giovedì 10 settembre 2015

Esplora il significato del termine: Corsa, dopo i 50 anni cala la velocità perché non usiamo i muscoli giustiCorsa, dopo i 50 anni cala la velocità perché non usiamo i muscoli giusti

(Getty Images)

Col passare degli anni si sfruttano meno i muscoli delle caviglie e dei polpacci. Ma con alcuni esercizi è possibile tornare alle prestazioni dei lustri precedenti

Un corridore giovane va più veloce di un corridore ultracinquantenne, pur a parità di allenamento. E non è solo a causa del passare degli anni, ma anche di un diverso utilizzo di determinati muscoli. Le differenze sono rilevanti: l’attuale record mondiale della maratona maschile è di 2:02:57 (ad opera del 31enne Dennis Kipruto Kimetto); quello dei maratoneti 70-75enni 2:54:48 (segnato dal canadese Ed Whitlock); quello degli 80-85enni 3:15:54 (dello stesso Whitlock). Tra la prima e la terza categoria, come si vede, la differenza è più di un’ora. E parliamo in entrambi i casi di professionisti, persone che si allenano tutti i giorni. Come si spiega, tecnicamente, un divario così marcato? L’argomento è stato studiato dal gruppo di Paul DeVita, professore di cinesiologia (la scienza che studia il movimento umano razionale attivo) alla East Carolina University di Greenville (North Carolina) e presidente della Società americana di biomeccanica, in uno lavoro pubblicato su Medicine & Science in Sports & Exercise. Che offre anche una speranza ai runner non più giovani: con i giusti esercizi è possibile tornare alla velocità dei lustri precedenti.

Caviglie o fianchi?

De Vita ha ipotizzato che dopo i 50 anni, nella corsa si utilizzino di meno i muscoli normalmente impegnati in questa attività. Già nel 2000, in un famoso studio, DeVita aveva dimostrato che, nella camminata, gli anziani fanno passi più brevi rispetto ai giovani perché usano più la fascia muscolare attorno ai fianchi rispetto a quella delle caviglie. Il suo nuovo obiettivo era dimostrare come qualcosa di simile avvenga anche nella corsa. Quindi, in collaborazione con la Wake Forest University di Winston-Salem e l’Istituto di ricerca sulla medicina ambientale dell’esercito Usa con sede a Natick (Massachusetts), ha reclutato 110 runner amatoriali di vecchia data e con un buon allenamento, dai 23 ai 59 anni. I volontari, uomini e donne, sono stati invitati alla Wake Forest University per l’esperimento: mentre i ricercatori li filmavano, hanno corso a lungo - alla loro abituale andatura - su una pista dotata di uno strumento che misurava con quanta forza calcassero i piedi sul terreno.

Nessuna compensazione

Risultato: di decennio in decennio, la lunghezza del passo e la velocità media calano di circa il 20%. Inoltre, nei corridori ultraquarantenni i ricercatori hanno constatato una notevole diminuzione nell’utilizzo (e nella potenza) dei muscoli della parte inferiore delle gambe, in particolare nelle caviglie e nei polpacci. Ma - al contrario che nella camminata, oggetto dello studio precedente - i runner più attempati non hanno mostrato una “compensazione” nei muscoli dei fianchi. Dunque, per quanto riguarda la corsa, c’è solo una minore attivazione della muscolatura delle gambe. Che si traduce in falcate più fiacche e minore spinta in alto tra un passo e l’altro. Se i 40 anni segnano un primo spartiacque, la situazione peggiora decisamente dopo i 50. Le lesioni al polpaccio e al tendine di Achille diventano più frequenti, perché i tessuti sono più fragili.

Rafforzare i flessori

Ed ecco il suggerimento: DeVita e colleghi ipotizzano che per contrastare l’eventualità di tali lesioni e recuperare almeno in parte la velocità dei decenni precedenti, i runner over50 possano rafforzare i muscoli flessori dei polpacci e delle caviglie. Detto ciò - concludono gli studiosi - una minore dipendenza dai muscoli delle gambe nella corsa ha un senso: il corpo, sapendo che per mantenere la velocità di un tempo dovrebbe fare uno sforzo extra e che i muscoli non hanno più la stessa forza, “decide” di sacrificare proprio la velocità, liberando dalla fatica i muscoli della parte inferiore delle gambe, per favorire altre attività organiche più “adatte” all’età. DeVita e collaboratori sottolineano infine che sul tema (il rapporto tra età e fisiologia della corsa) andrebbero fatti ulteriori studi, seguendo i corridori nelle varie fasi della loro vita per vedere i mutamenti che avvengono nel singolo individuo, e non soltanto quelli che emergono dal confronto tra individui di età diverse.

FONTE: corriere.it

Nessun commento: