lunedì 31 agosto 2015

Un limone protegge da infezioni gastrointestinali


 
Il succo dell’agrume rappresenta una protezione naturale contro il Norovirus
 
Il succo di limone ci protegge dalle infezioni, riducendo la possibilità di contrarre infezioni da Norovirus, causa di disturbi gastrointestinali anche gravi. Lo hanno svelato i ricercatori dell’Università di Heidelberg, del German Cancer Research Center (DKFZ) e dell’University of New South Wales in Australia, in uno studio pubblicato sulla rivista Virology. 
 
IL CITRATO ALTERA LA MORFOLOGIA DEL VIRUS  
Il citrato del succo di limone o i disinfettanti contenenti citrato possono cambiare la forma delle proteine esterne del virus, impedendogli così di infettare le cellule. Questo lavoro è la continuazione di uno studio precedente finanziato dall’NIH nel quale gli autori avevano notato che il citrato si lega alla proteina del capside, la struttura esterna del norovirus. Questa volta, i ricercatori hanno osservato l’effetto di concentrazioni crescenti di citrato su un virus con caratteristiche simili al norovirus umano, non coltivabile in laboratorio, notando che le particelle del virus modificano la propria forma dopo essersi legate col citrato, come confermato anche dalla cristallografia a raggi X. 
 
Questo meccanismo di alterazione morfologica potrebbe spiegare perché il citrato riduce l’infettività delle particelle virali: «Qualche goccia di succo di limone su cibo o superfici contaminate potrebbe quindi prevenire la trasmissione del virus» ha ipotizzato il responsabile dello studio Grant Hansman, alla guida del gruppo di ricerca sui norovirus del German Cancer Research Center e dell’Università di Heidelberg. 
 
UNA PRIORITÀ PER LA SALUTE PUBBLICA  
Il norovirus è un virus molto contagioso. Costituisce la più frequente causa di gastroenteriti acute di origine non batterica, i cui sintomi sono crampi allo stomaco, diarrea, nausea e vomito. Si trasmette per via orale e fecale o tramite le mani o gli alimenti contaminati. Proprio come l’influenza stagionale, il norovirus ha la sua massima diffusione nei mesi invernali.  
 
Nel 2012, dei 351mila decessi per patologie enteriche di origine alimentare nel mondo, 35mila sono stati causati da norovirus. Secondo i Centers for Disease Control and Prevention (CDC), sono ogni anno circa 20 milioni gli americani che lo contraggono, circa 70mila i ricoveri e quasi 800 i decessi. Capirne i meccanismi di diffusione è stata definita una priorità di salute pubblica da Aron Hall il responsabile del Norovirus Epidemiology Program dei CDC. 
 
Ora, gli scienziati stanno indagando l’effetto dell’acido citrico su coloro che già sono stati infettati dal norovirus, per verificare se funzioni anche nel ridurre i sintomi. 
 
FONTE: Nicla Pancera (lastampa.it)

sabato 29 agosto 2015

Il meridiano di Greenwich spostato di oltre 100 metri verso est

Le misurazioni accurate con i satelliti del sistema Gps hanno evidenziato uno scostamento dalla linea di longitudine zero stabilita per convenzione nel 1884

Se c’era una cosa che si riteneva immodificabile per l’eternità, era il meridiano di Greenwich. La longitudine zero, il punto di riferimento dal quale prende inizio la griglia per identificare con precisione qualsiasi punto sul nostro pianeta. Invece... Invece è stato spostato anche il meridiano di Greenwich, per la precisione è stato traslato di 334 piedi (pari a 101,80 metri) verso est, cioè più vicino all’Italia.

Spostamento inevitabile

«Con la maggiore precisione degli attuali strumenti tecnologici di misurazione, lo spostamento era inevitabile», spiega Ken Seidelmann, astronomo dell’Università della Virginia e co-autore dello studio pubblicato sulla rivista specializzata Journal of Geodesy per spiegare l’ineluttabilità della modifica. Seidelmann e gli altri scienziati dell’Osservatorio Navale degli Stati Uniti, della National Geospatial-Intelligence Agency e della società americana Analytical Graphics, al termine di complicati calcoli basati sui dati estremamente precisi raccolti dai satelliti, hanno concluso che una leggera modifica della direzione della gravità a Greenwich, unita con la necessità della continuità del tempo astronomico, imponeva lo spostamento del meridiano zero.

Discrepanza di oltre 100 metri

In pratica la discrepanza di quasi 102 metri è dovuta alla differenza dei due metodi di misurazione delle coordinate: quello astronomico e quello geodetico. Quest’ultimo fa riferimento a un sistema di punti di riferimento precisi. La loro discrepanza, un fatto noto, è chiamata «deviazione della verticale». Siccome la Terra non è perfettamente rotonda (i geofisici si riferiscono alla forma della Terra propriamente chiamandola «geoide») e poiché ogni località sulla superficie ha una sua specifica gravità che dipende non soltanto dalla distanza dal centro della Terra ma anche da tipo di rocce nel sottosuolo e nei suoi dintorni, nei sistemi tradizionali per misurare la longitudine vengono inserite delle «correzioni locali». La determinazione della longitudine si basa su una verticale «gravitazionale» identificata grazie a una bacinella di mercurio ed è perciò dipendente dalle condizioni locali.

Grazie al Gps

Ora però i satelliti - in particolare quelli del sistema Gps - misurano la gravità dallo spazio con una ideale linea diretta verso il centro della Terra, superando in questo modo l’influenza dovuta alle diverse rocce o alla presenza di montagne che alterano la misurazione locale della gravità. «I meridiani dipendono dalla direzione della verticale», osserva Seidelmann, «la quale a sua volta dipende dalla gravità e dal metodo di osservazione. La distanza e la direzione della discrepanza di 102 metri è confermata dai modelli gravitazionali». Per essere certi che la differenza è dovuta a una causa locale provocata dalla direzione della gravità sul sito di Greenwich e non a uno spostamento globale del sistema di riferimento, i ricercatori hanno effettuato analoghe analisi sulle coordinate di molte altre località dove sorgono i più importanti osservatori internazionali.

La storia

Nel 1884 a Washington una delegazione di rappresentanti internazionali aveva stabilito che il meridiano zero per convenzione era quello che passava attraverso il centro del meccanismo che serve per misurare il passaggio delle stelle sul meridiano (chiamato propriamente strumento dei passaggi, transit circle in inglese) del telescopio dell’Osservatorio di Greenwinch. E da allora è stato così. Prima che lanciassero il Gps.

FONTE: Paolo Virtuani (corriere.it)

lunedì 24 agosto 2015

Un cerotto che si scioglie nell’acqua per l’antinfluenzale del futuro

Vaccini più facili, sicuri e senza dolore con cerotti speciali a base di microaghi di acido ialuronico che si dissolvono dopo l’immunizzazione

Il sogno di tanti paurosi, che si bloccano appena vedono una siringa: fare i vaccini senza pungersi con aghi, almeno non con quelli di dimensioni standard che fanno male solo a guardarli. La speranza ora sembra più vicina a diventare realtà grazie agli studi di ricercatori giapponesi pubblicati di recente sulla rivista Biomaterials: scienziati dell’università di Osaka hanno infatti messo a punto un cerotto che si scioglie nell’acqua e “trasporta” microaghi di acido ialuronico in grado di inoculare efficacemente e in tutta sicurezza il vaccino antinfluenzale.

Microaghi che si sciolgono nell’acqua

L’obiettivo, prima ancora che venire incontro alle fobie di chi non tollera le siringhe, è avere vaccini semplici da usare, economici e privi dei rischi connessi all’uso di aghi: il pericolo di infezioni ed eventi avversi locali non è pari a zero e nei Paesi in via di sviluppo, dove le vaccinazioni di massa sono a dir poco necessarie, è ancora assai concreto. Togliere la necessità dell’iniezione da parte di personale sanitario è un traguardo più che appetibile, perché oltre a ridurre la probabilità di complicanze rende il tutto anche più economico, facile e sicuro: per questo Shinsaku Nakagawa sta studiando da anni il vaccino in cerotto, oggi finalmente diventato un prototipo che si chiama MicroHyala e, nelle sperimentazioni già avviate, sembra assai promettente. «I microaghi del cerotto che si scioglie nell’acqua sono fatti di una sostanza naturale presente nell’organismo, l’acido ialuronico – spiega Nakagawa –. I microaghi si “ancorano” allo strato più superficiale della pelle e si dissolvono nell’organismo, portando con sé il vaccino».

Il confronto con i vaccini tradizionali

Il ricercatore ha sperimentato MicroHyala su un gruppo di volontari per metterlo a confronto con antinfluenzali tradizionali veicolati tramite siringa; sia il cerotto che i vaccini standard erano contro tre ceppi influenzali ovvero A/H1N1, A/H3N2 e B. Il cerotto non ha comportato eventi avversi, mostrandosi sicuro per l’uomo; inoltre, è anche efficace visto che la reazione immunitaria all’influenza è risultata ugualmente forte a quella dei vaccinati per la via classica. «Aver verificato che il cerotto è privo di rischi e che funziona quanto i vaccini tradizionali, in alcuni casi perfino meglio, è un grosso passo avanti – dice Nakagawa –. In passato era stato valutato l’impiego di microaghi in silicone o metallo, ma non erano sicuri perché ad esempio potevano rompersi rilasciando frammenti nella cute, un pericolo del tutto superato con il cerotto che si riassorbe. Inoltre, l’applicazione di MicroHyala non è dolorosa e può essere fatta da chiunque, anche da personale senza una preparazione medica: per questo pensiamo che possa essere un sistema di vaccinazione vantaggioso ovunque, ma in particolar modo nei Paesi in via di sviluppo dove le risorse sanitarie sono limitate e il bisogno di vaccinazioni, non solo antinfluenzali, è enorme».

FONTE: Elena Meli (corriere.it)

sabato 22 agosto 2015

Obesità: scoperto l’interruttore generale del grasso

 
Controlla l’accumulo e il consumo degli adipociti. Grandi aspettative per nuove cure
 
Mangiare troppo, ingerendo più calorie di quante se ne riescano a consumare con l’attività fisica, è una delle ragioni del sovrappeso. Le dimensioni del fenomeno, con il suo costo sociale ed economico, ha spinto i ricercatori ad indagare anche l’influenza della genetica sul metabolismo. 
  
Mutazioni a carico di un gene chiamato FTO erano già state associate all’obesità negli animali e negli esseri umani. Tuttavia, in che modo tali mutazioni genetiche influenzassero l’accumulo di grasso non era ancora chiaro. Lo ha scoperto un team di ricercatori della Harvard Medical School e del Massachusetts Institute of Technology MIT di Boston, dopo aver analizzato il funzionamento di alcuni geni in oltre un centinaio di cellule e tessuti. Nello studio, condotto su campioni di tessuto adiposo umano e appena apparso sul New England Journal of Medicine, i ricercatori illustrano il meccanismo di azione di alcune mutazioni di FTO sulle cellule progenitrici degli adipociti. 
 
 «Molti degli studi condotti in questi anni – ha commentato Melina Claussnitzer del Beth Israel Deaconess Medical Center e Harvard Medical School e prima autrice dello studio – hanno cercato di capire se ci fosse un collegamento tra la regione FTO e i circuiti cerebrali coinvolti nel controllo dell’appetito o nella propensione a svolgere attività fisica. Le nostre ricerche hanno invece rivelato che questa regione agisce sulle cellule progenitrici degli adipociti, in modo completamente indipendente dal cervello». 
  
Ebbene, i ricercatori hanno visto che come dei veri e propri “interruttori” i geni IRX3 e IRX5 sarebbero i responsabili dell’accensione e dello spegnimento della termogenesi, processo di produzione di calore che brucia le riserve dei grassi invece di accumularli e che può essere scatenato dall’esercizio fisico per far fronte alle aumentate necessità energetiche o dal freddo per il mantenimento della temperatura corporea. La variante di FTO associata all’aumento di peso e all’obesità è incapace di agire su questo “interruttore”, causando così un accumulo di adipociti bianchi invece che di tessuto adiposo scuro, il “grasso buono” coinvolto nella termogenesi. 
  
I ricercatori hanno quindi cercato di intervenire su questo interruttore generale, agendo a livello del DNA attraverso la tecnica di modificazione del codice genetico detta CRISPR/Cas9 per trasformare la forma mutata di FTO in forma comune. Così facendo, sono riusciti ad ottenere un rilancio del metabolismo con consumo energetico maggiore e diminuzione degli accumuli di grasso. 
  
Le intenzioni sono ovviamente di riuscire ad arrivare negli anni a venire, proprio grazie a queste nuove conoscenze e alle tecnologie di editing genetico, a trattamenti efficaci per la cura dell’obesità.
 
FONTE: lastampa.it

mercoledì 19 agosto 2015

Approvato il «viagra rosa» che accende il desiderio. E fa discutere

La decisione della Food and Drug Administration dopo le bocciature. Soddisfazione dei fautori, ma gli scettici denunciano bassa efficacia con diversi effetti collaterali

La Food and Drug Administration Usa ha approvato il flibanserin, noto anche come “viagra rosa”. La prima pillola che promette di aumentare il desiderio sessuale nelle donne, il medicinale Addyi di Sprout Pharmaceuticals, sarà commercializzata, su prescrizione, negli Stati Uniti a partire dal prossimo 17 ottobre.

La decisione dopo varie bocciature

Una decisione celebrata dal “New York Times” come una vittoria della campagna di lobbying che, in questi mesi, aveva accusato la Fda di ignorare i bisogni sessuali delle donne.  Da una parte infatti c’è chi rivendica il diritto delle donne a combattere il calo del desiderio tanto quanto gli uomini, sebbene con modalità terapeutiche parecchio differenti; dall’altra chi pensa che il problema della scarsa voglia di far sesso sia per lo più strumentalizzato e teme gli effetti collaterali di una cura per una condizione che non mette a rischio la salute di chi ne soffre.  In mezzo il flibanserin, la molecola “della discordia”: chiamato “viagra rosa”, ha avuto un percorso a dir poco travagliato nelle sperimentazioni cliniche e soprattutto nelle discussioni delle agenzie regolatorie per decidere in merito al suo arrivo sul mercato.

La nascita come antidepressivo

Flibanserin è stato scoperto negli anni ‘90, quando anche in Italia alcuni ricercatori hanno iniziato a sperimentarlo sui topolini come antidepressivo: la molecola infatti agisce sui recettori della serotonina, il neurotrasmettitore “della felicità” la cui carenza è coinvolta nei disturbi dell’umore, e su altri due trasmettitori cerebrali fondamentali, dopamina e noradrenalina. Gli studi parevano promettenti, indicavano infatti che agisse più in fretta degli antidepressivi “classici” ai quali servono in media un paio di settimane prima di vederne gli effetti sui sintomi. Ma la vera sorpresa arrivò quando iniziarono i trial clinici: le donne coinvolte riferivano spesso un “effetto collaterale” imprevisto, ovvero un consistente incremento del desiderio sessuale. Da qui, negli anni 2000, l’avvio di studi centrati su donne in pre e post-menopausa con il cosiddetto disturbo del desiderio sessuale ipoattivo, il termine “medichese” per identificare la perdita della voglia di rapporti sessuali che spesso si accompagna al calo degli estrogeni in menopausa. I dati raccolti hanno mostrato una certa efficacia del farmaco, in un periodo in cui già si registrava il fallimento di un altro candidato a diventare il viagra rosa, ovvero il testosterone in cerotti o gel bocciato dagli enti regolatori per le donne in post-menopausa a metà degli anni 2000. Invece, alcuni trial con flibanserin segnalavano un effetto significativo nei confronti del placebo. In altri le reazioni delle donne parevano più blande, ma la corsa al nuovo viagra per le donne era ormai iniziata, e con questa le richieste di registrazione del farmaco per trattare il disturbo del desiderio sessuale ipoattivo.

Il percorso accidentato verso l’approvazione

La FDA aveva già bocciato due volte flibanserin: la prima nel 2010, quando gli esperti hanno ritenuto troppo scarse le prove di efficacia a fronte di effetti collaterali come stanchezza, ipotensione, svenimenti, nausea. Al tempo, tuttavia, l’ente sottolineò l’importanza di continuare a fare ricerca per rispondere a un bisogno medico femminile reale: non si negò insomma l’esistenza di un disturbo da calo della libido, almeno per alcune. Da allora, il dibattito si è a dir poco infuocato e non ha accennato a diminuire neppure nel giugno scorso, quando il farmaco ha incassato un primo parere positivo, benché non vincolante, da una commissione FDA. Su un lato della barricata stanno alcune associazioni per i diritti delle donne come “Even the Score”, ovvero “Pareggiamo i conti”, fra le più agguerrite nel farsi sentire da quando la FDA ha rimesso mano al dossierflibanserin: secondo loro approvare il farmaco significa avvicinarsi a una parità di genere sotto le lenzuola finora negata, visto che per l’impotenza ci sono 26 farmaci approvati e invece non ne esiste nemmeno uno per il calo del desiderio femminile. Un argomento poco solido secondo altri, che sottolineano come i “viagra blu” agiscano aumentando l’afflusso di sangue al pene, quindi su meccanismi squisitamente “meccanici” che possono incepparsi per motivi variegati, organici e non: non interferiscono però con la libido, qualcosa di ben più complesso soprattutto al femminile, e infatti non sono registrati per l’uso in uomini con calo del desiderio, ma per pazienti affetti da una condizione clinica precisa, l’impotenza.

La nascita di un nuovo mercato o la risposta a un bisogno?

I contrari all’approvazione del farmaco fanno notare come il desiderio nelle donne sia questione assai delicata e una sua riduzione, che può essere dovuta a mille motivi, non andrebbe medicalizzata sfornando la pillolina che fa tornare la voglia a comando, a maggior ragione se quella pillolina comporta effetti collaterali. Blandi quanto si vuole, certo, ma superflui se si cerca di combattere un problema che non mette a repentaglio la salute e si prospetta l’assunzione cronica di un medicinale che comunque non è mai acqua fresca. Il timore è che si stia cercando di alimentare un mercato potenzialmente enorme, stimato in miliardi di dollari se è vero che circa una donna su dieci soffre di calo del desiderio: l’American Psychiatric Association ad esempio non lo include più nella lista delle patologie, ma innumerevoli esperti sottolineano come il problema non solo esista, ma comporti anche un peggioramento drastico della qualità di vita che giustifica appieno la “corsa” alla terapia. Il dibattito continua, se non altro perché gran parte dei dati su flibanserin arrivano da trial condotti su donne in pre e post-menopausa, quindi non sulla popolazione generale: che succede se a non avere più voglia di sesso è una trentenne con tutti gli estrogeni al posto giusto? Il farmaco è ugualmente utile?

Il parere dell’esperta

Finora non ci sono risposte certe, anche se forse prima o poi si arriverà a una valutazione più serena della questione mettendo sul piatto rischi e benefici per le donne: se lo augura la ginecologa Rossella Nappi, endocrinologa e sessuologa della Clinica Ostetrica e Ginecologica del policlinico universitario San Matteo di Pavia, che pochi giorni fa sulle pagine di Expert Opinion in Pharmacotherapy ha auspicato di «abbassare le bandiere delle “malattie inventate” o della “guerra fra i sessi” per fare ricerca accanto alle donne, focalizzati sui loro bisogni e le loro aspettative, lavorando su efficacia e sicurezza per trovare una risposta al problema del calo del desiderio. Bilanciare questi due aspetti nel trattamento cronico di una condizione che non minaccia la vita può essere molto difficile, in menopausa e soprattutto nelle donne in età fertile: sebbene le questioni relative alla sicurezza siano importanti in entrambi i sessi, la necessità di assumere un farmaco per settimane per avere un effetto significativo nelle donne è il motivo principale per l’estrema cautela nel prendere decisioni».

FONTE: Elena Meli (corriere.it)

domenica 16 agosto 2015

Nuova straordinaria particella scoperta al Cern: il pentaquark

Ipotesi della struttura del pentaquark (Cern)

Consentirà di saperne di più sulla «forza forte» che tiene unite le particelle nel nucleo degli atomi e sui componenti della materia

Nelle stesse ore in cui New Horizons sorvolava Plutone, il Cern ha comunicato un altro grande successo della scienza: la scoperta del pentaquark, una particella inseguita dai fisici per oltre 50 anni. Lo studio è stato descritto su arXiv.org e l’articolo è stato presentato alla rivista Physical Review Letters. Il risultato è stato ottenuto al Cern di Ginevra grazie all’acceleratore Large Hadron Collider (Lhc), dall’esperimento Lhcb, nel quale l’Italia partecipa con l’Istituto nazionale di fisica nucleare (Infn).

La «forza forte»

Di norma la materia è formata da gruppi di due oppure di tre quark. La presenza di gruppi composti da 4-5 quark era stata predetta negli anni Sessanta, ma mai riscontrata negli esperimenti. Il tetraquark era stato confermato nel 2013, il pentaquark mai. La scoperta attuale permette di conoscere meglio la struttura della materia, in particolare la «forza forte» che tiene unite le particelle nel nucleo degli atomi. «Con il pentaquark speriamo di convincere il mondo della scienza dell’esistenza di una nuova serie di particelle subnucleari, che ci daranno informazioni cruciali sulle misteriose interazioni forti», ha osservato Luciano Maiani, pioniere dello studio dei quark.

Pentaquark

Il pentaquark «non è soltanto una nuova particella», ha spiegato Alessandro Cardini, responsabile dell’esperimento Lhcb (Large Hadron Collider Beauty) che ha come scopo la misurazione del quark beauty e la violazione della simmetria CP. È infatti un nuovo modo in cui i quark «possono combinarsi tra loro, in uno schema mai osservato prima in oltre 50 anni di ricerche». Avere visto queste particelle, ha aggiunto, permette ora di saperne di più «sui componenti della materia di cui siamo fatti noi e tutto ciò che ci circonda».

Scoperta per caso

«Non stavamo cercando proprio il pentaquark», ha ammesso Patrick Koppenburg, coordinatore di fisica dell’Lhc. «Ci siamo un po’ inciampati sopra». La comprensione della struttura della materia è stata rivoluzionata nel 1964, quando il fisico americano Murray Gell-Mann ha proposto la teoria sulla struttura della materia secondo cui le particelle che formano il nucleo dell’atomo (protoni e neutroni) sono composte da tre quark, ma ammette l’esistenza di particelle composte da più quark, come il pentaquark.

Sicurezza

In passato gli scienziati avevano annunciato la scoperta del pentaquark, salvo poi ritornare sui propri passi. Ora al Cern sono più che sicuri: il margine di errore, infatti, è nella categoria «10 sigma», cioè esiste una sola possibilità su 10 elevato alla 22ma potenza che si tratti di una fluttuazione statistica.

FONTE: corriere.it

lunedì 10 agosto 2015

Infezioni, acne, psoriasi: le tante «colpe» dello Stafilococco aureo, sempre più difficile da curare


Un batterio molto intelligente, che è diventato resistente al 70 per cento degli antibiotici. Il presidente Obama e il governo britannico gli hanno dichiarato guerra

Impetigine, un’infezione provocata da batteri che colpisce soprattutto in età pediatrica gli strati superficiali della pelle. Acne, psoriasi e dermatite atopica. E ancora: tagli e ferite che s’infettano in modo molto grave dopo un intervento chirurgico. Setticemia o sepsi, ovvero complicazioni potenzialmente letali di un’infezione. Pacemaker, protesi e cateteri contaminati da virus con un’infinità di seri problemi che possono arrivare persino al rigetto. L’elenco delle conseguenze che lo Stafilococco aureo, il batterio responsabile di molte delle infezioni contratte negli ospedali e non solo, può avere sulla nostra pelle è lungo e complicato. Per eliminarlo e riportare la situazione alla normalità si usano gli antibiotici. Il problema è che questo microrganismo ha imparato a «difendersi» e oggi è diventato resistente a circa il 70 per cento degli antibiotici disponibili . Farmaci vecchi o nuovi non fa differenza: spesso la cura non ha effetto. Il problema non è da poco, tanto che il presidente degli Stati Uniti Obama e il governo britannico hanno recentemente (di nuovo) lanciato l’allarme e annunciato catastrofi e piani d’azione per combatterlo.

Sos lanciato da Obama e Gran Bretagna

Lo scorso aprile, infatti, un rapporto del governo britannico ha lanciato un Sos sulla base di numeri allarmanti: la diffusione di infezioni causate dai «batteri resistenti agli antibiotici» (Escherichia Coli, Klebsiella Pneumoniae e Staphylococcus Aureus sono elencati come i più insidiosi) potrebbe causare tanti morti quanti quelli della Grande peste di Londra del 1665, che uccise un quinto della popolazione della città di allora, ovvero circa 80mila persone. Qualche settimana dopo anche Barack Obama dichiarava guerra agli stessi nemici, con misure simili a quelle antiterrorismo. Tanto che il piano d’azione Usa per combattere l’antibioticoresistenza è contenuto in 63 pagine e consiste in una tabella di marcia che prevede tempi rapidi e azioni efficaci, una task force chiamata a dirigere le operazioni, un budget iniziale di un miliardo di dollari. Obiettivo: risolvere il problema, sollevato come molto urgente anche dall’Organizzazione Mondiale di Sanità, entro il 2020.

Uno «scudo spaziale» impedisce agli antibiotici di annientare lo Stafilococco

«Lo Stafilococco aureo è uno dei germi più comuni sia nell’ambiente che nel nostro corpo e la sua presenza è normale e utile perché collabora con tanti altri organismi in quel microcosmo che è l’organismo umano – spiega Lorenzo Drago, responsabile del laboratorio analisi chimico cliniche e microbiologiche dell’Istituto Ortopedico Galeazzi di Milano -. Le complicazioni nascono quando lo Stafilococco Aureo si riproduce in modo eccessivo, elabora tossine e colonizza organismi e tessuti circostanti. A quel punto diventa nocivo e scatena una lunga serie d’infezioni che nei casi più estremi possono anche essere letali». In pratica, i problemi insorgono se lo Stafilococco si lega ad altre colonie di batteri e crea il biofilm («una sostanza simile a un gel zuccherino appiccicoso» dice Drago) che lo protegge, «come fosse uno scudo spaziale», impedendo agli antibiotici di penetrare e annientarlo. Quando questo avviene, ad esempio, su una protesi la condizione del paziente può complicarsi fino al punto da costringere i medici ad espiantarla. Allo stesso modo non di rado avviene che tagli e ferite sulla cute di un paziente operato vengano colonizzate dai germi nocivi al punto tale da scatenare gravissime infezioni, tanto più ardue da combattere visto che i malati sono ovviamente debilitati, il loro sistema immunitario è compromesso e le cure con antibiotici risultano spesso poco efficaci. La conseguenza, numeri alla mano, è il preoccupante aumento dei casi di setticemia e sepsi negli ospedali in tutto il mondo.

FONTE:  Vera Martinella (corriere.it)

martedì 4 agosto 2015

Si studia il farmaco che frena l’accumulo di grasso


Sotto esame i polimeri che sequestrano gli aggregati di lipidi che si formano a livello intestinale dopo la digestione

L’obiettivo è quello di riuscire a trovare una soluzione puntando sulla prevenzione, attraverso la dieta e il recupero di uno stile di vita attivo. Ma siccome i primi anni di “lotta” evidenziano come ciò non sia sempre facile, per sconfiggere il sovrappeso e l’obesità la comunità scientifica sta anche lavorando su diversi approcci terapeutici. Uno rimanda alla chirurgia bariatrica, l’altro allo sviluppo di farmaci da somministrare in maniera mirata a chi convive con un indice di massa corporea superiore a trenta. Un medicinale in grado di limitare l’accumulo di grasso nel corpo umano non è più un’ipotesi così peregrina. 

IL FARMACO CHE “SEQUESTRA” IL GRASSO  
L’ipotesi è stata lanciata nei giorni scorsi sulla rivista scientificaBiomacromolecules da alcuni esponenti dell’American Chemical Society. Protagonista della loro ricerca sono stati una classe di composti - i polimeri che sequestrano le micelle: gli aggregati di lipidi che si formano a livello intestinale dopo la digestione - in grado di ridurre l’ingresso dei lipidi nelle cellule e, di conseguenza, di limitare l’aumento del peso corporeo. Condotta sui topi, la prima sperimentazione ha evidenziato come i topi trattati con il farmaco sperimentale avessero nelle feci una quantità di trigliceridi - i grassi più diffusi negli alimenti - di almeno nove volte inferiore rispetto a quella riscontrata nel gruppo di controllo (non trattato).  

LE ALTRE MEDICINE DISPONIBILI  
Si tratta di un farmaco che, se dovesse superare le successive fasi di sperimentazione e arrivare sul mercato, si presenterebbe con un meccanismo d’azione del tutto differente rispetto a quelli già utilizzati dai pazienti obesi. Oggi sul mercato sono presenti medicinali che limitano l’assunzione di cibo (sibutramina), mirati a ridurre l’assorbimento di nutrienti (Orlistat) e che favoriscono un aumento del dispendio energetico. Ciò nonostante, molti specialisti continuano a essere convinti che puntare sulla prevenzione sia il primo passo da compiere per arrestare l’epidemia. Il ricorso ai farmaci s’è rivelato efficace, ma i costi elevati delle terapie e il timore degli effetti collaterali hanno finora frenato il decollo di questa prospettiva. 

I NUMERI  
Non è più soltanto una questione estetica. Chi porta a spasso una quota non trascurabile di chili di troppo, corre un rischio più alto di morire a causa di malattie cardiovascolari, diabete e cancro (almeno 15 le forme a cui risultano più esposte le persone obese). Secondo dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, la prevalenza dell’obesità a livello globale è raddoppiata dal 1980 ad oggi. Nel 2008 si contavano oltre 1,4 miliardi di adulti in sovrappeso: pari al 35% della popolazione mondiale. Di questi, oltre cinquecento milioni - più donne che uomini - erano obesi. Oggi il problema riguarda anche le fasce più giovani della popolazione, se la stima è che nel mondo ci siano oltre quaranta milioni di bambini con meno di cinque anni in sovrappeso. 

FONTE: Fabio Di Todaro (lastampa.it)

domenica 2 agosto 2015

Scoperto il pianeta più vicino alla Terra


Si trova a soli 21 anni luce da noi
 
La Terra ha un nuovo “vicino di casa”: si chiama HD 219134b, ed è il pianeta roccioso più vicino scoperto finora, a soli 21 anni luce da noi. Ha un raggio pari a 1,6 volte quello terrestre e ruota intorno ad una stella della costellazione di Cassiopea che è leggermente più fredda e piccola del nostro Sole: per farlo ci impiega appena tre giorni, il che rende la sua temperatura incandescente e inospitale per la vita. 
 
La scoperta, ora in via di pubblicazione sulla rivista Astronomy & Astrophysics, si deve ad un gruppo internazionale che comprende molti ricercatori dell’Istituto Nazionale di Astrofisica (Inaf) e dell’Università di Padova. 
 
Il pianeta è stato individuato «grazie al miglior cacciatore di pianeti attualmente disponibile a Terra, lo strumento Harps-N, montato sul nostro Telescopio Nazionale Galileo (Tng) nell’isola di La Palma alle Canarie», come spiega lo stesso direttore del Tng, Emilio Molinari.  
 
Per migliorare la potenza di fuoco nell’osservazione, è stato usato anche un altro strumento senza rivali nel suo campo: il telescopio spaziale Spitzer della Nasa, che lavora nelle lunghezze d’onda infrarosse al di fuori delle sorgenti di disturbo presenti nella nostra atmosfera. 
 
Sebbene il pianeta roccioso HD 219134b presenti una temperatura troppo elevata per ospitare vita, la sua scoperta «apre comunque prospettive emozionanti per studiarne l’atmosfera in un prossimo futuro», sottolinea Giusi Micela, direttore dell’Osservatorio Astronomico di Palermo dell’Inaf.  
 
Le sorprese, poi, non finiscono qui: il pianeta si è rivelato essere solo il membro più interno di un sistema planetario composto da ben altri tre pianeti. 
 
FONTE: lastampa.it