martedì 28 aprile 2015

Prunus, la pianta antitumorale made in Molise

 
Studio dell’Iss dimostra che l’estratto dell’arbusto che cresce nelle aree più incontaminate della regione italiana è in grado di uccidere il 70-78% delle cellule maligne dei test in vitro
 
I molisani conoscono da generazioni le proprietà benefiche delle sue foglie e dei suoi frutti dal colore blu, tanto da utilizzarli per farci un liquore, il trignolino, o in aggiunta al tabacco della pipa. Ora però, per la prima volta, uno studio scientifico condotto dall’Istituto superiore di sanità (Iss) dimostra che il Prunus spinosa trigno - un arbusto spinoso che cresce in particolare proprio in Molise, nelle aree più incontaminate della Regione - ha un importante effetto antitumorale: il suo estratto, addizionato con una particolare miscela di aminoacidi, si è infatti dimostrato in grado di uccidere il 70-78% delle cellule tumorali utilizzate per i test in vitro e di inibirne la proliferazione. 
 
A illustrare le potenzialità della «pianta molisana» è la ricercatrice Iss Stefania Meschini, autrice dello studio in via di pubblicazione su riviste scientifiche, in occasione del IV Congresso internazionale di Medicina biointegrata : «Il prunus - spiega - è ricco di antiossidanti e può contrastare la capacità di proliferazione delle cellule tumorali. Nella sperimentazione in laboratorio, abbiamo trattato con l’estratto della pianta cellule cancerose di pazienti affetti da cancro a colon, polmone e cervice uterina. Abbiamo quindi osservato che, da solo, l’estratto non aveva effetti, ma addizionato ad un particolare complesso a base di aminoacidi, minerali e vitamine, denominato Can, è stato in grado di ridurre la sopravvivenza delle cellule tumorali ed ha portato a distruzione tra il 70 e il 78% delle cellule cancerose nell’arco di 24 ore».  
 
Il passo successivo, sottolinea la ricercatrice, «sarà passare alla fase dei test su animali, con l’obiettivo di arrivare, nell’arco di qualche anno, alla produzione di un nuovo farmaco antitumorale». L’Iss, insieme all’azienda produttrice del composto, annuncia Meschini, «ha depositato il brevetto delle miscela Prunus-Can, e per questo la formulazione potrà essere disponibile a breve come integratore a supporto delle terapie chemioterapiche». 
 
L’estratto miscelato di Prunus, sottolinea il presidente della Società italiana di medicina biointegrata (Simeb) Franco Mastrodonato, «sarà ulteriormente testato dal’Iss nella formulazione di integratore e sarà disponibile, in vendita nelle farmacie su indicazione medica, da maggio-giugno. Ciò è reso possibile sulla base dei test che hanno confermato la non tossicità del composto e previa la registrazione già avvenuta del composto stesso presso il ministero della Salute». Inoltre, «per motivi etici - precisa l’esperto - abbiamo ottenuto che il prezzo a confezione sia assolutamente accessibile, intorno ai 20 euro, rispetto ad un costo inizialmente stimato come molto più elevato».  
 
In occasione dell’Expo di Milano, poi, «lo studio sulle potenzialità del Prunus spinosa trigno - annuncia Mastrodonato - sarà presentato, il 25 giugno, alla comunità scientifica internazionale, nell’ambito di un convegno sulle terapie oncologiche integrate».
 
FONTE: lastampa.it

lunedì 20 aprile 2015

Occhio secco: menopausa, computer e farmaci all’origine del disturbo

Colpisce soprattutto le donne. È un’alterazione dello strato lacrimale che protegge l’organo visivo dovuta alla riduzione della proteina lubrificante Muc5ac

In linea generale è una delle conseguenze negative dell’abitudine di avere spesso a che fare con computer, tablet e smartphone. Ma il problema, nello specifico, riguarda soprattutto chi trascorre otto ore al giorno di fronte a un videoterminale. Le lacrime evaporano, gli occhi bruciano, qualsiasi luce provoca fastidio e si ha la sensazione di custodire un corpo estraneo nell’occhio.  

Quanto influiscono gli ormoni. Sono questi i sintomi associati alla sindrome dell’occhio secco, un disturbo diffuso tra gli anziani, i pazienti allergici e soprattutto tra le donne, anche in ragione di alcune oscillazioni ormonali. A soffrirne sarebbe una su dieci, secondo uno studio pubblicato due anni fa sul British Journal of Opthalmology . Alla base, in ogni caso, c’è una perdita delle lacrime, «fondamentali per proteggere la salute dell’occhio - afferma Stefano Bonini, direttore della cattedra di oftalmologia al Campus Biomedico di Roma -. Distribuendosi sulla superficie oculare, sono responsabili della lubrificazione e della protezione dell’occhio dall’ingresso di sostanze estranee». 

Poche lacrime e molta evaporazione. A causare il disturbo, dunque, è un deficit dello strato lacrimale,provocata da una ridotta produzione o da un’eccessiva evaporazione. È quest’ultima la causa più frequente della sindrome dell’occhio secco: a cui contribuiscono anche l’età avanzata, la menopausa, alcune terapie farmacologiche e l’utilizzo prolungato di lenti a contatto. Analizzando gli aspetti molecolari della sindrome, stando a quanto riportato sulle colonne di Jama Ophtalmology , sarebbe la riduzione della proteina lubrificante Muc5ac a causarne l’insorgenza. Meno ce n’è, come si riscontra in chi lavora molto tempo al pc, più è frequente la diagnosi. Tornando alle abitudini attuali, comunque, sono le alterazioni palpebrali ad aver contribuito a una maggiore diffusione del disturbo. Chi trascorre la maggior parte della giornata di fronte a un pc, riduce la chiusura involontaria delle palpebre: da qui la lubrificazione inadeguata. Stesso discorso vale anche per l’utilizzo eccessivo dei dispositivi mobili attraverso cui condividiamo contenuti sui social network o leggiamo un e-book.  

Come curare questo fastidioso disturbo? Finora si è fatto largo uso delle lacrime artificiali in gocce - il rimedio più consigliato dagli oculisti - e di un deumidificatore, da installare in casa o in ufficio. Gli specialisti consigliano anche di ridurre al minimo l’esposizione a inquinanti ambientali: indossando gli occhiali da sole, ma soprattutto - quando presente - eliminando il consumo delle sigarette. 

Quella molecola fondamentale studiata da Rita Levi Montalcini. Quanto ai farmaci, invece, i ricercatori del gruppo Dompé, stanno valutando l’opportunità di utilizzare la variante umana del fattore di crescita nervoso per la cura dell’occhio secco. La molecola fu scoperta negli Anni 50 da Rita Levi Montalcini e le avrebbe poi fruttato il Nobel per la Medicina. Si tratta di una proteina che contribuisce alla formazione delle fibre (gli assoni) su cui viaggia l’impulso nervoso e che - inserita in un collirio - ha già dato risultati incoraggianti per la cura di diverse patologie oculari: dalla cheratite neurotrofica alla retinite pigmentosa. Il prossimo passo consiste nella cura dell’occhio secco?
 
FONTE: Fabio Di Todaro (lastampa.it)

sabato 18 aprile 2015

Materia oscura, segnali dal lato invisibile dell'universo

Un’immagine dell’Alpha Magnetic Spectrometer (Epa)
 
I dati raccolti, dal 2011 a oggi, dal «cacciatore di materia oscura» Ams. Una rivoluzione per gli scienziati: «Mai nulla di simile»
 
Una sorprendente quantità di antimateria è stata catturata nei raggi cosmici che piovono dal cosmo generando stupore ed eccitazione tra i fisici per le conseguenze che si prospettano fornendo una prima evidenza della materia oscura. I risultati sono stati ottenuti con l'esperimento Ams-02 installato sulla stazione spaziale internazionale e da ieri sono discussi al Cern di Ginevra. «Per la prima volta abbiamo registrato un'inattesa abbondanza di antiprotoni ad alta energia, possibile frutto di un nuovo fenomeno fisico fondamentale e sconosciuto» commenta Roberto Battiston, che con il Nobel Samuel Ting ha diretto la ricerca prima di essere nominato presidente dell'Asi.

Gli antiprotoni hanno rivelato un'energia di 450 GeV (miliardi di elettronvolt) che corrisponderebbe a una particella sconosciuta con una massa da mille a duemila volte più grande di quella del protone. «Una particella del genere - aggiunge Battiston - non riesce a vederla nemmeno l'acceleratore Lhc e potrebbe essere l'effetto di collisioni tra particelle di materia oscura. Quindi sarebbe una prova indiretta della sua esistenza e della sua costituzione».

L'antimateria rappresenta oggi una delle ricerche più affascinanti della fisica per spiegare l'universo. La sua caratteristica fondamentale è quella di avere una carica elettrica opposta a quella della materia normale di cui anche noi siamo costituiti. Se le due vengono a contatto si distruggono a vicenda generando un'immane quantità di energia. Quando l'universo è nato era formato da materia e antimateria ma prevalse la prima formando stelle e pianeti mentre la seconda scomparve lasciando un mistero ancora impenetrabile.

Nei laboratori terrestri, Cern compreso, si producono particelle e atomi di antimateria. La ricerca più ardua si proiettava però nello spazio. Così è nato l'esperimento Ams preparato da 15 nazioni di tre continenti. L'Italia partecipa con l'Agenzia spaziale Asi e con l'Istituto nazionale di fisica nucleare Infn e ha ideato e costruito i rivelatori dello strumento portato sulla stazione spaziale con lo shuttle Endeavour nel 2011 dall'astronauta Roberto Vittori.

La prima fase di lavoro riguardava la caccia all'antimateria elementare che ora, esaminando 70 miliardi di particelle, ha generato l'importante risultato capace di dare un primo parziale identikit di base alla materia oscura così chiamata perché se ne ignora la natura. Questa rappresenta il 26,8 per cento dell'universo e decifrarla è un passo gigantesco tenendo conto che ad essa si aggiunge il 70 per cento di energia altrettanto oscura. La materia visibile ai nostri occhi rappresenta solo il 5 per cento. «Nella seconda fase delle indagini - prosegue Roberto Battiston - si cercheranno antinuclei di elio: sarebbero la testimonianza dell'antimateria primordiale e l'indizio dell'esistenza di stelle e galassie di antimateria nell'universo». Una rivoluzione nella conoscenza.
 
FONTE: Giovanni Caprara (corriere.it)

mercoledì 15 aprile 2015

Sos supergermi: così invincibili da mettere ko gli antibiotici


Molte infezioni potrebbero diventare mortali. “A rischio anche gli interventi e i trapianti”

«Un ritorno agli anni bui della medicina», quando si moriva per una tonsillite. Questo accadrebbe, se rimanessimo senza gli antibiotici, i potenti ssimi farmaci contro le infezioni batteriche. Non è uno scenario apocalittico, ma un rischio concreto di dimensioni planetarie. Stavolta a riaccendere i riflettori è stato un rapporto del governo britannico, secondo il quale l’ondata di batteri capaci di resistere agli antibiotici potrebbe costare la vita a 80mila persone, più o meno quante furono le vittime della Grande Peste di Londra del 1665.  

«Gravi infezioni, oggi considerate trattabili anche banalmente, tornerebbero ad essere una minaccia, in un contesto in cui gli avanzamenti della medicina ci rendono capaci di interventi impensabili fino a qualche anno fa», commenta Marta Ciofi degli Atti, responsabile di Epidemiologia Clinica all’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma. Stiamo infatti mettendo a rischio i successi ottenuti in decenni di ricerca. Anche perché, senza antibiotici, diventerebbero impossibili interventi chirurgici, trapianti, trattamenti oncologici. Sarebbe come essere scaraventati indietro di due secoli - aggiunge - «quando, nel 1847, a Vienna, il medico ungherese Summelweis per la prima volta installò in sala parto una bacinella per il lavaggio delle mani, bloccando il diffondersi della febbre puerperale a causa dei medici stessi». 

Indicazioni terapeutiche.  
Vale allora ricordare che gli antibiotici non possono nulla contro le infezioni virali, come influenza o morbillo, ma «trattano le infezioni da batteri, che possono interessare diversi organi - spiega la dottoressa -. Per esempio, possono essere causate da batteri alcune tonsilliti, polmoniti, cistiti e gli ascessi dentali». 

L’antibiotico-resistenza.  
Esistono varie classi di antibiotici, ognuna con una sua specificità. Se i batteri da inattivare non hanno, per struttura o metabolismo, siti nei quali il farmaco può agire, questo diventa inefficace. La vera antibiotico-resistenza, invece, si sviluppa quando «batteri potenzialmente sensibili sviluppano meccanismi di difesa. Ispessiscono la membrana per impedirne il passaggio, emettono delle sostanze difensive o rompono le molecole del farmaco», aggiunge Maria Teresa Gismondo, direttrice del laboratorio di Microbiologica clinica, virologia e bio-emergenza dell’Ospedale Sacco di Milano. «E più se ne usano, più si selezionano le resistenze: nella terapia antibiotica vengono uccisi i batteri sensibili, mentre i resistenti sopravvivono e di conseguenza si attua una selezione dei ceppi più cattivi». Ecco, così, che l’abuso ci mette nelle condizioni di agire con le armi spuntate.  

I più insidiosi.  
«Tra i batteri peggiori ci sono l’Escherichia Coli e lo Pseudomonas, mentre la resistenza dello Klebsiella Pneumonie è tra il 25 e il 50%. Stesso primato negativo per lo Stafilococco Aureo», sottolinea Ciofi degli Atti. Del resto, secondo lo «European Center for Diseases Control», l’Italia è ai primi posti nella lista dei Paesi europei con la più elevata percentuale di resistenza. «È negli ospedali, dove si eseguono le ricerche più raffinate, che si ottengono più informazioni sull’antibioticoresistenza. Ed è lì che vanno attuati protocolli specifici per certe categorie di pazienti più vulnerabili per limitare i rischi».  

Un’emergenza planetaria.  
Oggi, in Europa, le infezioni da germi multiresistenti causano 25 mila morti l’anno. E, solo nel nostro Paese, secondo la Società Malattie Infettive e Tropicali, i decessi per infezioni contratte in ospedale sono ogni anno tra 5 e 7 mila, con un costo che supera i 100 milioni. E, oltre che per il consumo umano, anche per l’utilizzo eccessivo in ambito veterinario e nell’industria alimentare, l’Italia è ai primi posti.  
E, infatti, all’Organizzazione mondiale della Sanità, che ha di recente parlato di «emergenza globale», ha fatto eco l’altro ieri la ministra della Salute Beatrice Lorenzin, ribadendo la necessità di un’azione concertata che coinvolga strutture ospedaliere, medici e pazienti e definendo «una priorità» la lotta contro questa emergenza. Nel frattempo, negli Usa, dove i batteri resistenti uccidono 23mila americani l’anno, il presidente Barack Obama ha firmato un piano quinquennale di 1,2 miliardi di dollari. Molti gli obiettivi: procedure migliori per il monitoraggio delle infezioni, messa a punto di nuovi test diagnostici in grado di predire immediatamente la risposta dei germi ai trattamenti e sviluppo di nuove categorie di medicinali, oltre al rafforzamento delle collaborazioni internazionali. 

Uso prudente e ragionato.
Le prescrizioni scorrette e le cattive pratiche giocano un ruolo fondamentale nell’inasprire la reazione dei batteri, che rialzano naturalmente la testa ogni volta che si interrompe anzitempo il trattamento. «Se, da una parte, abbiamo dato gli antibiotici per scontato troppo a lungo, limitando la ricerca - ammette Ciofi degli Atti - oggi ci sono nuovi protocolli terapeutici, con farmaci già in uso, e assistiamo anche a inversioni di tendenza, con un decremento di germi resistenti grazie a un utilizzo ragionato dei farmaci». 

Non è una corsa a chi si arma di più.
«È vero che la ricerca di nuove molecole è ferma. Tuttavia non possiamo affidarci unicamente a questa», commenta Gismondo, alla guida di uno dei due ambulatori in Italia in grado di intervenire in caso di un’epidemia di Ebola. «L’uso indiscriminato e la mancanza di una cultura di un’antibiotico-terapia mirata ostacolano una soluzione definitiva, che invece verrebbe dal “rispetto dei batteri”: si tratta della tutela di quelli che albergano nell’organismo (intestino, vagina, bocca e cute), svolgendo una serie di importanti funzioni per la nostra vita. Se, attraverso l’uso degli antibiotici, vengono alterati nei loro equilibri, possono diventare, a loro volta, una causa di infezioni». Soltanto con questi accorgimenti si potrà vincere la battaglia globale. 

FONTE: Nicola Pancera (lastampa.it)

domenica 5 aprile 2015

L’agricoltura diventa bio con funghi e batteri



Dalle loro molecole fertilizzanti e pesticidi a impatto zero

Dal primordiale «sapere» di batteri e funghi arriverà una nuova generazione di pesticidi ed erbicidi per un’agricoltura sostenibile a impatto zero: questi organismi, infatti, producono una miriade di molecole volatili che, «respirate dalle piante», le aiutano a crescere (come i fertilizzanti) e le proteggono da nemici e erbe infestanti (come i pesticidi). 

Questa prospettiva rivoluzionaria è stata raccontata sulla rivista «Trends in Plant Science» da Massimo Maffei dell’Università di Torino e da un team di ricercatori della Fondazione Edmund Mach di San Michele all’Adige. «I composti organici volatili di origine microbica (noti in gergo come “Covm”) possono essere sfruttati come strumenti di lotta biologica, e quindi naturale, per le pratiche agricole», spiega Maffei a «Tuttoscienze». Si tratta di molecole (che emanano profumi o odori) che piante e altri microrganismi possono percepire e poi tradurre in messaggi: un esempio è il «2,3-butandiolo», un composto emesso da alcuni batteri in grado di stimolare la crescita delle piante.  

«Alcuni di questi composti sono già stati sperimentati in campo con risultati incoraggianti - sottolinea Maffei - e sono state realizzate decine di prove sperimentali in laboratorio che hanno permesso di selezionare varie molecole bioattive per applicazioni sia in campo sia in serra». Una volta appreso il «linguaggio» di batteri e funghi e compresi gli effetti dei loro messaggi chimici - aggiunge - si potranno riprodurre le stesse molecole bioattive e biodegradabili per impiegarle al posto dei composti artificiali.
 

«Si deve considerare che le molecole volatili sono il linguaggio chimico più antico sul Pianeta - conclude -. Quando sono apparse le prime piante e i primi animali, batteri e funghi permeavano l’atmosfera con le loro emanazioni da milioni di anni».
 
 
FONTE: Paola Mariano

sabato 4 aprile 2015

Invisibili droni per colpire al cuore il tumore

E’ anche chiamata “chemioterapia intelligente” la nuova tecnica che rilascia più farmaco solo dove serve. Ottimi risultati nel cancro al pancreas e al seno

Gli scienziati l’hanno ribattezzata “chemioterapia intelligente”. E’ quella che agisce solo dove serve. Il segreto? Un nano-drone capace di trasportare il farmaco direttamente al centro delle cellule tumorali. Si chiama tecnologia “nab”, un chemioterapico legato all’albumina formulato in nanoparticelle. I risultati cominciano a dare ragione: l’approccio funziona ed ha portato ad un significativo incremento di sopravvivenza nei pazienti colpiti da tumore del seno (+20%) e del pancreas (+27%) in fase avanzata. E’ questo ciò che emerge dal convegno “Nanotecnologie e Innovazione: nuove frontiere nel trattamento dei tumori” svoltosi nei giorni scorsi a Bari e organizzato da AIOM, l’Associazione Italiana di Oncologia Medica. 

COME FUNZIONA LA NUOVA TECNICA?  
«Le nanotecnologie stanno cambiando radicalmente il tipo di lotta alle neoplasie – spiega il professor Carmine Pinto, presidente nazionale AIOM, l’Associazione Italiana di Oncologia Medica-, perché aprono nuovi orizzonti nella personalizzazione del trattamento. Per la prima volta, infatti si può parlare di chemioterapia target. Una particella di circa 100 nanometri infatti è in grado entrare nella cellula, che ha un diametro compreso fra i 10mila ai 20mila nanometri, e di interagire con il DNA e con le proteine.  

IL FARMACO UTILIZZATO RACCHIUSO NELL’ALBUMINA  
La nuova terapia, nab-paclitaxel, consiste nell’impiego dell’albumina, una proteina umana naturalmente presente nell’organismo in dimensioni nanometriche, in cui viene racchiuso un farmaco chemioterapico (paclitaxel) che viene così trasportato direttamente nella sede del tumore». Attraverso questo approccio è possibile superare la spessa barriera che circonda il cancro e somministrare il farmaco in dosi maggiori rispetto alla formulazione tradizionale (+33%), quindi aumentandone l’efficacia con meno effetti collaterali.  

NEI TUMORI AL PANCREAS SOPRAVVIVENZA AUMENTATA DEL 27 %  
Con il 7% dei decessi il tumore del pancreas rientra tra le prime 5 cause di morte per cancro soltanto nel sesso femminile ma, nelle età di mezzo, occupa il quarto posto tra gli uomini e le donne. «È un nemico insidioso perché in fase precoce non mostra sintomi specifici e solamente il 15-20% dei casi è individuato in stadio iniziale - afferma il dottor Michele Reni, dell’Oncologia Medica IRCCS Ospedale San Raffaele di Milano-. La chirurgia offre l’unica possibilità realistica per curare questa neoplasia. Ma, al momento della diagnosi, circa l’80% dei pazienti si trova in uno stadio in cui non è possibile garantire una radicale resezione chirurgica, perché la malattia è già metastatica o localmente avanzata. In questi casi l’aspettativa di vita media è compresa fra 3 e 6 mesi. Con nab-paclitaxel la sopravvivenza dei pazienti è aumentata del 27%. Si tratta di un risultato davvero straordinario». 

PER IL SENO CE LA FA IL 20% IN PIÚ DEI PAZIENTI IN FASE DI METASTASI  
I buoni risultati per il pancreas non sono isolati. A beneficiarne è anche la lotta al cancro del seno: «La chemioterapia – sottolinea la dottoressa Stefania Gori, segretario nazionale AIOM – costituisce un’arma fondamentale nella neoplasia del seno. Oggi, grazie ai progressi compiuti negli ultimi anni, l’87% delle pazienti guarisce. Però, quando la malattia è in fase metastatica, le opzioni si riducono. Ecco perché è fondamentale disporre di un nuovo trattamento che ha dimostrato di migliorare la sopravvivenza del 20% nella patologia avanzata». 

TUTTO L’«ARSENALE» UTILIZZATO CONTRO IL CANCRO  
L’esempio del nab-paclitaxel non rappresenta però un caso isolato. I primi tentativi iniziarono già 20 anni fa con i liposomi, sfere nanometriche composte di lipidi, al cui interno è possibile incapsulare diversi tipi di molecole. Poi, in una fase successiva, sono arrivate le nanoparticelle di oro e di silicio poroso contenenti il principio attivo. Al momento sono una decina i farmaci oncologici che sfruttano questo approccio. Armi in più che si aggiungono al già ampio arsenale utilizzato per combattere il cancro.

FONTE: Daniele Banfi (lastampa.it)

giovedì 2 aprile 2015

Un gene restituirà i colori ai daltonici

 
Accordo tra Avalanche Biotechnologies e Università di Washington: già sperimentata sulle scimmie, inizia lo sviluppo della terapia per la cura della patologia nell’essere umano
 
Curare il daltonismo attraverso la terapia genica è possibile. A dimostrarlo fu uno studio pubblicato alcuni anni fa sulla rivista Nature ad opera dei ricercatori della University of Washington di Seattle (Stati Uniti). Gli scienziati riuscirono nell’impresa di correggere il difetto in alcune scimmie. Oggi, grazie all’accordo tra l’università e Avalanche Biotechnologies, inizia lo sviluppo della prima terapia per la cura del daltonismo nell’uomo. 

Cos’è il daltonismo?  
Descritto per la prima volta a fine del 1700 il difetto consiste nell’incapacità di distinguere molti dei colori presenti in natura. La principale causa è di origine genetica: il problema risiede nel cromosoma X e per questa ragione è più frequente negli uomini – le donne, possedendo due copie, riescono a sopperire alla mutazione con l’altro cromosoma-. In particolare la mutazione colpisce i coni, le cellule della retina responsabili di trasformare il segnale luminoso in impulso elettrico che viene inviato alla corteccia visiva.  

Lo studio sulle scimmie  
Una delle possibili strategie per eliminare il difetto prevede l’inserimento di nuove cellule prive della mutazione. Ciò è possibile grazie alla terapia genica, un approccio che consente di correggere il difetto genetico mediante l’inserzione di una copia del gene funzionante. Nel 2009 gli scienziati statunitensi riuscirono nell’impresa di correggere il difetto in alcune scimmie. Ciò fu possibile attraverso la somministrazione di un virus, contenente la copia corretta, che una volta “infettato” l’occhio delle scimmie è stato in grado di entrare nei coni correggendoli. Per “consegnare” il gene fu però necessario un rischioso intervento chirurgico sulla retina. Un approccio che rappresenta il vero limite alla tecnica. In questo caso i rischi superano di gran lunga i benefici. 

Primi test sull’uomo entro due anni  
Per ovviare al problema gli scienziati americani stanno ora sviluppando una tecnica alternativa per arrivare a correggere la mutazione. L’approccio consiste nella creazione di un liquido -contenente il gene funzionante- da iniettare direttamente nell’umor vitreo, la sostanza gelatinosa che “riempie” e da forma all’occhio. Con l’accordo tra l’Università di Washington e Avalanche Biotechnologies gli scienziati contano di iniziare i primi test nell’uomo nel giro di due anni.
 
FONTE: Daniele Banfi (lastampa.it)