lunedì 29 giugno 2015

L’inquinamento dell’aria ci fa invecchiare prima

 
La presenza di polveri sottili favorisce la riduzione del volume della materia bianca nei lobi frontale e temporale del cervello
 
L’inquinamento dell’aria accelera il fisiologico processo di invecchiamento del nostro cervello. È questo il risultato di uno studio condotto dalla Keck School of Medicine dell’Università di Southern California a Los Angeles che ha mostrato la presenza in donne anziane residenti in zone ad alto tasso di inquinamento dell’aria di un’atrofia diffusa a carico della sostanza bianca, quella costituita dalle fibre di connessione che viaggiando in profondità collegano aree del cervello anche molto distanti tra loro. 
 
LO STUDIO SU UN CAMPIONE DI DONNE TRA I 71 E GLI 89 ANNI  
L’ampio studio è stato condotto su oltre 1400 donne sane, senza demenza, di età compresa tra i 71 e gli 89 anni. Utilizzando la risonanza magnetica, i ricercatori hanno misurato i volumi di diverse aree cerebrali. Quindi, sulla base dei dati relativi all’inquinamento dell’aria e al luogo di residenza dei partecipanti tra il 1996 e il 2006, hanno stimato l’esposizione di ciascun soggetto alle polveri fini, in particolare il Pm2,5, quella frazione delle polveri con diametro inferiore ai 2,5 micron. Le ridottissime dimensioni rendono questo particolato molto pericoloso per il nostro organismo perché penetra più facilmente nelle vie respiratorie e rimane più a lungo in sospensione nell’aria. 
 
EFFETTI SU MATERIA BIANCA: VECCHIAIA ACCELERATA ANCHE DI 2 ANNI  
L’analisi dei dati compiuta dai ricercatori ha mostrato un’associazione tra livello di inquinanti nell’aria e atrofia cerebrale. Nel dettaglio, si è così visto che, ad ogni aumento di 3.49 microgrammi per centimetro cubo di esposizione cumulativa agli inquinanti, c’era un calo di 6,23 centimetri cubi di materia bianca nei lobi frontale e temporale e nel corpo calloso, pari ad 1-2 anni di invecchiamento del cervello.  
E questi risultati dell’analisi, appena apparsi sulla rivista Annals of Neurology, non cambiano tenendo in considerazione altri fattori che potrebbero influire sul trofismo cerebrale, come lo status socio-economico, gli stili di vita e le condizioni di salute dei soggetti. 
 
Nessuna associazione è stata osservata, invece, tra l’esposizione all’inquinamento atmosferico e la materia grigia, quella composta dai neuroni. «Lo studio dell’impatto degli inquinanti sul cervello umano è un nuovo settore delle neuroscienze ambientali» ha affermato Jiu-Chiuan Chen, professore di medicina preventiva all’USC e responsabile dello studio, finanziato in parte dagli Istituti Nazionali di Sanità americani (NIH). «I nostri risultati sono una prova convincente del fatto che varie aree del cervello che invecchia, in particolare la sostanza bianca, sono un importante bersaglio degli effetti neurotossici indotti dall’esposizione di lungo periodo alle polveri sottili dell’aria». 
 
UNA MINACCIA PER L’INTERO ORGANISMO  
Del resto, i danni dell’inquinamento sul nostro organismo sono studiati da tempo e ne iniziamo a conoscere i meccanismi d’azione. «L’esposizione ad inquinanti aero-dispersi aumenta i processi di infiammazione cronica attraverso meccanismi di stress ossidativo - si tratta di reazioni sistemiche che colpiscono quindi diversi apparati, quello cardiovascolare con aumento della arteriosclerosi, il sistema respiratorio con aumento di patologia cronica ostruttiva e asma, il neurologico con incremento di processi degenerativi sulle funzioni cognitive, cioè demenze» ci spiega il professor Lucchini, docente di medicina del lavoro dell’Università di Brescia e della Mount Sinai School School of Medicine di New York, autore di numerose pubblicazioni scientifiche sull’argomento. 
 
«Ora vengono studiati anche altri possibili effetti su altri apparati e sistemi: immunitario, ormonale - metabolico. In tutti questi casi, alcune categorie di popolazione possono essere a maggior rischio per età, genere, interazioni genetiche ed epigenetiche, alimentazione, stili di vita».  
 
DANNI ECONOMICI PER LA SANITÁ: NEL 2010 SPESI 150 MILIARDI  
Mentre la ricerca indaga sempre più a fondo gli effetti nefasti dell’inquinamento sull’organismo, dalle agenzie internazionali arrivano i bilanci. I costi sanitari dell’inquinamento atmosferico stimati dall’Agenzia Europea per l’Ambiente (Aea) arrivano a cifre dell’ordine di 330-940 miliardi di euro all’anno. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, solo nel 2010, il danno economico dovuto ai problemi di salute provocati dall’inquinamento atmosferico in Italia è costato tra i 50 e i 150 miliardi di euro.  
 
OGNI ANNO 3 MILIONI DI MORTI RICONDUCIBILI A INQUINAMENTO  
Lo studio Global Burden of Disease indica che nel mondo ogni anni sono 3,1 milioni le morti riconducibili all’inquinamento da PM 2.5.  
Nel continente europeo, l’inquinamento atmosferico causa 430mila morti premature e sono complessivamente 7 milioni gli anni di vita persi a causa di mortalità prematura e gli anni di vita produttiva persi a causa di disabilità (il cosiddetto indicatore DALYs usato per quantificare il peso di una malattia). E le polveri sottili e l’ozono causano ogni anno in Italia 67.921 morti. 
 
FONTE: Nicla Pancera (lastampa.it)

domenica 28 giugno 2015

Sindrome del colon irritabile: potrebbe essere colpa del glutine

 

 
I pazienti trattati con una dieta gluten-freehanno visto i sintomi diminuire. Potrebbero essere trattati con una dieta apposita, meno restrittiva dei celiaci
 
Mangiare glutine potrebbe fare male anche a chi è solo “sensibile” a questa sostanza. Sembrerebbe infatti causare alcuni sintomi attribuiti erroneamente alla sindrome del colon irritabile: almeno nel 25 per cento dei casi, dunque in un individuo su quattro. Sono i risultati dello studio Glutox, condotto dall’Associazione Italiana Gastroenterologi e endoscopisti ospedalieri e coordinato dal Centro per la prevenzione e diagnosi della malattia celiaca della Fondazione IRCCS Ca’ Granda Ospedale Maggiore Policlinico di Milano.
 
Lo studio
E’ partito all’incirca un anno fa con l’obiettivo di reclutare nell’arco di 12 mesi un migliaio di persone sofferenti di svariati disturbi intestinali non correlabili però né a celiachia né ad allergia al frumento, escluse rispettivamente dal dosaggio ematico delle transglutaminasi e dalla biopsia intestinale e da test specifici. Scopo dello studio era da un lato verificare la diffusione della sensibilità al glutine e la causa di insorgenza e dall’altro le eventuali implicazioni su patologie di natura gastro-intestinale.
Celiachia e sensibilità al glutine
Spesso sono confuse per la similarità dei sintomi: gonfiore addominale, intestino irritabile, stanchezza generalizzata, mal di testa. A fare la differenza tra le due condizioni sono però almeno tre variabili: i numeri innanzitutto, significativamente più importanti nella sensibilità al glutine; si stima infatti che possa interessare tra il 5-10 per cento della popolazione per lo più femminile tra i 25 e i 45 anni contro solo l’1 per cento della celiachia (sebbene il dato sia sottostimato). Poi la temporalità, la sensibilità al glutine pare una condizione di intolleranza “transitoria” alla proteina contenuta in elevate quantità in frumento, orzo e segale verso uno stato cronico della celiachia. Infine l’intensità della sintomatologia, più lieve e contenuta nella sensibilità al glutine.
 
Errore diagnostico
C’è però, nella sensibilità al glutine, una importante criticità: un possibile errore di valutazione diagnostica. Accade infatti che, nella maggior parte dei casi, sintomi gastrointestinali non apparentemente attribuibili ad altre cause o condizioni patologiche vengano riferiti ad una “sensibilità” alla sostanza. Dunque, la diagnosi avviene semplicemente per esclusione. «Questo disturbo - spiega il dottor Luca Elli, responsabile del Centro per lo studio della celiachia del Policlinico di Milano e coordinatore dello studio Glutox, provoca sintomi clinici simili a quelli della sindrome dell’intestino irritabile come dolore addominale, gonfiore e manifestazioni extraintestinali aspecifiche quali eczemi, prurito, cefalea che solitamente insorgono a breve distanza dall’assunzione di glutine ed altrettanto rapidamente regrediscono in seguito a una dieta ad esclusione. Si pone però il problema che alcuni casi non siano correttamente diagnosticati». Per verificare l’esatta origine della sintomatologia, dipendente cioè dall’ingestione di glutine e non da altra causa, i pazienti dello studio sono stati sottoposti per tre settimane a una dieta gluten-free. Passato questo periodo, l’alimento è stato reintrodotto “in cieco” (cioè solo in una parte casuale dei pazienti contro del placebo nell’altra metà) con il risultato che il 26 di essi tornava a manifestare sintomi gravi. «I risultati della ricerca – precisa Elli – permettono di ipotizzare che questi pazienti potrebbero essere sottoposti a una terapia esclusivamente basata sulla dieta, simile a quella per la malattia celiaca, con remissione dei sintomi».
 
Eccezioni alla regola
In caso di sensibilità al glutine una buona notizia c’è, perché la dieta è meno restrittiva: «Rispetto ai celiaci – conclude Elli - chi soffre di sensibilità alla sostanza, dietro consiglio del medico, potrebbe alternare periodi di astinenza a fasi in cui assumere glutine». Insomma piccole concessioni, ma sempre con moderazione.
 
FONTE: Francesca Morelli (corriere.it)
 
 
 
 
 

giovedì 25 giugno 2015

Vino rosso e frutti di bosco aiutano a perdere peso

 
Studio della Washington State University: uva e frutti di bosco contengono il resveratrolo, un antiossidante ritenuto fonte di giovinezza
 
Un nuovo studio della Washington State University ha stabilito che il vino rosso, grazie ad alcuni suoi ingredienti come i frutti di bosco e l’uva, può aiutare a perdere peso. Tutti infatti contengono un composto, il resveratrolo, un antiossidante ritenuto una vera e propria fonte di giovinezza, già noto per essere attivo nel ridurre il colesterolo Ldl (o cattivo) prevenire le malattie cardiache e cardiovascolari. Ora la ricerca pubblicata sull«International Journal of Obesity», ha stabilito che questo composto è in grado di trasformare il grasso bianco «cattivo», che fa da deposito per le calorie assunte in eccesso e che viene usato quando c’è bisogno di energia extra, in quello bruno «buono» che invece brucia il grasso bianco trasformandolo in calore.  
 
I ricercatori, grazie all’ausilio di topi da laboratorio, hanno fatto assumere alle cavie una quantità di resveratrolo equivalente a quella consumata ogni giorno in 330 grammi di frutta. Ebbene, questi topi hanno perso il 40% del peso rispetto alle altre cavie, che non sono state nutrite con la dieta «verde». Secondo Min Du, ricercatore capo dello studio, «i polifenoli nella frutta, tra cui il resveratrolo, aumentano l’espressione del gene che incrementa l’ossidazione dei grassi alimentari, in questo modo - spiega all’Independent - il corpo non verrà sovraccaricato dai lipidi. L’organismo rimane in equilibrio ed è in grado di prevenire l’obesità e la disfunzione metabolica”.
 
FONTE: lastampa.it

mercoledì 24 giugno 2015

Sofosbuvir, ecco perché il farmaco anti Epatite C in Italia costa una fortuna

 
Secondo la procura di Torino in India il medicinale costa un euro. In Egitto 700. Da noi sarebbero sperimentazione e brevettazione a far lievitare il prezzo
 
Negli scorsi mesi hanno fatto più notizia per il loro prezzo che per la reale efficacia. Stiamo parlando dei “super-farmaci” per la cura dell’epatite C, una malattia che nel nostro Paese colpisce -pur non essendoci dati ufficiali- più di 800 mila persone. Ora la Procura di Torino ha aperto un fascicolo per omicidio colposo e omissione di cure in relazione alle problematiche di sofosbuvir (il primo farmaco ad essere approvato commercializzato con il nome di Sovaldi) e ai suoi costi per il sistema sanitario pubblico. Il dato più contestato vede l’enorme differenza di prezzo tra il nostro Paese e l’India: 45 mila euro a ciclo contro uno a compressa del paese asiatico (la cura dura 3 settimane).  
 
CHE COS’È L’EPATITE C  
L’epatite C è una malattia del fegato causata dal virus HCV che porta ad un’infiammazione generalizzata capace nel lungo periodo di portare a cirrosi e carcinoma epatico. Quasi tutti i trapianti di fegato che si verificano in Italia avvengono su pazienti affetti dalla malattia. La patologia, spesso silente nei primi anni dal momento del contagio, è così diffusa per via delle infezioni contratte principalmente negli anni ’70 e ’80 con l’utilizzo di sangue infetto e materiale non sterilizzato correttamente. 
 
ECCO LE MOLECOLE DISPONIBILI SUL MERCATO  
Negli ultimi 30 anni il trattamento dell’epatite C ha fatto passi da gigante. Sino a poco tempo fa però la percentuale di successo dei farmaci si attestava intorno al 50%. Non solo, le molecole che venivano somministrate spesso portavano a pesanti effetti collaterali per via dell’utilizzo dell’interferone. Da alcuni anni fortunatamente sono state sviluppate diverse combinazioni di farmaci, senza l’utilizzo di interferone, capaci di agire sui differenti meccanismi. Grazie a questo approccio le diverse molecole testate sono riuscite ad eradicare definitivamente il virus, generalmente in 3 settimane, in oltre il 90% dei casi. Successo che, a seconda delle differenti popolazioni sulle quali sono stati testati i farmaci, arriva anche al 98% dei casi. Al momento nel nostro Paese sono state autorizzate daclatasvir (Bristol Myers Squibb), il cocktail “3D” sviluppato dalla statunitense Abbvie, la combinazione ledipasvir/sofosbuvir (Gilead) e simeprevir di Janssen. La molecola oggetto dell’indagine della Procura di Torino è sofosbuvir, la prima ad essere sbarcata sul mercato.  
 
IL CASO DELL’ INDIA NON È ISOLATO: COSTA POCO ANCHE IN EGITTO  
Il farmaco in questione nel nostro Paese viene venduto a 45 mila euro a ciclo di terapia. Il costo, per le persone che rientrano nella categoria degli aventi diritto, è a totale carico del sistema sanitario nazionale. Ovviamente, per via del prezzo, non tutti i malati di epatite C possono accedere alla cura. L’alternativa è comprarlo. Secondo la Procura di Torino in India il prezzo sarebbe di un euro (prezzo talmente basso che induce a pensare si tratti di farmaco non prodotto secondo gli standard). Anche se rappresenta un caso limite, sofosbuvir in altri paesi -non è una novità- costa comunque molto meno rispetto al mercato statunitense ed Europeo. In Egitto -dove la percentuale di persone affette dal virus è altissima- sofosbuvir è stato offerto a soli 700 euro. Una differenza davvero inspiegabile  
se si conta che il costo di produzione non si aggira oltre i 300 dollari.  
 
SPERIMENTAZIONE E BREVETTI ALLA BASE DEI COSTI ELEVATI  
Come affermava già lo scorso anno Luca Pani, presidente dell’AIFA, «Il valore di un farmaco non è mai quello della sua produzione in quanto tale o semplicemente dei milligrammi di principio attivo ma, allo stesso modo, devono essere comprensibili i meccanismi che portano alla definizione del prezzo finale tenendo conto per esempio degli investimenti in sviluppo clinico, sperimentazioni e anche della ragionevole protezione brevettuale. Quello che pare poco chiaro è come l’azienda produttrice abbia determinato il prezzo del Sofosbuvir, che risulta, secondo le stime AIFA, comunque più elevato del previsto anche considerando i costi di sviluppo e di produzione». 
 
ADESSO FORSE COMINCERANNO I «VIAGGI DELLA SPERANZA»  
La speranza, con l’immissione in commercio di sempre più molecole concorrenti, è quella che i prezzi comincino a calare. Una prospettiva per nulla scontata poiché spesso il costo dei farmaci analoghi o di efficacia superiore è dettato dal prezzo di riferimento del primo ad essere immesso sul mercato. Nel caso di sofosbuvir il prezzo negoziato negli Stati Uniti –primo Paese ad approvarlo- gli oltre 40 mila dollari hanno fatto “cartello” (pur con le dovute differenze nella negoziazione) per gli altri Stati. Il rischio ora è quello di viaggi della speranza o acquisti online. Canali non ufficiali in cui il pericolo della truffa è dietro l’angolo. 
 
CHI NON HA ACCESSO ALLE CURE POTREBBE MORIRE  
Un altro dei dati contestati dalla Procura di Torino riguarda 24 casi di morti ai quali non è stata somministrata la cura. Nell’attesa degli sviluppi il parere degli esperti è però unanime: idealmente le persone da trattare dovrebbero essere tutte quelle affette dal virus ma al momento la scelta è ricaduta sugli individui con patologia in stato avanzato. In un’ottica a lungo termine però bisognerebbe intervenire subito: curare precocemente significherebbe eradicare il virus prima che arrivi a danneggiare irreversibilmente il fegato. Questo, sul lungo periodo, permetterebbe di risparmiare notevolmente poiché la persona non andrà più incontro a cirrosi e trapianto di fegato.
 
FONTE: Daniele Banfi (lastampa.it) 

martedì 23 giugno 2015

Quel gene da riattivare per battere il cancro al colon

 
Sperimentata nei topi la tecnica consiste nell’inserire una porzione di Dna capace di interrompere la crescita del tumour
 
Nella lotta al cancro ogni arma è lecita. Chirurgia, radioterapia, chemio e immunoterapia sono i pilastri su cui si fonda la cura delle malattie oncologiche. Validi approcci che forse un giorno verranno affiancati da una nuova strategia molto simile alla terapia genica. In uno studio pubblicato dalla rivista Cell, opera dei ricercatori della Weill Cornell Medical College di New York, è stato dimostrato che è possibile far regredire un tumore del colon retto (la sperimentazione è avvenuta nel topo) semplicemente inserendo un gene capace di arrestarne la crescita. 
 
Sotto controllo il gene APC  
Per arrivare allo straordinario risultato gli scienziati americani hanno analizzato tutti i geni che sono alterati nel tumore del colon. Dalle analisi è emerso che in oltre il 90% dei casi il gene APC risulta totalmente inattivo. Solitamente il suo ruolo è quello di regolare una serie di reazioni a livello cellulare responsabili della replicazione cellulare. Quando esso non funziona la cellula è libera di dividersi più volte in maniera incontrollata proprio come avviene nel cancro. 
 
Correggere il difetto per fermare la crescita  
Partendo da questa evidenza i ricercatori hanno inserito all’interno del tumore che affliggeva i topi una copia funzionante del gene APC. Il risultato è stato immediato: il tumore è regredito sino a sparire nel giro di due settimane. Non solo, la funzionalità intestinale è tornata alla norma e a distanza di sei mesi non si sono registrate nuove manifestazioni della malattia. 
 
La futura applicazione nell’uomo  
I risultati ottenuti nei topi sono molto promettenti ma sfortunatamente -come fanno notare i ricercatori- al momento è impensabile riuscire ad inserire un gene perfettamente funzionante all’interno di tumori del colon nell’uomo. Ciononostante la ricerca degli scienziati statunitensi fornisce importati indicazioni sul trattamento di questa forma tumorale. Un’idea potrebbe essere quella di sfruttare alcune molecole in grado di influenzare l’espressione di APC e delle reazioni ad esso correlate in modo da riattivarne parzialmente la funzione. Questo potrebbe portare -in associazione alle cure già disponibili- ad un miglioramento nel trattamento del cancro del colon-retto in cui APC è assente. 
Twitter @danielebanfi83
 
FONTE: Daniele Banfi (lastampa.it)

lunedì 22 giugno 2015

Il potere di un amminoacido contro l’epilessia

 
Si chiama D-Leucina ed è in grado di bloccare i sintomi della malattia. I risultati sperimentali in laboratorio pubblicati su Neurobiology of Disease. Presto i test sull’uo
 
La D-Leucina è in grado di ridurre i sintomi della malattia. Sperimentata con successo nei topi potrebbe essere utilizzata dove i farmaci tradizionali falliscono 
Come curare le persone che soffrono di forme di epilessia che non rispondono ai farmaci? Semplice, con la dieta. Anche se l’idea non è nuova -i tentativi sono in atto ormai da anni- un gruppo di ricercatori della Johns Hopkins University School of Medicine ha scoperto che somministrando l’amminoacido D-Leucina è possibile prevenire le scariche epilettiche. I risultati, per ora ottenuti in via sperimentale nei topi, sono stati pubblicati dalla rivista Neurobiology of Disease.  
 
I SINTOMI DELLA MALATTIA: BISOGNA CONTROLLARE ALIMENTAZIONE  
Le persone affette da epilessia sono oltre 65 milioni nel mondo. I trattamenti ad oggi disponibili hanno come meccanismo d’azione il blocco della scarica elettrica anomala. Di forme ne esistono a decine e ognuna ha un’origine e meccanismo d’azione differente. Purtroppo, anche se i farmaci funzionano molto bene, un terzo delle persone affette da epilessia non risponde ai trattamenti. Negli anni diversi studi hanno evidenziato che attraverso l’alimentazione – ad esempio alcune dieta ricche di grassi- è possibile migliorare sensibilimente i sintomi della malattia. 
 
LA LEUCINA PROTEGGE IL CERVELLO  
Partendo da questa evidenza gli scienziati hanno pensato di testare alcuni amminoacidi in quanto il corpo, metabolizzandoli, produce molecole molto simili a quelle prodotte con la dieta ad alto contenuti di grassi. Tra i tanti è emerso che la D-Leucina -normalmente assunta attraverso gli alimenti- è capace di proteggere il cervello dalle scariche epilettiche. Nello studio -per ora svolto su animali da laboratorio- gli scienziati hanno trattato preventivamente un gruppo di topi somministrando l’amminoacido in questione. Successivamente -inducendo una scarica epilettica- è stato osservato che gli animali pre-trattati con la leucina risultavano avere meno convulsioni -e di entità inferiore- rispetto al gruppo non trattato. Non solo, dalle analisi è emerso che l’effetto della leucina è anche di carattere sedativo. Confrontata con diazepam, una molecola che viene somministrata durante le crisi, la leucina si è dimostrata agire più velocemente. 
 
RISULTATI ORA DA CONFERMARE NELL’UOMO  
Come spiega il professor Adam Hartman, uno degli autori dello studio, «Negli ultimi 50 anni i trattamenti per l’epilessia non hanno fatto grossi passi da gigante. E’ per questo che c’è una forte esigenza di nuove terapie in particolare per le persone resistenti ai farmaci». I risultati ottenuti aprono ora la speranza a nuovi trattamenti per questa malattia. Una potenziale cura a base di un semplice amminoacido. 
 
FONTE: Daniele Banfi (lastampa.it)

domenica 21 giugno 2015

Farmaco per l’osteoporosi possibile arma contro il diabete

 
Una molecola capace di promuovere lo sviluppo delle cellule che producono insulina. Positivi i test nei topi. A breve i primi trials nell’uomo
 
Gli americani lo chiamano “Drug Repositioning”, riposizionamento del farmaco. Per le aziende farmaceutiche è manna dal cielo: molecole studiate e testate per una determinata malattia si rivelano efficaci anche in altre. E’ quello che potrebbe accadere a denosumab, un anticorpo utilizzato principalmente per il trattamento dell’osteoporosi. Secondo uno studio pubblicato sulle pagine della rivista Cell Metabolism –opera dei ricercatori della Icahn School of Medicine at Mount Sinai di New York (Stati Uniti)- la molecola in questione è in grado –per ora nei topi- di stimolare la crescita delle cellule che controllano i livelli di insulina. 
 
I numeri del diabete  
 
Il diabete di tipo 1 è una patologia che colpisce prevalentemente i giovani. Secondo le ultime statistiche dell’Organizzazione Mondiale della Sanità a soffrirne sarebbe circa il 3% della popolazione mondiale. A differenza del diabete di tipo 2, di gran lunga più diffuso e associato a scorretti stili di vita, quello giovanile appartiene alla categorie delle malattie autoimmuni. Le persone che ne soffrono subiscono la progressiva distruzione, ad opera del proprio sistema immunitario, delle cellule del pancreas che producono l’insulina. Ecco perché trovare il modo per ristabilirne la produzione potrebbe essere la strategia vincente per evitare di assumere l’ormone per tutta la vita. 
 
Togliere il freno che impedisce la crescita cellulare  
 
Da diverso tempo gli scienziati sono al lavoro nel tentativo di riattivare le cellule che producono insulina. Precedenti studi del gruppo statunitense hanno identificato un meccanismo comune che porta alla mancata crescita sia delle cellule del pancreas sia di quelle ossee. Meccanismo che nel caso dell’osteoporosi può essere facilmente interrotto attraverso l’utilizzo dell’anticorpo denosumab. In particolare il farmaco è in grado di rimuovere quel “freno” che non permette alle cellule delle ossa di rimodellarsi. Avendo un meccanismo comune gli scienziati della Mount Sinai hanno pensato di utilizzare lo stesso farmaco in topi con diabete. Dalle analisi è emerso che la somministrazione della molecola ha indotto la produzione di nuove cellule deputate alla produzione di insulina. 
 
Esperimenti nell’uomo  
 
I risultati ottenuti aprono ora interessanti prospettive terapeutiche. Secondo gli autori dello studio esiste la concreta possibilità che denosumab possa essere utilizzato anche nel trattamento del diabete. Già nel 2013 sono stati avviati alcuni studi per valutare gli effetti della molecola sulla glicemia. Dai dati preliminari non si è verificato nessun effetto ma lo studio non prevedeva il trattamento di donne affette contemporaneamente da osteoporosi e diabete. Essendo il farmaco già approvato è lecito pensare che l’iter che porterà alla sperimentazione dell’anticorpo nei pazienti diabetici avverrà in tempi brevi. 
 
FONTE: Daniele Banfi (lastampa.it)

mercoledì 17 giugno 2015

Metodo Stamina, il gup: «E' un'enorme truffa scientifica»



Il metodo Stamina è «un'enorme truffa scientifica». Lo definisce così il gup torinese Potito Giorgio, nelle motivazioni della condanna a sei mesi di Carlo Tomino, componente dell'Aifa, e a due anni di Marcello La Rosa, ex socio di Davide Vannoni. «L'attività - scrive il gup - si è sempre svolta al di fuori dalla normativa vigente».
Vannoni, nello stesso procedimento svoltosi col rito abbreviato, ha patteggiato una condanna a un anno e dieci mesi. Hanno patteggiato anche altri sei imputati, mentre i medici degli Spedali Civili di Brescia, andranno a processo con rito ordinario nel giugno 2016. «Emerge chiaramente - scrive il gup Giorgio - come l'attività del gruppo Vannoni, per tutto il periodo in cui si è protratta (ossia tra il 2007 e il 2014) ed in tutte le sedi in cui si è dislocata, si sia sempre svolta del tutto al di fuori della normativa vigente, presentando peraltro aspetti di segretezza incompatibili con le più elementari regole deontologiche che dovrebbero disciplinare l'attività medica».

Dopo avere ripercorso il contenuto delle consulenze tecniche disposte durante il processo, il giudice conclude che «si deve ritenere che sia stata raggiunta la prova non solo all'inutilità e della mancanza di fondamento scientifico del cosiddetto metodo Stamina, ma anche alla potenziale nocività e pericolosità dello stesso».
 
FONTE: ilmessaggero.it

martedì 16 giugno 2015

Primo morto in Europa per Mers. Dobbiamo temere il virus?


La sindrome respiratoria del Medioriente ha fatto già 19 vittime in Corea del Sud. Ora un decesso anche in Germania. L’esperto del Sacco di Milano spiega la situazione
 
Le autorità tedesche lo confermano: un uomo di 65 anni è morto in Germania per complicazioni da sindrome respiratoria del Medio Oriente (Mers), un virus molto aggressivo e letale identificato per la prima volta in Arabia Saudita nel 2012. L’uomo sarebbe entrato in contatto col virus in febbraio durante una vacanza negli Emirati Arabi Uniti. Il decesso risale al 6 giugno scorso nella città di Ostercappeln, nel Nord Reno Westfalia.  
 
19 DECESSI, MA QUELLO IN GERMANIA FORSE PER COMPLICANZE  
La notizia della preoccupante vicenda, confermata dalle autorità tedesche, fa paura. I dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità indicano che i decessi sono stati 19 e il numero dei contagi è arrivato a 154 (di cui 17 dichiarati guariti). «A così tante settimane dal contagio, il decesso del paziente tedesco potrebbe essere l’esito di complicanze che si erano già verificate in febbraio, molto probabilmente di natura respiratoria, che a loro volta sono la causa di ulteriori complicanze» spiega Maria Rita Gismondo direttrice del laboratorio di Microbiologica clinica, virologia e bio-emergenza dell’Ospedale Sacco di Milano. «Inoltre, potrebbe trattarsi di un soggetto non perfettamente immunocompetente, ovvero dalle insufficienti risorse immunologiche, ed escludendo la possibilità di precarie condizioni ospedaliere».  
 
É A CONTAGIO AEREO DUNQUE PIÚ TEMIBILE DI EBOLA  
Il decesso in territorio europeo è un segnale allarmante. Non vuole essere una Cassandra, Maria Rita Gismondo pesa le parole: «Attenzione perché abbiamo a che fare con una malattia a contagio aereo e ciò la rende più temile di Ebola (il Sacco è il centro di riferimento italiano dell’Oms per Ebola, ndr), facilmente circoscrivibile in aree geografiche». E aggiunge: «Dopo questo outbreak, non sono da escludere futuri casi simili in varie altre zone del mondo».  
 
«CI VOGLIONO SUBITO SERI CONTROLLI AGLI AEROPORTI»  
Fin qui, il paese più colpito dal virus è la Corea del Sud, dove non sono state poste limitazioni alla circolazione. «Non credo che queste misure verranno più introdotte per le enormi ricadute sull’economia, come fu evidente con la SARS; inoltre, nessun organismo, neppure l’Oms, ha il potere sovranazionale di imporle ai singoli paesi» commenta la Gismondo, che lancia quindi un appello a non sottovalutare la situazione. «Tutti questi aspetti indicano che bisogna agire subito, con seri ed efficaci controlli in aeroporto per chi proviene da quei paesi, come l’Arabia Saudita, la Cina e la Corea».  
 
PER ORA STESSE TERAPIE CHE FURONO USATE PER LA SARS  
I risultati delle analisi mostrano che il ceppo virale presente in questi paesi diversi è unico e non è andato incontro a mutazioni, ha fatto sapere l’Oms. Intanto in due ospedali della Corea del Sud si sta sperimentando – in aggiunta ai trattamenti standard - una terapia a base di plasma di persone guarite, strategia che fu tentata anche su alcuni pazienti con un altro virus della stessa famiglia (coronavirus), quello della SARS Sindrome Respiratoria Acuta Grave: «Una terapia che ricorda gli albori della microbiologia: si tratta di un’immunizzazione passiva attraverso l’inoculamento nei pazienti di plasma con anticorpi sviluppati da altri soggetti, come facemmo con Ebola» spiega la Gismondo che studiò il modo di clonare tali anticorpi per poterne disporre su larga scala. 
 
IN SUD COREA MOLTE PERSONE TENUTE IN ISOLAMENTO  
Nel frattempo, in Corea del Sud continuano le misure volte alla riduzione del rischio di un’ulteriore trasmissione della malattia, con centinaia di persone in isolamento e il numero dei contagi che pare essere in diminuzione. 
 
FONTE: Nicla Pancera (lastampa.it)

venerdì 12 giugno 2015

Scoperto «interruttore genetico»

 
 
Ricercatori giapponesi hanno individuato un gene che decide il destino sessuale delle cellule riproduttive. Ulteriore passo per il controllo delle tecniche alla base della realizzazione di gameti artificiali
 
C’è un “interruttore” genetico che decide il destino sessuale delle cellule riproduttive. In altre parole, determina se queste ultime diventeranno un ovulo o uno spermatozoo. L’interruttore è un gene che si chiama fox 13 ed è stato individuato da gruppo di ricercatori giapponesi nel pesce del riso, un piccolo pesce di acqua dolce chiamato anche medaka. La ricerca è pubblicata su Science Express.
I segnali
I biologi dell’Istituto Nazionale di Biologia coordinati da Toshiya Nishimura hanno scoperto che il gene fox 13 è attivo solo nelle cellule germinali e non nelle altre cellule degli organi riproduttivi. Il compito di questo gene è di lanciare, nelle cellule riproduttive delle femmine, un segnale che impedisce l’avvio della formazione di spermatozoi. Successivamente gli studiosi hanno “spento” questo gene nei pesci femmina e , come risultato, le ovaie hanno cominciato a produrre spermatozoi, accanto a piccole quantità di cellule uovo. Questi spermatozoi sono risultati in grado di fecondare ovuli. L’aspetto del corpo del piccolo pesce, però, ha conservato le caratteristiche femminili. Il risultato, secondo gli autori, indica che le cellule germinali non hanno bisogno di stare negli organi riproduttivi maschili per diventare spermatozoi. 
La differenziazione
«I ricercatori giapponesi – commenta Carlo Alberto Redi, professore di biologia dello sviluppo dell’Università di Pavia – hanno trovato un elemento, il gene fox 13 , che si inserisce in una circuiteria di geni i quali, insieme, governano la differenziazione di una cellula, cioè fanno sì che un gamete si trasformi in un ovulo o in uno spermatozoo. Evidentemente il fox 13 ha una posizione gerarchica particolare se è in grado, una volta silenziato, di far produrre spermatozoi da un pesce femmina». Il pesce è un vertebrato e, anche se è lontano dai mammiferi, può comunque rappresentare un modello interessante per l’avanzamento delle ricerche in questo campo. Che possono avere ripercussioni importanti nel campo della zootecnia e anche in quello che riguarda la salute umana.
 
Gameti artificiali
«Oggi è possibile – aggiunge Redi – costruire gameti artificiali partendo da fibroblasti della pelle. E non solo nel topo, ma anche nell’uomo. Come dire che da una cellula somatica di un individuo di sesso maschile si può arrivare alla produzione di un ovulo. E viceversa: da quella di una femmina è possibile ricavare uno spermatozoo». È facile ipotizzare come queste scoperte possono essere sfruttate per curare molte forme di sterilità, ma aprono anche la strada a nuove forme di genitorialità.
 
Fonte corriere.it

giovedì 11 giugno 2015

Via libera ai superfarmaci anticolesterolo

 
La Food and Drug Administration dà parere favorevole alle nuove sostanze capaci di far scendere i grassi “cattivi” nel sangue fino al 70%: potrebbero entrare in commercio già entro un anno in Italia
 
Anche gli americani sono pronti ad accogliere i nuovi «superfarmaci» che abbattono il colesterolo, sposando il modello europeo del «più basso è, meglio è». Un panel di esperti della Food and Drug Administration, l’agenzia americana che regola i farmaci, ha infatti già dato parere positivo all’approvazione di uno dei due farmaci anti-colesterolo che potrebbero ridurre drasticamente gli eventi cardiovascolari, come l’infarto. Il primo candidato è alirocumab, prodotto dalla Sanofi e dalla Regeneron Pharmaceuticals, su cui il comitato di esperti si è già espresso positivamente. Il secondo candidato è evolucumab, già approvato in via preliminare dall’Agenzia Europea dei Medicinali. La casa farmaceutica produttrice di evolucumab, Amgen, ha presentato ieri i dati clinici agli esperti, da cui ora si aspetta il parere. In base alle conclusioni del panel, l’Fda prenderà una decisione definitiva. Sanofi ha acquistato uno speciale voucher di 67,5 milioni di dollari per accelerare le procedure di autorizzazione e potrebbe avere una risposta già entro il 24 luglio. Amgen, invece, potrebbe avere una risposta entro il 27 agosto. In Italia evolucumab, forte dell’approvazione dell’agenzia europea, potrebbe esser commercializzato già entro un anno. 
 
Le attuali statine  
 
«La posta in gioco è molto alta», sottolinea Alberto Margonato, primario di cardiologia clinica e terapia intensiva coronarica all’Irccs Ospedale San Raffaele di Milano. «Oggi sono due i farmaci – continua - che aiutano a tenere sotto controllo il colesterolo: le statine, che inibiscono la sintesi del colesterolo, e l’ezetimibe che inibisce l’assorbimento. Entrambi non sono sempre sufficientemente efficaci e le statine spesso non sono tollerate, in quanto possono provocare debolezza muscolare». I nuovi farmaci sarebbero più efficaci e con meno effetti collaterali «Sono anticorpi monoclonali che hanno come target la proteina Pcsk9 che ha un ruolo strategico nel metabolismo del colesterolo Ldl», spiega Michele Gulizia, presidente dell’Associazione nazionale medici cardiologi ospedalieri. «Questi anticorpi, ”spegnendo” Pcsk9, aumentano la disponibilità di recettori Ldl sulla superficie delle cellule del fegato che si occupano di eliminare il colesterolo Ldl», aggiunge. I farmaci vengono somministrati attraverso delle iniezioni ogni due settimane o una volta al mese, a seconda della formulazione. Le aziende hanno chiesto l’approvazione all’uso per tre gruppi di pazienti: quelli con alti livelli di colesterolo Ldl che non traggono abbastanza benefici dalle statine; le persone ad alto rischio che hanno già avuto un infarto o hanno il diabete e che non rispondono bene alle statine; e le persone con alti livelli di Ldl che non tollerano le statine. «I dati disponibili dimostrano che questi farmaci hanno una potenza mostruosa sia in associazione con le statine che da soli - dice Margonato -. In un soggetto in terapia, l’aggiunta di questi anticorpi monoclonali riduce il colesterolo Ldl del 70%». Bisognerà però aspettare il 2017 prima di avere qualche dato in più sul legame tra questi farmaci e il rischio di infarto e morte, perché sono ancora in corso studi clinici più ampi. «Su evolucuman i risultati degli studi Osler 1 e Osler 2 hanno dimostrato - riferisce Gulizia - un dimezzamento del rischio cardiovascolare: la riduzione di Ldl è stata più che significativa, del 61%, mentre la riduzione del rischio relativo di sviluppare eventi cardiovascolari è stata di oltre il 53%». Forse l’ostacolo più importante sarà quello economico. «Sono costosissimi e questo potrebbe allungare i tempi per l’approvazione, specie in Italia». 
 
 

lunedì 8 giugno 2015

Cancro, è una bimba la prima paziente curata coi protoni

 
L’innovativa soluzione terapeutica è stata resa possibile grazie alla collaborazione tra Ospedale pediatrico Bambino Gesù e Azienda provinciale per i servizi sanitari (Apss) di Trento
 
Nuovo approccio a Roma contro i tumori pediatrici. Una bambina di 9 anni affetta da cordoma - un tipo raro di tumore che di solito insorge nel sacro o nella base cranica, cioè ai due estremi della colonna vertebrale, con un’incidenza dello 0,5 per milione di persone - ha iniziato per la prima volta in Italia un trattamento con protonterapia, una forma di radioterapia basata su fasci di protoni, anziché di fotoni, più precisa e meno dannosa per i pazienti.  
 
L’innovativa soluzione terapeutica è stata resa possibile grazie alla collaborazione tra Ospedale pediatrico Bambino Gesù e Azienda provinciale per i servizi sanitari (Apss) di Trento. La terapia con protoni rappresenta un approccio all’avanguardia per il trattamento dei tumori, ricordano dal Bambino Gesù. Nel mondo sono 48 i centri che la utilizzano. La proton therapy consiste nel colpire il tumore con fasci di particelle subatomiche (protoni) prodotti da un acceleratore simile, con le debite proporzioni, a quello del Cern di Ginevra.  
 
Gli studi, seppur iniziali e limitati nel numero, dimostrano l’efficacia di tale approccio anche per i tumori pediatrici. Si tratta di una metodica efficace almeno quanto la radioterapia classica, ma con minori effetti tossici a lungo termine che, soprattutto nel caso dei bambini, possono portare allo sviluppo di altre patologie, anche gravi. La piccola paziente, prima di poter essere sottoposta a protonterapia, ha effettuato un complesso percorso diagnostico e clinico, culminato con l’asportazione chirurgica di una porzione del tumore che aveva alla base del cranio. Proprio a causa della peculiare localizzazione della neoplasia, l’équipe di Franco Locatelli, responsabile dell’Oncologia pediatrica del Bambino Gesù, ha deciso di sottoporla alla nuova metodica. La classica radioterapia, infatti, avrebbe avuto effetti collaterali troppo pericolosi tenendo conto della zona su cui sarebbero stati diretti i fasci radianti. In tutto saranno effettuate 41 frazioni (dal lunedì al venerdì) per un totale di circa 2 mesi di trattamento.
 
FONTE: lastampa.it
 
 

sabato 6 giugno 2015

La pila più potente è trenta volte più piccola

 
La microbatteria sviluppata all’Università dell’Illinois (da engineering.illinois.edu)
 
È in grado di immagazzinare energia mille volte più velocemente delle tecnologie attuali
 
È tanto piccola quanto potente la batteria sviluppata all’Illinois University di Urbana-Champaign. Di pochi millimetri, potrebbe alimentare un cellulare o riavviare un’auto in panne. E ricaricarsi in un batter d’occhio. Per realizzarla, i ricercatori hanno ridisegnato la microstruttura interna, inserendo un catodo a ricarica rapida e sviluppando un nuovo processo d’interazione con l’anodo corrispondente.
 
Ricarica rapida
 
Così sono riusciti a ottenere - sostengono - batterie trenta volte più piccole che possono immagazzinare energia mille volte più velocemente delle tecnologie attuali, e anche rilasciarla a una potenza trenta volte maggiore. Oltre all’elettronica di consumo, la nuova scoperta potrebbe favorire la miniaturizzazione e il miglior funzionamento di dispositivi medici, laser, sensori e tutto quanto richieda una fonte di alimentazione rapida. I ricercatori stanno ora lavorando per produrre la microbatteria a costi contenuti.
 
FONTE: Cristina Pellecchia (corriere.it)

martedì 2 giugno 2015

Diagnosi di malattia? Te la faranno i batteri

 
Grazie ai microrganismi sarà presto possibile rilevare la presenza del diabete attraverso le urine. La tecnica potrebbe essere usata anche per individuare metastasi
 
Esame del sangue addio, almeno per il diabete. Un gruppo di ricercatori dell’Università di Montpellier (Francia) è riuscito nell’impresa di trasformare alcuni batteri al fine di rilevare l’eccesso di glucosio nelle urine. Così facendo sarà possibile diagnosticare il diabete sfruttando il cambiamento di colore generato dai batteri. Non solo, grazie allo stesso approccio un gruppo di scienziati del MIT di Boston (Stati Uniti) ha sviluppato un metodo in grado di scoprire –sempre nelle urine- la presenza di eventuali cellule tumorali. I risultati degli studi sono stati pubblicati dalla rivista Science Translational Medicine. 
 
Alleanza uomo-microrganismi  
Gli addetti ai lavori li chiamano “biosensori”. Tecnicamente si tratta di elementi di origine biologica in grado di modificare la propria attività segnalando così il cambiamento di un determinato parametro. Le cellule -solitamente i batteri- sono particolarmente in grado di rispondere e adattarsi al loro ambiente e per questa ragione possono essere manipolate geneticamente per fornirci informazioni utili. Dei veri e propri “sensori batterici”. 
 
L’urina che cambia colore  
Lavorando a questo tipo di tecnologia gli scienziati francesi sono riusciti nell’intento di modificare il microrganismo Escherichia coli al fine di farlo rispondere ai differenti livelli di glucosio nelle urine. Il principio di funzionamento è molto semplice: quando i livelli di glucosio superano un valore limite il batterio -aggiunto al campione di urina attraverso delle microsfere di gel- degradando lo zucchero presente causa il cambiamento di colore del campione. Testato su alcune persone affette da diabete la tecnologia si è dimostrata efficace. 
 
Così i batteri scoprono le metastasi  
Ma le novità non finiscono qui perché grazie ai biosensori sarà forse possibile individuare nelle urine anche la presenza di eventuali metastasi. Ciò è stato possibile, per ora a livello sperimentale nei topi, ingegnerizzando Escherichia coli in modo tale da fargli produrre un particolare enzima –rilevabile con un cambiamento del colore delle urine- quando viene a contatto con cellule cancerose. Nello studio gli scienziati di Boston hanno somministrato il microrganismo ad un gruppo di topi affetti da tumore in fase metastatico. Successivamente, analizzando le urine, i ricercatori hanno individuato l’effettiva presenza di metastasi misurata grazie al cambiamento di colore. Un risultato importante che mostra quanto l’utilizzo dei biosensori potrebbe rivoluzionare il campo della diagnosi laddove, per carenza di infrastrutture, non è ancora possibile accedere ai più comuni esami di laboratorio. 
 
FONTE: Daniele Banfi (lastampa.it)

lunedì 1 giugno 2015

Cancro, battere il tumore sfruttando la forza dei virus-chimera

Cancro, battere il tumore sfruttando la forza dei virus-chimera
 
A Chicago oltre 30 mila specialisti riuniti al congresso americano di oncologia. Applausi e ovazioni per gli esiti dei primi test sulle nuove strategie: l'attacco alle cellule cancerose portato con mix di virus potenziati con geni immunitari terzi e le molecole che risvegliano le difese del sistema immunitario 'addormentate' dall'attacco della malattia
 
Due nuove e promettenti strategie di terapia del cancro. Puntano ambedue sul sistema di difesa immunitario, ma in modi opposti. La prima, svegliandolo da quella sorta di torpore indotto dal tumore stesso e restituendo a globuli bianchi e anticorpi la capacità di aggredire il male. La seconda, invece, stimola direttamente il sistema immunitario con le stesse sostanze che usa il corpo a questo scopo. E per portare questi stimolanti naturali nel tumore sfrutta dei virus-chimera, generati dalla fusione, ad esempio, di quello del raffreddore con quello della poliomielite. Inoltre i virus-chimera attaccano le cellule cancerose, inceppando i loro meccanismi vitali.

Sono queste le principali novità che stanno animando la 51° edizione del congresso dall'American Society of Clinical Oncology, il congresso medico più affollato del mondo - 30 mila specialisti presenti - che stanno discutendo qui a Chicago oltre 5 mila ricerche dedicate esclusivamente alle terapie farmacologiche. Animando, perché i risultati delle sperimentazioni sull'uomo di queste cure a base di farmaci biotech e virus Ogm, manipolati geneticamente, hanno suscitato applausi e ovazioni che non si vedevano da tempo. Ci vorranno ancora anni perché si concludano le ulteriori sperimentazioni necessarie all'entrata nella pratica clinica, ma la sensazione è di essere a una svolta nella guerra al cancro.

I VIRUS-CHIMERA
Sui virus-chimera, o oncolitici (che distruggono il tumore), si lavora da decenni. Nascono dall'osservazione che alcuni virus attaccano selettivamente le cellule cancerose, ma non sono aggressivi, infettano poche cellule, insufficienti per ottenere un effetto terapeutico. Di qui le ricerche per rendere questi virus molto infettivi unendoli con quelli che aggressivi e infettivi lo sono di natura, come gli adenovirus del raffreddore. Inoltre, dalla recente scoperta dei segnali con cui il sistema immunitario manda l'ordine di attacco alle sue "truppe" (globuli bianchi), e dei geni che producono questi segnali, è nata l'idea di farli portare da virus direttamente dove servono, nel tumore. Mettendoli appunto nei virus-chimera.

Il risultato sono microrganismi inesistenti in natura, metà di un virus metà di un altro (chimera appunto) e con l'aggiunta di geni immunitari di un'altra specie (e quindi sono anche Ogm). Iniettati nel tumore in animali da laboratorio, provocano prima una strage di cellule cancerose uccise direttamente dai virus. Poi il sistema immunitario, scatenato dai fattori stimolanti, elimina il tumore.

La Food and Drug Administration, l'ente che autorizza i farmaci negli Stati Uniti, ha appena dato il via libera a una linea di ricerca sull'uomo di un "farmaco a base di virus" contro il melanoma. Fare in modo che questi "mostri" diventino delle cure efficaci non sarà facile. Alcuni si sono rivelati troppo deboli, mentre altri hanno suscitato reazioni troppo potenti, dannose, a volte mortali. Ma si continua a lavorare e i virus più promettenti da cui partire per fare 'chimere' con carico di geni immuno-stimolanti sono quello della polio, dell'herpes, del vaiolo bovino e del raffreddore.

L'IMMUNITA' ADDORMENTATA
Inizia invece a immettere farmaci nella pratica clinica la strategia di "risveglio" del sistema di difesa su cui si è iniziato a puntare oltre 30 anni fa. Risale ad allora la domanda: perché il nostro sistema di difesa, evolutosi per riconoscere un nemico entrato nel corpo e poi distruggerlo, non lo fa con il tumore? L'ipotesi era che la cellula cancerosa, essendo di fatto una cellula normale che si moltiplica senza sosta (queste erano le conoscenze di allora), non venisse rilevata come nemica. E quindi non combattuta.

I primi tentativi con stimolatori immunitari andati male e poi le ulteriori conoscenze acquisite sul sistema immunitario rivelarono che la natura nemica del tumore, in realtà, viene scoperta subito. Ma il comando di attacco al tumore sembra debole o eseguito in modo inefficace. Le successive ricerche hanno fatto capire che il problema non sta nel sistema immunitario, ma nel tumore. E' questo ad emettere delle sostanze che "addormentano" il sistema immunitario. Facendola franca.

Negli ultimi anni sono state messe a punto molecole che, bloccando questi inibitori, restituiscono al sistema di difesa tutta la sua capacità di uccidere le cellule cancerose. Hanno prolungato di molto la sopravvivenza a malati con melanoma in fase ormai metastatica. E quest'anno stanno arrivando qui i risultati promettenti di sperimentazioni su altri tipi di tumore. Ieri è stata la volta delle neoplasie del fegato, del colon-retto e di quelli che colpiscono la testa e il collo.

"Il campo dell'immunoterapia diventa ogni anno più eccitante - ha affermato l'oncologa Lynn Schuchter, University of Pennsylvania - . Con questo nuovi studi stiamo rapidamente oltrepassando l'era in cui l'immunoterapia era vista come rivoluzionaria solo per un tipo di tumore, ovvero il melanoma. Al contrario, queste nuove molecole si stanno dimostrando efficaci anche in altri tipi di cancro contro i quali, in pratica, altri trattamenti risultano non funzionare. Inoltre, potremo essere in grado di stabilire in anticipo quali pazienti possono essere i candidati migliori per queste terapie".

In particolare, uno studio di fase III, (l'ultima, che se dimostra benefici consente di chiedere l'immissione in commercio), ha dimostrato l'efficacia del Pembrolizumab in pazienti con cancro del colon-retto con un particolare marcatore genetico: il 62% di questi ha infatti registrato una riduzione della massa tumorale. Inoltre, il tasso di risposta positivo è stato simile (pari al 60%) anche in pazienti con altri tipi di tumore (ad esempio a stomaco, prostata e ovaio) caratterizzati dalla stessa anomalia genetica (mmr). "Questo studio - ha commentato Dung Le del Johns Hopkins Kimmel Cancer Center di Baltimora - dimostra come l'immunoterapia possa avere implicazioni su una vasta gamma di forme tumorali, incluse le neoplasie più difficili da trattare".

La stessa molecola è stata efficace anche in casi di tumore del collo e testa in un paziente su quattro. Un terzo studio ha dimostrato l'efficacia
di un'altra molecola immunoterapica, il Nivolumab, contro il cancro avanzato del fegato, con una risposta positiva in termini di efficacia in un paziente su cinque. Sempre questa molecola ha dato risultati positivi in un ulteriore studio di fase III contro il cancro del polmone del tipo più diffuso ("non a piccole cellule"): i pazienti trattati hanno avuto una maggiore sopravvivenza e minori effetti collaterali rispetto a quelli trattati con chemioterapia standard.
 
FONTE: Arnaldo D'Amico (repubblica.it)