mercoledì 15 aprile 2015

Sos supergermi: così invincibili da mettere ko gli antibiotici


Molte infezioni potrebbero diventare mortali. “A rischio anche gli interventi e i trapianti”

«Un ritorno agli anni bui della medicina», quando si moriva per una tonsillite. Questo accadrebbe, se rimanessimo senza gli antibiotici, i potenti ssimi farmaci contro le infezioni batteriche. Non è uno scenario apocalittico, ma un rischio concreto di dimensioni planetarie. Stavolta a riaccendere i riflettori è stato un rapporto del governo britannico, secondo il quale l’ondata di batteri capaci di resistere agli antibiotici potrebbe costare la vita a 80mila persone, più o meno quante furono le vittime della Grande Peste di Londra del 1665.  

«Gravi infezioni, oggi considerate trattabili anche banalmente, tornerebbero ad essere una minaccia, in un contesto in cui gli avanzamenti della medicina ci rendono capaci di interventi impensabili fino a qualche anno fa», commenta Marta Ciofi degli Atti, responsabile di Epidemiologia Clinica all’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma. Stiamo infatti mettendo a rischio i successi ottenuti in decenni di ricerca. Anche perché, senza antibiotici, diventerebbero impossibili interventi chirurgici, trapianti, trattamenti oncologici. Sarebbe come essere scaraventati indietro di due secoli - aggiunge - «quando, nel 1847, a Vienna, il medico ungherese Summelweis per la prima volta installò in sala parto una bacinella per il lavaggio delle mani, bloccando il diffondersi della febbre puerperale a causa dei medici stessi». 

Indicazioni terapeutiche.  
Vale allora ricordare che gli antibiotici non possono nulla contro le infezioni virali, come influenza o morbillo, ma «trattano le infezioni da batteri, che possono interessare diversi organi - spiega la dottoressa -. Per esempio, possono essere causate da batteri alcune tonsilliti, polmoniti, cistiti e gli ascessi dentali». 

L’antibiotico-resistenza.  
Esistono varie classi di antibiotici, ognuna con una sua specificità. Se i batteri da inattivare non hanno, per struttura o metabolismo, siti nei quali il farmaco può agire, questo diventa inefficace. La vera antibiotico-resistenza, invece, si sviluppa quando «batteri potenzialmente sensibili sviluppano meccanismi di difesa. Ispessiscono la membrana per impedirne il passaggio, emettono delle sostanze difensive o rompono le molecole del farmaco», aggiunge Maria Teresa Gismondo, direttrice del laboratorio di Microbiologica clinica, virologia e bio-emergenza dell’Ospedale Sacco di Milano. «E più se ne usano, più si selezionano le resistenze: nella terapia antibiotica vengono uccisi i batteri sensibili, mentre i resistenti sopravvivono e di conseguenza si attua una selezione dei ceppi più cattivi». Ecco, così, che l’abuso ci mette nelle condizioni di agire con le armi spuntate.  

I più insidiosi.  
«Tra i batteri peggiori ci sono l’Escherichia Coli e lo Pseudomonas, mentre la resistenza dello Klebsiella Pneumonie è tra il 25 e il 50%. Stesso primato negativo per lo Stafilococco Aureo», sottolinea Ciofi degli Atti. Del resto, secondo lo «European Center for Diseases Control», l’Italia è ai primi posti nella lista dei Paesi europei con la più elevata percentuale di resistenza. «È negli ospedali, dove si eseguono le ricerche più raffinate, che si ottengono più informazioni sull’antibioticoresistenza. Ed è lì che vanno attuati protocolli specifici per certe categorie di pazienti più vulnerabili per limitare i rischi».  

Un’emergenza planetaria.  
Oggi, in Europa, le infezioni da germi multiresistenti causano 25 mila morti l’anno. E, solo nel nostro Paese, secondo la Società Malattie Infettive e Tropicali, i decessi per infezioni contratte in ospedale sono ogni anno tra 5 e 7 mila, con un costo che supera i 100 milioni. E, oltre che per il consumo umano, anche per l’utilizzo eccessivo in ambito veterinario e nell’industria alimentare, l’Italia è ai primi posti.  
E, infatti, all’Organizzazione mondiale della Sanità, che ha di recente parlato di «emergenza globale», ha fatto eco l’altro ieri la ministra della Salute Beatrice Lorenzin, ribadendo la necessità di un’azione concertata che coinvolga strutture ospedaliere, medici e pazienti e definendo «una priorità» la lotta contro questa emergenza. Nel frattempo, negli Usa, dove i batteri resistenti uccidono 23mila americani l’anno, il presidente Barack Obama ha firmato un piano quinquennale di 1,2 miliardi di dollari. Molti gli obiettivi: procedure migliori per il monitoraggio delle infezioni, messa a punto di nuovi test diagnostici in grado di predire immediatamente la risposta dei germi ai trattamenti e sviluppo di nuove categorie di medicinali, oltre al rafforzamento delle collaborazioni internazionali. 

Uso prudente e ragionato.
Le prescrizioni scorrette e le cattive pratiche giocano un ruolo fondamentale nell’inasprire la reazione dei batteri, che rialzano naturalmente la testa ogni volta che si interrompe anzitempo il trattamento. «Se, da una parte, abbiamo dato gli antibiotici per scontato troppo a lungo, limitando la ricerca - ammette Ciofi degli Atti - oggi ci sono nuovi protocolli terapeutici, con farmaci già in uso, e assistiamo anche a inversioni di tendenza, con un decremento di germi resistenti grazie a un utilizzo ragionato dei farmaci». 

Non è una corsa a chi si arma di più.
«È vero che la ricerca di nuove molecole è ferma. Tuttavia non possiamo affidarci unicamente a questa», commenta Gismondo, alla guida di uno dei due ambulatori in Italia in grado di intervenire in caso di un’epidemia di Ebola. «L’uso indiscriminato e la mancanza di una cultura di un’antibiotico-terapia mirata ostacolano una soluzione definitiva, che invece verrebbe dal “rispetto dei batteri”: si tratta della tutela di quelli che albergano nell’organismo (intestino, vagina, bocca e cute), svolgendo una serie di importanti funzioni per la nostra vita. Se, attraverso l’uso degli antibiotici, vengono alterati nei loro equilibri, possono diventare, a loro volta, una causa di infezioni». Soltanto con questi accorgimenti si potrà vincere la battaglia globale. 

FONTE: Nicola Pancera (lastampa.it)

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