giovedì 25 dicembre 2014

Creati in laboratorio i progenitori di spermatozoi e ovuli


Impresa degli scienziati del Weizmann Institute of Science (Israele) e della Cambridge University (Inghilterra): prodotte artificialmente cellule germinali primordiali umane

Una notizia destinata a far discutere. Un gruppo di scienziati del Weizmann Institute of Science (Israele) e della Cambridge University (Inghilterra) è riuscito nell'impresa di produrre artificialmente - a partire da staminali embrionali e da cellule adulte- cellule germinali primordiali, precursori di sperma e ovuli. A darne notizia con un'ampia pubblicazione è la prestigiosa rivista Cell. Un risultato che secondo quanto dichiarano i ricercatori potrebbe chiarire alcuni processi relativi allo sviluppo e, in futuro, permettere nuovi sviluppi nel campo della medicina riproduttiva.

Ringiovanire le cellule 
Per anni gli scienziati di tutto il mondo hanno tentato di produrre in laboratorio cellule germinali primordiali umane. Queste, opportunamente indirizzate, sono in grado di generare cellule uovo e sperma. Grazie allo sviluppo della tecnica che è valsa il premio Nobel a Yamanaka -che consiste nel produrre con un opportuno trattamento staminali a partire da cellule adulte- ottenerle risulta relativamente semplice. Nessuno, sino ad oggi, era però riuscito nell'impresa di replicare i risultati a partire da cellule umane.

La tecnica 
Ad abbattere questo muro ci ha pensato un gruppo di ricercatori anglo-israeliani. Da anni impegnati nella ricerca sulla differenziazione delle staminali, gli scienziati sono riusciti a mettere a punto una tecnica capace di pilotare le cellule allo stadio germinale primordiale. Ciò è stato possibile “spegnendo”quella serie di geni che risultano attivi durante al progressiva differenziazione cellulare. Sfruttando questo metodo i ricercatori, partendo sia da staminali embrionali umane sia da cellule adulte, sono riusciti a produrre le germinali primordiali in oltre il 40% dei casi.

Le prospettive 
Come spiega il professor Jacob Hanna, uno degli autori dello studio, «poter ricreare questo genere di cellule in laboratorio ci permetterà di studiare tutti i meccanismi molecolari implicati nello sviluppo. Ciò ci consentirà in particolar modo di porre le basi per un diffuso utilizzo terapeutico delle staminali». Le novità non finiscono però qui. Essere riusciti ad ottenere cellule germinali primordiali potrebbe aprire nuove e controverse prospettive nel campo della medicina riproduttiva: come affermano gli scienziati autori dello studio queste cellule rappresentano il primo passo nella creazione di sperma e ovuli umani

FONTE: Daniele Banfi (lastampa.it)

lunedì 15 dicembre 2014

Le dieci più importanti scoperte

 
 Chi c’è, chi non c’è. Perché questo sì e quello, che è più importante, no. Sono state molte le scoperte scientifiche del 2014, la redazione Scienze di Corriere.it ha scelto quelle che, a suo parere, sono le più importanti dell’anno. E che qui vengono presentate in ordine di importanza. Un ordine che i lettori possono capovolgere votando quelle che ritengono più meritevoli.
 
È stato costruito in laboratorio il primo cromosoma sintetico di un organismo complesso. «Syn III» è pienamente funzionante quando inserito nel Saccharomyces cerevisiae, microrganismo meglio noto con il nome di «lievito di birra»: sostituisce efficacemente il terzo dei sedici cromosomi che lo formano. Lo straordinario risultato è opera dei ricercatori delle università americane di New York e Johns Hopkins ed è stato coordinato da Jef Boeke: pubblicato il 27 marzo su Science, è un passo decisivo per trasformare in realtà la vita artificiale, con organismi progettati su misura per compiti specifici come produrre farmaci o biocarburanti.

Un passo atteso
«È un grande passo, molto atteso, che apre la strada alla realizzazione di qualsiasi tipo di cellula artificiale che possieda specifici geni», ha commentato il genetista Edoardo Boncinelli, dell’Università Vita e Salute di Milano. «Per la prima volta, nel campo della vita artificiale, si passa da un regno a un altro: da quello degli organismi più semplici, come i batteri, a quello degli eucarioti, le cui cellule hanno un nucleo come quelle dell’uomo».
 
Poteva essere questa la scoperta al primo posto della classifica, invece...
Alle 16 ora italiana di
lunedì 17 marzo una conferenza stampa scuote il mondo della fisica: «Sono state raccolte le prove che l’universo, 14 miliardi di anni fa, dopo la sua nascita con il Big Bang, ha subìto una repentina dilatazione, la cosiddetta inflazione, che durò soltanto una piccolissima frazione di secondo. Per la prima volta, il segnale dell’inflazione cosmica è stato registrato grazie agli strumenti di un telescopio a microonde chiamato Bicep2». Una scoperta da Nobel assicurato.

Bicep2
Nell’aula delle conferenze del Centro di astrofisica dell’università di Harvard, John Kovac e Chao-Lin Kuo, i due leader di un vasto gruppo di ricerca, annunciano una delle più grandi scoperte della cosmologia degli ultimi anni. Le prove sono state raccolte con un telescopio speciale che si trova al Polo Sud e che non capta luce visibile, ma microonde: Bicep2, dalle iniziali di Background Imaging of Cosmic Extragalactic Polarization. Gli scienziati di Bicep2 effettuano una rivelazione indiretta delle onde gravitazionali che si generarono durante l’inflazione cosmica. Come uno tsunami gravitazionale queste onde, partite una minuscola frazione di secondo dopo il Big Bang, hanno attraversato la radiazione fossile, lasciando impresso in essa un segnale particolare, chiamato «polarizzazione di modo B».

Importanza
Finora l’inflazione cosmica era soltanto un’ipotesi necessaria per giustificare la geometria e la struttura dell’universo come oggi lo vediamo, dove tutta la materia, da un capo all’altro di uno spazio sterminato, si organizza obbedendo alle stesse leggi. Solo una dilatazione esponenziale dello spazio-tempo, a partire dalle dimensioni di una biglia che contiene tutto: energia, materia elementare, spazio e tempo, avrebbe potuto spiegare la sorprendente omogeneità del cosmo.

Dubbi
Ma molti scienziati sollevano subito dubbi sui risultati di Bicep2. Secondo alcuni ricercatori, gli scopritori non hanno tenuto conto di certi fattori, per esempio la polvere cosmica, e hanno scambiato i risultati per la polarizzazione di modo B. Dopo l'estate un nuovo studio chiarisce definitivamente: c'erano errori nello studio Bicep2. Discorso chiuso e Nobel rimandato (per ora).
 
Una proteina chiave, l'osteopontina, normalmente presente al di fuori delle cellule, viene prodotta anche dalle cellule tumorali e ne assicura la loro sopravvivenza in ambiente ostile. Lo scoprono i ricercatori dell’Istituto nazionale dei tumori di Milano che pubblicano lo studio il 2 settembre sulla rivista Cancer Research.
Osteopontina
L’osteopontina ha una doppia personalità: viene prodotta sia dalle cellule tumorali e ne assicura la loro sopravvivenza in ambiente ostile, sia dalle cellule mieloidi del sistema immunitario, globuli bianchi (difese che dovrebbero attaccare il tumore) che non la rilasciano all’esterno ma la trattengono. Ed ecco che l’osteopontina protegge le cellule tumorali che stanno formando le metastasi dall’attacco delle cellule di difesa.
 
FONTE: Paolo Virtuani (corriere.it)

sabato 6 dicembre 2014

Orion, riuscito il primo viaggio-test della capsula che ci porterà su Marte

Orion sulla rampa di lancio a Cape Canaveral (Epa)

La prima navicella Nasa capace di portare astronauti in orbita nell'era post-Shuttle è tornata sulla Terra dopo circa quattro ore e mezza di «missione»

Missione compiuta: la capsula spaziale Orion è tornata sulla Terra ed è ammarata nell'Oceano Pacifico, dopo aver effettuato il viaggio d'esordio nello spazio «profondo», primo passo del programma che dovrebbe permettere un giorno di portare l'uomo su Marte. Dopo un ritardo di 24 ora a causa di un'anomalia tecnica, la Nasa ha lanciato Orion alle 7:05 ora locale (le 13:05 in Italia) dalla base di Cape Canaveral, in Florida. La capsula è rientrata 4 ore e 24 minuti dopo: il «tuffo» è stato seguito in diretta da un drone e due navi hanno poi effettuato il recupero. La navicella è la prima della Nasa dopo lo shuttle capace di trasportare gli astronauti nello spazio. Giovedì la partenza era stata annullata dopo essere stata posticipata per tre volte: le prime due per il vento, la terza per un problema tecnico a una delle valvole del serbatoio a idrogeno del razzo Delta IV. All’evento erano state invitate 27 mila persone. «Oggi è una grande giornata per il mondo», ha detto l’amministratore capo della Nasa, Charles Bolden, commentando il lancio. 

Il test

Quello di venerdì è stato il primo test di volo, al costo di 370 milioni di dollari (300 milioni di euro): la missione più importante della Nasa dell’anno in corso, che per l’occasione ha installato un nuovo orologio digitale per il conto alla rovescia. La navicella, senza equipaggio a bordo, ha compiuto solo due orbite fino a un’altezza di 5.800 chilometri (quindici volte più in alto della Stazione spaziale internazionale) e dopo circa 4 ore e 23 minuti è tornata sulla Terra affondando nell’atmosfera sopra il Pacifico a una velocità di 32.200 km all’ora ammarando a 965 km a ovest della penisola messicana della Bassa California. Il test - tenuto sotto controllo da 1.200 sensori - è servito soprattutto per verificare la tenuta dello scudo termico, che sarà sottoposto per undici minuti a una temperatura di 2.200 gradi, e i paracadute. Lo scudo termico è il più spesso mai costruito per una capsula.

Primo volo umano nel 2018

L’Orion Multi-Purpose Crew Vehicle pesa 8,6 tonnellate ed è sviluppata per trasportare equipaggi umani sulla Stazione spaziale internazionale (Iss), ma in prospettiva anche sulla Luna, gli asteroidi nel 2025 e una decina di anni dopo anche su Marte. Il prossimo test di volo sarà nel 2018, ma tra quattro anni a spedire in orbita la navicella sarà il nuovo razzo della Nasa: l’Sls (Space Launch System). Il primo volo di Orion con astronauti è previsto per il 2021. L’attuale configurazione può trasportare quattro astronauti per un viaggio di 21 giorni.

FONTE: Paolo Virtuani (corriere.it)

mercoledì 3 dicembre 2014

Dieta mediterranea elisir di longevità, le prove nei cromosomi

 
Per chi la segue maggiore lunghezza dei telomeri, ”spie” dell’aspettativa di vita
 
La dieta mediterranea non solo come uno “scudo” contro malattie croniche e cancro ma anche un elisir di longevità.  
 
Secondo uno studio americano pubblicato online su Bmj, condotto da un gruppo di scienziati del Brigham and Woman’s Hospital di Boston su dati relativi a oltre 4.600 donne sane, chi è fedele a uno stile alimentare “all’italiana” presenta infatti una maggiore lunghezza dei telomeri, sequenze di Dna che incappucciano le estremità dei cromosomi e rappresentano una “spia” di invecchiamento: telomeri più corti corrispondono a un’aspettativa di vita inferiore, mentre telomeri più lunghi fanno sperare in un futuro da Matusalemme.  
 
Fattori come obesità, fumo di sigaretta, e consumo di bevande zuccherate sono stati collegati a telomeri più corti. Inoltre è stato dimostrato che stress ossidativo e infiammazione accelerano l’accorciamento di queste strutture.  
 
Dato che frutta, verdura e noci, componenti chiave della dieta mediterranea, sono anti-ossidanti e anti-infiammatori naturali, i ricercatori, coordinati da Immaculata De Vivo, hanno voluto esaminare se questo stile alimentare possa essere associato in qualche modo alla lunghezza dei telomeri.  
 
Gli scienziati hanno utilizzato i dati del Nurses’ Health Study è hanno scoperto che, in generale, mangiare sano regala telomeri più lunghi. In particolare, però, l’associazione con telomeri “XL”risulta in assoluto più forte per chi segue i principi della dieta mediterranea.  
 
Il prossimo passo per i firmatari dello studio - Immaculata De Vivo, autore senior, e Marta Crous-Bou, primo autore - sarà quello di capire esattamente quali sono gli ingredienti della dieta patrimonio Unesco che permettono di proteggere i telomeri dagli effetti di stress e infiammazione. 
 
FONTE: lastampa.it

lunedì 1 dicembre 2014

AIDS, epidemia dimenticata. Ma nel 2013 c’è stato un record di casi


Contagi in aumento. Ma migliorano le tecniche e i successi sul fronte delle cure

I dati lasciano poco spazio alle interpretazioni: il 2013 è un anno nero per l’AIDS. L'ultima rilevazione dell'European Center for Diseaes Control and Prevention e dell'Oms, in occasione della giornata mondiale dell’AIDS che si celebra oggi, parlano di 136 mila nuovi casi registrati soprattutto provenienti dall’Est Europa. Un aumento dell'80% rispetto al 2004 che riguarda, purtroppo, i giovanissimi. Oltre l’80%  dei casi di contagi avviene per un rapporto sessuale non protetto.

La malattia
L’Aids– la sindrome da immunodeficienza acquisita - è una patologia causata dalla presenza del virus dell’HIV. Quest’ultimo, infettando in maniera specifica le cellule del sistema immunitario, rende le persone affette più vulnerabili a molte malattie che generalmente, nelle persone sane, non creano particolari problemi. Fungendo da vero e proprio cavallo di Troia il virus distrugge progressivamente le difese lasciando il corpo senza protezione. In questi casi una banale influenza può risultare fatale. Ad oggi si stima che nel mondo solo la metà delle persone con HIV sia a conoscenza del proprio stato. In Italia il 15-20% non è al corrente della propria sieropositività. Nel 2012 almeno il 50% di nuovi casi di infezione diagnosticati erano già in fase avanzata della malattia. Eppure, le armi adisposizioni, ci sono e funzionano.

Farmaci che funzionano
Se agli inizi degli anni ’90 la diagnosi significava una condanna oggi, grazie a sempre più innovative terapie, il corso della malattia è cambiato radicalmente. Oggi, se trattata in tempo, l’aspettativa di vita media è paragonabile a quella di chi non è mai venuto in contatto con il virus. Da quando sono state introdotte le terapie antiretrovirali nel nostro Paese, l’incidenza dell'Aids e il numero di decessi l’anno sono progressivamente diminuiti. Oggi infatti è possibile contare su nuove terapie monodose, più tollerabili e con meno effetti collaterali rispetto al passato, che hanno permesso di controllare la malattia nel lungo periodo, trasformando l’AIDS in malattia cronica. Attualmente quasi 13 milioni di persone sono in terapia antiretrovirale, circa un terzo dei 35 milioni di malati che ne avrebbero bisogno. Nei paesi a medio e basso reddito è particolarmente grave la situazione dei bambini, di cui solo il 25% riceve la terapia.

Aids in gravidanza
Dalla malattia purtroppo non si guarisce, eliminare il virus sembrerebbe impossibile. I casi di presunta guarigione –come Mississippi baby- inizialmente documentati  non si sono rivelati tali. Il virus, appena sospese le cure, si è ripresentato. Eppure, dare alla luce unbambino sano nonostante la sieropositività della madre, è possibile. Il virus dell’HIV può essere trasmesso dalla madre infetta al feto durante la gravidanza, il parto e mediante l’allattamento al seno. Si stima che in assenza di precauzioni la probabilità di trasmissione verticale del virus sia attorno al 30%, cioè un bambino su tre generato da madre sieropositiva nasce sieropositivo. Con l’assunzione di farmaci antiretrovirali durante la gravidanza queste percentuali possono ridursi ulteriormente: la madre che si sottopone alla terapia ha una minor carica virale e di conseguenza minori possibilità di contagiare il suo bambino. Terapie che, secondo un recente studio dell’Harvard University pubblicato dalla rivista Jama Pediatrics, avrebbero scarsi effetti collaterali. Nell’analisi, condotta su oltre 2500 bambini, si sono verificate anomalie alla nascita nel 5-7 % dei casi. Una percentuale di poco superiore ai parti delle madri non affette dal virus.

Vietato abbassalela guardia
I risultati raggiunti, seppur ottimi, sembrano però essere vanificati se si analizza l’ultimo rapporto OMS. Un recente sondaggio indica che nove italiani su 10 hanno sentito parlare di Hiv, ma non di recente, e il 75% ritiene che il tema sia poco trattato e vorrebbe che fosse più affrontato soprattutto nelle scuole (79%), sui mass media (66%), ma anche dal medico (54%). Senza una corretta informazione, come mostrano i dati, la malattia è destinata a ritornare. Secondo l’OMS 2030 potrebbe essere l'anno delle “nuove infezioni zero” e dei “morti zero” per questa malattia. Come? Se si riuscirà entro il 2020 a diagnosticare il 90% dei sieropositivi, a metterne il 90% sotto trattamento e a sopprimere il virus nel 90% dei pazienti. Un obbiettivo che, vista la situazione attuale, sembra ben lontano dall’essere raggiunto.

FONTE: Daniele Banfi (lastampa.it)