venerdì 31 luglio 2015

Ebola, Oms: «Uno dei vaccini sperimentati ha il 100% di efficacia»


Margaret Chan, direttore dell’Oms e David Nabarro inviato dell’Onu in conferenza stampa a Ginevra (Epa)

Risultati definiti «entusiasmanti» per il Vsv-Ebov scoperto dal National Institute of Health canadese e ora sviluppato dalla multinazionale Merck Sharp and Dohme

Ottime notizie giungono da uno dei vaccini in sperimentazione contro Ebola in Africa occidentale: il Vsv-Ebov scoperto dal National Institute of Health canadese e ora sviluppato dalla multinazionale Merck Sharp and Dohme ha mostrato il 100% di efficacia. Lo ha affermato l’Organizzazione Mondiale della Sanità durante una conferenza stampa a Ginevra.

I risultati
«Il mondo è sul punto di avere un vaccino per Ebola», ha affermato Marie-Paule Kieny, assistente del direttore generale dell’Oms. I risultati preliminari della sperimentazione pubblicati su Lancet, mostrano una protezione completa per gli oltre duemila vaccinati, mentre nel gruppo di controllo ci sono stati 16 casi. Il vaccino è stato somministrato a 4000 persone che in Guinea, uno dei Paesi maggiormente colpiti dall’epidemia dell’anno scorso, erano variamente entrate in contatto con la malattia. 
I test hanno rivelato la loro efficacia sugli umani in meno di 12 mesi, «un tempo da record», dice la squadra scientifica che ha sviluppato il vaccino, di cui fanno parte esperti dell’Organizzazione mondiale della sanità, di Medici senza frontiere e provenienti da Norvegia, Canada, Guinea, Stati Uniti e Regno Unito.


Il punto sul virus
«I risultati sono “entusiasmanti”», dice Margaret Chan, direttore dell’Organizzazione mondiale della Sanità. «È efficace», ha aggiunto Chan, «ed è destinato a rappresentare un punto i svolta nella gestione dell’attuale epidemia di Ebola e nelle eventuali future». 
Intanto giunge notizia che nell’ultima settimana ci sono stati sette nuovi casi di Ebola in tutto il mondo: il numero più basso da un anno a questa parte. Si tratta di 4 test positivi in Guinea e 3 in Sierra Leone, mentre la Liberia sembrerebbe non avere più casi.

FONTE: corriere.it

mercoledì 29 luglio 2015

Malaria, approvato il primo vaccino

 
Efficace e sicuro. Così si è espressa l’European Medicines Agency. Unito agli altri interventi aiuta a ridurre l’impatto della malattia
 
L’EMA, l’Agenzia Europea del Farmaco, ha approvato la commercializzazione del primo vaccino al mondo diretto contro la malaria. Una notizia –nell’aria da tempo- che arriva qualche mese dopo la pubblicazione su The Lancet dei risultati che ne attestano l’efficacia. Attenzione però a non cantare vittoria: il vaccino per ora verrà somministrato nei piccoli che vivono nelle zone a rischio e dovrà essere affiancato alle classiche misure per evitare le punture di zanzara. 
 
Che cos’è la malaria?  
La malaria è una malattia provocata da quattro differenti tipologie di plasmodio, organismi appartenenti al regno dei protisti che si replicano all’interno dei globuli rossi dell’uomo. La forma infettante è chiamata sporozoita ed è presente nelle ghiandole salivari di zanzare femmine appartenenti al genere Anopheles. Ecco perché, con una piccola puntura, può passare facilmente dall’insetto all’uomo, scatenando la malattia. Gli ultimi dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità parlano di circa 500 mila morti ogni anno, l’80% dei quali sono bambini sotto i 5 anni. 
 
Come si previene?  
Il controllo delle infezioni viene effettuato mediante la classica profilassi antimalarica e con alcune strategie collaterali, come la bonifica dei terreni più a rischio e la diffusione delle zanzariere. Tra le contromisure c’è anche l’utilizzo di alcuni insetticidi specifici, efficaci nel breve termine, ma con una grave effetto collaterale: creano resistenza. 
 
Una storia di insuccessi  
Da diverso tempo gli scienziati sono al lavoro per progettare un vaccino. Negli anni i tentativi sono stati un insuccesso continuo. Ora però qualcosa comincia a muoversi e l’approvazione da parte dell’EMA del vaccino RTS,S –questo il nome del farmaco- è una conferma. La molecola in questione è lontana dall’essere considerata un vaccino efficace al 100% ma è sicuramente la prima ad aver dato risultati incoraggianti. 
 
Il vaccino  
RTS,S agisce potenziando la risposta immunitaria in modo tale che il plasmodio che causa la malattia non riesca ad infettare i globuli rossi. Secondo i dati degli studi pubblicati su The Lancet il vaccino è risultato efficace nel prevenire la malaria nel 47% dei casi in particolare nei piccoli tra le 6 settimane e 17 mesi. Un buon risultato che ha fatto di RTS,S il primo vaccino ad essere approvato nella prevenzione della malaria. Secondo gli esperti il suo utilizzo, unito alle altre strategie per contrastare la malattia, contribuirà ad una decisa diminuzione dei casi di contagio e morte. 
 
FONTE: Daniele Banfi (lastampa.it)

lunedì 27 luglio 2015

Scoperto il meccanismo che causa la microcefalia


Dimostrato per la prima volta in vivo il ruolo giocato dalla proteina CEP63 nello sviluppo della corteccia cerebrale

Individuato uno dei meccanismi chiave che porta alla microcefalia, una malattia rara dove ad essere compromesso è lo sviluppo del cervello. Sul banco degli imputati c’è la proteina CEP63: in sua assenza si verifica una riduzione delle cellule della corteccia, quella parte del cervello dove hanno sede le funzioni superiori dei mammiferi. A scoprirne il ruolo è stato un team internazionale coordinato da Vincenzo Costanzo, oncologo molecolare dell’IFOM di Milano e supportato da un finanziamento della Fondazione Giovanni Armenise-Harvard. I risultati sono stati pubblicati dalla rivista Nature Communications. 

Quando la proteina manca le cellule non si dividono  
Costanzo lavora da diversi anni sulla proteina CEP63, che ha caratterizzato per la prima volta con il suo gruppo di ricerca nel 2008. Gli esperimenti in vivo sono stati svolti all’Istituto di Ricerca Biomedica di Barcellona, mentre il gruppo di Costanzo in IFOM ha svolto l’analisi molecolare. I risultati hanno mostrato in particolare che in assenza della proteina CEP63 le cellule che formano i cosiddetti precursori neuronali della corteccia cerebrale cominciavano a morire, con conseguente microcefalia. In particolare nei soggetti che erano stati privati della proteina si registrava un’alterazione anche nella divisione asimmetrica, un processo tipico dei precursori neuronali e comune ad altre cellule, tra cui quelle germinali e alcune cellule staminali tumorali. In questo caso, l’eliminazione di CEP63 rende i topi microcefalici per la mancanza di cellule neuronali e sterili per via del mancato sviluppo dei gameti. 

Il possibile legame con il cancro  
Visto il ruolo di CEP63 nel controllo della divisione cellulare non si esclude che ci sia un legame tra il malfunzionamento di CEP63 e lo sviluppo di tumori: il gruppo di ricerca milanese sta lavorando ora all’individuazione di queste connessioni. È stato infatti scoperto che gli effetti dell’eliminazione di CEP63 si annullano se contemporaneamente viene inattivata la proteina p53, il cosiddetto “guardiano del genoma” per via del suo ruolo di soppressore delle cellule tumorali. «Già sapevamo che la proteina P53 è in grado di riconoscere le alterazioni del DNA, ma ora ipotizziamo che possa farlo anche con quelle del fuso mitotico, che molte volte è alterato nelle cellule tumorali: ciò mostrerebbe il suo legame con CEP63, che regola appunto il posizionamento del fuso mitotico nel processo di divisione cellulare» spiega Costanzo. Se questa ipotesi venisse confermata, la regolazione del legame biologico tra CEP63 e P53 potrebbe essere utile per controllare la proliferazione e lo sviluppo di molti tipi di cellule negli organismi vertebrati 

FONTE: Daniele Banfi (lastampa.it)

venerdì 24 luglio 2015

Il virus Hiv arretra dopo 12 anni senza farmaci: primo caso al mondo, è una 18enne francese


Gli esperti cauti: «Questi casi sono rari e imprevedibili, non bisogna farsi illusioni»

Una 18enne francese, infetta dalla nascita dal virus dell’Hiv, è ora in remissione pur non avendo assunto farmaci antiretrovirali per ben 12 anni. Si tratta del primo caso documentato di remissione così prolungata da Hiv senza l’aiuto di medicine. A illustrare i dettagli di questa eccezionale storia, unica al mondo, sono stati i medici dell’Istituto Pasteur di Parigi, dove la donna è stata curata da piccola, in una conferenza sull’Aids che si è tenuta a Vancouver.  

LIBERA DALL’AIDS  
La donna è nata nel 1996 ed è stata infettata dalla madre verso la fine della gravidanza o durante il parto. Dopo tre mesi di vita, le sono stati somministrati quattro farmaci anti-retrovirali. Ma la sua famiglia ha deciso di interrompere il trattamento quando la paziente aveva appena sei anni. Ora, dopo ben 12 anni senza aver assunto farmaci, i livelli del virus nel sangue della donna sono troppo bassi per essere misurati. Quindi la paziente sembra essere “libera” dal virus, anche se le cose potrebbero cambiare.  

I MEDICI FRENANO  
«E’ probabile che questa ragazza sia stata in remissione virologica per così tanto tempo perché ha ricevuto una combinazione di farmaci anti-retrovirali molto presto dopo l’infezione», spiega Asier Saez-Cirion, medico dell’Istituto Pasteur. «Con questo primo caso forniamo la prova del concetto che la remissione a lungo termine è possibile nei bambini, come negli adulti. Tuttavia - continua - questi casi sono molto rari. La donna sta vivendo normalmente. Il suo caso è unico, ma era passato inosservato anche tra i medici in Francia». I medici non vogliono però alimentare false illusioni di guarigione. Casi simili sono rari, ma anche molto imprevedibili. 

IL PRECEDENTE (SMENTITO) DI MISSISIPI BABY  
Ad esempio, due anni fa, una giovane ragazza americana sembrava essere libera dall’Hiv. Il caso, ribattezzato “Mississipi baby”, fece molto clamore. Ma la remissione è durata poco più di due anni dopo l’interruzione del trattamento. Ora con il caso della giovane francese si riaccendono le speranze. «Il caso dell’adolescente francese presenta ancora una volta una forte evidenza dei benefici di iniziare il trattamento anti-Hiv il più presto possibile», commenta Sharon Lewin, scienziata dell’Università di Melbourne, in Australia. «Questa è una storia che ispira quelli come noi che lavorano in questo campo e tutti coloro che vivono con l’Hiv», conclude. 

FONTE: Valentina Arcovio (lastampa.it)

giovedì 23 luglio 2015

Nuova straordinaria particella scoperta al Cern: il pentaquark

Ipotesi della struttura del pentaquark (Cern)

Consentirà di saperne di più sulla «forza forte» che tiene unite le particelle nel nucleo degli atomi e sui componenti della materia

Nelle stesse ore in cui New Horizons sorvolava Plutone, il Cern ha comunicato un altro grande successo della scienza: la scoperta del pentaquark, una particella inseguita dai fisici per oltre 50 anni. Lo studio è stato descritto su arXiv.org e l’articolo è stato presentato alla rivista Physical Review Letters. Il risultato è stato ottenuto al Cern di Ginevra grazie all’acceleratore Large Hadron Collider (Lhc), dall’esperimento Lhcb, nel quale l’Italia partecipa con l’Istituto nazionale di fisica nucleare (Infn).

La «forza forte»

Di norma la materia è formata da gruppi di due oppure di tre quark. La presenza di gruppi composti da 4-5 quark era stata predetta negli anni Sessanta, ma mai riscontrata negli esperimenti. Il tetraquark era stato confermato nel 2013, il pentaquark mai. La scoperta attuale permette di conoscere meglio la struttura della materia, in particolare la «forza forte» che tiene unite le particelle nel nucleo degli atomi. «Con il pentaquark speriamo di convincere il mondo della scienza dell’esistenza di una nuova serie di particelle subnucleari, che ci daranno informazioni cruciali sulle misteriose interazioni forti», ha osservato Luciano Maiani, pioniere dello studio dei quark.

Pentaquark

Il pentaquark «non è soltanto una nuova particella», ha spiegato Alessandro Cardini, responsabile dell’esperimento Lhcb (Large Hadron Collider Beauty) che ha come scopo la misurazione del quark beauty e la violazione della simmetria CP. È infatti un nuovo modo in cui i quark «possono combinarsi tra loro, in uno schema mai osservato prima in oltre 50 anni di ricerche». Avere visto queste particelle, ha aggiunto, permette ora di saperne di più «sui componenti della materia di cui siamo fatti noi e tutto ciò che ci circonda».

Scoperta per caso
«Non stavamo cercando proprio il pentaquark», ha ammesso Patrick Koppenburg, coordinatore di fisica dell’Lhc. «Ci siamo un po’ inciampati sopra». La comprensione della struttura della materia è stata rivoluzionata nel 1964, quando il fisico americano Murray Gell-Mann ha proposto la teoria sulla struttura della materia secondo cui le particelle che formano il nucleo dell’atomo (protoni e neutroni) sono composte da tre quark, ma ammette l’esistenza di particelle composte da più quark, come il pentaquark.

Sicurezza
In passato gli scienziati avevano annunciato la scoperta del pentaquark, salvo poi ritornare sui propri passi. Ora al Cern sono più che sicuri: il margine di errore, infatti, è nella categoria «10 sigma», cioè esiste una sola possibilità su 10 elevato alla 22ma potenza che si tratti di una fluttuazione statistica.

FONTE: corriere.it
PenIl pentaquark «non è soltanto una nuova particella», ha spiegato Alessandro Cardini, responsabile dell’esperimento Lhcb (Large Hadron Collider Beauty) che ha come scopo la misurazione del quark beauty e la violazione della simmetria CP. È infatti un nuovo modo in cui i quark «possono combinarsi tra loro, in uno schema mai osservato prima in oltre 50 anni di ricerche». Avere visto queste particelle, ha aggiunto, permette ora di saperne di più «sui componenti della materia di cui siamo fatti noi e tutto ciò che ci circondaScoperta per cas«Non stavamo cercando proprio il pentaquark», ha ammesso Patrick Koppenburg, coordinatore di fisica dell’Lhc. «Ci siamo un po’ inciampati sopra». La comprensione della struttura della materia è stata rivoluzionata nel 1964, quando il fisico americano Murray Gell-Mann ha proposto la teoria sulla struttura della materia secondo cui le particelle che formano il nucleo dell’atomo (protoni e neutroni) sono composte da tre quark, ma ammette l’esistenza di particelle composte da più quark, come il pentaquarPentaquIl pentaquark «non è soltanto una nuova particella», ha spiegato Alessandro Cardini, responsabile dell’esperimento Lhcb (Large Hadron Collider Beauty) che ha come scopo la misurazione del quark beauty e la violazione della simmetria CP. È infatti un nuovo modo in cui i quark «possono combinarsi tra loro, in uno schema mai osservato prima in oltre 50 anni di ricerche». Avere visto queste particelle, ha aggiunto, permette ora di saperne di più «sui componenti della materia di cui siamo fatti noi e tutto ciò che ci circon

giovedì 9 luglio 2015

Nasce “Research4Life” per diffondere e sostenere la ricerca biomedica

(Fotogramma)
 
 
Conoscere le frontiere della medicina basandosi su fatti documentati. Prima iniziativa dedicata al dibattito sulla sperimentazione animale
 
La ricerca ha bisogno di buona e appropriata informazione; unica via per diffonderne il valore e, soprattutto, la necessità praticarla, sostenerla e ampliarla. Con questo fine è nata “Research4Life”, una piattaforma web attraverso la quale dare sostanza ad un’iniziativa importante mirata a far conoscere le frontiere della ricerca biomedica, vale a dire la ricerca sulla vita per migliorare la vita. L’iniziativa è importante per vari motivi.
 
Uno stimolo al dialogo
Il primo perché nasce con il sostegno di università, enti di prestigio e società private che hanno a cuore la scienza (Assobiotec, Farmindustria, Fondazione Giovanni Armenise Harvard, Fondazione per la ricerca biomedica avanzata, Fondazione Telethon, Istituto Firc di oncologia molecolare-Ifom, Istituto italiano di tecnologia–Iit, Istituto nazionale di genetica molecolare-Ingm, Irccs-Ospedale San Raffaele, Irccs-Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri, Università degli studi di Milano).
Il secondo motivo è che si tratta della prima iniziativa nazionale di Science Advocacy, cioè rivolta a rappresentare e difendere punti di vista e diritti dei cittadini di fronte a coloro che dovrebbero riconoscerli. Nei paesi anglosassoni iniziative simili sono già consolidate ed efficaci da tempo. Basti pensare alla Federation of American Scientist e al Bulletin of th Atomic Scientist.
Il terzo motivo è quello di affrontare i temi della ricerca in una chiave autorevole, documentata e aperta in modo da dimostrare con i fatti la realtà di cui si parla. La scienza nei suoi balzi in avanti incontra talvolta resistenze che sono soprattutto dettate dalla non conoscenza. Una reazione ovvia e naturale, data anche la velocità con la quale i risultati si ottengono, ma che deve servire da stimolo per fornire informazioni adeguate nel modo giusto. Il tutto in una disponibilità di dialogo che tenga conto anche delle ragioni su cui si basano le opinioni contrarie.
Primo nodo la sperimentazione animale
Così agirà infatti Research4Life attraverso il suo sito Internet iniziando proprio con uno dei temi più discussi del momento, cioè la sperimentazione animale, che ha un notevole bisogno di informazione. Il primo passo compiuto è infatti la presentazione alla Commissione europea di una lettera aperta perché il nostro Paese ritorni ad adottare la direttiva sulla protezione degli animali a fini scientifici nella sua versione originale approvata a Bruxelles, togliendo le restrizioni introdotte nella legge italiana ponendo il paese a rischio di infrazioni rispetto all’Europa. E non solo; perché la moratoria approvata di tre anni pregiudica la possibilità di accesso ai bandi europei penalizzando i ricercatori italiani.
«Mi auguro che questo appello possa concretamente servire a far si che la Commissione Europea aiuti la nostra politica ad aprire gli occhi su uno strumento irrinunciabile alla ricerca», ha sottolineato la scienziata senatrice a vita Elena Cattaneo durante la presentazione della piattaforma avvenuta in Senato.
 
Un’informazione appropriate
Ovviamente Research4Life andrà oltre questo primo tema d’attualità affrontandone altri altrettanto urgenti nell’ambito delle scienze della vita. «Sappiamo quanto poca cultura scientifica sia diffusa nel nostro Paese – commenta Giulio Cossu,professore di medicina rigenerativa all’Università di Manchester e che ha partecipato alla presentazione in Senato – rispetto a quella umanistica e artistica. Lo scienziato è al massimo considerato un tecnico specializzato. Nei social media, poi, c’è una grande confusione e il ricercatore con un grande lavoro alle spalle ottiene la stessa considerazione dell’ultimo ciarlatano che interviene. Quindi bisogna filtrare e mediare in modo appropriato i messaggi in modo da diffondere una conoscenza precisa. Per la sperimentazione animale sono certo che lo scontro non serva. Ma sull’argomento siamo spesso davanti a posizioni preconcette di tipo ideologico o d’altro genere che impediscono il dialogo. Purtroppo nei confronti vince chi riesce a far sentire più forte la sua voce non tanto il valore delle parole. Ancora una volta l’unica via per cambiare è un’informazione appropriata effettuata da giornalisti preparati».
«Il problema, tutto italiano, è che noi scienziati non siamo abituati a parlare alla società civile – sottolinea Marco Foiani, direttore scientifico dell’Ifom -. Le questioni che pone la scienza all’estero sono già state metabolizzate da tempo, mentre noi viviamo questi argomenti con provincialismo. Un’iniziativa come Research4Life vuole anticipare le problematiche di interpretazione e comprensione delle questioni scientifiche sensibili dal punto di vista etico e sociale, in modo che vengano affrontate in modo maturo e consapevole dai media, dai politici e dai cittadini».
 
FONTE: Giovanni Caprara (corriere.it)

lunedì 6 luglio 2015

Retinite pigmentosa: ecco il ruolo delle cellule immunitarie

 
Studio americano mostra che le microglia fagocitano anche i fotorecettori accelerando così la progressione della malattia
 
Nel nostro cervello, nel midollo e negli occhi, vi sono delle cellule che cercano instancabilmente nemici da rimuovere, cellule morte o malate da fagocitare, per difendere il sistema nervoso centrale. La funzione protettiva di questa popolazione immunitaria chiamata microglia è vitale. I ricercatori del National Eye Institute americano hanno scoperto che essa può però avere un ruolo determinante nell’accelerare la progressione delle malattie retiniche degenerative, come la retinite pigmentosa.  
 
La retinite pigmentosa può portare alla cecità  
La retinite pigmentosa è una distrofia retinica ereditaria che causa la progressiva perdita dei fotorecettori periferici, nei casi più gravi fino alla perdita della vista. La morte dei fotorecettori riguarda inizialmente i bastoncelli, che ci permettono di vedere in condizioni di scarsa luce, causando la cecità notturna. Col progredire della malattia, possono morire anche i 6 milioni di coni, necessari per una visione nitida e dei colori, fino alla completa cecità.  
 
In Italia, la retinite pigmentosa colpisce 17 mila persone e non è considerata una malattia curabile. Le ricerche si stanno concentrando soprattutto sulla terapia genica con l’obiettivo di intervenire nel DNA, inserendovi una copia del gene mutato, per arrestare la progressione del danno retinico. 
 
Oggi sappiamo, infatti, che alla base di alcune malattie retiniche vi sarebbero delle mutazioni di geni espressi nei fotorecettori, le cellule della retina che convertono la luce in segnali elettrici che vengono inviati al cervello attraverso il nervo ottico. Nel caso della retinite pigmentosa, i geni individuati fin qui sono oltre cinquanta. 
 
Rimozione non solo dei rifiuti, ma anche dei fotorecettori  
Lo studio americano ha visto che, nei topi geneticamente modificati con un gene che nell’uomo può causare la patologia, le microglia si infiltrano in uno strato di retina in prossimità dei fotorecettori (lo strato nucleare esterno), dove di solito non si avventurano e fagocitano i singoli bastoncelli ancora vivi, pur danneggiati dalla malattia (nella foto, i bastoncelli in blu vengono inglobati dalle cellule della microglia, in verde). Tale funzione di “pulizia” non viene invece esercitata sui coni, ancora non intaccati dalla retinite pigmentosa nella sua fase iniziale. Secondo i ricercatori, le cellule della microglia vengono richiamate nella retina da un segnale fisiologico di stress emesso dai fotorecettori malati. 
 
Un nuovo target terapeutico per le malattie retiniche?  
I ricercatori hanno quindi provato ad annullare il contributo della microglia alla degenerazione retinica. Introducendo delle mutazioni nel topo che inibiscono lo sviluppo della microglia, si è effettivamente vista una più lenta progressione della retinite pigmentosa. «Questi risultati indicano come le strategie terapeutiche che inibiscono l’attivazione della microglia possano aiutare a rallentare il tasso di degenerazione dei fotorecettori e a garantire la visione», ha dichiarato Wai T. Wong, alla guida dell’Unità “Neuron-Glia Interactions in Retinal Disease” al NEI e responsabile dello studio. 
«Le cellule della microglia possano costituire un bersaglio per strategie terapeutiche interamente nuove - ha affermato il direttore del NEI Paul Sieving – con l’obiettivo di arrestare la progressione delle malattie dell’occhio che possono portare alla cecità» e così preservare così la vista il più a lungo possibile.
 
FONTE: Nicla Pancera (lastampa.it)

mercoledì 1 luglio 2015

Nuova cura per la vitiligine, la malattia di Michael Jackson

 
 
La somministrazione di un farmaco per l’artrite reumatoide può aiutare a eliminare le macchie bianche della pelle. E’ ancora sperimentale, ma sembra funzionare
 
Michael Jackson ci provava con una crema chiamata Porcelana, raccontano le cronache. La pop star americana soffriva di vitiligine (confermata dall’autopsia dopo la sua morte, avvenuta nel 2009) e voleva «sbiancarsi» per coprire la malattia (che provoca la comparsa di macchie «ipopigmentate» cioè bianche, particolarmente visibili in chi ha la pelle scura). Adesso alcuni ricercatori americani della Yale University di New Haven (Connecticut) hanno dimostrato che un farmaco, usato per curare l’artrite reumatoide (una malattia delle articolazioni), può fare il contrario: non sbiancare, ma aiutare le macchie bianche a ritrovare il colore naturale. Il farmaco si chiama tofacitinib e la ricerca è pubblicata su Jama Dermatology.
 
Rara, ma devastante
La vitiligine è una patologia rara, non è contagiosa, ma è psicologicamente devastante: mina l’immagine della persona. Finora si può controllare con creme a base di cortisone o con terapie che sfruttano la luce, ma con risultati non sempre soddisfacenti. Ecco perché i ricercatori stanno cercando nuove soluzioni. L’anno scorso Brett King, un dermatologo della Yale University ha dimostrato che il tofacitinib (una molecola che inibisce certi enzimi chiamati Jak - approvato dall’Fda, l’ente americano per il controllo sui farmaci, nell’artrite reumatoide appunto) può funzionare nell’alopecia areata: una malattia che provoca la perdita di capelli in zone circoscritte del cuoio capelluto.
Autoimmunità
Artrite reumatoide e alopecia hanno un’origine (per la verità ancora non chiara) che si rifà a una predisposizione genetica e all’autoimmunità (questo significa che in certi casi il sistema immunitario dell’organismo produce anticorpi che, invece di difenderlo contro aggressioni esterne, aggrediscono l’organismo stesso). Lo stesso vale per la vitiligine. Allora, si sono chiesti i ricercatori di Yale, perché non provare questo farmaco anche nella vitiligine che ha la stessa origine? Detto, fatto. I ricercatori hanno somministrato la medicina a una paziente di 53 anni con macchie di vitiligine in tutto il corpo.
 
Rivoluzione
Dopo due mesi di trattamento la paziente ha mostrato una parziale “ripigmentazione” (cioè le macchie bianche si scurivano) sulla faccia, sulle braccia e sulle mani. Dopo cinque mesi queste macchie erano quasi sparite, ma ne rimanevano alcune sul resto del corpo. Il farmaco non ha provocato effetti collaterali. Il risultato è davvero interessante, ma avvertono gli autori, occorrono altri studi per stabilire la sicurezza e l’efficacia della cura. «Ma questo risultato – ha detto Brett King, uno degli autori dello studio – può davvero rivoluzionare il trattamento di questa malattia».
 
FONTE: Adriana Bazzi (corriere.it)