani, che mettano il prodotto sul mercato. Qualcuno che concordi sulle finalità e che non cerchi invece di tenere l’invenzione in un cassetto. Perché il rischio è proprio quello: gli enormi interessi (leciti e no) che ruotano intorno allo smaltimento dei rifiuti tossici e nocivi potrebbero ostacolare la diffusione del «separatore di molecole a unico stadio» che ha enormi potenzialità. 

FONTE: Luigi Corv (lastampa.it)

martedì 14 ottobre 2014

Ebola, dipendente dell’Onu morto in Germania. L’Oms: 9 mila contagiati e 4.500 morti


Si aggrava il bilancio dell’epidemia.A Lipsia morto dipendente dell’Onu: aveva contratto la malattia in Africa. In Usa aumentano i controlli e si pensa ad un ministro ad hoc

Continuano i falsi allarmi: un aereo è dovuto atterrare a Fiumicino per il malore di due persone. Ma anche l’emergenza reale: il totale dei casi di Ebola è salito a 8.914 e raggiungerà i 9mila entro la settimana, mentre i decessi sono saliti a 4.447 con una mortalità che è sempre la stessa, attorno al 50%. 

PAZIENTE MORTO IN GERMANIA  
In Europa un contagiato di Ebola è morto la notte scorsa in Germania, segnando il primo decesso nel paese: si tratta di un dipendente africano dell’Onu portato a Lipsia dalla Liberia. L’uomo, di 56 anni, è deceduto in un ospedale della città dell’est della Germania. Escluso il contagio invece per il caso di Bruxelles che aveva fatto ieri preoccupare il Belgio.Del resto, come ha spiegato professor Robert Gallo, immunologo e virologo statunitense, noto soprattutto per aver scoperto nel 1983 il virus Hiv, «non ci sono al momento virus più potenti di Ebola in Africa e più pericolosi di questo». 

CONTINUANO I FALSI ALLARMI: I CASI DI FIUMICINO E BRUXELLES  
Un aereo della Turkish Airlines decollato da Istanbul e diretto a Pisa è atterrato a Roma Fiumicino dopo che due passeggere, una donna e la figlia di 4 anni, avevano accusato un malore. Attivate immediatamente le procedure per l’emergenza Ebola. Le due sono state trasferite all’ospedale Spallanzani e dai primi accertamenti non sarebbero stati riscontrati sintomi riconducibili all’Ebola. Per gli altri passeggeri dell’aereo non è scattato l’obbligo di quarantena ma a tutti quanti è stato fatto compilare un questionario con le loro dettagliate generalità. 

ALTA PREOCCUPAZIONE DA DALLAS A MADRID  
resta alta la preoccupazione anche per i ricoverati a Dallas e a Madrid. L’infermiera americana Nina Pham, 26 anni, rimasta contagiata dal virus dell’Ebola dopo essersi presa cura del paziente liberiano Eric Duncan poi morto, ha ricevuto una trasfusione di sangue dal Kent Brantly, il primo americano ad essere contagiato e sopravvissuto. Il medico, guarito grazie ad una cura sperimentale, ha donato il sangue a tre pazienti, inclusa l’infermiera. La giovane è in cura nel Texas Health Presbyterian Hospital di Dallas ed è entrata in contatto con Duncan insieme ad almeno altre 70 persone. 

GLI USA PENSANO A UN MINISTRO AD HOC  
Il Consiglio di Sicurezza dell’Onu intanto si è riunito per discutere dell’emergenza e gli Usa stanno pensando ad uno “zar” dell’epidemia, un superministro “ad hoc” per affrontare l’emergenza. La sua nomina viene richiesta al presidente americano, Barack Obama, da più parti. In particolare dai repubblicani, che accusato l’amministrazione di agire in maniera abbastanza efficace. Le istituzioni di tutto il mondo ormai non hanno più pudori nel definire Ebola una emergenza prioritaria mondiale, i privati cominciano ad allentare i cordoni delle borse: Mark Zuckerberg e la moglie Priscilla Chan hanno donato 25 milioni di dollari al Center for Disease Control Foundation per combattere l’epidemia di Ebola. «Dobbiamo tenere il virus sotto controllo nel breve termine, in modo che non si diffonda ulteriormente e finisca per diventare una epidemia su larga scala che va avanti per decenni, come per l’Hiv o la polio», ha affermato il fondatore di Facebook. «Siamo fiduciosi - ha aggiunto - che questo aiuterà a salvare vite umane».  

A CACCIA DI FONDI  
Ogni guerra, anche quella contro le malattie, ha infatti bisogno di fondi, ed è quanto sta accadendo ad uno dei centri di ricerca più prestigiosi negli Usa, che tra le altre cose ha contribuito alla scoperta di ZMapp, il siero anti Ebola, lo Scripps Research Institute in California. Per trovare quelli necessari ad approfondire lo studio di una terapia contro il virus i ricercatori hanno lanciato una colletta on line attraverso un sito di crowfounding. L’obiettivo di Erica Ollmann Saphire, a capo del laboratorio che studia Ebola, è raccogliere attraverso il sito Crowdrise 100mila dollari per poter acquistare uno strumento fondamentale per il lavoro di ricerca. 

FONTE_ lastampa.it

giovedì 9 ottobre 2014

Ebola, gli Usa: epidemia più grande dopo l’Aids Preoccupa l’infermiera ricoverata a Madrid


Le autorità sanitarie americane: «Sarà una battaglia lunga». Casi sospetti in Francia. Timori per la 44enne spagnola. Negativo al test il medico sotto osservazione a Roma. Morte sospetta di un cittadino britannico in Macedonia. Londra preoccupata

L’epidemia di ebola rappresenta la sfida più grande dalla comparsa dell’Aids: è l’allarme lanciato dalla massima autorità sanitaria Usa, Thomas Frieden, direttore dei Centri americani per il Controllo e la Prevenzione della Malattia (Cdc) con sede ad Atlanta. «Direi che, in trent’anni di lavoro nella sanità pubblica, l’unica situazione simile a questa è stata quella con l’Aids», ha spiegato Frieden, sottolineando che il ritmo di diffusione della malattia è simile a quello della fase iniziale della sindrome da immunodeficienza acquisita. Il numero uno della sanità Usa parlava a Washington, al forum ad alto livello per fare il punto sull’epidemia a cui partecipano tra gli altri i vertici di Onu, Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale, oltre ai presidenti dei Paesi più colpiti dalla micidiale malattia. «Sarà una lunga battaglia», ha aggiunto, «e dobbiamo lavorare ora in modo che, per il mondo, non sia una nuova Aids». 

ALLARME IN FRANCIA  
Allarme Ebola rientrato nella periferia di Parigi. «Il sospetto non c’è più», ha annunciato la prefettura, che in un primo tempo aveva parlato di casi sospetti in un palazzo dell’assistenza sociale a Cergy-Pontoise, nella banlieue parigina 

CITTADINO BRITANNICO MUORE IN MACEDONIA  
Il ministero della Salute macedone ha confermato la morte sospetta, in Macedonia, di un cittadino britannico. Il ministero ha riferito inoltre che l’uomo proveniva dalla Gran Bretagna. La notizia era stata rivelata da una fonte anonima del governo macedone, secondo la quale anche un altro cittadino britannico presenta sintomi riconducibili al virus ebola.  
La Gran Bretagna per parte sua tenta di alzare le barriere contro l’ebola: il governo ha dato il via a controlli «rafforzati» negli aeroporti e ai terminal ferroviari di Eurstar per i viaggiatori provenienti dai Paesi dell’Africa occidentale colpiti dall’epidemia (Sierra Leone, Liberia e Guinea). 
Lo screening rafforzato prevede interviste ai viaggiatori (dove siano stati e se abbiano avuto contatti con malati di ebola), ma anche controlli sanitari per i casi sospetti. L’operazione partirà dai terminal di Heathrow e Gatwick a al terminal Eurostar di Londra. 
La decisione è arrivata dopo qualche ora di segnali contrastanti, in cui il governo aveva invitato a evitare l’isteria”, ma alcuni ministri, tra i quali quello della Difesa, Michael Fallon, avevano avvertito che sarà «molto difficile» seguire le tracce delle persone che sbarcheranno in Gran Bretagna dai Paesi colpiti. 

TIMORI PER L’INFERMIERA SPAGNOLA  
Intanto sono peggiorate le condizioni di Teresa Romero, l’infermiera ausiliare di 44 anni positiva all’ebola, ricoverata al Carlo III-La Paz, secondo quanto ha confermato oggi la vicedirettrice generale dell’ospedale, Yolanda Fuentes, in dichiarazioni ai media. «Le condizioni sono peggiorate, ma per espresso desiderio della paziente non possiamo dare notizie sulla sua situazione clinica», ha detto la Fuentes. In mattinata José Ramon Romero, il fratello della contagiata, intervistato dalla radio aveva detto che: «Teresa è peggiorata ed è stata intubata». La vicedirettrice dell’ospedale Carlo III-La Paz ha riferito che un altro infermiere ausiliare «a rischio di esposizione, che è stato ricoverato in isolamento questa mattina, anche se non presenta sintomi della malattia». Salgono così a sette i ricoverati nel nosocomio sotto osservazione. 

LORENZIN: “NESSUN CASO IN ITALIA”  
Il membro dello staff di Emergency ricoverato all’istituto Spallanzani «non è positivo al test per l’Ebola». La conferma arriva direttamente da Emergency che spiega come «il medico, di ritorno dalla Sierra Leone, non ha alcun sintomo ed è stato ricoverato solo in via precauzionale». Dello stesso avviso il ministro della Salute Lorenzin. «Quella in corso all’istituto Spallanzani è una misura di precauzione» ha spiegato intervenendo al Senato «al momento è del tutto asintomatico». «La relazione inviataci da Emergency - ha precisato il ministro - ci conforta: il medico, operante in Sierra Leone, era stato ad un rinfresco con altri medici, tra i quali un medico risultato infetto, ma tra i due non vi è stato alcun contatto fisico». Lorenzin ha quindi ribadito che in Italia «abbiamo avuto numerose segnalazioni di casi sospetti, ma tutte hanno avuto esito negativo». 

FONTE: lastampa.it

martedì 7 ottobre 2014

“Facciamo insieme il primo passo”


PRESENTATE IN SENATO LE PROPOSTE DI ADI PER LA PREVENZIONE

La patologia “obesità” va combattuta con una corretta e approfondita informazione. È necessario coinvolgere tutta la società, unire gli sforzi a livello sanitario con il mondo dello sport,  potenziando le possibilità di adottare stili di vita attivi.


Roma, 7 ottobre 2014 - Presentate questa mattina in Senato le proposte dell'Associazione Italiana di Dietetica e Nutrizione clinica - ADI, per la campagna nazionale Obesity Day 2014, la giornata di sensibilizzazione che ADI promuove il 10 ottobre di ogni anno, con l’intenzione di orientare e spostare in modo corretto l’attenzione dei mass-media, dell’opinione pubblica e di chi opera in sanità, da una visione estetica dell'obesità ad una visione salutistica.

«L’Obesity Day si differenzia da altre giornate dedicate alla prevenzione - ha spiegato il Prof Lucio Lucchin, presidente ADI - perché si pone come obiettivo primario quello di una diffusa e profonda sensibilizzazione sul tema, e non quello della raccolta fondi. L'obesità è stata riconosciuta dall’American Medical Association come una vera e propria “malattia” e non può essere contrastata dal solo intervento sanitario, ma necessita il coinvolgimento in toto della società. Ecco perché - sottolinea il Prof Lucchin - è nostro interesse smuovere la disattenzione dell'opinione pubblica verso questo problema e chiedere un maggiore investimento a livello sanitario, che cominci dalla formazione del personale specifica sul tema».

Lucchin ha sottolineato, inoltre, come l’aumento del grasso corporeo, specialmente localizzato a livello addominale, faccia triplicare il rischio di contrarre tumori al colon-retto, alla vescica e alla prostata e come allo stesso tempo la perdita di peso e l’attività fisica comportino un risparmio in costi sanitari di circa 400 euro all’anno nei pazienti diabetici in sovrappeso.

«L’obesità rappresenta una sfida crescente per la salute per l'Unione Europea - ha evidenziatoVito De Filippo, sottosegretario alla Salute - impegnando il 7% dei bilanci sanitari nazionali in tutta l'UE. Il problema, in Italia, è evidente già nella fascia dell'infanzia con il 22,1% dei bambini in sovrappeso e il 10,2% in condizioni di obesità. Per arginare questa che l'Oms definisce una "epidemia globale", il nuovo Piano nazionale della Prevenzione definisce una strategia di intervento che coinvolge non solo gli ambiti sanitari, ma anche quelli dell'istruzione e dello sport per affermare quegli stili di vita sani, a tavola e non solo, la cui assenza è appunto alla base dell'aumento dell'incidenza dell'obesità».

«È fondamentale favorire innanzitutto nei giovani uno stile di vita attivo potenziando il movimento - ha commentato il Prof Giuseppe Fatati, presidente Fondazione ADI. In Italia e in Europa esistono diversi programmi che, nati dalla collaborazione fra pubblico e privato, si stanno rivelando virtuosi esempi di educazione al movimento. Ecco perché la campagna 2014 dell’Obesity Day vede la collaborazione con Federfarma e la Federazione Italiana di Atletica Leggera – FIDAL: sfruttare le  potenzialità di una rete capillare e consolidata come quella delle farmacie e della FIDAL può rivelarsi un ottimo strumento per diffondere messaggi semplici e mirati di educazione e prevenzione.

L'augurio di ADI è che l’obiettivo di promuovere uno stile di vita sano per contrastare le malattie croniche non trasmissibili e il cancro, fissato dal Meeting dei Ministri della Salute dei 28 Paesi UE del 23 settembre, sotto la presidenza italiana, non risulti un’ipocrita affermazione svuotata di azioni concrete. Un'iniziativa come l'Obesity Day non deve restare sola nella lotta all'obesità.

La giornata del 10 ottobre vedrà coinvolti oltre 200 centri di dietologia allo scopo di fornire consulenze generiche gratuite, effettuare azioni informative ed educative, distribuire materiali scientifico divulgativi, effettuare approfondimenti con esperti, somministrare questionari che, una volta elaborati, consentiranno di avere una mappatura precisa di come la popolazione in genere affronta il problema sovrappeso-obesità e permetteranno d’indirizzare verso strategie d’intervento più efficaci.

FONTE: Ufficio Stampa ADI - ADNKRONOS Nord Est - GMC Gruppo G.Marra Communications

domenica 5 ottobre 2014

Biotech: un comparto che non conosce crisi adatto ai giovani

«Le tecnologie che usano il vivente» non sono «diavolerie contro natura»: servono per esempio a realizzare nuovi farmaci e cibi con meno sale e grassi


Gli italiani (e gli europei in generale) sanno davvero cosa sono le biotecnologie, cioè «le tecnologie che usano il vivente»? Una risposta cerca di fornirla la Settimana europea del biotech (6-12 ottobre) che si propone di aumentare la conoscenza del pubblico e delle istituzioni sulle biotecnologie e sul ruolo che hanno e hanno avuto per migliorare la nostra vita quotidiana.

Programma
Con 45 dibattiti, triplicati rispetto all’anno scorso, tre discussioni, uno spettacolo teatrale, una mostra fotografica, due corsi di formazione e undici laboratori, si parlerà in trenta città dell’insieme di tecniche che usano organismi viventi (batteri, lieviti, cellule) o loro componenti per una serie di applicazioni utili per l’uomo. «A queste iniziative si aggiungeranno quattroPlay Decide, un gioco di ruolo che mette intorno a un tavolo diverse persone ognuna delle quali si pone nei confronti delle biotecnologie in modo contrario o favorevole, assumendo per esempio le vesti del legislatore o del giornalista piuttosto che quello della casalinga», dice Alessandro Sidoli, presidente di Assobiotec e amministratore delegato di Axxam. Ci sarà spazio anche per unflash mob, cioè un assembramento di persone che rappresenteranno con il proprio corpo una situazione scientifica caratterizzata da un aspetto biotecnologico, per esempio la struttura dell’elica del Dna. Non mancherà l’evento Porte aperte, che farà aprire i battenti a 26 laboratori di aziende e di istituti di ricerca visitabili gratuitamente prenotando sul sito Assobiotec.

Alla ricerca di un concetto corretto
«Gli italiani sono sicuramente consapevoli che le biotecnologie non sono un prodotto e percepiscono che, per esempio nel settore salute, hanno offerto dei miglioramenti. Sono però ancora in tanti a ritenerle diavolerie che portano lontano dalla natura e fanno entrare nel mondo dell’artificiale e del tecnologico», prosegue Sidoli. I pareri sono pertanto divisi tra chi le ritiene oggettive possibilità e chi assume verso di esse un atteggiamento tecnofobo. L’European Biotech Week nasce quindi per fare chiarezza sulle biotecnologie rivolgendosi a tutti indistintamente dagli adulti ai bambini e agli esponenti delle istituzioni passando per i giovani che frequentano la scuola.

Dal Dna al biotech
L’anno scorso la prima edizione si è tenuta in corrispondenza del 60° anniversario del lavoro di James Watson e Francis Crick che definiva la molecola di Dna. Questa ricorrenza è stata però lo spunto per andare oltre, per comunicare in modo scientifico e non ideologico che cosa sono realmente le biotecnologie. Una definizione può essere utile fino a un certo punto per rispondere a questa domanda che in molti si pongono: potrebbe sembrare troppo stringata, fine a se stessa, non esaustiva. Meglio allora raccontarle.

Tante storie s’intrecciano
Le biotecnologie sono quelle tecniche che hanno per esempio consentito di sviluppare in laboratorio grandi quantità a basso costo di insulina pura per la cura del diabete e di mettere a punto altri farmaci che hanno aumentato l‘aspettativa di vita. Grazie alle biotecnologie si sono compresi i meccanismi molecolari che regolano il senso del gusto permettendo la realizzazione di ingredienti che entrano nella preparazione di cibi con meno sale e grassi. Le biotecnologie vengono in aiuto anche dell’ambiente: sono infatti i microrganismi ingegnerizzati che degradano i sacchetti dell’umido. Oppure decifrando il Dna della vite, gli scienziati hanno individuato molecole che consentono il monitoraggio degli incroci. Da meduse fluorescenti si sono estratti geni che codificano per proteine luminescenti utili nella messa a punto di nuovi farmaci. Le biotecnologie inoltre hanno permesso di produrre enzimi più veloci ed efficaci nell’eseguire tante diverse reazioni.

FONTE: Manuela Campanelli (corriere.it)


sabato 4 ottobre 2014

Crollo nascite, per gli italiani colpa della crisi. Paese diviso su eterologa: a favore il 40%

Crollo nascite, per gli italiani colpa della crisi. Paese diviso su eterologa: a favore il 40%

Quest'anno 62mila nati in meno, solo il 29% degli under 35 sono genitori. I risultati della ricerca Censis-Ibsa mostrano un paese favorevole alla fecondazione assistita. Aperto sulla genitorialità per i single, meno per le coppie omosessuali. Avere un figlio rimane un obiettivo fondamentale nella vita, anche all'interno di una famiglia meno tradizionale 

Mettere al mondo un figlio resta un obiettivo cruciale nella vita degli italiani. Anche per questo è abbastanza diffusa la consapevolezza sui problemi di fertilità che riguardano il nostro paese, mai sceso a livelli tanto bassi di natalità. Nel sentire comune, però, la prima imputata rispetto al crollo delle nascite è la grave e perdurante crisi economica. La religione influenza l'opinione pubblica rispetto alla inseminazione/fecondazione omologa ed eterologa, ma riguardo a quest'ultima gli italiani hanno le idee chiare pur non essendo molto informati: le restrizioni che riguardano le coppie non sposate e gli omosessuali dovrebbero essere superate così come la disomogeneità di offerta dei trattamenti sul territorio nazionale. Insomma, per gli italiani, tutti hanno il sacrosanto diritto di avere un figlio. O quasi: se per il 46% degli italiani è legittimo per i single, solo per il 29% è giusto anche per le coppie omosessuali.

E' quanto emerge da una ricerca realizzata dal Censis in collaborazione con la Fondazione Isba e dal titolo "Diventare genitori oggi. Indagine sulla fertilità/infertilità in Italia". I dati dell'indagine sono stati presentati stamattina a Roma alla presenza, tra gli altri, di Ketty Vaccaro, responsabile settore welfare e sanità del Censis e di Giuseppe Zizzo, segretario della Fondazione Ibsa. "Le profonde implicazioni sociali e morali emerse dalla ricerca - ha spiegato Izzo - evidenziano come il Paese sia più avanti di quanto emerga dal dibattito quotidiano. Il fatto che il 2013 sia stato l'anno in cui in assoluto si sono fatti meno figli deve farci riflettere sugli effetti profondi che il perdurare della crisi sta producendo sul vissuto reale del Paese di oggi e del futuro".
 
Genitorialità, fulcro della propria vita
Diventare genitore, secondo l'indagine, è un aspetto cruciale della realizzazione personale, perno del vissuto individuale a prescindere dal peso economico e dai sacrifici che tale scelta comporterà. Il 74,5% del campione intervistato ha figli, la metà circa ne ha due; il 2,6% è in attesa contro un 22,8% che non ha figli. Un dato che fa riflettere: tra chi ha meno di 35 anni, solo il 29,8% è genitore. L'età della procreazione si posticipa sempre di più e lo conferma il fatto che per il 46% degli intervistati ci si deve cominciare a preoccupare di non avere ancora un figlio non prima dei 35 anni. L'esperienza di diventare genitori è importante per entrambi i sessi, come dichiara l'86,2% del campione.

Consapevolezza della bassa natalità italiana, anno nero il 2013
L'88% degli intervistati afferma di sapere che in Italia si fanno pochi figli. La riduzione delle nascite ha toccato il massimo livello nel 2013 con un -3,7% e un calo del tasso di natalità da 9 a 8,5 nati per 1.000 abitanti e questo nonostante i progressi della medicina e il contributo degli immigrati al saldo nazionale. Sono 62.000 i nati in meno all'anno: nel 2008 erano 576.659 e si è scesi a 514.308 del 2013.
    
Le colpe? Della crisi
Se le nascite crollano, secondo gli italiani, è colpa della crisi economica che scoraggia soprattutto i più giovani ad avere un figlio, ma anche di politiche sociali insufficienti: il 61% del campione intervistato è convinto che le coppie sarebbero più propense ad avere figli se gli interventi pubblici migliorassero; il 71% degli italiani chiede sgravi fiscali ed aiuti economici diretti; il 67% il potenziamento degli asili nido, il 56% un aiuto economico per sostenere i costi dell'educazione scolastica.

Fecondazione: cosa ne pensano gli italiani?
Il 45% degli italiani ammette di saperne poco, mentre il 15% si dichiara per niente informato. Il 40% conosce il problema e di questo un 16% è coinvolto direttamente. Il 50% sa che il problema dell'infertilità può dipendere dall'uomo o dalla donna, ma un 33% ritiene che nella maggior parte dei casi il non riuscire ad avere figli sia legato alla presenza di problemi di entrambi i partners: le cause più citate sono lo stress, anomalie organiche, ovariche o ormonali; circa l'11% del campione cita poi come causa i problemi maschili e un 6% i difetti del liquido seminale. Il 23% non sa proprio cosa rispondere in merito. Il ginecologo resta la figura di riferimento per il 63% degli intervistati. Le coppie infertili, secondo il campione, vivono molto male questa situazione con difficoltà di vario genere non ultimi i problemi economici, la carenza di informazioni e le difficoltà emotive come solitudine e chiusura in se stessi.

Sì alla inseminazione omologa, divisi sull'eterologa
L'85% degli italiani si dice favorevole all'inseminazione omologa in vivo e il 73% a quella in vitro. Quanto all'eterologa, invece, l'Italia si spacca in due: il 40% degli italiani è favorevole all'uso di gameti (ovocita e spermatozoo) esterni alla coppia, percentuale che scende, ma non troppo, al 30% tra i credenti e sale al 65% tra i non credenti; il 35% si dice favorevole alla diagnosi pre-impianto, solo il 14% alla maternità surrogata (ossia l'utero in affitto) e il 9,5% si schiera a favore della possibilità di scegliere prima il sesso del nascituro. Per il 46% è giusto che anche i single possano avere figli, il 29% apre invece alla genitorialità per le coppie omosessuali. Su questo delicato fronte, sono d'accordo il 43% dei cattolici praticanti nel primo caso e il 23% nel secondo.

Legge 40 sconosciuta
Un gap incredibile sul territorio nazionale esiste sulla conoscenza della legge 40 regola la procreazione medicalmente assistita (Pma): solo l'11% del campione afferma di sapere che in Italia c'è una normativa che regola la materia e oltretutto si dice non soddisfatto per come viene applicata sia perché disomogenea sul territorio nazionale sia per le limitazioni poste alle coppie. Il 45,8% di quanti conoscono la legge 40 vorrebbe eliminare le restrizioni sull'eterologa a fronte di un 42,7% del campione che afferma di essere favorevole ad almeno una tipologia di eterologa. Due di questi italiani su 3, infine, vorrebbero eliminare le restrizioni sulle coppie non sposate e uno su 2 consentirebbe la PMA anche ai single e alle coppie omosessuali.

FONTE: Mariapaola Salmi (repubblica.it)