martedì 6 ottobre 2015

Ora l’Ebola si può diagnosticare con un microchip


Sviluppato dai ricercatori della University of California un sistema più rapido e preciso per scoprire il virus. Lo strumento controlla i focolai della malattia e la circoscrive sul nascere

È di ieri la notizia di un nuovo sospetto caso di ebola a Genova. Un uomo originario della Sierra Leone è stato ricoverato all’ospedale San Martino dopo aver lamentato febbre alta. Un campione di sangue è stato già inviato allo Spallanzani di Roma per accertare la positività al virus. 

È quindi il caso di dirlo: con il virus Ebola vietato abbassare la guardia. La ricerca continua a passo spedito. Alla sperimentazione di sempre più numerose combinazioni terapeutiche si stanno affiancando nuovi metodi per diagnosticare la malattia. Tra questi ultimi il più promettente sembra essere un sistema messo a punto dai ricercatori della University of California. Un chip portatile di ultima generazione che consentirà una diagnosi più precisa e veloce rispetto alle attuali tecniche. I risultati sono stati pubblicati sulle pagine della rivista Nature Scientific Reports. 

Ricordiamo ancora una volta che cos’è il virus Ebola  
Ebola, descritto per la prima volta dopo l’epidemia di febbre emorragica scoppiata in Sudan e Zaire nel 1976, è una famiglia di 5 differenti tipi di virus capaci di scatenare una serie complessa e rapidissima di sintomi. L’incubazione può andare da 2 a 21 giorni, a cui fa seguito generalmente un esordio acuto caratterizzato da febbre, dolori muscolari e cefalea. I fenomeni emorragici, sia cutanei che viscerali, compaiono in oltre la metà dei pazienti in genere dopo una settimana dall’esordio. La letalità, a seconda della specie di ebola virus, varia dal 25% al 90%.  

A che punto è l’epidemia nel mondo  
Gli ultimi dati disponibili forniti dal Organizzazione Mondiale della Sanità, aggiornati al 27 settembre, parlano di oltre 28 mila casi accertati e oltre 11 mila morti dall’inizio dell’epidemia (18 mesi fa). Le nazioni più colpite sono Sierra Leone, Liberia e Guinea. Anche se l’emergenza è passata l’impatto dell’epidemia è tutt’altro che in via di risoluzione. Occorreranno anni prima che tutto torni alla normalità. 

Come funziona questo nuovo chip per la diagnosi  
Nonostante la fine dell’emergenza la ricerca continua ad avanzare –oltre che nelle terapie- in campo diagnostico. Fino ad oggi la rilevazione del virus nei campioni biologici dei potenziali malati è stata effettuata attraverso una tecnica, nota con il nome di PCR, che consiste nell’espansione di una porzione dell’RNA del virus sino a renderlo rilevabile. Una tecnica abbastanza complessa che può essere svolta in un laboratorio ben attrezzato.  

Il nuovo metodo messo a punto dagli scienziati americani invece si basa sull’utilizzo di un chip portatile contenente Dna in grado di legarsi al virus. A legame avvenuto il materiale viene separato attraverso l’applicazione di un campo magnetico. Una volta isolato il virus può essere rilevato attraverso un marcatore fluorescente che si attiva se sottoposto a una fonte di calore. Una tecnica rapida, poco costosa e precisa che potrebbe rivoluzionare la diagnosi della malattia. 

Come viene curata la persona che ha contratto l’Ebola  
Sul piano diagnostico si fanno grandi passi e la ricerca continua anche sul fronte terapie. Attualmente il trattamento dei pazienti avviene principalmente con trasfusioni sanguigne dai sopravvissuti alla malattia abbinate a terapia antiretrovirale. Un principio che ricorda molto quello dei vaccini: nel sangue dei sopravvissuti dovrebbero essere contenuti quegli anticorpi in grado di debellare il virus. Oltre a questa terapia, già consolidata, sono allo studio diverse molecole ma i risultati non sembrano essere ancora soddisfacenti. 

FONTE: Daniele Banfi (lastampa.it)

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