sabato 28 febbraio 2015

Ebola, la possibile cura in una pianta asiatica


Studio Usa: identificata una molecola in grado di contrastare la replicazione del virus

Un deciso passo avanti nella lotta all'Ebola, il pericoloso virus che nell'ultimo anno ha causato la morte di oltre 9 mila persone e la cui diffusione in alcune zone dell'Africa sembra tutt'altro che arginata. Un team congiunto di ricercatori statunitensi e tedeschi ha identificato nell'estratto di una pianta asiatica la possibile soluzione per bloccare la replicazione del virus. I risultati dello studio sono stati pubblicati dalla rivista Science.

LE STRATEGIE PER COMBATTERE IL VIRUS
Per vincere il virus bisogna attaccarlo su più fronti. Da un lato è fondamentale la prevenzione, dall'altro lo sviluppo di terapie farmacologiche sempre più mirate. Se nel primo caso di passi da gigante se ne sono fatti, sul fronte cure non si può dire lo stesso. Ad oggi sono molte le strategie messe in atto per fermare il virus: terapie anti-virali, vaccini e trasfusioni sono le aree su cui gli scienziati stanno concentrando l'attenzione. Per stoppare il virus occorre però conoscere in maniera dettagliata come agisce a livello cellulare. Da tempo il gruppo di ricerca del professor Robert Davey, direttore del dipartimento di Immunologia e Virologia presso il Texas Biomedical Research Institute di San Antonio (Stati Uniti), sta studiando le singole mosse che il virus mette in atto per invadere e replicarsi all'interno dell'organismo.

COME AGISCE EBOLA?
I test effettuati in laboratorio hanno mostrato che Ebola, dopo essersi legato alla superficie delle cellule e successivamente penetrato all'interno di esse, interagisce con alcune particolari proteine della cellula che lo portano in quei comparti dove può agire indisturbato. In particolare ciò avviene grazie al legame con alcuni “canali” del calcio, proteine fondamentali nella comunicazione cellulare. Dei veri e propri pori sensibili alla presenza del virus. Un risultato fondamentale per capire dove indirizzare gli sforzi di ricerca.

L'ESTRATTO FERMA LA REPLICAZIONE DEL VIRUS
Partendo da questa evidenza il gruppo statunitense, supportato da scienziati dell'Università di Monaco e di Friburgo, ha provato a testare l'effetto di una molecola -che si sapeva agire su questi canali- per verificarne l'effetto in caso di infezione del virus. Il composto in questione prende il nome di tetrandrina, una molecola estratta da una pianta originaria dell'Asia, con proprietà anti-ipertensive. Dalle analisi effettuate in vitro è emerso che il farmaco in questione è in grado di fermare il virus, agendo sui canali come un segnale di “off”, prima che abbia la possibilità di interagire con i fattori cellulari. Risultato? Ciclo vitale di Ebola interrotto. Ma le novità non finiscono qui: testata in topo tetrandrina ha salvato molti animali infetti da morte certa. «Siamo cautamente ottimisti» dichiara Davey. Il passo successivo sarà ora quello di testare la sicurezza e l'efficacia in primati non umani.

FONTE: Daniele Banfi (lastampa.it)

venerdì 27 febbraio 2015

Influenza, quasi cinque milioni di italiani a letto

La stagione si conferma tra le più pesanti degli ultimi anni.

Una stagione più «cattiva» del previsto, con oltre cinque milioni di persone a letto e un vero e proprio boom tra gli anziani dovuto quasi sicuramente all«effetto Fluad’, con un calo generalizzato delle vaccinazioni. Passato il picco ormai da qualche settimana è il momento di trarre le prime somme sulla stagione dell’influenza,che tra ceppi sbagliati e vaccini ritirati quest’anno ha fatto parlare di sé andrà più del solito. 

«All’inizio, sulla base della composizione dei ceppi circolanti, ci aspettavamo una stagione intermedia - spiega Giancarlo Icardi, direttore dell’Istituto di Igiene dell’Università di Genova -, mentre si è rivelata di intensità più alta del previsto, una delle più alte degli ultimi anni. Ormai però il picco è passato da un po’, probabilmente tra un paio di settimane potremo dichiarare conclusa l’epidemia, con un numero di casi che supererà di poco i cinque milioni». 

Per la settimana fino al 22 febbraio l’osservatori Influnet ha registrato un numero di casi stimati pari a circa 390.000, per un totale, dall’inizio della sorveglianza, di circa 4.754.000 casi. Il livello di incidenza finora raggiunto, scrivono anche gli esperti della rete nel bollettino, è di media/alta entità e la curva epidemica è sovrapponibile a quella osservata nella stagione post pandemica del 2010-2011. Per quanto riguarda le fasce d’età più colpite, in quella tra 0 e 4 anni l’incidenza è pari a 13,45 casi per mille assistiti, tra 5 e 14 anni a 11,08, tra 15 e 64 a 5,99 e tra gli individui di età pari o superiore a 65 anni a 2,82 casi per mille assistiti. Le regioni più colpite restano, come nelle precedenti fasi dell’epidemia, Marche, Basilicata, Sardegna, Lazio, Campania, Piemonte ed Emilia Romagna. 

Analizzando le cifre più nel dettaglio, spiega Icardi, si può notare il cosiddetto “effetto Fluad”. «Nel periodo di picco tra gli over 65 abbiamo visto valori di incidenza superiori a 4 ogni mille assistiti, che sono particolarmente alti - sottolinea l’esperto - questo è sicuramente attribuibile al calo delle vaccinazioni, che ad esempio qui in Liguria è stato dell’8% ma che in alcune zone ha toccato valori molto più alti». A differenza degli altri paesi, a partire dagli Usa, quest’anno almeno l’Italia non ha avuto a che fare con il ceppo “modificato” di influenza, che le mutazioni hanno reso immune al vaccino e che è invece circolato intensamente anche nel nord Europa. «La composizione del vaccino è sempre una corsa contro il tempo - spiega Icardi - in cui si valutano le segnalazioni provenienti da tutto il mondo. Per il nuovo ceppo l’Oms ha già deciso che sarà contenuto nel vaccino della prossima stagione». 

FONTE: lastampa.it

martedì 24 febbraio 2015

Le staminali restituiscono la vista: via libera Ue al primo farmaco

 
La tecnica è tutta made in Italy, ci sono voluti 30 anni di ricerche. Ora si pensa di poterla usare per curare anche altre malattie
 
Una storia iniziata negli Anni 80. Sono queste le tempistiche della vera scienza, quella fatta secondo le regole. Oggi, dopo anni di sperimentazioni, la Commissione Ue ha autorizzato il primo farmaco della storia a base di cellule staminali. Una cura capace di ricostruire le cornee danneggiate ridonando la vista ai malati. Accade a Modena, terra di eccellenze dove l’incontro tra Graziella Pellegrini, Michele De Luca dell’Università di Modena e Reggio Emilia e la lungimiranza della Chiesi Farmaceutici ha reso possibile questo successo. 
 
Made in Italy, nata in Usa  
Tutto parte dagli Stati Uniti. Qui De Luca impara a coltivare cellule staminali epidermiche per la rigenerazione della pelle nei grandi ustionati. Tecnica che esporta in Europa incontrando la Pellegrini. I due scienziati si appassionano allo studio delle staminali della superficie oculare. «Abbiamo scoperto che le cellule che consentono la rigenerazione della cornea risiedono in una piccola area al confine tra cornea e congiuntiva chiamata limbus. Quando ustioni termiche o chimiche della superficie oculare danneggiano irreversibilmente la riserva di staminali la superficie corneale smette di rigenerarsi e la congiuntiva si opacizza rendendo impossibile la visione» spiega la Pellegrini. 
 
Partendo dall’evidenza che la cornea è in grado di rigenerarsi gli scienziati italiani hanno pensato di riparare il danno partendo proprio da queste cellule. «Basta solamente un millimetro di tessuto oculare integro per poter ricostruire in laboratorio l’intera superficie dell’epitelio che ricopre la cornea» spiega De Luca. Un lavoro di ingegneria tissutale che prende il nome di Holoclar, il primo farmaco a base di staminali. Una cura prodotta nei laboratori di Holostem Terapie Avanzate di Modena, spin off dell’università al Centro “Stefano Ferrari”.  
 
Come funziona  
Il primo passo è la biopsia. Ovunque si trovi il paziente le staminali prelevate, grazie ad un corriere specializzato, partono e arrivano entro 24 ore a Modena. A questo punto inizia il processo di sviluppo che richiede alcune settimane. Quando il paziente è pronto, il tessuto generato viene spedito per il trapianto. «Selezionati con cura i malati che presentano le caratteristiche per essere trattati, nel caso di lesioni superficiali il ripristino della visione avviene in circa l’80% dei casi» spiega l’esperto. Persone altrimenti destinate a rimanere senza vista.  
 
Gli sviluppi  
Oggi gli scienziati modenesi lavorano allo sviluppo di una cura per la sindrome dei bambini farfalla, grave malattia caratterizzata dalla formazione di ferite continue. «Prelevando e modificando con un approccio di terapia genica le staminali epidermiche siamo riusciti a trattare i primi due casi. La speranza è quella di ripetere con successo quanto ottenuto con gli occhi» conclude De Luca. 
 
FONTE: Daniele Banfi (lastampa.it)

lunedì 23 febbraio 2015

Cancro, ecco le cellule istruite a colpire bersagli

 
Per vincere il tumore, scatenare le difese immunitarie solo dove serve, con l’ingegneria
 
Prelevare le cellule del proprio sistema immunitario, insegnare loro come combattere e successivamente iniettarle per distruggere il tumore. E’ questa una delle strategie possibili per combattere il glioblastoma. Ad affermarlo è una ricerca pubblicata su Science Translational Medicine ad opera dei ricercatori della University of Pennsylvania (Stati Uniti).

Il glioblastoma è uno di quei tumori che difficilmente lascia scampo. Nonostante i grandi progressi della medicina non esiste ancora una cura efficace e definitiva per questa grave neoplasia del cervello. Da tempo gli scienziati sono al lavoro nel tentativo di trovare strade alternative. Una di queste è l’immunoterapia, sfruttare il sistema immunitario per combattere le cellule cancerose.

Ad oggi questa nuova branca dell’oncologia sta rivoluzionando il trattamento dei tumori. Ma in questo caso c’è di più: le terapie attuali servono a potenziare la risposta. Nel caso dello studio statunitense invece si educano le singole cellule, in particolare i linfociti T, a riconoscere selettivamente il tumore.

Ciò è possibile perché alcune forme di glioblastoma, circa il 30% del totale, presentano sulla superficie delle cellule alcune molecole che lo rendono facilmente riconoscibile e attaccabile. Un vero e proprio tallone d’Achille da sfruttare. Per fare ciò i ricercatori hanno prelevato le cellule del sistema immunitario ingegnerizzandole in modo da esprimere, a livello della superficie cellulare, delle proteine capaci di riconoscere il glioblastoma. Un legame fatale che consente ai linfociti T, una volta reinseriti nel circolo sanguigno, la distruzione della cellula cancerosa.

I risultati -per ora ottenuti nel topo- sono incoraggianti perché la terapia sembrerebbe funzionare, in particolar modo se associata alla chemioterapia classica. Ora, proprio in virtù dei buoni risultati, a breve partirà uno studio nell’uomo –per il momento verranno reclutati 12 pazienti- per valutarne l’efficacia. Una buona notizia che si aggiunge al recente avvio della prima sperimentazione al mondo che utilizza l’immunoterapia nel trattamento del gliobalstoma ad opera del professor Michele Maio, direttore dell'Immunoterapia Oncologica di Siena.

Come affermato da Maio al recente convegno sul tema promosso da AIOM, l’Associazione Italiana di Oncologia Medica, «negli ormai vecchi libri di medicina la lotta al cancro era rappresentata da tre cerchi: chirurgia, radioterapia e chemioterapia. Una visione ormai antica che deve essere aggiornata con l'aggiunta di un ulteriore cerchio rappresentato di diritto dall'immunoterapia. Non più un'eterna promessa ma, per alcuni tumori, una realtà».

FONTE: Daniele Banfi (lastampa.it)

domenica 1 febbraio 2015

Celiachia, in arrivo una farina che inganna l’intolleranza


Ricercatori italiano hanno trovato il modo di nascondere all’organismo le tossine del glutine

La vita dei celiaci potrebbe migliorare grazie ad un gruppo di ricercatori dell’Isa (Istituto di Scienze dell’Alimentazione) - CNR di Avellino che ha messo a punto un metodo scientifico innovativo che consente di detossificare la farina, nascondendo all’organismo le tossine del glutine ed evitando così la reazione infiammatoria. 

«Un’alterata risposta infiammatoria verso il glutine è alla base della patologia celiaca. La strategia innovativa sviluppata al CNR consiste in un trattamento enzimatico “food grade” effettuabile direttamente sulle farine o semole di grano in grado di mascherare le sequenze tossiche del glutine», spiega Mauro Rossi ricercatore senior dell’Istituto di Scienze dell’Alimentazione del Cnr. 

Lo studio promette di mantenere inalterate le proprietà organolettiche dei cibi: «Con questa formula il glutine non viene più riconosciuto dai linfociti responsabili dell’infiammazione. Da un punto di vista tecnologico ed organolettico non ci sono differenze sostanziali con la normale farina. Grazie alla collaborazione con un gruppo aziendale interessato allo sviluppo commerciale del “trovato” - spiega il ricercatore- CNR si sta avviando ora il trial clinico in collaborazione con il Policlinico Umberto I di Roma per la validazione definitiva della strategia». 

I risultati della farina detossicata sono previsti prima dell’estate e si auspica che entro l’anno venga immessa sul mercato a disposizione della crescente popolazione dei celiaci: si stima che 1 su 100 in Europa e Stati Uniti siano intolleranti al glutine.  

In Italia i celiaci diagnosticati sono 150mila (fonte AIC, 2013) su un totale di circa 600mila persone potenzialmente intolleranti al glutine (1% della popolazione). 

FONTE: lastampa.it