domenica 29 marzo 2015

L'inquinamento aumenta il rischio di ictus

Ricercatori dell'Università di Edinburgo hanno analizzato oltre 100 studi che coprono i dati provenienti da 28 Paesi.

Un dato che farà sicuramente discutere: l'inquinamento atmosferico innalza il rischio di scatenare un ictus. Ad affermarlo è un'ampia analisi di dati provenienti dalla letteratura scientifica pubblicata sulla prestigiosa rivista British Medical Journal. Ciò è particolarmente vero nei Paesi in via di sviluppo. 

COME È POSSIBILE IL COLLEGAMENTO TRA ICTUS E POLVERI SOTTILI  
L'ictus, ovvero l'occlusione da parte di un trombo dei vasi sanguigni a livello cerebrale, causa ogni anno il decesso di oltre 5 milioni di persone. Obesità, fumo e ipertensione sono i fattori principali alla base di questi eventi. Da tempo gli scienziati sono all'opera nel tentativo di valutare se anche l'inquinamento atmosferico possa in qualche modo aumentare il rischio di ictus. Per fare ciò i ricercatori dell'Università di Edinburgo hanno analizzato oltre 100 studi che coprono i dati provenienti da 28 Paesi.  

RISCHI PIU’ ALTI NEI PAESI A BASSO E MEDIO REDDITO  
Dalle analisi è emerso che il rischio di ictus e la probabilità di ricovero ospedaliero aumentano di pari passo con l'esposizione a breve termine ad agenti inquinanti presenti nell'aria. In particolare ciò si verifica sia per le polveri sottili sia con la presenza di gas quali monossido di carbonio, biossido di zolfo e di azoto. L'associazione è risultata più forte nei Paesi a basso e medio-reddito. 

LE SOSTANZE INQUINANTI FANNO RESTRINGERE I VASI SANGUIGNI  
Lo studio, avendo il compito di analizzare la probabilità di ictus in base alle concentrazioni di inquinanti, non spiega però il perchè di questa associazione. Secondo gli esperti il legame sarebbe dovuto alla capacità da parte di queste sostanze di interferire con le cellule dell'endotelio, il rivestimento interno di vene e arterie. In particolare sembrerebbero in grado di stimolare le fibre nervose presenti causando un restringimento dei vasi e il conseguente aumento di pressione. Un cambiamento che genera un minor afflusso di sangue e un aumentato rischio di trombosi.

FONTE: Daniele Banfi (lastampa.it)

venerdì 27 marzo 2015

La verità su un killer chiamato colesterolo


Le nuove linee guida ridimensionano un falso mito: “Il pericolo per il cuore non viene solo dalla dieta”

Il colesterolo nemico n° 1 del cuore? Un falso mito della medicina. Le statine per inibirne la sintesi nel fegato e abbassarne il livello nel sangue? Un business miliardario che dura da 20 anni. La crociata contro uova e burro? Una penalizzazione che ha privato milioni di persone dei piaceri della tavola. Tra i primi a mettere in discussione i capi d’accusa contro questo spauracchio per la salute è stato Marco Bobbio, cardiologo: già nel 1993 con il saggio «Leggenda e realtà del colesterolo: le labili certezze della medicina» sottolineò certe conclusioni non scientificamente provate sul ruolo di questa molecola. Ora un comitato consultivo del governo Usa, che ogni cinque anni rivede le linee-guida della dieta, ha concluso che non c’è correlazione tra il colesterolo assunto con i cibi e il livello nel sangue: quindi «non si corrono rischi consumando alimenti come uova e burro». 

Professore, il colesterolo è stato riabilitato?  
«Non proprio: continua a essere considerato uno dei responsabili dei danni alle arterie, ma non il killer solitario da condannare. E’ quanto già sostenevo oltre 20 anni fa. Oggi disponiamo delle stesse informazioni di allora, ma nel frattempo è cambiata la mentalità di una parte degli scienziati che hanno assunto una visione meno riduttiva». 

Come si è consolidata l’ipotesi dieta-infarto?  
«Fa comodo trovare un capro espiatorio: ai ricercatori un po’ fanatici e con interessi non limpidi; all’industria farmaceutica che può produrre farmaci anti-killer; all’industria alimentare che può immettere sul mercato prodotti di sintesi sostitutivi di quelli naturali (per poi scoprire che le margarine sono più pericolose del burro); ai media che possono riempire pagine di diete più o meno fantasiose; infine a tutti noi che preferiamo eliminare un alimento piuttosto che ripensare la dieta».  

Nei decenni si è comunque osservata una riduzione di infarti: non dipende dalla campagna contro colesterolo e grassi?  
«Qualunque cambiamento epidemiologico dipende dall’insieme di svariati fattori: alimentari, terapeutici, ambientali, culturali, sanitari, comportamentali. Difficile stabilire a chi attribuire il successo. Un volta vietati i grassi, però, si è fatto più uso di zuccheri e questo spiegherebbe l’epidemia di diabete e di obesità». 

Qual è il ruolo dei farmaci anticolesterolo?  
«Solo per le statine è stata dimostrata in modo convincente una riduzione del rischio di infarto e di morte negli uomini che l’hanno già subito. Continua a essere controversa l’efficacia nelle donne, negli anziani e in chi non ha malattia coronarica. Molti altri farmaci, che abbassano il colesterolo, non hanno dimostrato di ridurre l’incidenza d’infarto. L’equazione “meno colesterolo=meno infarto” non è sempre valida: dipende da come il colesterolo viene ridotto». 

Ma è o non è indiziato per l’infarto?  
«Certo. Le placche nelle arterie, responsabili dell’infarto, sono soprattutto di colesterolo. Fu abbastanza logico pensare che c’entrasse la dieta. Ma lo si demonizzò prima che vi fossero elementi per dimostrarlo. Lo rivela uno studio su 50 mila donne: nella metà di loro messe a dieta con pochi grassi il numero di infarti era uguale a quello osservato nell’altra metà che non seguiva una dieta. La maggior parte del colesterolo nel sangue, infatti, proviene dalla sintesi del fegato e non dall’alimentazione. Insomma: la dieta ha un ruolo, ma non essenziale». 

FONTE: Gianna Milano (lastampa.it)

mercoledì 25 marzo 2015

Il cerotto che genera energia con l’effetto triboelettrico.



In oro e silicone, grande quanto un francobollo. Il dispositivo, che può generare 90 volt, si serve di elettricità statica per convertire l’energia meccanica in elettrica

Parlare, reggere un bicchiere, ma anche grattarsi il naso potrebbe fornire elettricità. Un cerotto nanotech in oro e silicone, grande quanto un francobollo, potrebbe aprire la pista a una nuova generazione di gadget indossabili privi di batteria. Perché la batteria diventa l’utente.

Genera 90 volt
Il dispositivo, che si serve dell’elettricità statica per convertire l’energia meccanica in elettrica, è stato messo a punto presso l’Università nazionale di Singapore ed è stato presentato alla Conferenza internazionale sui microsistemi elettromeccanici dell’Ieee (Istituto degli ingegneri elettrici ed elettronici) che si è tenuta in Portogallo. Il dispositivo, che si carica grazie alla frizione, quando viene tamburellato delicatamente con un polpastrello può generare 90 volt: quantità sufficiente, per esempio, a dare la carica a dodici Led. Secondo Chengkuo Lee, a capo della squadra di ricerca, il cerotto ad alta tecnologia potrebbe essere utilizzato anche per tracciare i movimenti e l’attività di chi lo indossa.
Effetto triboelettrico
Il fenomeno indotto dalla frizione, detto effetto triboelettrico, si genera quando due superfici sono a stretto contatto. Quando vengono strofinate, la corrente elettrica comincia a scorrere tra loro. Questa può essere immagazzinata usando un elettrodo. I ricercatori hanno testato il dispositivo sull’avambraccio e sulla gola di un volontario. Ma perché attaccare il generatore alla pelle? La superficie più abbondante del corpo umano è un materiale triboelettrico e tende a cedere elettroni, cioè a caricarsi positivamente e viene, quindi, accostata a un materiale che si carica negativamente per generare elettricità. Per lo strato negativo, il team di ricerca ha realizzato migliaia di minuscole strutture simili a colonne su uno strato in gomma di silicone flessibile. Sotto il foglio di gomma è stata attaccata una pellicola d’oro spessa 50 nanometri (milionesimi di millimetro) che agisce come elettrodo per il dispositivo. I piccoli pilastri aumentano la superficie del dispositivo in contatto con la pelle e ciò aumenta la frizione e, dunque, la corrente prodotta. 
 
FONTE: Maria Rosa Pavia (corriere.it)

sabato 21 marzo 2015

Tutte le curiosità sull’eclissi appena finita, la prossima nel 2026

 

Ha iniziato a diventare totale a sud della Groenlandia, poi è giunta alle Faer Oer, mancando però l’Islanda. La durata massima della totalità è stata di 2 minuti e 47 secondi
 
Anche l’ “eclissi dell’equinozio”, come è stata battezzata l’ occultazione del Sole da parte della Luna in questo giorno di vigilia di primavera, è passata con il suo effetto spettacolare.  

In Italia, dove l’eclissi è stata parziale, ma notevole (raggiungendo circa il 70 per cento di visibilità dell’occultazione del disco solare in alcune regioni del Nord Ovest), era iniziata attorno alle 9.20 e la fase di osservazione dell’eclisse, nel nostro paese, si è conclusa, con variazioni di pochi minuti, alle 11.33 a Cagliari e 11.37 a Catania, fino alle 11.50 di Trieste.  

Molta delusione soprattutto nel Nord Ovest dove invece, paradossalmente, si sarebbe dovuto assistere ad una percentuale maggiore di occultamento del disco solare. Il meteo, e una fitta copertura nuvolosa (che anticipa una perturbazione nel weekend, che domenica porterà pioggia in quasi tutte le regioni), ha impedito in buona parte delle regioni settentrionali di osservare ad occhio nudo (ma con le necessarie protezioni) questo fenomeno astronomico, che è il più rilevante del 2015. 

Ma in buona parte della penisola il fenomeno è stato osservato e fotografato, e comunque, chi non l’ha potuto vedere, ha potuto farlo comunque collegandosi via web con diversi siti, compreso il Virtual Telescope, vero e proprio osservatorio astronomico sulla rete, guidato dalla provincia di Roma dall’astrofisico Gianluca Masi e dal suo staff (www.virtualtelescope.eu). 

Ma anche molti Osservatori Astronomici in Italia hanno seguito l’evento e hanno organizzato eventi. A Loiano, sui colli di Bologna, per l’occasione l’INAF - Osservatorio Astronomico di Bologna ha aperto la stazione osservativa alle scuole. Oltre 400 studenti si sono dati appuntamento nel Palazzetto dello Sport del paese, dove hanno seguito il fenomeno sotto la guida di astronomi. 

D’altra parte, questa era un’occasione da non perdere. Le eclissi si verificano spesso ma non è frequente che il disco solare si occulti per una buona percentuale. La prossima eclissi parziale di rilievo visibile dall’Italia avverrà infatti il 12 Agosto 2026, ma si verificherà al tramonto. Mentre il 2 agosto 2027 ci sarà un’ eclissi totale su Lampedusa, e parziale nel resto della penisola. La prossima eclisse totale di Sole invece, visibile dall’Italia, quando cioè scenderà l’oscurità, quasi come una notte in pieno giorno, avverrà nel 2081. 

E’ infatti piuttosto raro osservare quella totale, col disco coperto al 100 per cento, in una determinata zona del pianeta. Questa volta, chi l’ha osservata in modo totale, sono stati gli abitanti e turisti delle isole Faer Oer e delle Svalbard; le prime ad una latitudine meno nordica, ma sempre con temperature molto basse per l’inizio della primavera.La fascia della totalità, larga ben 460 chilometri, per via del fatto che ha incontrato la Terra di sbieco, ha descritto un semicerchio, da ovest verso est. L’eclissi ha iniziato a diventare totale a sud della Groenlandia; poi, spostandosi verso ovest è giunta alle Faer Oer, mancando però l’Islanda, che avrebbe costituito un’ottima base di osservazione. 

La durata massima della totalità è stata di 2 minuti e 47 secondi, poco a nord delle Faer Oer, dove l’ombra della Luna si è spostata sulla Terra alla velocità di 3200 km/ora.Dopo aver attraversato il freddo mare a nord-ovest della Norvegia, l’ombra della Luna è arrivata alle Svalbard, dove la totalità è durata 2 minuti e 29 secondi, con l’ombra della Luna che ha raggiunto una velocità di quasi 6 mila km/ora. 

Come sempre, l’eclisse ha rappresentato una grande opportunità non solo popolare, ma anche per la scienza. Dai telescopi terrestri puntati verso l’astro, fino agli strumenti dei satelliti nello spazio, per misurare il diametro del Sole e studiare la corona solare, lo strato più esterno dell’atmosfera della stella. Insieme ad altri, anche il satellite Proba-2, dell’Agenzia Spaziale Europea, ha osservato l’oscuramento del Sole: le osservazioni dallo spazio saranno integrate con le osservazioni terrestri e utilizzate in seguito a scopo scientifico. Come spiegano i ricercatori, studiare la nostra Stella è fondamentale non solo durante le eclissi. Il Sole e la radiazione che emette condiziona tutta la vita sulla Terra, è fondamentale conoscerlo per prevederne le variazioni. Ad esempio si è scoperto che le esplosioni solari più intense possono provocare danni alla reti di distribuzione dell’energia e alcuni black-out sono stati causati proprio dalla radiazione solare. L’Europa si appresta a lanciare una sonda destinata allo studio della nostra Stella, con a bordo uno strumento realizzato dall’Agenzia Spaziale Italiana e a guida italiana, il coronografo spaziale Metis. Questo strumento, che è l’erede di un altro simile lanciato 20 anni fa, a bordo della missione euro-americana SOHO, ha un’ottica progettata in modo da riprodurre a bordo l’effetto di un eclisse di Sole, permettendo così di osservare la tenue emissione della corona solare estesa, un milione di volte più debole di quella del disco solare.
 
FONTE: Antonio Lo Campo (lastampa.it)

giovedì 19 marzo 2015

Energia dalle onde: ora si produce con i pescherecci

Il primo peschereccio convertito in centrale elettrica 

In opera il primo da 320 mila kWh/anno. Con un impianto per convertire in idrogeno la potenza non utilizzata

Sebbene si sappia che il movimento delle onde ha un grande potenziale per la produzione di energia, fino a oggi la sua applicazione è rimasta limitata, a causa sia della difficoltà di costruire attrezzature adatte allo scopo, sia della natura corrosiva del mare. In Norvegia, però, la compagnia Kvernevik Engineering ha proposto, insieme ad altri partner, una soluzione di tipo nuovo, convertendo vecchi pescherecci in piccole centrali. 

L’idea
L’idea, venuta per primo a Geir Arne Solheim della Havkraft, è che non ci sia niente di più adatto di un’imbarcazione pensata per resistere al mare, per essere convertita a quest’uso. La prima centrale è già in funzione. Si tratta di un vecchio peschereccio, ancorato al largo della costa occidentale della Norvegia che utilizza un sistema simile a quello delle pompe delle biciclette. Nella prua dell’imbarcazione sono state realizzate quattro camere dove scorre l’acqua al passare delle onde. Al suo passaggio, nelle camere aumenta la pressione dell’aria che aziona le turbine poste in alto. Il flusso inverso dell’acqua, invece, fa sì che l’aria venga risucchiata verso il basso, attivando nuovamente la turbina, generando potenza.
Idrogeno
L’impianto produce energia elettrica con l’aiuto di una colonna d’acqua fluttuante, l’unica cosa da fare è lasciare che l’imbarcazione oscilli mentre è ancorata dove l’energia delle onde sia sufficiente. Il peschereccio è stato dotato anche di un sistema di ancoraggio speciale così che sia sempre orientato nella direzione delle onde in arrivo e il controllo avviene da remoto, a terra. La stima calcolata di energia prodotta in un anno è di 320 mila kWh, il project manager Edgar Kvernevik prevede di costruire a bordo un impianto di produzione a idrogeno così che l’elettricità generata in eccesso possa essere raccolta sotto forma di gas. In futuro si vorrebbe invece costruire una piattaforma con una parte sommergibile progettata per un impianto più potente e con una turbina eolica installata sulla parte superiore.
 
FONTE: Carolina Saporiti (corriere.it)

 

mercoledì 18 marzo 2015

Così si convince il cancro ad autodistruggersi

L’approccio nella cura di alcune leucemie. Pilotare il tumore a diventare qualcos’altro, ossia parte delle cellule del sistema immunitario

Nella lotta al cancro non esiste una sola strategia vincente: il tumore va attaccato su più fronti. Gli oncologi su questo punto sono concordi. Come ampiamente esposto nei più importanti congressi mondiali dedicati alla lotta al cancro, la malattia si può combattere unendo chirurgia, radioterapia, chemio e immunoterapia. Validi approcci a cui forse, per alcune leucemie come la linfoblastica acuta, potrà essere affiancata un’altra strategia: anziché distruggere il tumore, pilotare le cellule cancerose a diventare altro. Ad affermarlo è uno studio pubblicato sulla prestigiosa rivista Pnas ad opera dei ricercatori della statunitense Stanford University School of Medicine.

METAMORFOSI DELLE CELLULE
Il singolare approccio è nato osservando le cellule tumorali di alcuni pazienti coltivate in laboratorio. Materiale proveniente da persone colpite da leucemia linfoblastica acuta e in particolare dalla forma causata dalla fusione di due cromosomi –il 9 e 21- noto anche come “cromosoma Philadelphia”. Alcune di queste cellule, per motivi ancora poco chiari, si trasformavano in macrofagi, particolari componenti del sistema immunitario. Una “metamorfosi” che è possibile indurre –e nello studio gli scienziati statunitensi sono riusciti in questo intento- esponendo le cellule tumorali ad alcuni fattori di trascrizione che permettono la trasformazione.

IL CANCRO CHE SI DISTRUGGE DA SOLO
Secondo gli autorid ella ricerca la speranza è che il tumore “trasformato” diventi innocuo. Non solo, come spiega il professor Ravi Majeti «poiché i macrofagi originano dalle cellule tumorali è probabile che contengano tutte le informazioni necessarie a riconoscere e attaccare il cancro». Il prossimo passo sarà ora quello di individuare molecole in grado di mimare gli effetti dei fattori utilizzati in laboratorio per pilotare la trasformazione.

UN SUCCESSO
La speranza è quella di replicare il successo ottenuto per un'altra malattia del sangue, la leucemia promielocitica acuta. Anche questo caso prevede la trasformazione delle cellule cancerose in cellule del sistema immunitario. Una metamorfosi possibile grazie alla somministrazione di acido retinoico. Sperimentato nei pazienti in associazione alla chemioterapia l’approccio si è dimostrato valido nel combattere la malattia.

FONTE: Daniele Banfi (lastampa.it) 

martedì 17 marzo 2015

Il potere dell’anti-tetanica contro il tumore

Il vaccino aiuta a potenziare il sistema immunitario. Sperimentato con successo nel glioblastoma. Stimolate le cellule di difesa dell’organismo contro quelle cancerose

Uno degli approcci più innovativi nella lotta ai tumori è rappresentato dall’immunoterapia. Nata ormai oltre dieci anni oggi è una solida realtà. Il concetto che sta alla base è molto semplice: pilotare il sistema immunitario affinché possa rispondere in modo adeguato alla presenza di un agente estraneo come il cancro. Attualmente sono molte le terapie che sfruttano questo approccio. Una di esse, pur ancora in via sperimentale, prevede di sfruttare le cellule dendritiche per combattere il glioblastoma. Oggi però sappiamo di più: per scatenarle contro il tumore ancora con più forza un aiuto potrebbe arrivare dall’anti-tetanica. Con essa, come dimostrato in una ricerca pubblicata su Nature dagli scienziati del Duke Cancer Institut di Durham (Stati Uniti), le cellule dendritiche acquistano più forza e consentono ai malati di sopravvivere più a lungo.

UN TUMORE DIFFICILE DA TRATTARE
 
Il glioblastoma è uno di quei tumori che difficilmente lascia scampo. Nonostante i grandi progressi della medicina non esiste ancora una cura efficace e definitiva per questa grave neoplasia del cervello. Da tempo gli scienziati sono al lavoro nel tentativo di trovare strade alternative. Una di queste è l’immunoterapia con cellule dendritiche: prelevate dal paziente dopo l’intervento di asportazione del tumore le cellule vengono trattate in laboratorio e poi re-iniettate nel paziente. I primi risultati disponibili sono davvero promettenti. Ma c’è di più: se l’approccio si è dimostrato di successo ora i ricercatori sono all’opera nel tentativo di migliorare la cura. In questo senso un aiuto inaspettato potrebbe arrivare dal vaccino contro tetano e difterite.

IL VACCINO POTENZIA L'IMMUNOTERAPIA
 
Come risaputo i vaccini  hanno la caratteristica di stimolare il sistema immunitario a rispondere contro un determinato agente. Gli scienziati statunitensi hanno allora pensato, accanto al trattamento con le cellule dendritiche, di potenziare la risposta somministrando anche il vaccino contro il tetano. In particolare la vaccinazione sembrerebbe stimolare le cellule dendritiche a migrare nei pressi dei linfonod iper combattere il tumore. Dalle analisi è emerso che in presenza dei due trattamenti la sopravvivenza è aumentata in maniera significativa se confrontata con la sola cura a base di cellule dendritiche. Addirittura lo studio riporta un caso in cui, a otto anni di distanza dalla diagnosi, la persona è ancora in vita. Un risultato straordinario se si pensa che l’aspettativa di vita media è di un anno dalla diagnosi. Come spiega Duane Mitchell, uno degli autori dello studio, «ora siamo all’opera nel tentativo di ampliare i numeri del nostro studio ma i risultati sono molto incoraggianti».

FONTE: Daniele Banfi (lastampa.it)

sabato 14 marzo 2015

Arriva la primavera, allergie in agguato


In Italia più di un milione e mezzo di giovani hanno sensibilità a livello nasale e pollinosi, molti sono affetti da asma. Il problema nasce dalla fioritura tra marzo e aprile di cipressi, mimose, ulivi e parietarie. Ma anche in casa si annidano insidie. I consigli per difendersi

All’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù, centro specializzato per la diagnosi e cura di tutte le patologie allergiche, ogni anno vengono trattati circa 8mila bambini e ragazzi, il 50% dei quali proprio per la pollinosi. Difendersi da questo male di stagione si può, a cominciare dai vaccini.  
A parte le cure preventive che sono fondamentali bisogna intanto seguire alcune regole pratiche. Eccone una decina assolutamente indispensabili.  

1) Evitare in primavera i prati, i campi coltivati e i terreni incolti.  
2) Escludere, se possibile, nel periodo critico, l’idea di andare o vivere in campagna. Evitare le gite nelle ore mattutine, soprattutto nei giorni di sole con vento e tempo secco.  
3) Scegliere le ferie preferibilmente nel periodo in cui sono più forti i disturbi, per recarsi al mare o in alta montagna. Ricordare che nelle medie altitudini (600-1000 metri) le stesse piante liberano i pollini circa un mese più tardi rispetto alla pianura.  
4) Evitare per le vacanze le zone di aperta campagna. Preferire per le passeggiate il sotto bosco dove, più difficilmente giunge il polline.  
5) In auto, se possibile, tenere i finestrini chiusi e accendere, dopo aver verificato la pulizia dei filtri, i sistemi di condizionamento.  
6) Nel periodo critico praticare sport preferibilmente in luoghi chiusi, palestre e piscine coperte.  
7) Non tagliare l’erba del prato nel periodo di malessere e non sostare nelle vicinanze quando altri tagliano, o hanno tagliato l’erba.  
8) Nel periodo critico evitare la bicicletta o il motorino. Possono essere utili mascherine a copertura di bocca e naso. Indossare occhiali da sole. Cappelli con visiera. 
9) Durante la stagione pollinica, cambiarsi i vestiti rientrando in casa, fare lavaggi endonasali, doccia e sciacquare il viso e i capelli.  
10) Evitare il contatto, con il fumo di tabacco e in quel periodo, anche con polveri o peli di animali domestici. 

Ma quali sono le cifre del periodo di «emergenza» nel nostro paese? Un milione e mezzo di bambini e ragazzi con allergie nasali e pollinosi, centinaia di giovani sotto i 18 anni affetti da asma. In Italia il fenomeno allergie, tra marzo e aprile - quando cipressi, mimose, ulivi, parietarie e graminacee rilasciano i loro pollini in grande quantità - subisce un’impennata e diventa un problema per milioni di persone, adulti e bambini. 

«Le allergie - sottolinea Alessandro Fiocchi, responsabile di Allergologia del Bambino Gesù - si combattono efficacemente con la iposensibilizzazione specifica, disponibile sia nella tradizionale somministrazione sottocutanea che per via sublinguale. Per evitare il riaffacciarsi dei sintomi è necessario prevenire con farmaci che impediscano al polline respirato infiammare le mucose. Le cure dovranno poi essere continuate per tutta la stagione di esposizione. Sapendo a cosa si è allergici è inoltre possibile pianificare i tempi della terapia e programmare le vacanze in periodi di alta pollinazione evitando, così, il contatto con gli allergeni presenti nelle città o nelle campagne». 

I pollini sono minuscoli granellini che permettono alla pianta di riprodursi e vengono trasportati dal vento, dagli insetti e dall’acqua nel periodo dell’impollinazione. Da marzo a luglio la loro concentrazione cresce soprattutto nelle giornate calde, assolate e ventose (sono leggerissimi e facilmente trasportabili nell’aria). Più elevata di sera rispetto al primo mattino, la concentrazione dei pollini si riduce con la pioggia. Inoltre, maggiore è la prossimità alle piante e alle erbe che li producono, maggiore è la quantità di pollini che può causare un aumento dei disturbi alle persone allergiche. 
 
FONTE: lastampa.it

venerdì 13 marzo 2015

Disturbo post traumatico da stress, cosa lo scatena


Studio sulla predisposizione genetica ha identificato alcuni marcatori biologici. Conoscere le origini del male servirà a migliorare prevenzione e trattamenti

Un evento traumatico è improvviso e minaccioso. Una delle conseguenze più frequenti è il disturbo post-traumatico da stress, che inchioda l’individuo al dramma passato, facendogli rivivere ogni volta l’angoscia di quel momento. Questa patologia, colpisce chi ha vissuto eventi traumatici in prima persona, prendendo parte a dei conflitti o assistendo a delle tragedie come uccisioni, abusi e violenze, o a grandi disastri naturali come terremoti o tsnuami. 

LE DIVERSE REAZIONI AI TRAUMI  
Eppure, non tutti i soggetti che vivono esperienze traumatiche sviluppano questi disturbi e scoprire i fattori all’origine della diversa vulnerabilità individuale è l’obiettivo di molti ricercatori intenzionati a identificare i soggetti più suscettibili per migliorare la diagnosi e intervenire tempestivamente con i trattamenti adeguati. Riuscire a prevedere inoltre chi potrebbe venirne colpito permetterebbe di intervenire, dove possibile, in fase di selezione del personale incaricato a svolgere missioni di varia natura ma potenzialmente traumatiche. 

LO STUDIO SUI VETERANI DI GUERRA  
Tra le esperienze più traumatiche che un essere umano possa vivere vi sono i conflitti bellici. In uno studio pubblicato, sulla rivista Molecular Biology, ricercatori dell’Università di Southampton e l'Università della California a San Diego, analizzando il genoma di un gruppo di 188 marines prima della partenza e dopo il rientro da una missione di guerra, hanno scoperto che la propensione a sviluppare il PTSD ha dei marcatori genetici. Lo studio è stato replicato poi su un secondo gruppo di altri 96 marines. I ricercatori hanno anche visto che la rete di geni identificata come collegata al PTSD è coinvolta nella regolazione del funzionamento del sistema immunitario e della via di segnalazione per l’interferone, proteina prodotta in risposta alle infezioni e di stimolo al sistema immunitario. 

LA PREDISPOSIZIONE GENETICA A SVILUPPARE IL DISTURBO. «Confrontando i soggetti con PTSD con quelli che non avevano sviluppato il disturbo, abbiamo potuto osservare le differenze nell’espressione genica ma anche considerare le relazioni dinamiche tra geni e le loro connessioni»  ha detto il responsabile della ricerca Michael Breen. «Il PTSD è considerato un disturbo talmente complesso che misurare queste complesse relazioni è fondamentale per comprendere meglio questa patologia». La cosa interessante, osservano i ricercatori, è che l’attivazione del sistema immunitario e dell’interferone è presente anche prima della comparsa del disturbo post traumatico da stress.  «La domanda da porsi è ora che cosa stia stimolando la risposta dell’interferone prima ancora dello sviluppo del disturbo» ha affermato Dewleen G. Baker direttore della ricerca del Veterans Affairs Center of Excellence for Stress and Mental Health. Potrebbe trattarsi, ipotizzano gli scienziati, di un'aumentata risposta anticipatoria dello stress prima della comparsa della malattia oppure di una caratteristica dei soggetti più sensibili. 

LA RISPOSTA ALLE TRAGEDIA DIPENDE ANCHE DALLE NOSTRE ESPERIENZE L’intenzione è quella di arrivare alla creazione di una batteria di biomarcatori che potrebbero aiutare ad identificare i pazienti geneticamente predisposti al PTSD. «Non siamo ancora arrivati al punto di capire come come usare questi biomarcatori ma Stiamo facendo progressi » ci ha detto Rachel Yehuda, direttrice della Traumatic Stress Studies Division Mount Sinai School of Medicine e direttrice del Mental Health Patient Care Center del Veterans Affairs Medical Center. Si occupa da vent’anni di PTSD e di epigenetica, avendo in particolare lavorato con i sopravvissuti dell’olocausto e anche dell’11 settembre, indagandone anche il fenomeno della trasmissione del trauma alle generazioni successive. «La suscettibilità individuale non è solo una faccenda di geni ma anche di come le nostre esperienze personali ci hanno insegnato a rispondere all’ambiente. Io penso che i geni giochino un ruolo, ma possiamo imparare a modularne l’impatto. È questo che l’epigenetica ci ha in parte insegnato». 

TEMPESTIVITÀ DEGLI INTERVENTI PER LIMITARE I DANNI ALLA SALUTE  
Il disturbo post traumatico da stress non interessa soltanto gli ex combattenti o chi vive in scenari di guerra; un americano su due sarebbe, infatti, un esposto ad eventi potenzialmente in grado di scatenare il PTSD. L’aver vissuto situazioni traumatiche causa delle ferite psichiche spesso irrimediabili che, a loro volta, hanno pesanti conseguenze fisiche, con maggiori rischi di sviluppare determinate malattie. Tuttavia, solo davanti alle psicopatologie dei reduci del Vietnam si cominciarono a studiare i disturbi post-traumatici da stress, codificati negli Anni 80. Oggi, molti progressi sono stati fatti e le ricerche hanno un carattere interdisciplinare e coinvolgono psicologi, medici e neuroscienziati. Infatti, le tecniche di neuro immagine hanno dimostrato come un evento traumatico abbia conseguenze sia funzionali sia strutturali sul cervello. La tempestività di intervento è molto importante.

FONTE: Nicla Pancera (lastampa.it) 

sabato 7 marzo 2015

Occhio bionico, primo sguardo grazie a tecnologia wireless


Il sistema è progettato per escludere completamente dal circuito i fotorecettori della retina danneggiati. Una volta ricevuto l’input il cervello è in grado di interpretare il segnale elettrico. Gli ultimi interventi in America ma anche in Italia, a Padova

Tra tutti i sensi è forse quello che più utilizziamo per rapportarci con la realtà. Perdere la vista significa dover diventare spesso dipendenti dagli altri. Cure miracolose non esistono ma negli ultimi 20 anni un sempre maggior numero di persone è tornata a vedere parzialmente grazie ai progressi della scienza. Ecco una breve panoramica sulle conquiste ottenute e sulle prospettive future:

CELLULE STAMINALI PER RIGENERARE LA CORNEA
Uno dei motivi che portano alla lenta e progressiva cecità è dato dall’opacizzazione della congiuntiva. Ciò avviene quando ustioni termiche o chimiche della superficie oculare danneggiano irreversibilmente la riserva di cellule staminali presenti a livello dell’occhio. In questi casi la cornea, che normalmente è in continuo ricambio, smette di rigenerarsi e la congiuntiva diventa opaca rendendo impossibile la visione. Una sorta di schermo bianco che non consente alla luce di filtrare. Partendo dall’evidenza che la cornea è in grado di rigenerarsi gli scienziati hanno pensato di riparare il danno partendo proprio da queste cellule. Per fare ciò basta solamente un millimetro di tessuto oculare integro per poter ricostruire in laboratorio l’intera superficie dell’epitelio che ricopre la cornea. Successivamente, una volta ottenuto il tessuto, esso viene trapiantato e la persona, in oltre il 90% dei casi, torna a vedere. Una pratica ormai consolidata che da poche settimane è diventata una terapia farmacologica a base di staminali (Holoclar) a tutti gli effetti.

OCCHIO BIONICO
I primi studi sull’occhio bionico risalgono all’inizio del 2000. Oggi, grazie a sempre più sofisticate tecnologie e meno ingombranti apparati, l’occhio bionico è realtà. Il principio di funzionamento è semplice quanto geniale: l’occhio bionico utilizza una tecnologia wireless e consiste in un sensore impiantato nell’occhio che raccoglie i segnali elettrici inviati da una telecamera installata su occhiali speciali. Il sistema è progettato per escludere completamente dal circuito i fotorecettori della retina danneggiati. Una volta ricevuto l’input il cervello è in grado di interpretare il segnale elettrico. L’occhio bionico, occorre precisarlo, non restituisce una visione perfettamente normale. Non solo, l'apparato può essere installato solo su persone nate vedenti perché è necessario che ci siano ancora fibre nervose attive. La tecnica, sperimentata già con successo su diversi pazienti affetti da retinite pigmentosa o atrofia della coroide, è tornata alla ribalta grazie ai primi casi trattati in Italia. Ultimo in ordine di tempo quello dei due ciechi trattati nei giorni scorsi presso l’ospedale di Camposampiero (Padova).

RETINA ARTIFICIALE BIOCOMPATIBILE
Si tratta dell’evoluzione dell’occhio bionico. Al momento sono in corso sperimentazioni a livello animale. La retina artificiale biocompatibile è made in Italy frutto dell’intenso lavoro dell’Istituto Italiano di Tecnologia di Genova. Il principio di funzionamento è simile a quello descritto precedentemente. Ciò che manca è la telecamera che invia il segnale al ricevitore posizionato nell’occhio. Il dispositivo in questione, realizzato in materiale biocompatibile, funziona come una microcella solare. Sensibile alla luce invia direttamente il segnale ai neuroni. Secondo quanto dichiarato dagli scienziati al momento della realizzazione (2013) il dispositivo potrà esseresperimentato nell’uomo nel giro di 3-5 anni.

FONTE: Daniele Banfi (lastampa.it) 

mercoledì 4 marzo 2015

Burro nel caffè, dal Tibet l’idea per dimagrire

La bevanda sarebbe tra le preferite per gli amanti delle arrampicate a quelle latitudini. E adesso in molti bar londinesi si può scegliere sul menu un «bullet coffee» o un «fat black»
 
Un doppio espresso aromatizzato con un cucchiaino di burro e olio di cocco. Può sembrare un attacco alle coronarie celato in una tazza, ma invece è l’ultimo trend per dimagrire. Infatti, secondo alcune ricerche, grasso è meglio di zucchero, e questo trend alimentare - che promette oltretutto di aiutare a perdere peso - dagli Stati Uniti ha contagiato rapidamente la Gran Bretagna. Prova ne è che molti locali di Londra offrono ormai un «bullet coffee» o «fat black» o ancora «smart coffee». E su internet pullulano i tutorial per fare in casa il caffè al burro, come documenta il «Daily Mail». Per i fan sorseggiare un caffè ultragrasso consentirebbe di sostituire l’intera colazione. Inoltre regala una carica di energia prolungata, che mantiene concentrati, limita l’assunzione di calorie e lascia un senso di pienezza fino all’ora di pranzo. L’effetto collaterale è legato più che altro al gusto insolito, e al fatto che chi prova il caffè al burro per la prima volta può esserne nauseato.  
 
L’idea di questa bevanda è frutto di un imprenditore americano, Dave Asprey, che ha assaggiato del the al burro di yak in Tibet. L’uomo racconta di essere rimasto intrigato dal fatto che gli amanti delle arrampicate usassero questa bevanda per assicurarsi concentrazione ed energia. Asprey ha così ideato una dieta ricca di grassi e povera di carboidrati che promette di far dimagrire, regalando energia e concentrazione. Il caffè al burro ha un ruolo chiave nel successo americano della dieta di Asprey, ed è fatto con caffè organico, burro non salato di mucche nutrite solo con erba, e olio organico di cocco.  
 
Se l’approccio «burroso» ha conquistato molti fan, ci sono anche nutrizionisti piuttosto perplessi, convinti che un semplice caffè al burro a colazione, senza modificare lo stile di vita, porti a ingrassare più che a dimagrire. Anche perché difficilmente, dopo, si fa trekking in montagna per ore. 
 
FONTE: lastampa.it

martedì 3 marzo 2015

Aids, ecco dove il virus si nasconde nelle cellule ricerca italiana: strada per nuove cure


Fotografata la struttura del nucleo dei linfociti e scoperte le “tane” dove l'hiv si nsconde fino a diventare invisibile. E' una ricerca compiuta dall'Icgeb di trieste da ricercatori guidati dal professor Mauro Giacca. La scoperta sarà pubblicata sul sito della rivista scientifica “Nature” e avrà importanti ricadute nello sviluppo di nuovi farmaci contro l'Aids.
Il problema dell'infezione da hiv è nella proprietà del virus di inserire il proprio dna in quello delle cellule che infetta diventando così parte del loro patrimonio genetico.

Ma la ragione per cui il virus scelga soltanto alcuni dei 20mila geni umani per integrarsi e, soprattutto, come riesca all'interno di questi geni a nascondersi ai farmaci era rimasto finora un enigma. Enigma risolto dal gruppo di ricerca dell'International Centre for genetic engineering and biotechnology.


FONTE: salute.ilmessaggero.it

lunedì 2 marzo 2015

Scoperti i neuroni che “prevedono il futuro”


La ricerca potrebbe aiutare a mettere a punto nuove cure per l’autismo, così come a comprendere i comportamenti antisociali

Capire in anticipo se un bacio sarà ricambiato può fare la differenza in un rapporto o in un’amicizia. Tutte le nostre interazioni sociali ci impongono di anticipare, o almeno di provare a prevedere, le intenzioni e le azioni altrui. Ora un team di ricercatori americani ha scoperto quali sono le specifiche cellule cerebrali che ci permettono di “prevedere il futuro”. E gli scienziati sperano che il loro studio possa mettere in luce nuove vie per trattare condizioni come l’autismo, così come a comprendere i comportamenti antisociali. 

Se riusciamo a prevedere come si comporterà un’altra persona, o se decidiamo di collaborare con qualcuno, i “registi” delle nostre scelte sono due gruppi di neuroni. Identificati nelle scimmie, un gruppo si “accende” ogni volta che si decide se collaborare o meno con un altro individuo e un altro quando bisogna prevedere quello che farà l’altro. Pubblicata sulla rivista Cell, la scoperta si deve ai ricercatori dell’americano Massachusetts General Hospital (MGH). 

I due gruppi di neuroni sono stati individuati nel lobo frontale, in un’area chiamata cingolo anteriore e collegata alle regioni del cervello coinvolte nei comportamenti interattivi e presenta delle anomalie nelle persone con autismo e comportamenti antisociali. 

«Questi neuroni si trovano in un’area molto importante, al centro del cervello, che modula i comportamenti sociali in cui viene richiesta una scelta. Per esempio l’area si attiva anche quando bisogna perdonare o meno una persona che ci ha fatto un torto» osserva Emiliano Ricciardi, esperto di Neuroscienze dell’università di Pisa. 

A differenza dei primi neuroni “sociali” ad essere individuati (i neuroni specchio), queste cellule del cervello, sono coinvolte in comportamenti più complessi. «Mentre i neuroni specchio - prosegue il ricercatore - si attivano, per esempio, quando interpretiamo un movimento dell’altra persona, questi neuroni sono ad un livello più “strategico”: si accendono quando bisogna prendere una decisione in base alla previsione di che cosa farà l’altro». 

Per individuare questi neuroni, i ricercatori hanno condotto un esperimento su coppie di scimmie Rhesus. Durante il test è stata controllata l’attività di 353 neuroni del cingolo anteriore. Alle scimmie è stato sottoposto un gioco nel quale bisognava scegliere tra due simboli diversi. Se entrambi gli animali sceglievano lo stesso simbolo, ricevevano la stessa quantità di succo di frutta; se invece sceglievano simboli diversi, a uno andava il succo più grande e all’altro il più piccolo. In pratica, per decidere come ottenere più succo bisognava prevedere la scelta dell’altro. 

FONTE: lastampa.it